Nella prima bolgia i diavoli frustano ruffiani e seduttori; fra loro avanza regale Giasone
Inferno · VIII cerchio · Malebolge
Inferno, Canto XVIII
«Luogo è in inferno detto Malebolge…»
Scesi dalla groppa di Gerione, i due pellegrini si trovano sull’argine più esterno dell’ottavo cerchio, detto Malebolge e diviso in dieci avvallamenti concentrici.
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Testo e parafrasi del canto XVIII
Parafrasi
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1
Luogo è in inferno detto Malebolge,Atutto di pietra di color ferrigno,Bcome la cerchia che dintorno il volge.A
Vi è nell’inferno un luogo chiamato Malebolge, fatto interamente di una pietra del colore del ferro, come la parete rocciosa che tutt’intorno lo circonda.
C'è un luogo nell'inferno chiamato Malebolge, tutto di pietra color ferro, come la parete che lo circonda tutt'intorno.
4
Nel dritto mezzo del campo malignoBvaneggia un pozzo assai largo e profondo,Cdi cui suo loco dicerò l'ordigno.B
Proprio nel centro di questo piano malvagio si apre un pozzo molto largo e profondo, del quale descriverò la struttura quando sarà il momento.
Proprio nel centro di quella pianura malvagia si apre un pozzo molto largo e profondo, di cui descriverò la struttura al momento opportuno.
7
Quel cinghio che rimane adunque è tondoCtra 'l pozzo e 'l piè de l'alta ripa dura,De ha distinto in dieci valli il fondo.C
Quella fascia che resta tra il pozzo e la base dell’alta parete rocciosa è pertanto circolare, e ha la superficie suddivisa in dieci avvallamenti.
Quella fascia che resta tra il pozzo e il piede dell'alta parete dura è dunque rotonda, e ha il fondo diviso in dieci valli.
10
Quale, dove per guardia de le muraDpiù e più fossi cingon li castelli,Ela parte dove son rende figura,D
13
tale imagine quivi facean quelli;Ee come a tai fortezze da' lor sogliFa la ripa di fuor son ponticelli,E
16
così da imo de la roccia scogliFmovien che ricidien li argini e ' fossiGinfino al pozzo che i tronca e raccogli.F
Quale aspetto presenta, dove numerosi fossati circondano i castelli, per proteggerne le mura, il luogo in cui questi si trovano, tale figura offrivano lì quegli avvallamenti e come tali fortezze hanno dalle loro soglie fino alla riva esterna dell’ultimo fossato dei piccoli ponti, così dalla base della parete partivano ponti di pietra che attraversavano gli argini e i fossati fino al pozzo che li interrompe e nel quale convergono.
Come, là dove più fossati circondano i castelli per proteggere le mura, il luogo in cui si trovano presenta una certa figura, così erano disposti quelli (le bolge); e come in tali fortezze ci sono ponticelli che vanno dalle loro porte fino alla riva esterna, così dalla base della parete partivano ponti di roccia che attraversavano gli argini e i fossati fino al pozzo, che li interrompe e li raccoglie.
19
In questo luogo, de la schiena scossiGdi Gerion, trovammoci; e 'l poetaHtenne a sinistra, e io dietro mi mossi.G
In questo luogo ci venimmo a trovare, scesi dal dorso di Gerione; e Virgilio si diresse verso sinistra, e io mi avviai dietro di lui.
In questo luogo ci trovammo, scesi dalla schiena di Gerione; e il poeta andò a sinistra, e io mi mossi dietro.
22
A la man destra vidi nova pieta,Hnovo tormento e novi frustatori,Idi che la prima bolgia era repleta.H
Vidi verso destra nuovo dolore, pene mai prima vedute e fustigatori di nuovo genere, di cui il primo avvallamento era pieno.
Sulla destra vidi una nuova pena, un nuovo tormento e nuovi fustigatori, di cui era piena la prima bolgia.
25
Nel fondo erano ignudi i peccatori;Idal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,Jdi là con noi, ma con passi maggiori,I
28
come i Roman per l'essercito molto,Jl'anno del giubileo, su per lo ponteKhanno a passar la gente modo colto,J
31
che da l'un lato tutti hanno la fronteKverso 'l castello e vanno a Santo Pietro;Lda l'altra sponda vanno verso 'l monte.K
I dannati stavano nudi nel fondo: dalla metà della bolgia verso l’esterno procedevano in direzione contraria alla nostra, dall’altra parte camminavano nella nostra stessa direzione’, ma più velocemente’, come i Romani a causa della grande folla, nell’anno del giubileo, hanno trovato un espediente per far transitare la moltitudine sul ponte (di Castel Sant’Angelo), in modo che da un lato del ponte tutti avevano la fronte rivolta al Castello e si dirigevano verso San Pietro; dall’altro lato andavano verso il monte (Giordano: collina sta alla sinistra del Tevere).
Sul fondo i peccatori erano nudi; dal centro verso di noi venivano con la faccia rivolta a noi, dall'altra parte andavano nella nostra direzione, ma con passi più lunghi, come i Romani, a causa della grande folla, nell'anno del giubileo, hanno trovato il modo di far passare la gente sul ponte, così che da un lato tutti hanno la faccia rivolta verso il castello (Castel Sant'Angelo) e vanno a San Pietro; dall'altra parte vanno verso il monte.
34
Di qua, di là, su per lo sasso tetroLvidi demon cornuti con gran ferze,Mche li battien crudelmente di retro.L
Da tutte le parti, sulla buia pietra vidi diavoli cornuti con grandi fruste, che Ii percuotevano spietatamente sulla schiena.
Di qua e di là, sopra la roccia scura, vidi diavoli con le corna e con grandi fruste, che li picchiavano crudelmente da dietro.
37
Ahi come facean lor levar le berzeMa le prime percosse! già nessunoNle seconde aspettava né le terze.M
Ahi come facevano loro alzare le calcagna fin dai primi colpi! nessuno certo aspettava i secondi e i terzi.
Ah, come facevano alzare loro le gambe ai primi colpi! Nessuno aspettava i secondi né i terzi.
40
Mentr'io andava, li occhi miei in unoNfuro scontrati; e io sì tosto dissi:O«Già di veder costui non son digiuno».N
Mentre camminavo, il mio sguardo s’imbatté in uno di loro; e immediatamente dissi: "Non è la prima volta che vedo costui ";
Mentre camminavo, i miei occhi si incontrarono con quelli di uno; e io subito dissi: «Costui l'ho già visto».
43
Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;Oe 'l dolce duca meco si ristette,Pe assentio ch'alquanto in dietro gissi.O
perciò per poterlo osservare meglio mi fermai: e la mia cara guida si fermò con me, e acconsentì che tornassi un po’ indietro.
Per cui mi fermai per riconoscerlo; e la dolce guida si fermò con me, e mi permise di tornare un poco indietro.
46
E quel frustato celar si credettePbassando 'l viso; ma poco li valse,Qch'io dissi: «O tu che l'occhio a terra gette,P
E quel frustato credette di nascondersi abbassando il viso; ma a poco gli servì, poiché io gli dissi:
E quel frustato credette di nascondersi abbassando il viso; ma gli servì a poco, perché io dissi: «O tu che getti lo sguardo a terra,
49
se le fazion che porti non son false,QVenedico se' tu Caccianemico.RMa che ti mena a sì pungenti salse?».Q
" O tu che volgi lo sguardo a terra, se le tue fattezze non sono ingannevoli, tu sei Venedico Caccianemico:
se i lineamenti che hai non ingannano, tu sei Venedico Caccianemico. Ma che cosa ti porta a una salsa così piccante?».
52
Ed elli a me: «Mal volentier lo dico;Rma sforzami la tua chiara favella,Sche mi fa sovvenir del mondo antico.R
55
I' fui colui che la GhisolabellaScondussi a far la voglia del marchese,Tcome che suoni la sconcia novella.S
ma quale peccato ti conduce a così brucianti supplizi? " Ed egli: " Lo dico controvoglia; ma mi costringono le tue precise parole, che richiamano alla mia memoria la vita terrena. lo fui colui che indusse Ghisolabella a cedere alle brame del Marchese, comunque venga narrata questa turpe storia.
E lui a me: «Lo dico malvolentieri; ma mi costringe il tuo parlare chiaro, che mi fa ricordare il mondo di un tempo. Io fui colui che condussi la Ghisolabella a soddisfare il desiderio del marchese, comunque si racconti la storia vergognosa.
58
E non pur io qui piango bolognese;Tanzi n'è questo luogo tanto pieno,Uche tante lingue non son ora appreseT
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a dicer 'sipa' tra Sàvena e Reno;Ue se di ciò vuoi fede o testimonio,Vrècati a mente il nostro avaro seno».U
Ma non sono il solo bolognese che qui dolorosamente sconta la sua colpa; al contrario, questo luogo è così pieno di Bolognesi, che attualmente non vi sono tante lingue avvezze a dire "sia" tra i fiumi Sàvena e Reno; e se di questo fatto vuoi una prova sicura, ricordati del nostro animo avido ".
E non sono il solo bolognese che piange qui; anzi questo luogo ne è così pieno che non ci sono ora tante lingue abituate a dire “sipa” (sì) tra il Savena e il Reno; e se vuoi una prova o una testimonianza di questo, ricordati del nostro animo avido».
64
Così parlando il percosse un demonioVde la sua scuriada, e disse: «Via,Wruffian! qui non son femmine da conio».V
Mentre così parlava un diavolo lo colpì con la sua frusta, e disse: " Vattene, ruffiano! qui non ci sono donne da prostituire ".
Mentre parlava così, un diavolo lo colpì con la sua frusta, e disse: «Via, ruffiano! Qui non ci sono donne da vendere».
67
I' mi raggiunsi con la scorta mia;Wposcia con pochi passi divenimmoXlà 'v'uno scoglio de la ripa uscia.W
lo mi riaccostai alla mia guida; poi, percorsi pochi passi, arrivammo in un punto dove dalla parete rocciosa si staccava un ponte di pietra.
Io raggiunsi la mia guida; poi con pochi passi arrivammo là dove un ponte di roccia usciva dalla parete.
70
Assai leggeramente quel salimmo;Xe vòlti a destra su per la sua scheggia,Yda quelle cerchie etterne ci partimmo.X
Salimmo su di esso con molta facilità; e, diretti verso destra, su per la sua superficie scheggiata, ci allontanammo da quell’eterno girare.
Lo salimmo abbastanza facilmente; e, girati a destra sopra la sua cresta, ci allontanammo da quei giri eterni.
73
Quando noi fummo là dov'el vaneggiaYdi sotto per dar passo a li sferzati,Zlo duca disse: «Attienti, e fa che feggiaY
Quando fummo nel punto in cui (il ponte) è vuoto sotto di sé per consentire ai frustati di passare, Virgilio disse:
Quando fummo là dove il ponte si apre in un arco al di sotto per lasciar passare i frustati, la guida disse: «Fermati, e fa' che ti colpisca
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lo viso in te di quest'altri mal nati,Zai quali ancor non vedesti la facciaAAperò che son con noi insieme andati».Z
" Fermati, e fa in modo che cada su di te lo sguardo di questi altri sciagurati, dei quali ancora non hai veduto il volto poiché hanno camminato nella nostra stessa direzione ".
lo sguardo di questi altri dannati, di cui non hai ancora visto il volto perché sono andati nella nostra stessa direzione».
79
Del vecchio ponte guardavam la tracciaAAche venìa verso noi da l'altra banda,ABe che la ferza similmente scaccia.AA
Dal ponte antico osservavamo la fila che avanzava nella nostra direzione percorrendo l’altra parte della bolgia, e che la frusta sospingeva così come faceva con i ruffiani.
Dal vecchio ponte guardavamo la fila che veniva verso di noi dall'altra parte, e che la frusta incalza allo stesso modo.
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E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,ABmi disse: «Guarda quel grande che vene,ACe per dolor non par lagrime spanda:AB
E Virgilio, senza che io facessi domande, mi disse: " Guarda quel grande che si avvicina, e che non sembra versare lagrime per il dolore.
E il buon maestro, senza che io lo chiedessi, mi disse: «Guarda quel grande che viene, e che per il dolore non sembra versare lacrime:
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quanto aspetto reale ancor ritene!ACQuelli è Iasón, che per cuore e per sennoADli Colchi del monton privati féne.AC
Quale portamento regale ancora conserva! Quello è Giasone, che con il coraggio e la saggezza privò i Colchi del montone.
quanto aspetto regale conserva ancora! Quello è Giasone, che con il coraggio e con l'astuzia privò i Colchi del montone (dal vello d'oro).
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Ello passò per l'isola di Lenno,ADpoi che l'ardite femmine spietateAEtutti li maschi loro a morte dienno.AD
Egli passò per l’isola di Lemno, dono che le audaci donne senza pietà avevano ucciso tutti i loro uomini.
Egli passò per l'isola di Lemno, dopo che le donne audaci e spietate avevano messo a morte tutti i loro uomini.
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Ivi con segni e con parole ornateAEIsifile ingannò, la giovinettaAFche prima avea tutte l'altre ingannate.AE
Qui con gesti e con parole lusinghiere ingannò Isifile, la giovane che prima aveva ingannato tutte le altre donne.
Lì, con gesti e con parole lusinghiere, ingannò Isifile, la giovinetta che prima aveva ingannato tutte le altre.
94
Lasciolla quivi, gravida, soletta;AFtal colpa a tal martiro lui condanna;AGe anche di Medea si fa vendetta.AF
La abbandonò lì, incinta, sola; questo peccato lo rende meritevole di tale supplizio; e si rende giustizia anche per il male da lui fatto a Medea.
La lasciò lì, incinta e sola; una tale colpa lo condanna a un tale tormento; e si fa vendetta anche di Medea.
97
Con lui sen va chi da tal parte inganna:AGe questo basti de la prima valleAHsapere e di color che 'n sé assanna».AG
Con lui va chi usa l’inganno in tal modo: e basti questa conoscenza della prima bolgia e di coloro che essa strazia ".
Con lui se ne va chi inganna in questo modo: e questo basti sapere della prima valle e di coloro che essa stringe nelle sue fauci».
100
Già eravam là 've lo stretto calleAHcon l'argine secondo s'incrocicchia,AIe fa di quello ad un altr'arco spalle.AH
Ci trovavamo già nel punto dove l’angusto sentiero s’incrocia con il secondo argine, e di questo fa sostegno per un altro arco di ponte.
Eravamo già là dove lo stretto sentiero si incrocia con il secondo argine, e fa di quello il sostegno per un altro arco.
103
Quindi sentimmo gente che si nicchiaAIne l'altra bolgia e che col muso scuffa,AJe sé medesma con le palme picchia.AI
Di qui udimmo gente che emetteva lamenti soffocati nell’altra bolgia e soffiava rumorosamente, e percuoteva se stessa con le palme aperte.
Da lì sentimmo gente che si lamenta nell'altra bolgia e che sbuffa con il muso, e si picchia da sola con le mani.
106
Le ripe eran grommate d'una muffa,AJper l'alito di giù che vi s'appasta,AKche con li occhi e col naso facea zuffa.AJ
Le sponde erano incrostate di muffa, a causa delle esalazioni che, provenendo dal basso vi si solidificavano formando come una pasta, la quale irritava la vista e l’olfatto.
Le pareti erano incrostate di una muffa, per l'esalazione che sale da sotto e vi si attacca, che dava fastidio agli occhi e al naso.
109
Lo fondo è cupo sì, che non ci bastaAKloco a veder sanza montare al dossoALde l'arco, ove lo scoglio più sovrasta.AK
Il fondo è così profondo, che non vi è luogo adatto per vedere in esso, a meno di salire sulla sommità dell’arco, là dove il ponticello di píetra è più alto. Arrivammo in quel punto;
Il fondo è così profondo che non c'è un punto da cui vederlo senza salire sulla cima dell'arco, dove il ponte sovrasta di più.
112
Quivi venimmo; e quindi giù nel fossoALvidi gente attuffata in uno stercoAMche da li uman privadi parea mosso.AL
e di là vidi in basso nella bolgia una moltitudine immersa in uno sterco che sembrava provenire dalle latrine umane.
Lì arrivammo; e da lì vidi giù nel fosso gente immersa in uno sterco che sembrava venire dalle latrine umane.
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E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco,AMvidi un col capo sì di merda lordo,ANche non parea s'era laico o cherco.AM
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Quei mi sgridò: «Perché se' tu sì gordoANdi riguardar più me che li altri brutti?».AOE io a lui: «Perché, se ben ricordo,AN
E mentre io percorrevo con lo sguardo il fondo della bolgia, scorsi uno con la testa, così imbrattata di sterco, che non si distingueva se avesse o no la tonsura. Quello mi apostrofò " Perché sei così avido di fermare il tuo sguardo su di me più che sugli altri insozzati? " E io:
E mentre io cerco con l'occhio là giù, vidi uno con la testa così sporca di sterco che non si capiva se fosse laico o chierico. Quello mi gridò: «Perché sei così avido di guardare me più degli altri sporchi?». E io a lui: «Perché, se ricordo bene,
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già t'ho veduto coi capelli asciutti,AOe se' Alessio Interminei da Lucca:APperò t'adocchio più che li altri tutti».AO
" Perché, se ricordo bene, io ti ho già veduto quando i tuoi capelli erano puliti, e sei Alessio Interminelli di Lucca: per questo ti osservo più di tutti gli altri ".
ti ho già visto con i capelli asciutti, e sei Alessio Interminelli da Lucca: per questo ti guardo più di tutti gli altri».
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Ed elli allor, battendosi la zucca:AP«Qua giù m'hanno sommerso le lusingheAQond'io non ebbi mai la lingua stucca».AP
Ed egli allora, picchiandosi il capo: " Mi hanno fatto affondare in questo luogo le adulazioni delle quali non ebbi mai sazia la lingua ". Poi Virgilio mi disse:
E lui allora, battendosi la testa: «Quaggiù mi hanno sommerso le adulazioni di cui non ebbi mai la lingua sazia».
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Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,AQmi disse «il viso un poco più avante,ARsì che la faccia ben con l'occhio attingheAQ
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di quella sozza e scapigliata fanteARche là si graffia con l'unghie merdose,ASe or s'accoscia e ora è in piedi stante.AR
" Fa in modo di spingere lo sguardo un po’ più avanti, in modo da raggiungere con gli occhi la faccia di quella sudicia e scarmigliata donnaccia che si graffia laggiù con le unghie lorde, e ora si siede in terra, e ora è dritta in piedi.
Dopo ciò la guida mi disse: «Fa' in modo di spingere lo sguardo un poco più avanti, così da raggiungere bene con l'occhio la faccia di quella serva sporca e scapigliata che là si graffia con le unghie sporche di sterco, e ora si accoscia e ora sta in piedi.
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Taide è, la puttana che rispuoseASal drudo suo quando disse "Ho io grazieATgrandi apo te?": "Anzi maravigliose!".AS
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E quinci sien le nostre viste sazie».AT
E’ Taide, la meretrice che al suo amante, quando costui le chiese "Ho io per te grandi meriti?" rispose: "Più che grandi, straordinari!" E di questo spettacolo i nostri occhi siano sazi ".
È Taide, la prostituta che rispose al suo amante quando lui le disse: “Ho io grandi meriti presso di te?”: “Anzi, meravigliosi!”. E con questo i nostri occhi siano sazi».
Riassunto del canto XVIII
Scesi dalla groppa di Gerione, i due pellegrini si trovano sull’argine più esterno dell’ottavo cerchio, detto Malebolge e diviso in dieci avvallamenti concentrici. Nel primo di questi avvallamenti o bolge sono puniti i seduttori per conto altrui e quelli per conto proprio. Divisi in due gruppi avanzano in direzioni opposte, implacabilmente frustati dal diavoli. Nella schiera dei ruffiani Dante riconosce il bolognese, Venedico Caccianemico, che indusse con discorsi fraudolenti la propria sorella ad una condotta disonesta, e lo costringe a confessare la sua colpa. Tra i seduttori per conto proprio Virgilio gli addita Giasone; il leggendario eroe, colpevole nel confronti dell’inesperta Isifile e di Medea, entrambe da lui tratte in inganno, incede incurante delle sferzate dei diavoli, con atteggiamento regale, senza manifestare il suo dolore.
Passati sul secondo argine attraverso un ponte naturale che scavalca il primo avvallamento, i due poeti vedono aprirsi davanti al loro occhi la bolgia degli adulatori. Tra questi Dante riconosce, immerso nello sterco come i suoi compagni di pena, il lucchese Alessio Interminelli e violentemente lo apostrofa. Poco oltre Virgilio gli mostra una donna che con le proprie unghie si dilania e non trova pace né in piedi né seduta: è la meretrice Taide, che in vita fu maestra nell’arte di ingannare con l’adulazione.
In breve
Dove e chi
VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Con l’ottavo cerchio ci troviamo di fronte non solo ad una categoria del male difforme in tutto da quelle che Dante è venuto sin qui illustrandoci nelle loro manifestazioni più tipiche e salienti, ma ci accorgiamo che gli stessi parametri della sua poesia appaiono profondamente modificati. La definizione del tema critico di Malebolge in termini che ancor oggi si rivelano ricchi di suggestioni feconde ad ogni nuova lettura, risale alle lezioni tenute dal De Sanctis a Torino nel 1855 e alle pagine della sua Storia dedicate alla Divina Commedia. L’insigne critico contrappone le regioni dell’alto e del medio inferno, corrispondenti ai peccati di incontinenza e di violenza e nelle quali grandeggiano isolate possenti individualità, a quelle del basso inferno (frode), in cui le stature eroiche e tragiche di chi peccò per passione risultano quasi del tutto assenti e sulla pittura morale e psicologica prende decisamente il sopravvento quella del dato esteriore.
"L’inferno degl’incontinenti e dei violenti è un mondo poetico, in cui tutto avviene per impeto di passione o per violenza di carattere e noi ammiriamo e ci commoviamo. L’inferno dei fraudolenti è il mondo scaduto all’ultima prosa; è la passione che si muta in vizio; è il carattere che declina a bassezza; è la forza che scende a malizia... La passione ha virtù di muovere, concitare tutte le potenze dell’anima, sì ch’elle prorompono al di fuori irresistibilmente; il vizio è la passione risolta in una abitudine prosaica, una ripetizione uniforme degli stessi atti, un fare perché si è fatto; è l’artista meccanizzato che si chiama artefice; è l’arte profanata che sì chiama mestiere... La forma estetica di questo mondo è la commedia. " Ma Dante non avrebbe il necessario distacco dalla materia trattata per poter riuscire come autore comico, talché in lui "di sotto la facezia spunta il disdegno, la sferza gli si muta in pugnale". Ne deriverebbe che in Malebolge Ie situazioni sono comiche, ma il comico è rozzamente formato, e non è artistico; non ha la sua immagine che è la caricatura, né la sua espressione che è il riso". La distinzione che il De Sanctis istituisce fra comico in sé (le situazioni che "sono comiche") e comico risolto nel linguaggio (il comico che è "rozzamente formato") porta nelle sue formulazioni su Malebolge un germe di astrazione e di antinomia. Esso è all’origine di tutta la sua valutazione dei due ultimi cerchi dell’inferno, costantemente combattuta fra l’ammirazione per il modo in cui Dante ha saputo risolvere in concezioni fantastiche la "prosa" di una estrema degradazione morale ed il fastidio per un cosmo dal quale la grande musa romantica, la passione, è stata estromessa.
La critica più recente, pur mantenendo quanto è di valido nelle affermazioni del De Sanctis, ha messo ampiamente in luce, nel canti di Malebolge, oltre la straordinaria ricchezza inventiva già dal De Sanctis sottolineata, una maturità artistica di cui non si ha l’esempio nei canti dal I al XVII e che si traduce in un discorso narrativo e lirico assai più variamente articolato e vivace. Per quel che riguarda il canto XVIII, è stato notato (Caretti) come gli "strumenti interpretativi dedotti dalla psicologia sentimentale d’ascendenza romantica" si dimostrino insufficienti ai fini di una definizione della sua unità narrativa e poetica. Questa poggia su di una rigorosa bipartizione, la quale, lungi dal restare esteriore rispetto agli esiti espressivi in cui la narrazione viene di volta in volta sfociando, li determina; non diversamente, in un polittico, la disposizione di masse e colori, pieni e vuoti risulta direttamente influenzata dal rapporti spaziali che legano tra loro le singole parti di esso. Dopo il prologo (versi 1-18) il canto risulta infatti nettamente diviso in due parti, corrispondenti ciascuna alla descrizione di una bolgia e delle quali la seconda (versi 100-136) riflette fin nel particolari più minuti le articolazioni della prima, non senza tuttavia deformarle nel senso di una più accesa espressività caricaturale e farsesca. Ai due esempi di vizio punito nella prima parte del canto, di cui uno tratto dalla cronaca dei tempi del Poeta (Venedico Caccianemico) ed uno dalla tradizione letteraria classica (Giasone), fanno riscontro, nella seconda, l’esempio medievale di Alessio Interminelli e quello antico di Taide. Gli esempi medievali si risolvono ciascuno in un dialogo, nel quale, impietoso, si afferma il tema della denuncia e del ravvisamento (nel primo: Venedico se’ tu Caccianemico; nel secondo: e se’ Alessio Interminelli da Lucca), mentre quelli antichi emergono già moralizzati attraverso la parola di Virgilio. Ma parallelismi e rispondenze sono assai più intimi e puntuali di quanto questi cenni non lascino supporre e si ripercuotono fin dentro la struttura delle singole terzine e nel lessico. Quest’ultimo, caratterizzato nel prologo - esso pure diviso in due parti: la geometrica descrizione iniziale dell’ordigno di Malebolge ed il successivo raffronto di questa astratta struttura con un manufatto umano, I castelli - da un massimo di esattezza e di impersonalità, degrada poi, attraverso il patetico e l’aulico (pièta, repleta), nel comico e nel plebeo (le berze), per sollevarsi nuovamente a dignità epica nella presentazione della figura e della colpa di Giasone, prima di precipitare decisamente nello sconcio e nel farsesco (l’esempio di Taide riproduce, rovesciato nel laido, lo schema di quello di Giasone). Tanto rigoroso geometrismo non costituisce struttura inerte, poiché in esso si esprime il distacco del Poeta dall’abietto argomento trattato, la perfetta adesione del suo sentimento ai criteri della giustizia divina. Non c’è più infatti, in questo canto, come rileva il Caretti, "conflitto tra il Dante "personaggio" e il Dante "poeta" e lo stile, lucidamente ironico e sferzante, fa tutt’uno con il giudizio morale. L’estremo del " comico " s’identifica perciò compiutamente con l’estremo del disprezzo e del distacco sentimentale..."
vv. 1-6Luogo è in inferno detto Malebolge,tutto di pietra di color ferrigno,come la cerchia che dintorno il volge.Nel dritto mezzo del campo malignovaneggia un pozzo assai largo e profondo,di cui suo loco dicerò l'ordigno.Leggi nel testo
«Luogo è in inferno detto Malebolge»: il canto XVIII si apre come una pagina di geografia, presentando l'ottavo cerchio. Il nome Malebolge è un'invenzione di Dante. Unisce l'aggettivo «male», cioè cattive, e il sostantivo «bolgia», che ai suoi tempi significava borsa, sacca.
L'ottavo cerchio è infatti diviso in dieci fosse concentriche, come grandi sacche scavate nella roccia, collegate da ponti di pietra. In ciascuna è punita una diversa forma di frode: ruffiani e seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.
La parola «bolgia» aveva un significato neutro. Dopo la Commedia ha assunto quello che usiamo ancora oggi: un luogo affollato, rumoroso e caotico, come una discoteca o uno stadio. È un esempio della forza della lingua di Dante, capace di lasciare un segno duraturo nell'italiano di tutti i giorni.