Sordello abbraccia Virgilio al solo sentire il nome di Mantova
Purgatorio · Antipurgatorio · morti per violenza
Purgatorio, Canto VI
«Quando si parte il gioco de la zara…»
Le anime dei morti violentemente si stringono, per chiedere suffragi, intorno a Dante, che ha ripreso il suo cammino e che riconosce fra di loro molti noti personaggi del suo tempo.
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Testo e parafrasi del canto VI
Parafrasi
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1
Quando si parte il gioco de la zara,Acolui che perde si riman dolente,Brepetendo le volte, e tristo impara;A
4
con l'altro se ne va tutta la gente;Bqual va dinanzi, e qual di dietro il prende,Ce qual dallato li si reca a mente;B
Quando si divide e si scioglie il gruppo dei giocatori nel gioco dei dadi, il perdente resta solo e addolorato, tentando e ritentando nuove gettate, e malinconico cerca di imparare (a far meglio per il futuro) mentre tutti g li spettatori se ne vanno col vincitore; c'è chi gli va innanzi, e chi lo sollecita tirandogli l'abito alle spalle, e chi gli si raccomanda standogli di fianco:
Quando si scioglie il gioco della zara (gioco di dadi), chi perde rimane addolorato, ripetendo i lanci, e triste impara; con l'altro, che ha vinto, se ne va tutta la gente; chi gli va davanti, chi lo tira da dietro, e chi da un lato gli si fa ricordare;
7
el non s'arresta, e questo e quello intende;Ca cui porge la man, più non fa pressa;De così da la calca si difende.C
ma il vincitore non si ferma, e porge orecchio ora a questo ora a quello; colui al quale tende la mano (dandogli qualche cosa), non insiste più; e in tal modo egli si difende dalla ressa.
lui non si ferma, e ascolta questo e quello; quello a cui dà qualcosa non insiste più; e così si difende dalla calca.
10
Tal era io in quella turba spessa,Dvolgendo a loro, e qua e là, la faccia,Ee promettendo mi sciogliea da essa.D
Così mi trovavo io in mezzo a quella fitta schiera, guardando verso di loro ora a destra, ora a sinistra, e promettendo (di fare quanto ciascuno mi chiedeva) me ne liberavo.
Così ero io in quella folla fitta, volgendo il viso verso di loro, qua e là, e promettendo mi liberavo da essa.
13
Quiv'era l'Aretin che da le bracciaEfiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,Fe l'altro ch'annegò correndo in caccia.E
Tra quelle anime c'era l'Aretino che fu ucciso ferocemente da Ghino di Tacco, e l'altro (Guccio dei Tarlati) che annegò mentre inseguiva i nemici.
Lì c'era l'Aretino (Benincasa da Laterina) che ricevette la morte dalle braccia feroci di Ghino di Tacco, e l'altro che annegò mentre correva all'inseguimento.
16
Quivi pregava con le mani sporteFFederigo Novello, e quel da PisaGche fé parer lo buon Marzucco forte.F
Qui pregava con le mani tese Federigo Novello, e qui c'era Gano, il quale dette al padre, il virtuoso Marzucco, l'occasione di mostrare la sua forza d'anímo.
Lì pregava con le mani tese Federico Novello, e quello di Pisa che fece apparire forte il buon Marzucco.
19
Vidi conte Orso e l'anima divisaGdal corpo suo per astio e per inveggia,Hcom'e' dicea, non per colpa commisa;G
Vidi il conte Orso e vidi pure colui che ebbe l'anima divisa dal suo corpo per odio e per invidia, com'egli diceva, e non per colpa commessa;
Vidi il conte Orso e l'anima separata dal suo corpo per odio e per invidia, come diceva lui, non per una colpa commessa;
22
Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,Hmentr'è di qua, la donna di Brabante,Isì che però non sia di peggior greggia.H
voglio dire Pierre de la Brosse (Pier dalla Broccia); e riguardo a ciò, mentre è ancora in vita, la regina di Brabante provveda (in tempo a purificarsi del male commesso), onde per questo non vada a far parte di una moltitudine peggiore (di quella di cui fa parte Pierre de la Brosse, cioè fra i falsi accusatori della decima bolgia).
parlo di Pier della Broccia; e la donna di Brabante provveda a questo, finché è in questo mondo, così da non finire per questo in un gregge peggiore.
25
Come libero fui da tutte quanteIquell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,Jsì che s'avacci lor divenir sante,I
Quando fui libero da tutte quelle anime che mi pregavano soltanto perché inducessi altri a pregare per loro, in modo da affrettare la loro purificazione, io dissi a Virgilio:
Appena fui libero da tutte quante quelle ombre che pregavano solo che altri pregasse per loro, così da affrettare il momento di diventare sante,
28
io cominciai: «El par che tu mi nieghi,Jo luce mia, espresso in alcun testoKche decreto del cielo orazion pieghi;J
31
e questa gente prega pur di questo:Ksarebbe dunque loro speme vana,Lo non m'è 'l detto tuo ben manifesto?».K
«Sembra, o maestro, che in un passo del tuo poema tu neghi esplicitamente, che la preghiera possa mutare un decreto divino; e queste anime soltanto per questo pregano: la loro speranza sarebbe dunque vana, oppure non mi è ben chiaro il tuo testo?» Ed egli mi rispose, «La mia espressione è chiara;
io cominciai: «Sembra che tu neghi espressamente, o mia luce, in un passo (dell'Eneide), che la preghiera possa piegare un decreto del cielo; e questa gente prega proprio per questo: sarebbe dunque vana la loro speranza, o non ho capito bene le tue parole?».
34
Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;Le la speranza di costor non falla,Mse ben si guarda con la mente sana;L
37
ché cima di giudicio non s'avvallaMperché foco d'amor compia in un puntoNciò che de' sodisfar chi qui s'astalla;M
e la speranza di costoro non è fallace, se si medita bene con la mente sgombra da erronee opinioni; poiché la sublime altezza del giudizio divino non s'abbassa per il fatto che l'ardore di carità (di chi prega per costoro) porti a perfezione in un momento solo quell'espiazione a Dio dovuta da chi ha in questo luogo la sua dimora;
E lui a me: «Ciò che ho scritto è chiaro; e la speranza di costoro non sbaglia, se si considera bene con mente lucida; perché l'altezza del giudizio divino non si abbassa per il fatto che il fuoco dell'amore compia in un attimo ciò che deve scontare chi dimora qui;
40
e là dov'io fermai cotesto punto,Nnon s'ammendava, per pregar, difetto,Operché 'l priego da Dio era disgiunto.N
e in quel passo dove feci questa affermazione, la mancanza dell'espiazione non poteva essere corretta con la preghiera, perché essa era da Dio (essendo fatta da pagani).
e là dove io affermai questo concetto, il peccato non si cancellava con la preghiera, perché quella preghiera non arrivava a Dio.
43
Veramente a così alto sospettoOnon ti fermar, se quella nol ti dicePche lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.O
46
Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;Ptu la vedrai di sopra, in su la vettaQdi questo monte, ridere e felice».P
Tuttavia non devi fermare il travaglio della tua mente di fronte a un dubbio così arduo, se non te lo dirà colei che farà da tramite tra la verità (sovrannaturale) e il tuo intelletto: non so se mi comprendi; io intendo parlare di Beatrice: tu la vedrai in alto, sulla vetta di questo monte, sorridente e felice». E io gli dissi:
Tuttavia non fermarti su un dubbio così profondo, se non te lo spiega colei che sarà luce tra la verità e l'intelletto. Non so se capisci: parlo di Beatrice; tu la vedrai in alto, sulla cima di questo monte, sorridente e felice».
49
E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,Qché già non m'affatico come dianzi,Re vedi omai che 'l poggio l'ombra getta».Q
«Sìgnore, camminiamo più in fretta, perché ora non sento più la fatica come prima, e vedi ormai che il monte (essendo le prime ore del pomeriggio) proietta la sua ombra». Egli rispose:
E io: «Signore, andiamo più in fretta, perché ormai non mi stanco come prima, e vedi che ormai il monte getta la sua ombra».
52
«Noi anderem con questo giorno innanzi»,Rrispuose, «quanto più potremo omai;Sma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi.R
«Continueremo ormai a salire finché dura il giorno, quanto più potremo; ma la realtà è diversa da quello che tu giudichi.
«Noi andremo avanti finché dura questo giorno», rispose, «quanto più potremo ormai; ma le cose stanno diversamente da come pensi.
55
Prima che sie là sù, tornar vedraiScolui che già si cuopre de la costa,Tsì che ' suoi raggi tu romper non fai.S
Prima che tu giunga sulla vetta, vedrai sorgere più volte, il sole, che ora già si nasconde dietro la costa del monte, cosicché tu non interrompi più i suoi raggi (proiettando la tua ombra).
Prima che tu sia lassù, vedrai ritornare colui (il sole) che già si nasconde dietro il pendio, così che tu non interrompi più i suoi raggi.
58
Ma vedi là un'anima che, postaTsola soletta, inverso noi riguarda:Uquella ne 'nsegnerà la via più tosta».T
Ma vedi là quell'anima che sta tutta sola e che guarda insistentemente verso di noi: essa ci mostrerà la via più breve».
Ma vedi là un'anima che, tutta sola, guarda verso di noi: quella ci insegnerà la via più rapida».
61
Venimmo a lei: o anima lombarda,Ucome ti stavi altera e disdegnosaVe nel mover de li occhi onesta e tarda!U
Ci avviammo verso di lei: o anima lombarda, come te ne stavi altera e sdegnosa e com'eri dignitosa e grave nel muovere i tuoi occhi!
Andammo verso di lei: o anima lombarda, come te ne stavi altera e sdegnosa, e dignitosa e lenta nel muovere gli occhi!
64
Ella non ci dicea alcuna cosa,Vma lasciavane gir, solo sguardandoWa guisa di leon quando si posa.V
Essa non ci diceva nulla, ma ci lasciava avanzare, seguendoci solo con lo sguardo attento come un leone quando si riposa.
Essa non ci diceva nulla, ma ci lasciava avvicinare, limitandosi a guardare come un leone quando sta accovacciato.
67
Pur Virgilio si trasse a lei, pregandoWche ne mostrasse la miglior salita;Xe quella non rispuose al suo dimando,W
Soltanto Virgilio le si avvicinò, pregandola che ci indicasse la strada migliore per salire; ed essa non rispose alla sua domanda,ma chiese notizie sulla nostra patria e sulla nostra condizione;
Virgilio tuttavia si avvicinò a lei, pregandola di mostrarci la salita migliore; e quella non rispose alla sua domanda,
70
ma di nostro paese e de la vitaXci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciavaY«Mantua...», e l'ombra, tutta in sé romita,X
73
surse ver' lui del loco ove pria stava,Ydicendo: «O Mantoano, io son SordelloZde la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.Y
e mentre la mia dolce guida cominciava a dire: «Mantova...», quell'ombra, tutta solitaria e raccolta in se stessa, si levò dal luogo dove stava prima protendendosi verso di lui, dicendo: «O mantovano, io sono Sordello, della tua stessa terra!»; e si abbracciavano l'un l'altro.
ma ci chiese della nostra patria e della nostra vita; e la mia dolce guida cominciava: «Mantova...», e l'ombra, tutta chiusa in sé stessa, balzò verso di lui dal luogo dove stava prima, dicendo: «O Mantovano, io sono Sordello, della tua terra!»; e si abbracciavano l'un l'altro.
76
Ahi serva Italia, di dolore ostello,Znave sanza nocchiere in gran tempesta,AAnon donna di province, ma bordello!Z
Ahi, schiava Italia, albergo di dolori, nave senza pilota nel mezzo d'una immane tempesta, non più signora di popoli, ma luogo di turpitudine!
Ahi Italia schiava, dimora del dolore, nave senza nocchiere in una grande tempesta, non signora di province, ma bordello!
79
Quell'anima gentil fu così presta,AAsol per lo dolce suon de la sua terra,ABdi fare al cittadin suo quivi festa;AA
Quell'anima nobile lì, nel purgatorio, fu così pronta a far festa al suo concittadino, solo al sentire il dolce suono del nome della sua terra;
Quell'anima nobile fu così pronta, solo per il dolce suono del nome della sua terra, a festeggiare lì il suo concittadino;
82
e ora in te non stanno sanza guerraABli vivi tuoi, e l'un l'altro si rodeACdi quei ch'un muro e una fossa serra.AB
mentre ora dentro i tuoi confini non sanno stare senza guerra i tuoi abitanti, e quelli che sono chiusi entro le mura e il fossato (d'una stessa città) si dilaniano l'un l'altro.
e ora in te i tuoi abitanti non vivono senza guerra, e si sbranano l'un l'altro anche quelli che sono racchiusi dentro uno stesso muro e uno stesso fossato.
85
Cerca, misera, intorno da le prodeACle tue marine, e poi ti guarda in seno,ADs'alcuna parte in te di pace gode.AC
Guardati, infelice, intorno cominciando dalle coste del mare che ti circonda, e osserva poi il tuo territorio interno, e vedi se ti riesce di trovare una regione sola che goda pace.
Cerca, misera, intorno lungo le coste dei tuoi mari, e poi guardati dentro, se qualche parte di te gode la pace.
88
Che val perché ti racconciasse il frenoADIustiniano, se la sella è vota?AESanz'esso fora la vergogna meno.AD
A che è servito che Giustiniano ti abbia aggiustato il freno del vivere civile (con le leggi) se ora non hai in sella l'imperatore (che fa osservare le leggi)? Senza questo freno oggi la tua vergogna sarebbe minore (perché un popolo senza leggi non è colpevole della sua anarchia).
A che serve che Giustiniano ti abbia rimesso a posto il freno (con le leggi), se la sella è vuota? Senza di esso la vergogna sarebbe minore.
91
Ahi gente che dovresti esser devota,AEe lasciar seder Cesare in la sella,AFse bene intendi ciò che Dio ti nota,AE
94
guarda come esta fiera è fatta fellaAFper non esser corretta da li sproni,AGpoi che ponesti mano a la predella.AF
Ahi, gente di Chiesa, che dovresti dedicarti solo a opere di pietà, e lasciar sedere l'imperatore sulla sella (a esercitare l'autorità civile), se comprendi rettamente quello che Dio ti ha prescritto, osserva come questa cavalla è diventata ribelle per il fatto che non è guidata e domata dagli speroni dell'imperatore, da quando hai preso in mano la sua briglia.
Ahi gente (di Chiesa) che dovresti essere devota e lasciare sedere Cesare (l'imperatore) in sella, se capisci bene ciò che Dio ti prescrive, guarda come questa bestia è diventata ribelle per non essere stata corretta dagli speroni, da quando hai messo mano alle redini.
97
O Alberto tedesco ch'abbandoniAGcostei ch'è fatta indomita e selvaggia,AHe dovresti inforcar li suoi arcioni,AG
100
giusto giudicio da le stelle caggiaAHsovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,AItal che 'l tuo successor temenza n'aggia!AH
O Alberto d'Asburgo, che abbandoni a se stessa questa cavalla divenuta indomita e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni, scenda dal cielo una giusta punizione sopra te e la tua stirpe, e sia una punizione inaudita e chiara, e tale che il tuo successore ne concepisca timore!
O Alberto tedesco, che abbandoni costei che è diventata indomita e selvaggia, mentre dovresti salire in sella su di lei, una giusta punizione cada dal cielo sulla tua stirpe, e sia straordinaria ed evidente, tale che il tuo successore ne abbia paura!
103
Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,AIper cupidigia di costà distretti,AJche 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.AI
Perché tu e il padre tuo, tutti presi dalla cupidigia degli interessi della Germania, avete tollerato che l'Italia, il giardino dell'impero, fosse devastata.
Perché tu e tuo padre, trattenuti lassù (in Germania) dalla cupidigia, avete permesso che il giardino dell'impero (l'Italia) fosse devastato.
106
Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,AJMonaldi e Filippeschi, uom sanza cura:AKcolor già tristi, e questi con sospetti!AJ
Vieni a vedere, o uomo senza interesse, i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi: quelli ormai vinti, e questi pieni di timore!
Vieni a vedere Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uomo senza cura: quelli già in rovina, e questi nel timore!
109
Vien, crudel, vieni, e vedi la pressuraAKd'i tuoi gentili, e cura lor magagne;ALe vedrai Santafior com'è oscura!AK
Vieni, o uomo crudele, vieni a vedere le umiliazioni e le dìfficoltà della tua nobiltà, e poni rimedio alla sua rovina; e vedrai Santafiora come è tranquilla!
Vieni, crudele, vieni, e vedi l'oppressione dei tuoi nobili, e cura i loro mali; e vedrai com'è oscura (decaduta) Santafiora!
112
Vieni a veder la tua Roma che piagneALvedova e sola, e dì e notte chiama:AM«Cesare mio, perché non m'accompagne?».AL
Vieni a vedere la tua Roma che piange nella sua solitudine e vedovanza, e giorno e notte invoca: «0 mio re, perché mi abbandoni?». Vieni a vedere come la gente d'Italia si vuol bene!
Vieni a vedere la tua Roma che piange, vedova e sola, e giorno e notte chiama: «Mio Cesare, perché non stai con me?».
115
Vieni a veder la gente quanto s'ama!AMe se nulla di noi pietà ti move,ANa vergognar ti vien de la tua fama.AM
e se non vi è alcun sentimento di pietà verso di noi che ti possa commuovere, vieni a cogliere la vergogna del discredito (che ti sei procurato con il tuo disinteresse).
Vieni a vedere quanto la gente si ama! E se nessuna pietà per noi ti muove, vieni a vergognarti della tua fama.
118
E se licito m'è, o sommo GioveANche fosti in terra per noi crucifisso,AOson li giusti occhi tuoi rivolti altrove?AN
O Cristo che sulla terra fosti per noi crocifisso, se ciò mi è permesso, ti chiedo: la tua giustizia si è rivolta altrove?
E, se mi è lecito, o sommo Giove (Dio) che fosti crocifisso in terra per noi, i tuoi giusti occhi sono rivolti altrove?
121
O è preparazion che ne l'abissoAOdel tuo consiglio fai per alcun beneAPin tutto de l'accorger nostro scisso?AO
Oppure nell'abisso della tua sapienza permetti, tutto questo in preparazione di qualche bene totalmente inaccessibile al nostro intelletto?
Oppure è una preparazione che fai nell'abisso della tua sapienza per qualche bene del tutto nascosto alla nostra comprensione?
124
Ché le città d'Italia tutte pieneAPson di tiranni, e un Marcel diventaAQogne villan che parteggiando viene.AP
Poiché le città d'Italia sono tutte piene di tiranni, e qualsiasi villano che diventa capo di una fazione assume di fronte all'impero atteggiamento di un Marcello (appartenente al partito pompeiano e console nel 50 a. C., fu acerrimo nemico di Cesare).
Perché le città d'Italia sono tutte piene di tiranni, e ogni villano che si mette a parteggiare diventa un Marcello.
127
Fiorenza mia, ben puoi esser contentaAQdi questa digression che non ti tocca,ARmercé del popol tuo che si argomenta.AQ
Tu Firenze mia, puoi proprio esser lieta di questa digressione che non ti sfiora, grazie al tuo popolo che s'ingegna per il tuo bene.
Firenze mia, puoi proprio essere contenta di questa digressione che non ti riguarda, grazie al tuo popolo che si dà tanto da fare.
130
Molti han giustizia in cuore, e tardi scoccaARper non venir sanza consiglio a l'arco;ASma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.AR
Molti (in altre città) hanno in cuore il senso della giustizia, eppure lentamente si manifesta, per non essere espresso sconsideratamente; invece il tuo popolo ha sempre la giustizia sulle labbra.
Molti hanno la giustizia nel cuore, ma la scoccano tardi per non tirare l'arco senza riflettere; ma il tuo popolo l'ha sempre sulla punta della lingua.
133
Molti rifiutan lo comune incarco;ASma il popol tuo solicito rispondeATsanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!».AS
Molti (altrove) rifiutano le cariche pubbliche; invece il tuo popolo senza essere chiamato risponde sollecito, grìdando:
Molti rifiutano gli incarichi pubblici; ma il tuo popolo risponde premuroso senza essere chiamato, e grida: «Me ne sobbarco io!».
136
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:ATtu ricca, tu con pace, e tu con senno!AUS'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.AT
«Io sono pronto ad accettare il grave peso delle cariche!» Ora rallegrati, perché ne hai proprio motivo, tu sei ricca, tu sei in pace, tu sei saggia! I fatti dimostrano la verità che io affermo.
Ora rallegrati, perché ne hai ben motivo: tu ricca, tu in pace, tu saggia! Se dico il vero, i fatti non lo nascondono.
139
Atene e Lacedemona, che fennoAUl'antiche leggi e furon sì civili,AVfecero al viver bene un picciol cennoAU
142
verso di te, che fai tanto sottiliAVprovedimenti, ch'a mezzo novembreAWnon giugne quel che tu d'ottobre fili.AV
Atene e Sparta, che fecero le antiche leggi ed ebbero una civiltà tanto elevata, riguardo a una ordinata vita civile fecero appena un insignificante tentativo in confronto di te che decidi provvedimenti tanto ingegnosi e fragili, che quello che escogiti in ottobre non giunge alla metà di novembre.
Atene e Sparta, che fecero le leggi antiche e furono così civili, diedero solo un piccolo esempio di vivere bene al confronto con te, che prendi provvedimenti così sottili che a metà novembre non arriva ciò che tu fili in ottobre.
145
Quante volte, del tempo che rimembre,AWlegge, moneta, officio e costumeAXhai tu mutato e rinovate membre!AW
Quante volte, in questi ultimi anni hai cambiato leggi, moneta, cariche e costumi e hai rinnovato (secondo il prevalere delle fazioni e il susseguirsi degli esili) i tuoi cittadini!
Quante volte, nel tempo che ricordi, hai cambiato leggi, moneta, uffici e costumi, e hai rinnovato i tuoi cittadini!
148
E se ben ti ricordi e vedi lume,AXvedrai te somigliante a quella infermaAYche non può trovar posa in su le piume,AX
151
ma con dar volta suo dolore scherma.AY
E se ti ricordi bene e non sei completamente cieca, ti scoprirai somigliante a quell'inferma che non riesce a trovare riposo nemmeno giacendo sulle piume, e voltandosi e rivoltandosi sui fianchi, cerca invano di fare schermo al suo dolore.
E se ricordi bene e vedi con chiarezza, ti vedrai simile a quella malata che non riesce a trovare riposo sul letto, ma rigirandosi cerca di sfuggire al suo dolore.
Riassunto del canto VI
Le anime dei morti violentemente si stringono, per chiedere suffragi, intorno a Dante, che ha ripreso il suo cammino e che riconosce fra di loro molti noti personaggi del suo tempo. La richiesta di preghiere da parte dei penitenti provoca un dubbio nel Poeta, il quale ha presente l'affermazione da Virgilio fatta nell'Eneide circa l'inutilità della preghiera per mutare un decreto divino: ma, spiega il maestro, vana è solo la supplica non rivolta al vero Dio, mentre nel mondo cristiano essa, con il suo ardore; può muovere a misericordia la volontà celeste. Virgilio poi si accosta a un'anima isolata dalle altre perché venga loro indicata la via migliore per salire: ma quella risponde chiedendo notizie della patria e della vita dei due pellegrini. Non appena Virgilio pronuncia il nome di Mantova, l'ombra si protende verso di lui, rivelandosi: « lo sono Sordello e sono della tua stessa terra » e abbracciandolo. Dante di fronte a questa manifestazione di amore patrio inizia una violenta invettiva contro l'Italia, i cui cittadini hanno dimenticato ogni virtù e ogni concordia, combattendosi come nemici. Invano Giustiniano ha riorganizzato le leggi della vita civile, se la Chiesa, intervenendo in campo politico, impedisce all'imperatore di governare. Del resto gli ultimi imperatori, presi dai problemi della Germania, non si sono più curati né dell'Italia né della città imperiale per eccellenza, Roma. L'apostrofe termina con la visione di Firenze dilaniata dalle lotte interne e incapace di darsi uno stabile governo.
In breve
Dove e chi
Antipurgatorio · morti per violenza: Pentiti all'ultimo istante. Attendono cantando il Miserere.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
L'impulso costante che sollecita Dante a trasferire entro un arco più vasto e in un'atmosfera superiore, la rappresentazione del reale, contrapponendo la rivelazione del mondo eterno allo scandaloso disordine della realtà storica terrena, si realizza compiutamente nella drammaticità articolata e piena dell'apostrofe all'Italia, dove ancora una volta l'autobiografismo del Poeta, che inserisce nella narrazione del viaggio d'oltretomba le passioni e gli sfoghi della sua anima, si fonde con la missione profetica che egli si attribuisce per legittimare la sua «visione », ponendosi, quale riformatore morale e politico, al centro della storia e del mondo. Perciò la sua analisi storica assume uno svolgimento per cerchi concentrici, inquadrando il problema particolare, la vicenda biografica, il fatto isolato in considerazioni più largamente prospettiche. Dalle singole apparizioni dei morti violentemente - che sono stati protagonisti di cronache locali, concorrendo nella quasi totalità a fomentare lotte familiari, politiche e civili - attraverso l'appassionato abbraccio di Virgilio e Sordello, che ricompone quel ricordo di violenze in un'armonia dimentica di differenze di tempo e di civiltà, il Poeta attinge il centro di articolazione di quel disordine, l' Italia, non intellettualisticamente studiata per tradurne in freddi termini analitici la situazione politica, ma fervidamente persa con lo sguardo dell'esule che vede ripetersi in ogni città; in ogni borgo, la storia dolorosa della sua Firenze. Per questo nell'ultima parte l'apostrofe che si era allargata nella considerazione dell'Impero, e della Chiesa, e` dei loro complessi rapporti, s'incurva improvvisamente (Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca), denunciando, ché da un motivo particolare, autobiografico - il dramma del Poeta esule e il dramma della sua tormentata città - aveva avuto origine quella vigorosa accusa contro la società del tempo. Il Malagoli osserva molto giustamente che questo modo di sentire la storia, mescolandovi il proprio sentimento e il proprio giudizio personale, "per la sua ricchezza e intima coerenza, è nuovo" e, si può aggiungere, del tutto rispondente allo spirito profetico che anima la Commedia, simboleggiando ogni profeta con la propria vita anche la vita del suo popolo, per cui nella redenzione di Dante é l'immagine prefiguratrice della redenzione religiosa e politica di tutto il mondo. Questa affermazione porta necessariamente a sottolineare la significazione biblica dell'apostrofe, rilevabile non per una vicinanza verbale, come a volte può avvenire, ma per una comunione di sentimenti: dalla passione più biblica e insieme più dantesca, l'ira, allo sdegno che ne consegue, capace, con la sua asprezza, di distruggere ogni riguardo umano (O Alberto tedesco... giusto giudicio dalle stelle caggia sovra 'l tuo sangue... vien, crudel, vieni... a vergognar ti vien della tua fama; ahi gente che dovresti esser devota), al disprezzo che trova le voci più mordenti e allusive e il gusto più realistico (non donna di provincie, ma bordello), al sarcasmo tanto più lampeggiante quanto più l'anima è irritata dinanzi ai sottili e perversi accorgimenti della mente umana (tu ricca, tu con pace, e tu con senno), in una gamma spirituale ricchissima, che trova la sua interna unità nel ritmo spezzato e variato dello stile per seguire più rapidamente il corso dei moti interni. "L'apostrofe Ahi serva Italia è tutta travolta da succedenti flutti di passioni; e per la pressura dei motivi la famosa pagina ci tocca più nel particolare che nell'intero svolgimento. Pagina oratoria, che in quelle circostanze val più di una raccolta armonia, non idonea ad accogliere la voce immediata del cuore, cioè la protesta del cittadino contro la forsennata politica del suo paese. Satira, ironia, sarcasmo guizzano e fremono per tutta l'apostrofe." In essa "gli elementi storici sono offerti da personaggi e avvenimenti contemporanei, collocati sul quadro della regione Italica che, nella fervida immaginazione, si rimpicciolisce per poter tutta dispiegarsi allo sguardo del Poeta, dall'una all'altra proda, dall'interno alle marine, sicché nulla sfugga al suo spirito indagatore e persecutore. Per questa capacità di sintesi storica e topografica..:.e per la luce apocalittica che scende dall'alto a percuotere i potenti e i responsabili e si protrae minacciosa nel futuro, l'apostrofe ha pur essa una suggestione biblica; poiché anche nella Bibbia c'è questa semplicità e ampiezza di visione: un occhio che guarda acuto; e una mente che giudica spietata" (Marzot). L'apostrofe, la cui violenza trova riscontro solo in quella rivolta alla simonia della Chiesa nel canto XIX dell'Inferno, non è un semplice artificio stilistico, assunto per convenienza o per necessità didascalica. Essa trova la sua origine in una dimensione psicologica e fantastica, che l'anima di Dante acquista quando avverte più violento dentro di sé lo spirito di ribellione al suo tempo, quando l'orrore e il disgusto del presente sono cosi forti da "scuotere le sue fibre di uomo, di credente e di cittadino" (Marzot), dissolvendo ogni linguaggio piano e composto - perché insufficiente a restaurare l'ordine morale e politico a cui egli mira - in uno stile epico ricco, secondo l'osservazione del Marzot, del tremore e della agitazione di chi è posseduto dalla sua materia e vi si dibatte, e nello sforzo vittorioso la domina e la esprime. II passaggio dal termine proprio Italia a quello figurato fiera e giardin dello 'mperio, (da Roma all'immagine della donna vedova e sola) avviene senza soluzione e senza sforzo, perché le "cose" sono investite di un nuovo significato e su di esse fantasticamente si muovono, i pensieri e le passioni del Poeta: regioni e città diventano persone vive, bersagli animati della sua polemica in un discorso scorciato e vibrante, nel quale tuttavia resta la chiarezza di delineazione degli avvenimenti e dei problemi storici, dovendo gli uni e gli altri essere capiti e interpretati per potersi costituire come motivi di insegnamento.
vv. 1-9Quando si parte il gioco de la zara,colui che perde si riman dolente,repetendo le volte, e tristo impara;con l'altro se ne va tutta la gente;qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,e qual dallato li si reca a mente;el non s'arresta, e questo e quello intende;a cui porge la man, più non fa pressa;e così da la calca si difende.Leggi nel testo
Il canto VI si apre con un'immagine di vita quotidiana. Quando finisce una partita a zara, chi ha perso resta lì a ripetere i lanci per capire dove ha sbagliato, mentre il vincitore se ne va circondato dalla folla, che lo tira per la giacca sperando in una mancia. Allo stesso modo Dante si libera a fatica delle anime che gli chiedono preghiere.
La zara era un gioco d'azzardo con tre dadi, molto diffuso nel Medioevo. Il nome viene dall'arabo, da una parola che significa dado, e si ritrova nello spagnolo azar e nel francese hasard, da cui l'italiano azzardo. Le combinazioni più basse e più alte, difficili da ottenere, non contavano: il giocatore gridava «zara» per annullare il tiro.
Il giurista bolognese Odofredo testimonia proprio l'abitudine dei curiosi di chiedere una parte della vincita. Questo inizio quotidiano contrasta con la parte centrale del canto: l'abbraccio tra Virgilio e Sordello, entrambi mantovani, e la lunga invettiva di Dante contro l'Italia divisa: «Ahi serva Italia, di dolore ostello».
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Ahi serva Italia
Ne parla la scheda «Firenze, la città divisa» (Inf. VI).