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Indice dei canti
Nel ghiaccio un vecchio barbuto solleva la bocca dal capo di un altro dannato, che tiene con la mano; Dante e Virgilio ascoltano. In alto, come in un ricordo, un uomo si morde le mani in una cella con quattro ragazzi.
Il conte Ugolino interrompe il «fiero pasto» per raccontare la morte dei figli nella torre
Inferno · IX cerchio · Cocito

Inferno, Canto XXXIII

«La bocca sollevò dal fiero pasto…»

Confitti nel ghiaccio dell’Antenora Dante incontra due dannati e interpella colui che rode rabbiosamente la nuca del suo compagno di pena (fine del canto XXXII).

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IX cerchio · Cocito
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Testo e parafrasi del canto XXXIII

Parafrasi
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1

La bocca sollevò dal fiero pastoAquel peccator, forbendola a'capelliBdel capo ch'elli avea di retro guasto.A

Quel peccatore sollevò dal pasto feroce la bocca, pulendola con i capelli della testa che egli aveva roso nella parte posteriore. Poi incominciò a dire:
Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto feroce, pulendola con i capelli della testa che aveva rosicchiato dalla parte di dietro.
4

Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io rinovelliBdisperato dolor che 'l cor mi premeCgià pur pensando, pria ch'io ne favelli.B

"Tu vuoi che io rinnovi un dolore disperato che mi opprime il cuore al solo pensarci, prima che io ne parli.
Poi cominciò: «Tu vuoi che io rinnovi un dolore disperato che mi opprime il cuore già solo a pensarci, prima che io ne parli.
7

Ma se le mie parole esser dien semeCche frutti infamia al traditor ch'i' rodo,Dparlar e lagrimar vedrai insieme.C

Ma se le mie parole devono essere causa d’infamia per il traditore che io rodo, mi vedrai al tempo stesso parlare e piangere.
Ma se le mie parole devono essere un seme che produca infamia al traditore che rodo, mi vedrai parlare e piangere insieme.
10

Io non so chi tu se' né per che modoDvenuto se' qua giù; ma fiorentinoEmi sembri veramente quand'io t'odo.D

Non so chi sei né in quale maniera sei arrivato quaggiù; ma quando ti odo parlare mi sembri davvero fiorentino.
Io non so chi sei né in che modo sei venuto quaggiù; ma, quando ti sento, mi sembri davvero fiorentino.
13

Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,Ee questi è l'arcivescovo Ruggieri:For ti dirò perché i son tal vicino.E

Devi sapere che fui il conte Ugolino, e questo è l’arcivescovo Ruggieri: adesso ti dirò perché sono per lui un vicino siffatto.
Devi sapere che io fui il conte Ugolino, e questo è l'arcivescovo Ruggieri: ora ti dirò perché gli sono un tale vicino.
16

Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,Ffidandomi di lui, io fossi presoGe poscia morto, dir non è mestieri;F

Non occorre che io racconti come, avendo fiducia in lui, fui fatto prigioniero e poi ucciso, in conseguenza dei suoi intendimenti malvagi;
Che, per effetto dei suoi cattivi pensieri, fidandomi di lui, io fui catturato e poi ucciso, non c'è bisogno di dirlo;
19

però quel che non puoi avere inteso,Gcioè come la morte mia fu cruda,Hudirai, e saprai s'e' m'ha offeso.G

ma udrai quello che non puoi avere udito, cioè come la mia morte fu crudele, e potrai giudicare se egli non è stato colpevole nei miei riguardi.
perciò ciò che non puoi avere saputo, cioè quanto fu crudele la mia morte, lo sentirai, e saprai se mi ha offeso.
22

Breve pertugio dentro da la MudaHla qual per me ha 'l titol de la fame,Ie che conviene ancor ch'altrui si chiuda,H

25

m'avea mostrato per lo suo forameIpiù lune già, quand'io feci 'l mal sonnoJche del futuro mi squarciò 'l velame.I

Una piccola feritoia nel luogo chiuso (dentro dalla muda: muda era chiamato il luogo chiuso dove venivano tenuti gli uccelli nel periodo in cui cambiavano le penne) che a causa mia è soprannominato torre della fame, e nel quale altri devono ancora essere chiusi, mi aveva già mostrato attraverso la sua apertura più lune (erano passati diversi mesi), quando io feci il sogno cattivo che mi svelò il futuro.
Una stretta finestrella dentro la Muda (la torre), che per causa mia ha il nome della fame, e nella quale bisogna che altri ancora siano rinchiusi, mi aveva già mostrato attraverso la sua apertura parecchie lune, quando feci il brutto sogno che mi squarciò il velo del futuro.
28

Questi pareva a me maestro e donno,Jcacciando il lupo e ' lupicini al monteKper che i Pisan veder Lucca non ponno.J

Costui (l’ arcivescovo Ruggieri) mi sembrava capocaccia e signore degli altri cacciatori, mentre, cacciava il lupo e i suoi piccoli su per il monte (San Giuliano) a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca.
Costui mi sembrava capo e signore, mentre cacciava il lupo e i lupacchiotti verso il monte (San Giuliano) a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca.
31

Con cagne magre, studiose e conteKGualandi con Sismondi e con LanfranchiLs'avea messi dinanzi da la fronte.K

Egli aveva messo davanti a sé, sul fronte dello schieramento degli inseguitori, Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi (le tre principali famiglie ghibelline di Pisa) insieme con cagne fameliche (simbolo, secondo il Buti, del popolo minuto, "che comunemente è magro e povero"), sollecite a cacciare ed esperte.
Con cagne magre, bramose ed esperte, si era messo davanti, in prima fila, i Gualandi con i Sismondi e con i Lanfranchi.
34

In picciol corso mi parieno stanchiLlo padre e ' figli, e con l'agute scaneMmi parea lor veder fender li fianchi.L

Dopo una breve corsa il lupo e i lupicini mi sembravano stanchi, e mi sembrava di vedere lacerati i loro fianchi dalle zanne affilate.
Dopo una breve corsa mi sembravano stanchi il padre e i figli, e mi sembrava di vedere che con le zanne aguzze squarciassero loro i fianchi.
37

Quando fui desto innanzi la dimane,Mpianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoliNch'eran con meco, e dimandar del pane.M

Quando fui sveglio prima dei mattino, udii piangere nel sonno i miei figli (Ugolino chiama così anche i suoi nipoti Anselmuccio e Nino), che erano con me, e chiedere del pane.
Quando mi svegliai prima del mattino, sentii i miei figli, che erano con me, piangere nel sonno e chiedere del pane.
40

Ben se' crudel, se tu già non ti duoliNpensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;Oe se non piangi, di che pianger suoli?N

Sei davvero crudele, se fin da questo momento non provi dolore immaginando quello che il mio cuore presagiva a se stesso; e se non piangi, per che cosa sei solito piangere?
Sei davvero crudele se non provi già dolore pensando a ciò che il mio cuore presagiva; e se non piangi, di che cosa sei solito piangere?
43

Già eran desti, e l'ora s'appressavaOche 'l cibo ne solea essere addotto,Pe per suo sogno ciascun dubitava;O

Erano ormai svegli, e si avvicinava l’ora in cui il cibo soleva esserci portato, e a causa del proprio sogno ciascuno aveva timore;
Ormai erano svegli, e si avvicinava l'ora in cui di solito ci veniva portato il cibo, e ciascuno era in ansia per il proprio sogno;
46

e io senti' chiavar l'uscio di sottoPa l'orribile torre; ond'io guardaiQnel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.P

e udii inchiodare la porta inferiore della spaventosa torre; allora guardai negli occhi i miei figli senza pronunciare parola.
e io sentii inchiodare la porta di sotto dell'orribile torre; per cui guardai in viso i miei figli senza dire una parola.
49

Io non piangea, sì dentro impetrai:Qpiangevan elli; e Anselmuccio mioRdisse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".Q

Io non piangevo, a tal punto l’animo divenne impietrito: piangevano loro; e il mio Anselmuccio disse: "Tu guardi in modo così strano, padre!
Io non piangevo, tanto dentro diventai di pietra: piangevano loro; e il mio Anselmuccio disse: “Come guardi, padre! Che hai?”.
52

Perciò non lacrimai né rispuos'ioRtutto quel giorno né la notte appresso,Sinfin che l'altro sol nel mondo uscìo.R

che hai?" Perciò non piansi né risposi tutto quel giorno e la notte successiva, finché non spuntò un’altra alba.
Perciò non piansi né risposi per tutto quel giorno né la notte seguente, finché il sole successivo spuntò sul mondo.
55

Come un poco di raggio si fu messoSnel doloroso carcere, e io scorsiTper quattro visi il mio aspetto stesso,S

Non appena un po’ di luce riuscì a penetrare nella cella dolorosa, ed intravidi su quattro volti il mio stesso aspetto, mi morsi entrambe le mani per il dolore;
Appena un piccolo raggio di luce fu entrato nella prigione dolorosa, e io vidi su quattro visi il mio stesso aspetto,
58

ambo le man per lo dolor mi morsi;Ted ei, pensando ch'io 'l fessi per vogliaUdi manicar, di subito levorsiT

61

e disser: "Padre, assai ci fia men dogliaUse tu mangi di noi: tu ne vestistiVqueste misere carni, e tu le spoglia".U

ed essi, credendo che lo facessi per desiderio di mangiare, si alzarono immediatamente in piedi, e dissero: "Padre, sarà per noi un dolore assai minore se tu ti cibi delle nostre membra: tu (generandoci) ci facesti indossare queste carni infelici, tu privacene".
per il dolore mi morsi entrambe le mani; ed essi, pensando che lo facessi per voglia di mangiare, subito si alzarono e dissero: “Padre, ci sarà molto meno dolore se tu mangi di noi: tu ci hai rivestito di queste misere carni, e tu spogliacene”.
64

Queta'mi allor per non farli più tristi;Vlo dì e l'altro stemmo tutti muti;Wahi dura terra, perché non t'apristi?V

Allora mi quietai per non renderli più tristi; rimanemmo in assoluto silenzio quel giorno e il giorno successivo: ahi, terra crudele, perché non ci inghiottisti?
Allora mi calmai per non renderli più tristi; quel giorno e il seguente restammo tutti in silenzio; ah, terra crudele, perché non ti apristi?
67

Poscia che fummo al quarto dì venuti,WGaddo mi si gittò disteso a' piedi,Xdicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".W

Quando giungemmo al quarto giorno, Gaddo si gettò disteso ai miei piedi, dicendo: "Padre, perché non m’ aiuti?" Morì lì;
Dopo che fummo arrivati al quarto giorno, Gaddo mi si gettò disteso ai piedi, dicendo: “Padre mio, perché non mi aiuti?”.
70

Quivi morì; e come tu mi vedi,Xvid'io cascar li tre ad uno ad unoYtra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,X

e così come tu vedi me, vidi cadere gli altri tre uno dopo l’altro tra il quinto e il sesto giorno;
Lì morì; e come tu vedi me, così io vidi cadere gli altri tre uno dopo l'altro tra il quinto giorno e il sesto; per cui io mi misi,
73

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,Ye due dì li chiamai, poi che fur morti.ZPoscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».Y

per cui incominciai, ormai cieco, a brancolare sopra ciascuno di loro, e li chiamai per due giorni, dopo che furono morti: poi, più del dolore, ebbe potere su me il digiuno ".
ormai cieco, a brancolare sopra ciascuno, e per due giorni li chiamai, dopo che furono morti. Poi il digiuno poté più del dolore».
76

Quand'ebbe detto ciò, con li occhi tortiZriprese 'l teschio misero co'denti,AAche furo a l'osso, come d'un can, forti.Z

Ciò detto, con gli occhi biechi, afferrò nuovamente il misero cranio coi denti, i quali furono, sull’osso, forti come quelli di un cane.
Quando ebbe detto questo, con gli occhi stravolti riprese il misero cranio con i denti, che furono forti sull'osso come quelli di un cane.
79

Ahi Pisa, vituperio de le gentiAAdel bel paese là dove 'l sì suona,ABpoi che i vicini a te punir son lenti,AA

82

muovasi la Capraia e la Gorgona,ABe faccian siepe ad Arno in su la foce,ACsì ch'elli annieghi in te ogne persona!AB

Ahi Pisa, onta dei popoli appartenenti all’Italia (del bel paese là dove ‘1 sì sona: dove la lingua usa come particella affermativa il "sì"), dal momento che le città vicine tardano a punirti, si muovano la Capraia e la Gorgona (due isole del Tirreno, situate in corrispondenza della foce dell’Arno), e formino uno sbarramento allo scorrere dell’Arno nel punto in cui si versa nel mare, in modo che esso sommerga tutti i tuoi abitanti!
Ah Pisa, vergogna delle genti del bel paese dove si dice “sì” (l'Italia), poiché i tuoi vicini sono lenti a punirti, si muovano la Capraia e la Gorgona, e facciano da diga all'Arno sulla sua foce, così che anneghi in te ogni persona!
85

Ché se 'l conte Ugolino aveva voceACd'aver tradita te de le castella,ADnon dovei tu i figliuoi porre a tal croce.AC

Poiché se correva voce che il conte Ugolino ti aveva tradita riguardo ai castelli (ceduti a Lucca e a Firenze), non dovevi sottoporre ad un tale supplizio i suoi figli.
Perché se il conte Ugolino aveva fama di averti tradito cedendo i castelli, tu non dovevi mettere i figli a una simile tortura.
88

Innocenti facea l'età novella,ADnovella Tebe, Uguiccione e 'l BrigataAEe li altri due che 'l canto suso appella.AD

La giovane età rendeva innocenti, o nuova Tebe (per la ferocia dei delitti in te perpetrati, non meno orribili di quelli compiuti dai discendenti di Cadmo), Uguccione e il Brigata e gli altri due che il mio canto ha menzionato in precedenza.
La giovane età rendeva innocenti, o nuova Tebe, Uguccione e il Brigata e gli altri due che il canto ha nominato sopra.
91

Noi passammo oltre, là 've la gelataAEruvidamente un'altra gente fascia,AFnon volta in giù, ma tutta riversata.AE

Passammo oltre, là dove il ghiaccio avvolge duramente un’altra moltitudine, non immersa verticalmente, ma tutta quanta supina.
Passammo oltre, là dove il ghiaccio avvolge duramente un'altra schiera, non rivolta in giù, ma tutta supina.
94

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,AFe 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,AGsi volge in entro a far crescer l'ambascia;AF

97

ché le lagrime prime fanno groppo,AGe sì come visiere di cristallo,AHriempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.AG

Il pianto stesso in quel luogo non consente di piangere, e il dolore che trova sugli occhi un impedimento, rifluisce dentro ad aumentare l’angoscia, poiché le prime lagrime versate formano un nodo (di ghiaccio), e riempiono tutta la cavità dell’occhio sotto le ciglia, come visiere di cristallo.
Lì il pianto stesso non lascia piangere, e il dolore, che trova un ostacolo sugli occhi, si rivolge all'interno ad accrescere l'angoscia; perché le prime lacrime formano un grumo, e come visiere di cristallo riempiono sotto le sopracciglia tutta la cavità degli occhi.
100

E avvegna che, sì come d'un callo,AHper la freddura ciascun sentimentoAIcessato avesse del mio viso stallo,AH

E sebbene a causa del freddo ogni sensibilità avesse abbandonato la dimora del mio volto, così come accade per una parte callosa, mi sembrava già di sentire parecchio vento: per cui dissi:
E benché, come in un callo, a causa del freddo ogni sensibilità avesse abbandonato il mio viso,
103

già mi parea sentire alquanto vento:AIper ch'io: «Maestro mio, questo chi move?AJnon è qua giù ogne vapore spento?».AI

" Maestro, chi lo produce? non è qui inesistente ogni vapore (manca infatti il sole che possa formare e sollevare il vapore per produrre il vento)? " E Virgilio:
mi sembrava già di sentire un po' di vento: per cui dissi: «Maestro mio, chi muove questo? Quaggiù non è spento ogni vapore?».
106

Ond'elli a me: «Avaccio sarai doveAJdi ciò ti farà l'occhio la risposta,AKveggendo la cagion che 'l fiato piove».AJ

" Presto sarai nel luogo in cui l’occhio, vedendo la causa (il movimento delle ali di Lucifero) che fa soffiare dall’alto il vento, risponderà alla tua domanda ".
Per cui lui a me: «Presto sarai dove l'occhio ti darà la risposta a questo, vedendo la causa che manda giù il soffio».
109

E un de' tristi de la fredda crostaAKgridò a noi: «O anime crudeli,ALtanto che data v'è l'ultima posta,AK

112

levatemi dal viso i duri veli,ALsì ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,AMun poco, pria che 'l pianto si raggeli».AL

Ed uno degli sciagurati immersi nella lastra gelata ci gridò: " Anime a tal punto spietate, che vi è assegnata l’ultima dimora, toglietemi dal volto il ghiaccio, in modo che io possa sfogare un poco (attraverso le lagrime) il dolore che riempie il mio cuore, prima che il pianto geli nuovamente ". Onde io:
E uno dei miseri della crosta gelata ci gridò: «O anime così crudeli che vi è stato assegnato l'ultimo posto, toglietemi dal viso i duri veli (di ghiaccio), così che io sfoghi un poco il dolore che mi riempie il cuore, prima che il pianto si congeli di nuovo».
115

Per ch'io a lui: «Se vuo' ch'i' ti sovvegna,AMdimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,ANal fondo de la ghiaccia ir mi convegna».AM

" Se vuoi che ti aiuti (ti sovvegna), dimmi chi sei, e se non ti libero dall’impedimento (del ghiaccio), possa io scendere fino in fondo a Cocito ". Allora rispose: " Sono frate Alberigo;
Per cui io a lui: «Se vuoi che io ti aiuti, dimmi chi sei, e se non ti libero, mi tocchi andare in fondo al ghiaccio».
118

Rispuose adunque: «I' son frate Alberigo;ANi' son quel da le frutta del mal orto,AOche qui riprendo dattero per figo».AN

sono quello delle frutta delittuose, che qui sconto la mia colpa con una pena ancora più grave (il dattero è frutto più prelibato del fico)". " Oh!
Rispose dunque: «Io sono frate Alberigo; io sono quello delle frutta dell'orto malvagio, che qui ricevo un dattero in cambio di un fico».
121

«Oh!», diss'io lui, «or se' tu ancor morto?».AOEd elli a me: «Come 'l mio corpo steaAPnel mondo sù, nulla scienza porto.AO

124

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,APche spesse volte l'anima ci cadeAQinnanzi ch'Atropòs mossa le dea.AP

" gli dissi, " sei già morto? " Ed egli: " In quali condizioni si trovi il mio corpo nel mondo dei vivi, non so. Questa Tolomea ha il privilegio che spesso l’anima cade in essa prima che la morte (nella mitologia Atropos era quella delle tre Parche che recideva il filo della vita) le imprima il movimento.
«Oh!», gli dissi, «ora sei già morto?». E lui a me: «Come stia il mio corpo nel mondo lassù, non ne ho alcuna conoscenza. Questa Tolomea ha un tale privilegio, che spesso l'anima vi cade prima che Atropo le dia la spinta (prima della morte).
127

E perché tu più volentier mi radeAQle 'nvetriate lagrime dal volto,ARsappie che, tosto che l'anima tradeAQ

130

come fec'io, il corpo suo l'è toltoARda un demonio, che poscia il governaASmentre che 'l tempo suo tutto sia vòlto.AR

E perché più volentieri tu mi raschi dal volto le lagrime congelate, sappi che non appena l’anima tradisce nel modo usato da me, il suo corpo le è preso da un demonio, il quale poi lo governa finché sia trascorso tutto il tempo assegnatogli per vivere.
E perché tu mi tolga più volentieri dal volto le lacrime diventate vetro, sappi che, appena l'anima tradisce come feci io, il suo corpo le è tolto da un demonio, che poi lo governa finché non sia trascorso tutto il suo tempo.
133

Ella ruina in sì fatta cisterna;ASe forse pare ancor lo corpo susoATde l'ombra che di qua dietro mi verna.AS

Essa precipita in questo pozzo (il nono cerchio); e forse è ancora visibile nel mondo il corpo appartenente all’anima che qua dietro a me sverna.
Essa precipita in questa cisterna; e forse si vede ancora lassù il corpo dell'ombra che qui dietro di me passa l'inverno.
136

Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:ATelli è ser Branca Doria, e son più anniAUposcia passati ch'el fu sì racchiuso».AT

Tu lo devi sapere, se soltanto ora scendi nell’inferno: è ser Branca d’Oria, e vari anni sono trascorsi da quando è stato chiuso in tal modo (nel ghiaccio) ".
Tu lo devi sapere, se vieni quaggiù proprio adesso: è ser Branca Doria, e sono passati molti anni da quando fu rinchiuso così».
139

«Io credo», diss'io lui, «che tu m'inganni;AUché Branca Doria non morì unquanche,AVe mangia e bee e dorme e veste panni».AU

"Credo" gli dissi " che tu m’inganni; poiché Branca d’Oria non è ancora morto, è vivo e sano.
«Io credo», gli dissi, «che tu mi inganni; perché Branca Doria non è mai morto, e mangia e beve e dorme e si veste».
142

«Nel fosso sù», diss'el, «de' Malebranche,AVlà dove bolle la tenace pece,AWnon era ancor giunto Michel Zanche,AV

145

che questi lasciò il diavolo in sua veceAWnel corpo suo, ed un suo prossimanoAXche 'l tradimento insieme con lui fece.AW

" " Nella bolgia" disse " custodita dai Malebranche, dove la pece vischiosa ribolle, non era ancora arrivato Michele Zanche che costui lasciò nel corpo al posto suo un diavolo, ed altrettanto fece un suo parente che compì il tradimento insieme con lui.
«Nella fossa lassù dei Malebranche», disse, «là dove bolle la pece appiccicosa, non era ancora arrivato Michele Zanche, che costui lasciò al suo posto un diavolo nel proprio corpo, e così fece un suo parente che compì il tradimento insieme a lui.
148

Ma distendi oggimai in qua la mano;AXaprimi li occhi». E io non gliel'apersi;AYe cortesia fu lui esser villano.AX

Ma stendi ormai la mano verso di me; aprimi gli occhi. " E io non glieli apersi; e fu atto nobile essere villano nei suoi confronti.
Ma ormai stendi qui la mano; aprimi gli occhi». E io non glieli aprii; e fu una cortesia essere villano con lui.
151

Ahi Genovesi, uomini diversiAYd'ogne costume e pien d'ogne magagna,AZperché non siete voi del mondo spersi?AY

Ahi Genovesi, uomini lontani da ogni buona usanza e pieni d’ogni vizio, perché non siete estirpati dal mondo?
Ah Genovesi, uomini estranei a ogni buon costume e pieni di ogni vizio, perché non siete cacciati dal mondo?
154

Ché col peggiore spirto di RomagnaAZtrovai di voi un tal, che per sua opraBAin anima in Cocito già si bagna,AZ

157

e in corpo par vivo ancor di sopra.BA

Poiché insieme con l’anima più perversa della Romagna (frate Alberigo) trovai un vostro concittadino tale, che a causa delle sue azioni già sta immerso con l’anima nel Cocito, e col corpo appare ancora vivente sulla terra.
Perché insieme col peggiore spirito di Romagna trovai uno di voi tale che, per le sue azioni, con l'anima si bagna già nel Cocito, e col corpo sembra ancora vivo lassù.

Riassunto del canto XXXIII

Confitti nel ghiaccio dell’Antenora Dante incontra due dannati e interpella colui che rode rabbiosamente la nuca del suo compagno di pena (fine del canto XXXII). E’ Ugolino della Gherardesca che, già potentissimo a Pisa, fu fatto prigioniero dal Ghibellini e fu lasciato morire di fame insieme a due figli e a due nipoti. L’altro è l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, alla cui frode e alla cui crudeltà egli dovette la cattura e la fine orribile. Traditori ambedue (il conte Ugolino era accusato di avere consegnato a Lucca ed a Firenze alcuni castelli pisani), scontano la colpa nello stesso luogo, ma le loro pene non sono certo pari: Ruggieri oltre al tormento del gelo eterno ha quello che gli infligge la rabbia del suo nemico; per Ugolino al dramma della dannazione si aggiunge l’ira e la sete inesausta di vendetta contro il suo nemico.

Solo la cattura, la prigionia, la morte inflitta in forma orrenda a lui e ai quattro giovani innocenti occupano l’animo di Ugolino; le vicende culminate in quella tragedia sono troppo note perché sia necessario ricordarle. Lo sdegno che la narrazione di Ugolino accende nel Poeta lo fa prorompere in una fiera invettiva contro Pisa. Nella terza zona di Cocito, la Tolomea, dove sono puniti i traditori degli ospiti, Dante e Virgilio trovano il faentino Alberigo dei Manfredi, che invitò a banchetto alcuni consanguinei per ucciderli.

Il dannato spiega a Dante, meravigliato perché sapeva Alberigo ancora nel mondo dei vivi, che per una legge propria della Tolomea egli è all’inferno solo con l’anima, mentre il suo corpo sulla terra è governato da un demonio. Nella medesima condizione è anche il genovese Branca d’Oria, reo di avere ucciso il suocero Michele Zanche mediante una frode dello stesso genere. Il canto si conclude con una dura invettiva di Dante contro i Genovesi.

In breve

Dove e chi
  1. IX cerchio · Cocito: Traditori. Imprigionati nel ghiaccio: Caina, Antenora, Tolomea, Giudecca.

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Versi famosi di questo canto

«Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno»
vv. 73-75

OggiSi cita come esempio di ambiguità poetica e di una delle pagine più tragiche della letteratura.

Significato

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Questo canto si apre in modo inusitato. Se ritorniamo a quelli che lo precedono dal Il al XXXII noteremo che l’inizio di ciascuno è l’inizio di un nuovo episodio. (Può appena essere considerato una deroga l’incontro con Vanni Fucci, che dal canto XXIV sconfina nei primi versi del successivo). A volte l’apertura è preceduta da una digressione di carattere meditativo (nel XIX: O Simon mago, o miserI seguaci....; nel XXIV: In quella parte del giovanetto anno...): digressione che segna ancora meglio il distacco tra episodio ed episodio. L’effetto sul lettore è ben preciso, e fu certamente voluto dal Poeta, perché in tal modo l’attenzione di chi legge è messa a fuoco sui due visitatori dell’inferno; nel canto XXXIII, invece, essa rimane incentrata sulla vicenda e sull’eroe della vicenda introdotta drammaticamente nelle ultime terzine del canto che precede. La figura posta così in primo piano è grandiosa, forse la più imponente che sia mai nata in un testo poetico. Nel costruirla Dante mette una passione che soverchia in ogni senso quella che anima ogni altra parte dell’Inferno; vi spende tutte le sue risorse interiori, tutti i suoi accorgimenti stilistici.

E’ una passione diversa da quella che il Poeta intese tradurre, e tradusse, nel testo intero del suo poema. Si è tentati a credere anzi che sia diversa da quella che lo ispirò primitivamente a portare in scena Ugolino e la sua vicenda. Nell’economia visibile del poema il personaggio ed il suo caso tragico sono entrati come documento del male che Dante imputa alla società del suo tempo e del suo paese: il disordine politico, causa ed effetto dell’intemperanza dei singoli; l’Italia smembrata, non solo, ma la disunione che sgretola ciascuno dei suoi frammenti. Non è casuale che quando Ugolino ha parlato ed è la volta del Poeta, Dante sfoghi lo sdegno e la pietà di cui lo hanno colmato le parole di Ugolino in un’invettiva rivolta a tutt’altro bersaglio da quello (l’arcivescovo Ruggieri) a cui il personaggio mirava: cioè a Pisa, all’esempio infame di discordia dato dai cittadini di Pisa.

L’Ugolino storico fu un uomo in una società; è certo che provò passioni di parte e ambizioni, ed è probabile che avesse idee e dubbi. Fu un attore sulla scena della storia pisana, ed è come tale che Dante lo porta sulla scena dei suo poema, sicché la sua evocazione si chiude in un’invettiva a Pisa. Ma di ciò, che fu certo molta parte di lui vivo, il dannato non ritiene più nulla. E’ solo un padre. Anche la sua paternità è scarna e come pietrosa: nella torre dove lui e i figli attendono di morire quasi non corre parola, e non ne esce una dalla bocca di Ugolino; lo sentiremo ululare solo sui loro corpi inerti. Nemmeno nel rievocare la sventura immeritata di quei giovani egli avrà una parola intenerita: il suo lutto è diventato subito rancore implacabile per chi lo causò. Si direbbe che Dante lo vuole inumano, ma egli lo vuole solo essenziale. La sua figura è costruita con tratti violenti, ma soprattutto a farcela sentire violentemente è la sua fissità rocciosa. Il Poeta vi ha speso, nel calcolo delle sfumature verbali e nell’uso delle metafore, una estrema scienza che possiamo chiamare retorica senza timore di venire fraintesi. Ad esempio, un esame attento è sufficiente a rilevare con quale cura il Poeta ha sfruttato il potere suggestivo delle vocali. Le u di certi versi come breve pertugio dentro dalla muda... cacciando il lupo e’ lupicini al monte, non sono casuali; né i suoni stretti della i e della e in versi dove è espresso un dolore acuto e non cupo, né le a e le o quando è evocata l’innocenza dei figli condannati ad una fine orribile...

L’interpretazione di questi versi offerta dal De Sanctis, ricca di notazioni molto penetranti sui singoli momenti, ha abituato a sottolineare l’ampiezza del dramma e la profondità dei patetico, ma non ha tenuto conto - secondo l’esatta critica del Mattalia - che «lo strumento con cui il Poeta consegue i suoi effetti è il distacco, l’impassibilità, il superiore dominio formale». Liberandoci dell’affermazione romantica secondo la quale l’episodio scaturisce di getto dall’animo di Dante, riesce più facile comprendere che quando Dante fa parlare Ugolino, cerca "sì di delinearne la figura, ma interpretandolo nel proprio stile; poiché,(e qui la fonte di molti equivoci) l’idea di uno stile immediatamente connaturato al personaggio è fuori della sua poetica. Lo stile del narrare ugoliniano è soprattutto lo stile di Dante, ed è poi la fantasia del Poeta che con lucido dominio costruisce l’episodio".

La parte rimanente del canto, assai meno della metà, è sembrata ad alcuni critici, tra cui il Chiari, che patisse nel trovarsi accostata al tremendo episodio di Ugolino, che la diversità di tensione tra le due parti provocasse squilibrio. Ma Dante non poteva sentire così, perché lo schema preordinato al suo poema era l’anima stessa della Commedia.

Certo la schematizzazione, frutto della persuasione scolastica che un sistema per provarsi valido doveva essere costruito con perfetta armonicità geometrica e perfetta simmetria, è il fondamento caratteristico del pensiero medievale. Dante aveva di continuo presente quello che a noi la drammaticità grandiosa dell’episodio di Ugolino fa scordare: che Cocito aveva quattro zone, ciascuna per una categoria di traditori di coloro che si fidano, e che, attraversata la regione dell’Antenora, egli entrava in quella dei traditori degli ospiti. E se molti commentatori hanno tentato di spiegare variamente l’eccezione di Alberigo dei Manfredi e di Branca d’Oria, il corpo dei quali vive ancora nel mondo, a noi basta osservare con il Getto che «un canto della Commedia, se anche non determina sempre una unità lirica, sta sempre a rappresentare una unità strutturale o un dato per lo meno del proposito costruttivo e dell’intenzione d’arte del Poeta, il cui peso non può essere con troppa disinvoltura ignorato nel definitivo calcolo di un’integrale esegesi"

Personaggi del canto XXXIII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Dannato

Conte Ugolino

Inferno · IX cerchio, traditori

Rode il cranio dell'arcivescovo Ruggieri e racconta la morte nella torre insieme ai figli.

Dannato

Arcivescovo Ruggieri

Inferno · IX cerchio, traditori

Arcivescovo ghibellino di Pisa che fece imprigionare e morire di fame Ugolino; il conte gli rode la nuca.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Critica
Inferno · Canto XXXIII Liceo

Ugolino, un sacrificio rifiutato

vv. 58-63ambo le man per lo dolor mi morsi;ed ei, pensando ch'io 'l fessi per vogliadi manicar, di subito levorsie disser: "Padre, assai ci fia men dogliase tu mangi di noi: tu ne vestistiqueste misere carni, e tu le spoglia".Leggi nel testo

Il conte Ugolino della Gherardesca rode il cranio dell'arcivescovo Ruggieri, che lo tradì e lo fece morire di fame nella torre di Pisa insieme ai figli e ai nipoti. Nel racconto di Ugolino, i figli, vedendolo mordersi le mani per il dolore, si offrono a lui come cibo: «Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi».

Lo studioso americano John Freccero, e dopo di lui Ezio Raimondi, hanno letto l'episodio come un rovesciamento del sacrificio di Cristo. Le parole dei figli ricordano l'offerta del corpo nell'Eucaristia. Ugolino però non capisce quel gesto d'amore: il suo cuore è pietrificato dall'odio e dalla vendetta, e non riesce neppure a piangere.

Se avesse accolto l'offerta come atto d'amore, il dolore per i figli forse sarebbe diventato pentimento e lo avrebbe salvato. Il celebre verso finale, «Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno», resta volutamente ambiguo: ha fatto discutere per secoli se Ugolino sia morto di fame o abbia mangiato i figli.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Ugolino

Ne parla la scheda «Due laghi alla fine di due regni» (Inf. XXXII).

Conte Ugolino

Compare anche in un altro canto.

Arcivescovo Ruggieri

Compare anche in un altro canto.