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I versi più famosi della Divina Commedia

Versi entrati nella lingua di tutti i giorni: che cosa significano nel poema e come li usiamo oggi.

Inferno I, 1-3

«Nel mezzo del cammin di nostra vita»

Si usa per indicare la mezza età o un momento di bilancio e di crisi nella propria vita.

Inferno I, 97-99

«E dopo 'l pasto ha più fame che pria»

Si dice di chi non è mai soddisfatto di ciò che ha, soprattutto di denaro e potere.

Inferno III, 7-9

«Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate»

Si cita scherzosamente all'ingresso di un luogo temuto: un ufficio, un esame, una riunione difficile.

Inferno III, 49-51

«Non ragioniam di lor, ma guarda e passa»

Si usa, spesso nella forma «non ti curar di lor, ma guarda e passa», per invitare a ignorare chi non merita attenzione.

Inferno III, 58-60

«Colui che fece per viltade il gran rifiuto»

Si dice di chi rinuncia a una grande occasione o responsabilità per paura.

Inferno III, 94-96

«Vuolsi così colà dove si puote»

Si cita per dire che una decisione viene dall'alto e non si discute.

Inferno V, 100-102

«Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende»

Si cita per parlare dell'innamoramento improvviso e della nobiltà dei sentimenti.

Inferno V, 103-105

«Amor, ch'a nullo amato amar perdona»

Si cita per dire che l'amore sincero prima o poi viene ricambiato.

Inferno V, 121-123

«Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria»

Si cita nei momenti di nostalgia o di perdita.

Inferno V, 136-138

«Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse»

Da qui viene l'aggettivo «galeotto», usato per qualcosa o qualcuno che fa nascere un amore.

Inferno XIII, 37-39

«Uomini fummo, e or siam fatti sterpi»

Si cita per descrivere una condizione di degrado o di perdita dell'umanità.

Inferno XXVI, 118-120

«Fatti non foste a viver come bruti»

È uno dei versi più citati per celebrare la sete di sapere e la dignità umana.

Inferno XXXIII, 73-75

«Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno»

Si cita come esempio di ambiguità poetica e di una delle pagine più tragiche della letteratura.

Inferno XXXIV, 136-139

«E quindi uscimmo a riveder le stelle»

Si usa per indicare l'uscita da un periodo buio o da una grande difficoltà.

Purgatorio I, 70-72

«Libertà va cercando, ch'è sì cara»

Si cita per esaltare il valore della libertà, morale e politica.

Purgatorio III, 121-123

«Orribil furon li peccati miei»

Si cita per parlare della misericordia e del perdono.

Purgatorio V, 133-136

«Ricorditi di me, che son la Pia»

È diventato il simbolo di una sofferenza discreta e di una richiesta di memoria.

Purgatorio VI, 76-78

«Ahi serva Italia, di dolore ostello»

Si cita nei discorsi sulla crisi politica e morale del paese.

Purgatorio VIII, 1-6

«Era già l'ora che volge il disio»

Si cita per descrivere la nostalgia del tramonto e della lontananza.

Purgatorio XI, 100-102

«Non è il mondan romore altro ch'un fiato di vento»

Si cita per ricordare quanto la fama sia passeggera.

Purgatorio XXIV, 52-54

«I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto»

Si cita per parlare dell'ispirazione poetica sincera.

Purgatorio XXX, 46-48

«Conosco i segni de l'antica fiamma»

Si dice quando si risente un amore o un'emozione che si credeva spenta.

Purgatorio XXXIII, 142-145

«Puro e disposto a salire a le stelle»

Si usa per indicare un nuovo inizio, liberi dal passato.

Paradiso I, 1-3

«La gloria di colui che tutto move»

Si cita per richiamare l'armonia dell'universo.

Paradiso III, 85-87

«E 'n la sua volontade è nostra pace»

È uno dei versi più citati sulla serenità e sull'accettazione.

Paradiso XVII, 58-60

«Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui»

Si cita per descrivere l'amarezza di chi è costretto a dipendere dagli altri, lontano da casa.

Paradiso XXII, 151-153

«L'aiuola che ci fa tanto feroci»

Si cita per ridimensionare le guerre e le ambizioni umane.

Paradiso XXXIII, 1-3

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio»

È una delle preghiere più celebri della letteratura italiana.

Paradiso XXXIII, 142-145

«L'amor che move il sole e l'altre stelle»

Si cita per chiudere con l'idea di un amore universale che regge il mondo.