Divina Commedia
Se nella mirabile visione preannunciata e promessa dal finale della Vita Nuova è lecito scorgere la primitiva idea della Commedia sia pure nelle linee vaghe e incerte di un trionfo celestiale di Beatrice, ben diverso nel progetto dall'esecuzione del futuro poema, non è per altro verso consentito di precisare quando quel generico disegno sia stato ripreso, definito e quindi attuato attraverso gli anni da Dante nel concreto arco del poema quale ci è pervenuto, data la mancanza assoluta di notizie dirette da parte dell'autore o di documenti esterni del tempo. Dal silenzio dei contemporanei sono sorte le discussioni e le tesi degl'interpreti antichi e moderni, primo fra tutti il Boccaccio che nel citato De Origine, vita, studiis et moribus distingue due fasi nella composizione del poema, che in parte (precisamente i primi sette canti dell'Inferno) sarebbe stato scritto, come opera in lode di Beatrice, prima dell'esilio, e quindi continuato dal 1306 in poi fuori Firenze. Anche sfrondata dagli elementi novellistici, la tesi trova oggi scarso credito, al pari di quella che pretenderebbe al contrario di ritardare l'inizio della composizione agli anni seguenti la morte di Arrigo vii (1313), cioè all'indomani del tramonto delle speranze dantesche nel rientro a Firenze e del conseguente rifiuto a un'attiva partecipazione politica alle vicende del proprio comune. L'una e l'altra si basano su prove insufficienti: la prima su un modulo stilistico di passaggio del testo dantesco (If viii 1), atteso che il Boccaccio per primo, riprendendo più tardi criticamente questa leggenda, manifesta nei suoi riguardi, tramite un paio di fondate obiezioni, un deciso scetticismo; la seconda su una rete di analogie contenutistiche in sé stringente, ma non probante a fini cronologici, tra i canti viii-x dell'Inferno e le Epistole v-vii. Delle due altre tesi, oggi prevalenti, che indicano rispettivamente nel 1304 e nel 1306-7 l'inizio della stesura del poema, la seconda gode sulla prima del favore di vari indizi interni alla carriera poetica di Dante, il quale negli anni tra il 1304 e il 1306 attendeva alla composizione di opere quali il De vulg. Eloq. e il Convivio, ambedue interrotte, parrebbe, dal sopraggiungere di altri più urgenti interessi letterari, e alla prima cantica, contenente allusioni storiche che toccano di fatti avvenuti sino all'anno 1309, senza varcarlo. Più tarda, ma non di molto, sarebbe la stesura del Purgatorio, dato che gli accenni storici interni conducono sino al 1313. La probabilità di queste ipotesi cronologiche sembra avallata dalle poche notizie esterne, tutte più tarde, intorno alla circolazione e alla diffusione delle prime due cantiche. La più precoce, costituita da una testimonianza vergata di proprio pugno da Francesco da Barberino ai margini della stesura autografa dei Documenti d'Amore ("Hunc [Virgilium] Dante Arigherii in quodam suo opere quod dicitur Comoedia et de infernalibus inter cetera multa tractat, commendat protinus ut magistrum; et certe, si quis opus illud bene conspiciat, videre poterit ipsum Dantem super ipsum Virgilium vel longo tempore studuisse, vel in parvo tempore plurimum profecisse") quasi certamente tra la fine del 1313 e l'inizio del 1314 - prima comunque della morte di Clemente v ivi ricordato vivente, avvenuta nell'aprile del 1314 -, accenna chiaramente almeno alla diffusione dell'Inferno prima della fine del 1314. Sarebbe troppo evincere dal generico "cetera multa" un preciso accenno al Purgatorio, che difatti con ogni probabilità iniziò a circolare più tardi, forse l'anno seguente; ma non sembra comunque che gl'ingegnosi tentativi, compiuti anche di recente, d'invalidare la testimonianza barberiniana o di sminuirne la portata in direzione cronologica per quanto riguarda la diffusione, e implicitamente la stesura, dell'Inferno, siano riusciti a spostare convincentemente i termini del problema, proprio perché le prove in contrario si fondano sostanzialmente sul terreno scivoloso delle profezie post factum, alle quali in pratica resterebbe affidato il grave compito di fissare gli estremi della composizione delle due cantiche. Si è tentato di determinare, attraverso la comparazione dei vari accenni profetici disseminati da Dante nelle due prime cantiche e sullo sfondo della storia trecentesca, i termini iniziali e finali di ciascuna cantica (addirittura dei vari gruppi di canti) e anche di distinguere i tempi di composizione e di pubblicazione del poema, ipotizzando in mezzo un'opera di revisione da parte dell'autore. Queste catene d'ipotesi, per quanto fini e ingegnose, come provano gli esiti divergenti cui approdano, si reggono pur sempre all'origine sull'interpretazione soggettiva di passi oscuramente o vagamente profetici di Dante, i quali respingono per loro natura qualsiasi illazione storico-cronologica cogente. Converrà dunque accontentarsi di concludere che la prima cantica fu diffusa prima dell'aprile del 1314 e la seconda probabilmente poco dopo, rinunciando prudenzialmente a indicare per l'una e l'altra l'anno preciso dell'inizio e della fine della stesura. Meno incerti e generici appaiono i tempi di composizione del Paradiso, se è vero che con Ep xiii Dante inviava a Cangrande il primo canto dell'ultima cantica e in Eg ii ne parla, contrapponendola alle prime due, come di fatica non ancora conclusa. dalla prima testimonianza si evince che la composizione del Paradiso fu probabilmente iniziata nel 1316, dalla seconda (del 1319-20) che le prime due cantiche erano ormai diffuse da tempo, mentre Dante alla terza era intento a lavorare sino agli ultimi anni di vita: ambedue avallano l'ipotesi che Dante abbia progressivamente diffuso il Paradiso, inviando agli amici canti o gruppi di canti a mano a mano che li stendeva. A questi risultati non ostano le prove esterne e concrete della diffusione, tutte più tarde, com'è prevedibile, ai termini qui indicati, ma in parte risalenti agli ultimi anni di vita del poeta: quali i frammenti dei Memoriali e Registri bolognesi che documentano la circolazione dell'Inferno a cominciare dal 1317 e del Purgatorio dal 1319, fornendo qualche anno più tardi (rispettivamente nel 1319 e nel 1327) più ampi squarci del primo e del secondo; e i calchi danteschi dei volgarizzatori, primo fra tutti Andrea Lancia, che in un manoscritto datato del 1316 contenente la sua traduzione dell'Eneide allude palesemente a un verso del Purgatorio.