Giasone
Capo degli Argonauti e conquistatore del vello d'oro, punito fra i seduttori per aver ingannato Isifile e Medea.
Detto anche: Iasón, Iasone, Giasone
Giasone guidò la nave Argo fino alla Colchide, sulla costa orientale del Mar Nero, per impadronirsi del vello d'oro, la pelle di un ariete prodigioso custodita dal re Eeta in un bosco sacro a Marte. Tra le prove superate c'è l'aratura di un campo con tori che soffiavano fuoco. Le fonti di Dante sono Ovidio (Metamorfosi VII) e Stazio (Tebaide V).
Virgilio lo indica nella schiera dei seduttori: avanza sotto le frustate senza versare una lacrima e conserva un «aspetto reale» (vv. 83-85). L'impresa è riassunta in due versi: «per cuore e per senno» tolse il montone ai Colchi (vv. 86-87). La condanna viene però dalle donne: a Lemno sedusse «con segni e con parole ornate» la giovane Isifile e la lasciò incinta e sola (vv. 91-94); poi abbandonò Medea, che lo aveva aiutato (v. 96).
Come Ulisse nel canto XXVI, è un eroe che Dante ammira e condanna insieme: la grandezza non cancella l'inganno. La spedizione di Argo torna come esempio di impresa straordinaria in Paradiso II, 16-18 e XXXIII, 94-96.