Le tre fiere sbarrano a Dante la salita al colle, mentre alle sue spalle compare Virgilio
Inferno · Selva oscura e colle
Inferno, Canto I
«Nel mezzo del cammin di nostra vita…»
Dante si smarrisce in una selva oscura, tenta di salire un colle illuminato dal sole ed è respinto da tre fiere. Lo soccorre l'ombra di Virgilio, che gli annuncia un altro cammino: attraverso l'Inferno e il Purgatorio, fino a Beatrice.
A metà della nostra esistenza terrena mi trovai a vagare in una buia foresta, nella condizione di chi ha smarrito la via del retto vivere.
A metà del cammino della nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, perché la via diritta era perduta.
4
Ahi quanto a dir qual era è cosa duraBesta selva selvaggia e aspra e forteCche nel pensier rinova la paura!B
Mi è assai difficile descrivere questa selva inospitale, irta di ostacoli e ardua da attraversare, che al solo pensarci risuscita in me lo sgomento.
Ah, quanto è difficile dire com'era questa selva selvaggia, aspra e impenetrabile, che al solo pensarci rinnova la paura!
7
Tant'è amara che poco è più morte;Cma per trattar del ben ch'i' vi trovai,Ddirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.C
Il tormento che provoca è di poco inferiore all’angoscia della morte; ma per giungere a parlare del bene incontratovi, dirò prima delle altre cose che in essa ho vedute.
È tanto amara che la morte lo è poco di più; ma per parlare del bene che vi trovai, dirò delle altre cose che vi ho visto.
10
Io non so ben ridir com'i' v'intrai,Dtant'era pien di sonno a quel puntoEche la verace via abbandonai.D
Non sono in grado di spiegare il modo in cui vi entrai, tanto la mia mente era ottenebrata dall’errore, quando abbandonai il cammino della verità.
Io non so ridire bene come vi entrai, tanto ero pieno di sonno in quel momento in cui abbandonai la via della verità.
13
Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,Elà dove terminava quella valleFche m'avea di paura il cor compunto,E
16
guardai in alto, e vidi le sue spalleFvestite già de' raggi del pianetaGche mena dritto altrui per ogne calle.F
Ma, giunto alle pendici di un colle, dove terminava la selva che mi aveva trafitto il cuore di angoscia, volsi lo sguardo in alto, e vidi i declivi presso la cima già illuminati dai raggi dell’astro (il sole) che guida secondo verità ciascuno nel suo cammino.
Ma dopo che fui giunto ai piedi di un colle, là dove finiva quella valle che mi aveva trafitto il cuore di paura, guardai in alto e vidi le sue pendici già vestite dei raggi del pianeta (il sole) che guida diritto ognuno per ogni strada.
19
Allor fu la paura un poco quetaGche nel lago del cor m'era durataHla notte ch'i' passai con tanta pieta.G
Allora la paura che, per tutta la notte da me trascorsa in così compassionevole affanno, mi aveva attanagliato nel profondo del cuore, placò in parte la sua violenza.
Allora si calmò un poco la paura che mi era durata nel profondo del cuore per tutta la notte che passai con tanta angoscia.
22
E come quei che con lena affannataHuscito fuor del pelago a la rivaIsi volge a l'acqua perigliosa e guata,H
25
così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,Isi volse a retro a rimirar lo passoJche non lasciò già mai persona viva.I
E con l’aspetto del naufrago che, appena raggiunta con affannoso respiro la terraferma, si volge ad abbracciare con lo sguardo crucciato l’immensità degli elementi scatenati, mi volsi indietro, con l’animo ancora atterrito, a rimirare la impervia plaga da cui nessun essere vivente riuscì mai a venir fuori.
E come colui che, con il respiro affannato, uscito fuori dal mare alla riva, si volta verso l'acqua pericolosa e la guarda fisso, così il mio animo, che ancora fuggiva, si volse indietro a guardare di nuovo quel passaggio che non lasciò mai uscire nessuno vivo.
28
Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,Jripresi via per la piaggia diserta,Ksì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.J
Dopo aver riposato un poco il corpo stanco, ripresi (senza interruzioni) la mia salita lungo il pendio desolato, in modo che il piede fermo era sempre più basso rispetto a quello in movimento.
Dopo che ebbi riposato un poco il corpo stanco, ripresi la strada per il pendio deserto, così che il piede fermo era sempre quello più in basso.
31
Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,Kuna lonza leggera e presta molto,Lche di pel macolato era coverta;K
34
e non mi si partia dinanzi al volto,Lanzi 'mpediva tanto il mio cammino,Mch'i' fui per ritornar più volte vòlto.L
Ma, giunto quasi all’inizio della salita vera e propria, ecco apparirmi una lince snella e veloce, dal manto chiazzato: essa non si allontanava dal mio cospetto, ma al contrario ostacolava a tal punto il mio procedere, che più di una volta fui sul punto di tornarmene indietro.
Ed ecco, quasi all'inizio della salita, una lonza agile e molto veloce, che era coperta di pelo maculato; e non si allontanava dalla mia vista, anzi impediva tanto il mio cammino che più volte fui sul punto di tornare indietro.
37
Temp'era dal principio del mattino,Me 'l sol montava 'n sù con quelle stelleNch'eran con lui quando l'amor divinoM
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mosse di prima quelle cose belle;Nsì ch'a bene sperar m'era cagioneOdi quella fiera a la gaetta pelleN
43
l'ora del tempo e la dolce stagione;Oma non sì che paura non mi dessePla vista che m'apparve d'un leone.O
Era l’alba e il sole saliva in cielo nella costellazione dell’Ariete, con la quale si era trovato in congiunzione allorché Iddio creò, imprimendo loro il movimento, gli astri; per questa ragione erano per me auspicio di vittoria su quella belva dalla pelle screziata l’ora mattutina e la primavera (la dolce stagione: il sole è nel segno dell’Ariete appunto in questa stagione), non tanto tuttavia da far sì ch’io non restassi nuovamente atterrito all’apparizione di un leone.
Era l'inizio del mattino, e il sole saliva in alto con quelle stelle che erano con lui quando l'amore divino mise in movimento per la prima volta quelle cose belle; così l'ora del giorno e la dolce stagione mi davano motivo di sperare bene riguardo a quella fiera dalla pelle screziata; ma non tanto che non mi facesse paura la vista di un leone che mi apparve.
46
Questi parea che contra me venissePcon la test'alta e con rabbiosa fame,Qsì che parea che l'aere ne tremesse.P
Questo sembrava venirmi incontro rabbioso e famelico, col capo eretto, e diffondeva intorno a sé tanto spavento che l’aria stessa sembrava rabbrividirne.
Sembrava che questo venisse contro di me con la testa alta e con una fame rabbiosa, tanto che sembrava che l'aria ne tremasse.
49
Ed una lupa, che di tutte brameQsembiava carca ne la sua magrezza,Re molte genti fé già viver grame,Q
52
questa mi porse tanto di gravezzaRcon la paura ch'uscia di sua vista,Sch'io perdei la speranza de l'altezza.R
E (oltre al leone) una lupa, nella cui macilenta figura covavano brame insaziabili, e che già molte genti aveva reso infelici, mi oppresse di tale sbigottimento con il suo aspetto, che disperai di raggiungere la cima del colle.
E una lupa, che nella sua magrezza sembrava carica di tutte le brame, e che già fece vivere infelici molte genti, questa mi diede tanto peso di angoscia, con la paura che usciva dal suo aspetto, che io persi la speranza di arrivare in cima.
55
E qual è quei che volontieri acquista,Se giugne 'l tempo che perder lo face,Tche 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;S
58
tal mi fece la bestia sanza pace,Tche, venendomi 'ncontro, a poco a pocoUmi ripigneva là dove 'l sol tace.T
E come colui che, avido di guadagni, quando arriva il momento che gli fa perdere ciò che ha acquistato, si cruccia e si addolora nel profondo del suo animo, tale mi rese la insaziabile lupa, che, dirigendosi verso di me, mi respingeva nuovamente verso la selva, là dove il sole non penetra con i suoi raggi.
E come colui che accumula volentieri, e arriva il momento che gli fa perdere tutto, e in tutti i suoi pensieri piange e si rattrista, tale mi rese la bestia senza pace, che, venendomi incontro, a poco a poco mi respingeva là dove il sole tace.
61
Mentre ch'i' rovinava in basso loco,Udinanzi a li occhi mi si fu offertoVchi per lungo silenzio parea fioco.U
Mentre stavo precipitando in basso, mi apparve all’improvviso colui che, per essere stato a lungo silenzioso, sembrava ormai incapace di far intendere la sua voce.
Mentre precipitavo verso il basso, davanti agli occhi mi si presentò uno che, per il lungo silenzio, sembrava avere la voce debole.
64
Quando vidi costui nel gran diserto,V«Miserere di me», gridai a lui,W«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».V
Quando lo scorsi nella grande solitudine, implorai il suo aiuto: «Abbi pietà di me, chiunque tu sia, fantasma o uomo in carne ed ossa!».
Quando lo vidi in quel grande deserto, gli gridai: «Abbi pietà di me, chiunque tu sia, ombra oppure uomo vero!».
67
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,We li parenti miei furon lombardi,Xmantoani per patria ambedui.W
Mi rispose: «Non sono vivo, ma lo sono stato, e i miei genitori furono entrambi lombardi, originari di Mantova.
Mi rispose: «Non sono un uomo, lo fui un tempo, e i miei genitori furono lombardi, tutti e due mantovani di patria.
70
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,Xe vissi a Roma sotto 'l buono AugustoYnel tempo de li dèi falsi e bugiardi.X
Vidi la luce mentre era ancora in vita Giulio Cesare, benché troppo tardi (per esserne conosciuto e apprezzato), e vissi a Roma al tempo di Ottaviano Augusto, principe di gran valore, in un’età in cui vigeva il culto di divinità non vere e ingannevoli.
Nacqui al tempo di Giulio Cesare, anche se tardi, e vissi a Roma sotto il buon Augusto, al tempo degli dèi falsi e bugiardi.
73
Poeta fui, e cantai di quel giustoYfigliuol d'Anchise che venne di Troia,Zpoi che 'l superbo Ilión fu combusto.Y
Fui poeta, e celebrai in versi le imprese di quel paladino della giustizia (Enea), figlio di Anchise, che venne da Troia (a stabilirsi in Italia), dopo che la superba città fu incendiata.
Fui poeta, e cantai di quel giusto figlio di Anchise (Enea) che venne da Troia dopo che la superba Ilio fu bruciata.
76
Ma tu perché ritorni a tanta noia?Zperché non sali il dilettoso monteAAch'è principio e cagion di tutta gioia?».Z
Ma tu perché vuoi ridiscendere a tanta pena, giù nella valle? Perché non ascendi invece il gaudioso colle, dispensatore e origine di ogni perfetta letizia?».
Ma tu perché ritorni verso tanta angoscia? Perché non sali il monte piacevole che è principio e causa di ogni gioia?».
79
«Or se' tu quel Virgilio e quella fonteAAche spandi di parlar sì largo fiume?»,ABrispuos'io lui con vergognosa fronte.AA
«Sei proprio tu», risposi reverente ed umile, «il grande Virgilio, sorgente copiosa d’inesauribile poesia?
«Sei dunque tu quel Virgilio, quella fonte che spande un così largo fiume di parole?», gli risposi con la fronte bassa per la vergogna.
82
«O de li altri poeti onore e lumeABvagliami 'l lungo studio e 'l grande amoreACche m'ha fatto cercar lo tuo volume.AB
O tu che onori e illumini chiunque coltivi l’arte del poetare, mi acquistino la tua benevolenza l’assidua consuetudine e il grande amore che mi ha spinto ad accostarmi alla tua opera.
«O onore e luce degli altri poeti, mi valgano il lungo studio e il grande amore che mi hanno fatto cercare il tuo libro.
85
Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;ACtu se' solo colui da cu' io tolsiADlo bello stilo che m'ha fatto onore.AC
Tu sei lo scrittore e il maestro che ha avuto su di me autorità indiscussa; sei l’unico dal quale ho appreso il bello scrivere che mi ha arrecato fama.
Tu sei il mio maestro e il mio autore; tu sei il solo da cui io presi lo stile bello che mi ha fatto onore.
88
Vedi la bestia per cu' io mi volsi:ADaiutami da lei, famoso saggio,AEch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».AD
Guarda la lupa che mi ha fatto tornare sui miei passi: chiedo il tuo aiuto, famoso sapiente, poiché essa mi fa tremare di paura in ogni fibra».
Guarda la bestia per cui sono tornato indietro: aiutami contro di lei, famoso saggio, perché mi fa tremare le vene e i polsi».
91
«A te convien tenere altro viaggio»,AErispuose poi che lagrimar mi vide,AF«se vuo' campar d'esto loco selvaggio:AE
Virgilio, reso pietoso dalle mie lagrime: «Tu devi, se vuoi uscire da questo luogo impervio, seguire un’altra strada:
«A te conviene fare un altro viaggio», rispose dopo che mi vide piangere, «se vuoi scampare da questo luogo selvaggio:
94
ché questa bestia, per la qual tu gride,AFnon lascia altrui passar per la sua via,AGma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;AF
perché la belva, per la quale tanto ti lamenti, ostacola il cammino a chiunque in essa si imbatte, perseguitandolo senza tregua sino ad ucciderlo;
perché questa bestia, per la quale tu gridi, non lascia passare nessuno per la sua strada, ma lo ostacola tanto da ucciderlo;
97
e ha natura sì malvagia e ria,AGche mai non empie la bramosa voglia,AHe dopo 'l pasto ha più fame che pria.AG
e tanto perversa e malvagia è la sua indole, che nulla può placarne le smodate cupidigie e, invece di saziarla, il cibo ne accresce gli appetiti.
e ha una natura così malvagia e perversa che non riempie mai la sua voglia bramosa, e dopo il pasto ha più fame di prima.
100
Molti son li animali a cui s'ammoglia,AHe più saranno ancora, infin che 'l veltroAIverrà, che la farà morir con doglia.AH
Numerosi sono gli animali ai quali si accoppia, e il loro numero è destinato a crescere, fino alla venuta (in veste di liberatore) di un Veltro, che la ucciderà crudelmente.
Molti sono gli animali con cui si accoppia, e saranno ancora di più, finché verrà il veltro, che la farà morire con dolore.
103
Questi non ciberà terra né peltro,AIma sapienza, amore e virtute,AJe sua nazion sarà tra feltro e feltro.AI
Né il potere né la ricchezza saranno il suo nutrimento, ma soltanto le qualità della mente e dell’animo, e la sua nascita avverrà tra poveri panni.
Questo non si nutrirà di terre né di denaro, ma di sapienza, amore e virtù, e la sua nascita sarà tra feltro e feltro.
106
Di quella umile Italia fia saluteAJper cui morì la vergine Cammilla,AKEurialo e Turno e Niso di ferute.AJ
Sarà la salvezza di quella Italia, ora umiliata, per la quale si immolarono in combattimento la giovinetta Camilla, Eurialo e Turno e Niso.
Sarà la salvezza di quell'umile Italia per cui morirono di ferite la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso.
109
Questi la caccerà per ogne villa,AKfin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,ALlà onde 'nvidia prima dipartilla.AK
Egli darà la caccia alla lupa in ogni città, fino a costringerla a tornarsene nella sua sede naturale, l’inferno, da dove Lucifero, odio primigenio, la fece uscire.
Questo la caccerà per ogni città, finché l'avrà rimessa nell'inferno, da dove l'invidia per la prima volta la fece partire.
112
Ond'io per lo tuo me' penso e discernoALche tu mi segui, e io sarò tua guida,AMe trarrotti di qui per loco etterno,AL
115
ove udirai le disperate strida,AMvedrai li antichi spiriti dolenti,ANch'a la seconda morte ciascun grida;AM
118
e vederai color che son contentiANnel foco, perché speran di venireAOquando che sia a le beate genti.AN
Perciò penso e giudico che, per la tua salvezza, tu mi debba seguire, e io sarò tua guida, e ti condurrò da qui nel luogo della pena eterna, dove udrai i disperati lamenti dei malvagi, vedrai gli spiriti di coloro che, fin dalla più remota antichità, soffrono per l’inappellabile dannazione; e vedrai coloro che sono contenti di espiare le loro colpe nei tormenti purificatori del purgatorio, certi di salire prima o poi al cielo.
Perciò io, per il tuo meglio, penso e giudico che tu mi segua, e io sarò la tua guida, e ti trarrò di qui attraverso un luogo eterno, dove udrai le grida disperate, vedrai gli spiriti antichi che soffrono, ciascuno dei quali invoca la seconda morte; e vedrai coloro che sono contenti nel fuoco, perché sperano di arrivare, quando che sia, tra le genti beate.
121
A le quai poi se tu vorrai salire,AOanima fia a ciò più di me degna:APcon lei ti lascerò nel mio partire;AO
124
ché quello imperador che là sù regna,APperch'i' fu' ribellante a la sua legge,AQnon vuol che 'n sua città per me si vegna.AP
127
In tutte parti impera e quivi regge;AQquivi è la sua città e l'alto seggio:ARoh felice colui cu' ivi elegge!».AQ
Se tu vorrai giungere fin lassù, un’anima più nobile di me ti accompagnerà: con lei ti lascerò al momento del mio distacco; poiché Dio, che lassù regna, non permette che qualcuno possa penetrare nella sua città (tra i beati) senza essere stato in terra sottomesso alla sua legge (cioè cristiano).
Se poi vorrai salire fino a queste, ci sarà un'anima più degna di me per farlo: con lei ti lascerò quando me ne andrò; perché quell'imperatore che regna lassù, poiché io fui ribelle alla sua legge, non vuole che si entri nella sua città per mezzo mio. Comanda in tutto l'universo e lassù governa direttamente; lassù è la sua città e l'alto trono: oh, felice colui che egli sceglie per stare lì!».
130
E io a lui: «Poeta, io ti richeggioARper quello Dio che tu non conoscesti,ASacciò ch'io fugga questo male e peggio,AR
Dio è in ogni luogo sovrano onnipotente e ha nel cielo la sua sede; qui si trovano la sua città e l’eccelso trono: felice colui che Dio sceglie perché risieda in cielo».
E io a lui: «Poeta, io ti chiedo, per quel Dio che tu non conoscesti, perché io sfugga a questo male e a uno peggiore,
133
che tu mi meni là dov'or dicesti,ASsì ch'io veggia la porta di san PietroATe color cui tu fai cotanto mesti».AS
Ed io: «Poeta, ti chiedo in nome di quel Dio che non hai potuto conoscere, per la mia salvezza temporale ed eterna, di condurmi là dove ora hai detto, tanto che io possa vedere la porta del paradiso e le anime che dici immerse in così grandi pene».
che tu mi conduca là dove hai detto ora, così che io veda la porta di san Pietro e coloro che tu descrivi così afflitti».
136
Allor si mosse, e io li tenni dietro.AT
Virgilio si incamminò, e io lo seguii.
Allora si mosse, e io gli andai dietro.
Riassunto del canto I
Riassunto
Nella primavera del 1300, a 35 anni, l'età che egli considera il punto di mezzo della vita umana, Dante inizia il suo viaggio nell'oltretomba. Irretito in una vita peccaminosa (la selva oscura), non riesce a trovare da solo la via del bene. La selva lo riempie di terrore, perché è un chiaro preannuncio della dannazione della sua anima. Non saprebbe nemmeno ricostruire come si sia allontanato dalla vita virtuosa: quando cominciò a peccare, privo della luce della ragione (pieno di sonno), non era più in grado di distinguere il bene dal male.
Giunto ai piedi di un colle (simbolo della vita virtuosa e della felicità terrena), Dante ne vede la cima illuminata dal sole (simbolo della Grazia divina) e si sente rinfrancato, come un naufrago che, approdato a riva, si volta a guardare il mare da cui è scampato. Comincia a salire, ma tre fiere lo ostacolano: la lonza, il leone e la lupa. Sono allegorie di tre peccati (lussuria, superbia, avarizia) oppure, secondo altri interpreti, delle tre disposizioni al peccato indicate da Aristotele (frode, violenza o «matta bestialitade», incontinenza). La lupa lo respinge a poco a poco verso la selva e Dante dispera di raggiungere la vetta.
Gli appare allora l'ombra di Virgilio (simbolo della ragione umana), che gli annuncia la venuta di un misterioso veltro destinato a ricacciare la lupa nell'Inferno. Per salvarsi, Dante dovrà seguire un altro cammino: visitare sotto la sua guida il regno dei dannati e quello delle anime purganti. Per salire al regno dei beati, Virgilio dovrà affidarlo a un'anima più degna, Beatrice (simbolo della teologia e della Grazia). Dante accetta, e i due si mettono in cammino.
Schema
vv. 1-12
Lo smarrimento nella selvaDante si ritrova nella selva oscura e non sa dire come vi sia entrato.
vv. 13-30
Il colle illuminatoAi piedi del colle vede la cima illuminata dal sole e riprende coraggio, come un naufrago.
vv. 31-60
Le tre fiereLonza, leone e lupa gli sbarrano la strada; la lupa lo respinge verso la selva.
vv. 61-99
L'incontro con VirgilioAppare un'ombra: è Virgilio. Dante chiede aiuto; Virgilio descrive la lupa.
vv. 100-111
La profezia del veltroUn veltro, nutrito di sapienza, amore e virtù, ricaccerà la lupa nell'Inferno.
vv. 112-136
Il viaggio annunciatoVirgilio guiderà Dante tra dannati e penitenti; poi lo affiderà a un'anima più degna.
Per l'interrogazione
Il canto I è il proemio di tutta la Commedia: 1 + 33 + 33 + 33 = 100 canti.
Il viaggio comincia nella notte del Venerdì santo del 1300, anno del primo Giubileo.
Ogni elemento ha un senso letterale e uno allegorico: selva, colle, sole, fiere, Virgilio.
Due similitudini speculari: il naufrago (speranza) e l'avaro che perde tutto (disperazione).
La profezia del veltro è volutamente oscura e non ha un'interpretazione condivisa.
I simboli del canto
Elemento
Senso letterale
Senso allegorico
Versi
Selva oscura
Un bosco buio e intricato
Il peccato, lo smarrimento morale
vv. 1-12
Colle
Un'altura illuminata
La vita virtuosa, la felicità terrena
vv. 13-18
Sole
L'astro che sorge
La Grazia divina che guida l'uomo
vv. 16-18
Lonza
Felino maculato e agile
Lussuria (o frode)
vv. 31-43
Leone
Belva a testa alta, affamata
Superbia (o violenza)
vv. 44-48
Lupa
Bestia magrissima e insaziabile
Avarizia, cupidigia (o incontinenza)
vv. 49-60
Virgilio
Il poeta latino dell'Eneide
La ragione umana, la filosofia
vv. 61-136
Veltro
Cane levriero da caccia
Un salvatore atteso, di identità discussa
vv. 100-111
Versi famosi di questo canto
«Nel mezzo del cammin di nostra vita»
vv. 1-3
OggiSi usa per indicare la mezza età o un momento di bilancio e di crisi nella propria vita.
Il primo canto non appartiene propriamente all'Inferno: è l'introduzione all'intera Commedia. Per questo l'Inferno ha 34 canti e le altre due cantiche 33, per un totale di 100, numero della perfezione. Qui Dante fissa il tema (la salvezza dell'anima), il protagonista (lui stesso, ma come rappresentante di ogni uomo: «nostra vita») e la guida.
Allegoria e realtà
Ogni elemento ha due livelli. La selva è un bosco e insieme il peccato; il colle è un rilievo e insieme la vita virtuosa. Virgilio, però, non è solo un simbolo: è il poeta realmente vissuto, che Dante ammira come «maestro» e «autore». È la differenza tra l'allegoria pura (le fiere) e la figura storica che porta un significato (Virgilio, Beatrice).
Le due similitudini
«E come quei che con lena affannata / uscito fuor del pelago a la riva…»
Il naufrago scampato (vv. 22-27) esprime il sollievo e la paura che resta. L'avaro che perde in un momento quanto ha accumulato (vv. 55-60) esprime la disperazione. Le due immagini dividono il canto in un movimento di salita e uno di ricaduta.
Un tempo simbolico
È l'alba e il sole è nella costellazione dell'Ariete, dove secondo la tradizione si trovava al momento della Creazione. Primavera e mattino sono un «tempo della rinascita»: lo stesso giorno in cui Cristo morì per salvare l'umanità comincia il viaggio di salvezza di Dante.
Lingua e stile
Il registro è grave e meditativo, carico di echi biblici: il primo verso riprende Isaia (38,10) e il Salmo 89, che fissa a settant'anni la durata della vita. Si mescolano latinismi («Miserere», «sub Iulio»), forme toscane antiche («sanza», «vegna») e immagini sensoriali come la sinestesia «là dove 'l sol tace» (v. 60).
La metrica
Endecasillabi in terzine a rima incatenata (ABA BCB CDC…): il verso centrale di ogni terzina fornisce la rima alla successiva, e il canto si chiude con un verso isolato che rima con il centrale dell'ultima terzina. Attiva «Schema delle rime» nella scheda Testo e parafrasi per vederlo verso per verso.
Al livello Liceo trovi anche l'introduzione critica completa.
Introduzione critica
Per opinione unanime dei critici i canti introduttivi della Divina Commedia, mentre ci darebbero la chiave interpretativa di tutto il poema, non riuscirebbero a raggiungere una persuasiva individuazione di personaggi, caratteri, situazioni. Il giudizio del Croce sul primo canto può rendere ragione di questa valutazione negativa: " Specialmente il primo canto dà qualche impressione di stento: con quel "mezzo del cammino" della vita, in cui ci si ritrova in una selva che non è selva, e si vede un colle che non è un colle, e si mira un sole che non è il sole, e s’incontrano tre fiere, che sono e non sono fiere, e la più minaccevole di esse è magra per le brame che la divorano e, non si sa come, " a vivere grame molte genti". Tanta severità non è certo fatta per invogliare alla lettura chi intenda accostarsi al « poema sacro " per la via additata dal suo autore, affrontando cioè per prima cosa l’intrico di simboli che ne adombrano il mistico significato. Una più cordiale adesione alla parola del Poeta, pur nel suo laborioso maturare, gioverebbe senz’altro meglio allo scopo. L’ostacolo maggiore per noi, nel seguire Dante agli esordi del suo capolavoro, è senza dubbio costituito dall’allegoria, questo schema interpretativo che è stato argutamente definito da uno storico la « pianta parassita nella serra della tarda antichità " e che ritroviamo in tutte le manifestazioni dell’arte del medioevo. La nostra mentalità positiva, tutta volta al concreto e all’"effettuale", ben difficilmente trova di che nutrirsi nel miracoloso tessuto di rispondenze che la mente medievale scorgeva dappertutto nell’universo. Perduto il senso del "sacro", stentiamo a scorgere nelle cose la traccia di un Creatore, la misura di un ordine sottratto al fluttuare degli eventi. Ai tempi di Dante non era così. Il linguaggio dei simboli era di dominio comune, l’uomo era avido di "interpretazioni" che colmassero l’infinita distanza che lo separava da Dio. Ma anche a noi l’allegoria non può non apparire legittimata in pieno, là dove crea un linguaggio autonomo, non vincolato alla lettura " in chiave " che essa propone. Se cioè essa non esaurisce le sue risorse espressive nella delimitazione del proprio ambito di concetti, ma anzi, come quasi sempre in Dante, conferisce alla parola, coll’immetterla in una prospettiva infinita, una dimensione espressiva che altrimenti non avrebbe, allora dobbiamo riconoscerle il diritto a una considerazione non prevenuta sul piano della poesia. Forse la poesia dei canti introduttivi della Commedia va cercata nel tono particolarissimo che l’uso dell’allegoria conferisce alla parola di Dante: tono severo, assorto, meditativo in cui rivive, riportato entro una prospettiva medievale, l’alta ispirazione dell’Antico Testamento." Il verso con cui si apre l’Inferno, e insieme la Divina Commedia, emerge da una memoria tutta percorsa da echi biblici e profetici. Il testo di Isaia " ego dixi in dimidio dierum meorum vadam ad portas inferi " (XXXVIII, 10), direttamente citato dalle parole di Dante, e il testo del Salmo LXXXIX, 10 "dies annorum nostrorum septuaginta anni ", da esse indirettamente alluso, evocano un’atmosfera solenne in cui il discorso acquista come una dignità liturgica, il sigillo sacro di un annunzio misterioso.» (Getto).
Osservazioni analoghe si possono estendere al I canto nel suo complesso.
Tra i momenti lirici di più agevole lettura spiccano, in questo canto, il drammatico paragone del naufrago, la paradisiaca apparizione della luce sulla cima del colle, la dolente elegia di Virgilio consapevole di essere per sempre bandito dal premio dei beati (oh felice colui cu’ ivi elegge!). Dal canto suo la rappresentazione delle fiere, pur rispondendo a criteri allegorici, è tutt’altro che fredda e classificatoria. Non possiamo vedere in esse soltanto " tre motivi da miniatura medievale e da bestiario".
Ancora il Getto, svolgendo alcuni spunti chiarificatori del Momigliano, per il quale nella presentazione delle tre fiere "si rivela la capacità di Dante di cogliere le linee significative di un essere vivente, di darne, per così dire, la definizione pittorica", precisa: "Dante non ci presenta degli animali rigidi, imbalsamati, ma al contrario degli animali in movimento, vivi... La lonza è tutta balzante leggerezza e morbida agilità e sferzante eleganza... Il leone, a sua volta, ha qualcosa di statuario, un’imponenza monumentale da cui si sprigiona però una forza compressa, una fierezza energica... La lupa, infine, assume un profilo nervoso, sfinito e teso a un tempo... Essa è definita come la bestia sanza pace: un tratto che, di nuovo, coglie l’intimità e insieme il gesto dell’animale, il suo istinto e il suo agire, l’insaziabile cercare".
È vero che le tre fiere sono nate nella fantasia del Poeta non da una presa diretta di contatto con la natura, ma da una sentita rielaborazione della Sacra Scrittura (Geremia, lamentando la corruzione del regno di Giuda, dice: "Ecco perché il leone della foresta li uccide, il lupo del deserto li sbrana, il leopardo è in agguato davanti alle loro città"; V, 6). Ma - conclude il Getto - "l’operazione poetica svolta da Dante" consiste qui in una "ricerca che è simultaneamente intellettuale ed estetica", così che, "come nel linguaggio biblico, in genere, e soprattutto in quello profetico, si determina una specie di continuo spostamento dal primo piano dell’immagine a quello più lontano e segreto del pensiero". Si trattava "da un lato di umanizzare, di rendere passionali, viziose le tre fiere, e d’altro lato di dare alle sue idee di peccati un carattere bestiale, sottolineandone l’aspetto disumano, ferino". La coordinazione tra figura e figurato non è pertanto riuscita arbitraria sul piano della poesia.
Personaggi del canto I
Protagonista e narratore
Dante
Ha 35 anni, è smarrito e terrorizzato. È insieme l'autore che ricorda e il personaggio che vive l'esperienza: in lui si riconosce ogni uomo peccatore che cerca la salvezza.
Tutto il canto
Guida
Virgilio
Poeta latino (70-19 a.C.), autore dell'Eneide. Per Dante è maestro di stile e simbolo della ragione umana, che può condurre l'uomo fino alle soglie della salvezza ma non oltre, perché non ha conosciuto la fede.
vv. 61-136
Prima fiera
La lonza
Leggera, veloce, dal pelo maculato. Non attacca: si limita a ostacolare, a non togliersi di mezzo. Simbolo della lussuria.
vv. 31-43
Seconda fiera
Il leone
Avanza a testa alta, con fame rabbiosa: è una minaccia monumentale, quasi immobile nella sua potenza. Simbolo della superbia.
vv. 44-48
Terza fiera
La lupa
Magra e carica di ogni brama, «sanza pace»: più mangia, più ha fame. È lei a ricacciare Dante verso la selva. Simbolo dell'avarizia.
vv. 49-60, 94-111
Figura profetica
Il veltro
Non compare: Virgilio ne annuncia la venuta. Disprezzerà terre e denaro, si nutrirà di sapienza, amore e virtù e salverà l'Italia.
vv. 100-111
Approfondimenti
Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.
Al livello Approfondito trovi un'altra scheda, con le fonti e il dibattito critico.
vv. 1-3Nel mezzo del cammin di nostra vitami ritrovai per una selva oscuraché la diritta via era smarrita.Leggi nel testo
La Commedia non nasce dal nulla. Il Medioevo conosceva un vero genere letterario, le visioni e i viaggi nell'aldilà: racconti in cui un vivo visita il regno dei morti e torna per raccontarlo. Accanto a questi esisteva il viaggio allegorico, in cui l'avventura serve a insegnare una verità morale. Dante riprende entrambi gli schemi.
Due testi del Duecento sono particolarmente vicini al Canto I. Nel Detto del gatto lupesco, un poemetto anonimo fiorentino, il narratore cammina assorto nei suoi pensieri, perde la strada maestra e incontra delle belve. Nel Tesoretto di Brunetto Latini il protagonista, sconvolto dalla notizia dell'esilio, si smarrisce in una «selva diversa», cioè strana, e ne esce grazie all'aiuto di Natura; più avanti lo guida il poeta latino Ovidio.
Dante conosceva bene il Tesoretto: Brunetto fu il suo maestro, e lo ritroverà nel canto XV. Il confronto mostra il suo metodo: prende uno schema diffuso e lo trasforma dall'interno. La selva di Brunetto è un episodio della sua vita; quella di Dante è la condizione di ogni uomo, come dice il possessivo del primo verso: «nostra vita».
vv. 31-36Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,una lonza leggera e presta molto,che di pel macolato era coverta;e non mi si partia dinanzi al volto,anzi 'mpediva tanto il mio cammino,ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.Leggi nel testo
Dante non ha osservato una lince, un leone e una lupa dal vero: le ha trovate nella Bibbia. Il profeta Geremia (5,6), denunciando la corruzione di Gerusalemme, annuncia che un leone, un lupo e un leopardo faranno strage di chi ha abbandonato la legge di Dio. Le stesse tre bestie, in un ordine diverso, diventano per Dante gli ostacoli tra l'uomo e la salvezza.
Anche il primo verso ha una fonte biblica: Isaia (38,10) fa dire al re Ezechia, gravemente malato, «a metà dei miei giorni andrò alle porte degli inferi». E il Salmo 89 fissa a settant'anni la durata della vita: per questo a 35 anni si è «nel mezzo del cammin». L'apertura della Commedia suona così come una profezia, non come il racconto di un'avventura privata.
vv. 100-105Molti son li animali a cui s'ammoglia,e più saranno ancora, infin che 'l veltroverrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro,ma sapienza, amore e virtute,e sua nazion sarà tra feltro e feltro.Leggi nel testo
La profezia del veltro è volutamente oscura, e da sette secoli i commentatori propongono soluzioni diverse. Nessuna è stata dimostrata; per l'interrogazione conviene conoscere le principali e saper dire perché il passo resta aperto.
Il veltro potrebbe essere Cangrande della Scala, signore di Verona e protettore di Dante: «tra feltro e feltro» indicherebbe il territorio tra Feltre e Montefeltro. Oppure un imperatore capace di riportare ordine in Italia, come Dante sperò in Arrigo VII; un papa riformatore; Cristo nel giorno del giudizio, o una figura spirituale che si nutre di «sapienza, amore e virtute». Qualcuno ha pensato a Dante stesso, o al suo poema, che con la parola combatte la corruzione.
Allegoria
Inferno · Canto I
Leggere su quattro livelli
Nell'Epistola XIII, la lettera con cui dedica il Paradiso a Cangrande della Scala, Dante spiega che il poema è «polisemo», cioè ha più significati. L'autenticità della lettera è discussa, ma la teoria era comune nel Medioevo e veniva applicata alla Bibbia. Scegli un elemento del canto e guarda come cambia il suo significato a ogni livello.
Il senso morale riguarda la condotta del singolo lettore («che cosa devo fare?»), quello anagogico il destino ultimo dell'anima («dove andrò dopo la morte?»).
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Beatrice
L'«anima più degna» non è nominata: si presenterà nel canto successivo, spiegando perché ha mandato Virgilio. Apparirà davvero solo in cima al Purgatorio.