LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto
Testo e parafrasi del canto V
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Così discesi del cerchio primaioAgiù nel secondo, che men loco cinghia,Be tanto più dolor, che punge a guaio.A
Scesi dunque dal primo nel secondo cerchio, che contiene in sé meno spazio (essendo la sua circonferenza più piccola), ma una pena tanto più crudele, che spinge a lamentarsi.
Così scesi dal primo cerchio giù nel secondo, che racchiude meno spazio e tanto più dolore, che spinge a lamentarsi.
4
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:Bessamina le colpe ne l'intrata;Cgiudica e manda secondo ch'avvinghia.B
7
Dico che quando l'anima mal nataCli vien dinanzi, tutta si confessa;De quel conoscitor de le peccataC
Ivi si trova Minosse in atteggiamento terrificante, e ringhia: valuta, all’ingresso del cerchio, le colpe (dei peccatori); li giudica e li destina (ai rispettivi luoghi di punizione) a seconda del numero di volte che attorciglia (la coda intorno al proprio corpo). Voglio dire che quando l’anima sciagurata si presenta al suo cospetto, rivela tutto di sé;
Lì sta Minosse, orribile, e ringhia: esamina le colpe all'entrata; giudica e manda giù secondo quante volte si avvolge con la coda. Dico che, quando l'anima nata per il male gli arriva davanti, confessa tutto; e quel conoscitore dei peccati
10
vede qual loco d'inferno è da essa;Dcignesi con la coda tante volteEquantunque gradi vuol che giù sia messa.D
e quel giudice dei peccati comprende quale parte dell’inferno si addice ad essa; si avvolge con la coda tante volte per quanti cerchi infernali vuole che venga precipitata in basso.
vede quale luogo dell'inferno le spetta; si cinge con la coda tante volte quanti sono i gradi a cui vuole che sia mandata giù.
13
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;Evanno a vicenda ciascuna al giudizio;Fdicono e odono, e poi son giù volte.E
Davanti a lui ve ne sono sempre in gran numero: le une dopo le altre si sottopongono ciascuna al suo giudizio; si confessano e ascoltano (la sentenza), e poi vengono travolte nell’abisso.
Davanti a lui ne stanno sempre molte; vanno a turno, ciascuna al giudizio; parlano e ascoltano, e poi sono scaraventate giù.
16
«O tu che vieni al doloroso ospizio»,Fdisse Minòs a me quando mi vide,Glasciando l'atto di cotanto offizio,F
19
«guarda com'entri e di cui tu ti fide;Gnon t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».HE 'l duca mio a lui: «Perché pur gride?G
"O tu che giungi alla dimora del dolore", disse Minosse a me quando si accorse della mia presenza, interrompendo l’esercizio della sua così alta funzione, "considera attentamente il modo in cui stai per entrare (se hai cioè i meriti necessari per compiere incolume il viaggio nell’inferno) e colui in cui riponi la tua fiducia (Virgilio non è un’anima redenta): non lasciarti trarre in inganno dalla larghezza dell’ingresso!" E Virgilio di rimando: " Perché ti affatichi a gridare?
«O tu che vieni nell'ospizio del dolore», mi disse Minosse quando mi vide, interrompendo l'esercizio di un così grande ufficio, «guarda come entri e di chi ti fidi; non ti inganni l'ampiezza dell'entrata!». E la mia guida a lui: «Perché gridi anche tu?
22
Non impedir lo suo fatale andare:Hvuolsi così colà dove si puoteIciò che si vuole, e più non dimandare».H
Non ostacolare il suo viaggio predestinato: si vuole così là dove si può fare tutto ciò che si vuole, e non chiedere altro".
Non ostacolare il suo viaggio voluto dal destino: si vuole così là dove si può ciò che si vuole, e non domandare altro».
25
Or incomincian le dolenti noteIa farmisi sentire; or son venutoJlà dove molto pianto mi percuote.I
A questo punto cominciano a farsi sentire le voci del dolore; ora sono arrivato là dove molti pianti colpiscono il mio udito.
Ora cominciano le note del dolore a farsi sentire; ora sono arrivato là dove molto pianto mi colpisce.
28
Io venni in loco d'ogne luce muto,Jche mugghia come fa mar per tempesta,Kse da contrari venti è combattuto.J
Giunsi in un posto privo d’ogni chiarore, che rumoreggia come un mare in tempesta, sotto la furia di venti contrari.
Io giunsi in un luogo privo di ogni luce, che mugghia come fa il mare in tempesta, quando è combattuto da venti contrari.
31
La bufera infernal, che mai non resta,Kmena li spirti con la sua rapina;Lvoltando e percotendo li molesta.K
La tempesta di questo cerchio dell’inferno, destinata a non avere mai tregua, trascina le anime con impeto travolgente:
La bufera infernale, che non si ferma mai, trascina gli spiriti con la sua violenza; li tormenta facendoli girare e sbattere.
34
Quando giungon davanti a la ruina,Lquivi le strida, il compianto, il lamento;Mbestemmian quivi la virtù divina.L
37
Intesi ch'a così fatto tormentoMenno dannati i peccator carnali,Nche la ragion sommettono al talento.M
le tormenta facendole vorticare (in tutti i sensi) e facendole cozzare (fra loro). Quando giungono davanti alla rupe franata, qui prorompono in grida, in pianto unanime, in lamenti; bestemmiano qui la potenza di Dio. Compresi che a una siffatta pena sono condannati i lussuriosi, che sottomettono la ragione alla passione.
Quando arrivano davanti alla frana, lì ci sono le grida, il compianto, il lamento; lì bestemmiano la potenza divina. Capii che a un simile tormento sono condannati i peccatori carnali, che sottomettono la ragione al desiderio.
40
E come li stornei ne portan l'aliNnel freddo tempo, a schiera larga e piena,Ocosì quel fiato li spiriti maliN
43
di qua, di là, di giù, di sù li mena;Onulla speranza li conforta mai,Pnon che di posa, ma di minor pena.O
E come le ali portano nella stagione invernale gli stornelli, che si dispongono in gruppi ora diradati ora compatti, così da quel vento le anime perverse sono trascinate di qua, di là, in basso, in alto; mai nessuna speranza, non solo di una cessazione temporanea, ma nemmeno di un castigo alleviato, è loro di conforto.
E come gli storni sono portati dalle ali nella stagione fredda, in schiera larga e fitta, così quel soffio trascina gli spiriti malvagi di qua, di là, in giù, in su; nessuna speranza li conforta mai, non dico di riposo, ma neppure di una pena minore.
46
E come i gru van cantando lor lai,Pfaccendo in aere di sé lunga riga,Qcosì vid'io venir, traendo guai,P
49
ombre portate da la detta briga;Qper ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelleRgenti che l'aura nera sì gastiga?».Q
E come le gru sono solite intonare i loro lamenti, quando solcano l’aria in lunghe file, così vidi avvicinarsi, emettendo gemiti, le anime portate dal turbine sopra menzionato: per questo dissi: " Chi sono mai, maestro, quegli spiriti che il vento buio in tal modo punisce?
E come le gru vanno cantando i loro lamenti, formando nell'aria una lunga fila, così vidi venire, mandando lamenti, ombre portate da quella tempesta; per cui dissi: «Maestro, chi sono quelle genti che l'aria nera punisce così?».
52
«La prima di color di cui novelleRtu vuo' saper», mi disse quelli allotta,S«fu imperadrice di molte favelle.R
" "La prima di quelle anime di cui tu mi chiedi notizia" mi rispose allora Virgilio, "regnò su molti popoli di lingua diversa.
«La prima di coloro di cui vuoi avere notizie», mi disse allora lui, «fu imperatrice di molti popoli di lingue diverse.
55
A vizio di lussuria fu sì rotta,Sche libito fé licito in sua legge,Tper tòrre il biasmo in che era condotta.S
Fu a tal punto dedita alla lussuria, che dichiarò, sotto le sue leggi, permesso ciò che a ciascuno piacesse, per cancellare la riprovazione in cui era incorsa.
Fu così corrotta dal vizio della lussuria che nelle sue leggi rese lecito ciò che piace, per togliere il biasimo in cui era caduta.
58
Ell'è Semiramìs, di cui si leggeTche succedette a Nino e fu sua sposa:Utenne la terra che 'l Soldan corregge.T
61
L'altra è colei che s'ancise amorosa,Ue ruppe fede al cener di Sicheo;Vpoi è Cleopatràs lussuriosa.U
E’ Semiramide, di cui le storie narrano che fu sposa di Nino, cui succedette (sul trono): fu sovrana della regione che attualmente il sultano governa, L’altra è Didone, che si tolse la vita, per amore, e non rimase fedele al marito morto, Sicheo, e c’e anche la lussuriosa Cleopatra.
Lei è Semiramide, di cui si legge che succedette a Nino e fu sua sposa: governò la terra su cui oggi regna il sultano. L'altra è colei che si uccise per amore e ruppe la fedeltà alle ceneri di Sicheo (Didone); poi c'è la lussuriosa Cleopatra.
64
Elena vedi, per cui tanto reoVtempo si volse, e vedi 'l grande Achille,Wche con amore al fine combatteo.V
Guarda Elena, a causa della quale trascorsero tanti anni luttuosi, e guarda il famoso Achille, che alla fine ebbe per avversario amore.
Vedi Elena, per cui passò un tempo così doloroso, e vedi il grande Achille, che alla fine combatté contro l'amore.
67
Vedi Parìs, Tristano»; e più di milleWombre mostrommi e nominommi a dito,Xch'amor di nostra vita dipartille.W
Guarda Paride, Tristano "; e mi indicò più di mille anime, facendo i nomi di persone che amore strappò alla vita.
Vedi Paride, Tristano»; e mi mostrò e mi indicò a dito più di mille ombre che l'amore separò dalla nostra vita.
70
Poscia ch'io ebbi il mio dottore uditoXnomar le donne antiche e ' cavalieri,Ypietà mi giunse, e fui quasi smarrito.X
Dopo aver ascoltato il mio maestro in quella lunga rassegna di donne ed eroi dell’antichità, fui colto da compassione, e fui sul punto di perdere i sensi. Presi a dire:
Dopo che ebbi udito il mio maestro nominare le donne e i cavalieri antichi, mi prese la pietà, e fui quasi smarrito.
73
I' cominciai: «Poeta, volontieriYparlerei a quei due che 'nsieme vanno,Ze paion sì al vento esser leggeri».Y
"Poeta, desidererei parlare con quei due che procedono uniti, e che sembrano opporre così debole resistenza al vento". E Virgilio:
Cominciai: «Poeta, parlerei volentieri a quei due che vanno insieme e sembrano così leggeri nel vento».
76
Ed elli a me: «Vedrai quando sarannoZpiù presso a noi; e tu allor li priegaAAper quello amor che i mena, ed ei verranno».Z
" Farai attenzione al momento in cui ci saranno più vicini; e tu allora pregali in nome di quell’amore che li conduce, ed essi verranno.
E lui a me: «Vedrai quando saranno più vicini a noi; e allora pregali per quell'amore che li trascina, ed essi verranno».
79
Sì tosto come il vento a noi li piega,AAmossi la voce: «O anime affannate,ABvenite a noi parlar, s'altri nol niega!».AA
Non appena il vento li volse verso di noi, dissi: "O anime tormentate, venite a parlarci, se qualcuno (Dio) non lo vieta!
Appena il vento li piegò verso di noi, alzai la voce: «O anime tormentate, venite a parlare con noi, se un altro (Dio) non lo vieta!».
82
Quali colombe dal disio chiamateABcon l'ali alzate e ferme al dolce nidoACvegnon per l'aere dal voler portate;AB
85
cotali uscir de la schiera ov'è Dido,ACa noi venendo per l'aere maligno,ADsì forte fu l'affettuoso grido.AC
" Come le colombe, ubbidendo all’impulso amoroso, si dirigono nel cielo verso l’amato nido, planando con le ali spiegate e immobili, portate dal desiderio, così esse uscirono dalla schiera delle anime di cui fa parte anche Didone, venendo verso noi attraverso l’aria infernale, tanto efficace era stata la mia ardente preghiera.
Come colombe chiamate dal desiderio, con le ali alzate e immobili, vengono verso il dolce nido per l'aria, portate dalla volontà, così uscirono dalla schiera dov'è Didone, venendo verso di noi attraverso l'aria maligna, tanto fu forte il mio grido affettuoso.
88
«O animal grazioso e benignoADche visitando vai per l'aere persoAEnoi che tignemmo il mondo di sanguigno,AD
"O uomo cortese e benevolo che attraverso l’aria buia vieni a trovare noi che (morendo) macchiammo il mondo col nostro sangue.
«O essere vivente cortese e benevolo, che attraverso l'aria scura vai a visitare noi che tingemmo il mondo di sangue,
91
se fosse amico il re de l'universo,AEnoi pregheremmo lui de la tua pace,AFpoi c'hai pietà del nostro mal perverso.AE
se il re del creato ci fosse amico, noi lo pregheremmo di darti serenità, dal momento che provi compassione per il nostro atroce tormento.
se il re dell'universo ci fosse amico, lo pregheremmo per la tua pace, poiché hai pietà del nostro male crudele.
94
Di quel che udire e che parlar vi piace,AFnoi udiremo e parleremo a voi,AGmentre che 'l vento, come fa, ci tace.AF
97
Siede la terra dove nata fuiAGsu la marina dove 'l Po discendeAHper aver pace co' seguaci sui.AG
100
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprendeAHprese costui de la bella personaAIche mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.AH
Ascolteremo e vi diremo quelle cose che vorrete dire e ascoltare, per tutto il tempo che la bufera, come fa (adesso), attenuerà la sua violenza, La città dove nacqui si stende sul litorale verso il quale discende il Po per trovare, coi suoi affluenti, quiete. Amore, che rapidamente fa presa su un cuore nobile, si impadronì di Paolo per la mia bellezza fisica, bellezza di cui fui privata (quando venni uccisa); e l’intensità di questo amore fu tale, che ancora ne sono sopraffatta.
Di ciò che vi piace udire e dire, noi udiremo e parleremo con voi, finché il vento, come fa ora, tace per noi. La città dove nacqui si trova sulla costa dove il Po scende in mare per avere pace con i suoi affluenti. L'amore, che si accende subito nel cuore nobile, prese costui per la bella persona che mi fu tolta; e il modo ancora mi offende.
103
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,AImi prese del costui piacer sì forte,AJche, come vedi, ancor non m'abbandona.AI
Amore, che non permette che chi è amato non ami a sua volta, mi sospinse con tanta forza a innamorarmi della bellezza di Paolo, che, come ben puoi vedere (dal fatto che siamo uniti), ancora mi lega a lui. Amore ci portò a morire insieme:
L'amore, che non permette a nessuno che è amato di non riamare, mi prese per la bellezza di costui così forte che, come vedi, ancora non mi abbandona.
106
Amor condusse noi ad una morte:AJCaina attende chi a vita ci spense».AKQueste parole da lor ci fuor porte.AJ
colui che ci ha tolto la vita è atteso nel cerchio dei traditori (la Caina è la zona del nono cerchio destinata ai traditori dei parenti)." Queste parole ci vennero rivolte da loro.
L'amore ci condusse a una stessa morte: la Caina attende chi ci tolse la vita». Queste parole ci furono rivolte da loro.
109
Quand'io intesi quell'anime offense,AKchina' il viso e tanto il tenni basso,ALfin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».AK
Udite quelle anime travagliate, abbassai io sguardo, e lo tenni abbassato tanto a lungo, che alla fine Virgilio mi chiese: "A cosa pensi?
Quando udii quelle anime tormentate, chinai il viso e lo tenni tanto basso finché il poeta mi disse: «Che pensi?».
112
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,ALquanti dolci pensier, quanto disioAMmenò costoro al doloroso passo!».AL
" Quando risposi, cominciai: "Ohimè, quanti teneri pensieri, quanto reciproco desiderio condusse Poi, rivolto a loro, parlai, e dissi:
Quando risposi, cominciai: «Ahimè, quanti dolci pensieri, quanto desiderio condussero costoro al passo doloroso!».
115
Poi mi rivolsi a loro e parla' io,AMe cominciai: «Francesca, i tuoi martìriANa lagrimar mi fanno tristo e pio.AM
118
Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,ANa che e come concedette AmoreAOche conosceste i dubbiosi disiri?».AN
"Francesca, le tue sofferenze mi rendono triste e pietoso fino alle lagrime. Però dimmi: quando la vostra passione si manifestava soltanto attraverso dolci sospiri, con quale indizio e in che modo Amore permise che l’uno conoscesse i sentimenti dell’altra, fino allora incerti d’ essere corrisposti?
Poi mi rivolsi a loro e parlai io, e cominciai: «Francesca, le tue sofferenze mi rendono triste e pietoso fino alle lacrime. Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, da che cosa e come l'amore vi permise di conoscere i desideri ancora incerti?».
121
E quella a me: «Nessun maggior doloreAOche ricordarsi del tempo feliceAPne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.AO
" E Francesca "Nulla addolora maggiormente che ripensare ai momenti di gioia quando si è nel dolore; e di ciò è consapevole il tuo maestro.
E lei a me: «Non c'è dolore più grande che ricordarsi del tempo felice nella sventura; e lo sa il tuo maestro.
124
Ma s'a conoscer la prima radiceAPdel nostro amor tu hai cotanto affetto,AQdirò come colui che piange e dice.AP
Ma se un così affettuoso interesse ti spinge a interrogarmi sul modo in cui si manifestò per la prima volta il nostro amore, farò come chi parla tra le lagrime.
Ma se hai tanto desiderio di conoscere la prima radice del nostro amore, farò come colui che piange e parla.
127
Noi leggiavamo un giorno per dilettoAQdi Lancialotto come amor lo strinse;ARsoli eravamo e sanza alcun sospetto.AQ
Noi leggevamo un giorno, per svago, la storia di Lancillotto e dell’amore che s’impadronì di lui: eravamo soli e non avevamo nulla da temere.
Leggevamo un giorno per piacere di Lancillotto, di come l'amore lo vinse; eravamo soli e senza alcun sospetto.
130
Per più fiate li occhi ci sospinseARquella lettura, e scolorocci il viso;ASma solo un punto fu quel che ci vinse.AR
Più volte quella lettura fece incontrare i nostri sguardi, e ci fece impallidire; ma solo un passo ebbe ragione di ogni nostra resistenza.
Più volte quella lettura ci spinse a incontrare gli occhi e ci fece impallidire il viso; ma fu un solo punto quello che ci vinse.
133
Quando leggemmo il disiato risoASesser basciato da cotanto amante,ATquesti, che mai da me non fia diviso,AS
136
la bocca mi basciò tutto tremante.ATGaleotto fu 'l libro e chi lo scrisse:AUquel giorno più non vi leggemmo avante».AT
Quando leggemmo come la bocca desiderata (di Ginevra) fu baciata da un così nobile innamorato, Paolo, che mai sarà separato da me, mi baciò, trepidante, la bocca. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno non proseguimmo oltre nella sua lettura".
Quando leggemmo che il sorriso desiderato era baciato da un amante così grande, questi, che non sarà mai separato da me, mi baciò la bocca tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno non leggemmo più avanti».
139
Mentre che l'uno spirto questo disse,AUl'altro piangea; sì che di pietadeAVio venni men così com'io morisse.AU
Mentre una delle due anime diceva queste cose, l’altra (Paolo) piangeva, così che per la compassione perdetti i sensi non altrimenti che per morte:
Mentre uno spirito diceva questo, l'altro piangeva; così che per la pietà io svenni, come se morissi.
142
E caddi come corpo morto cade.AV
e caddi come cade un corpo inanimato.
E caddi come cade un corpo morto.
Riassunto del canto V
A guardia del secondo cerchio della voragine infernale i due pellegrini trovano il ringhioso Minosse. Questi, dopo aver udito la confessione dei peccatori che si affollano al suo cospetto, attorciglia la coda intorno al proprio corpo, per indicare, con il numero dei giri, il cerchio dove ogni dannato dovrà espiare la sua colpa. Nel secondo ripiano scontano il loro peccato le anime dei lussuriosi: nel buio un’incessante bufera le travolge, facendole dolorosamente cozzare le une contro le altre, cosicché l’aria è piena di lamenti. Pregato dal suo discepolo, Virgilio gli addita i personaggi celebri dell’antichità e del Medioevo che non seppero vincere in sé la passione, e che per essa perdettero la vita: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille... Dante esprime il desiderio di parlare con due di queste ombre: esse, diversamente dalle altre, procedono indissolubilmente unite e sembrano quasi non opporre resistenza al vento. Sono Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, colpevoli di adulterio. Chiamati da Dante, i due peccatori si accostano, e Francesca, manifestata al Poeta la sua gratitudine per aver egli avuto pietà della loro pena, narra di sé e dell’amore che con tanta forza la legò a Paolo. Dante, turbato, vuole sapere quali circostanze portarono il loro sentimento reciproco a trasformarsi in amore colpevole, e Francesca si abbandona ai ricordi del tempo felice: erano soli; leggevano un romanzo; fu quella lettura a far incontrare i loro sguardi, a farli trascolorare; fu il primo bacio scambiato fra i protagonisti di quel romanzo a renderli consapevoli della loro passione. Mentre Francesca parla, Paolo piange: a questa vista, per la profonda pietà, Dante perde i sensi.
In breve
Dove e chi
II cerchio: Lussuriosi. Trascinati da una bufera che non si ferma mai.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
L’Ottocento ci ha dato, in alcune pagine del Discorso sul testo del poema di Dante, di Ugo Foscolo, e in un saggio del De Sanctis, le interpretazioni più umane e avvincenti di quella che è senz’altro la più popolare, la più amata delle creazioni della fantasia di Dante: l’episodio di Paolo e Francesca. Per il Foscolo, in Francesca da Rimini la colpa è "purificata dall’ardore della passione, e la verecondia abbellisce la confessione della libidine; e in tutti que’ versi la compassione pare l’unica musa", poiché non "sì tosto la passione incomincia ad assumere l’onnipotenza del fato, ed opera come fosse la sola divinità della vita, ogni tinta d’impudicizia, d’infamia e di colpa dileguasi". Il De Sanctis vide in Francesca "la prima donna viva e vera apparsa sull’orizzonte poetico de’ tempi moderni" Contrariamente a Beatrice, Francesca è, per il grande storico della letteratura italiana, qualcosa di più di una semplice astrazione (" il puro femminile... il genere o il tipo"): è "vera e propria persona, in tutta la sua libertà". La poesia della donna starebbe proprio nell’essere vinta: perciò Francesca si anima ai nostri occhi di vita poetica purissima proprio nell’atto in cui soggiace a quella ferrea "necessità che Dante ha espressa con rara energia nella frase: amore... a nell’amato amar perdona ". In queste formulazioni non è difficile scorgere un eccesso di coloritura romantica, sia per il rilievo che il De Sanctis ama dare al risultato di una generalizzazione (la debolezza in quanto essenza della femminilità), sia per il parallelo, polemicamente istituito, tra le figure di Francesca e di Beatrice. Ma il De Sanctis rimane un modello insuperato di penetrazione critica, allorché passa, dall’inquadramento dell’episodio in una prospettiva discutibile e comunque troppo perentoriamente affermata, all’esame delle singole situazioni, dei loro riflessi psicologici e morali, della loro inesauribile vitalità espressiva. Troviamo inoltre nel suo saggio una caratterizzazione della figura di Francesca non meno felice di quella dataci dal Foscolo: "contrastando e soggiacendo ella serba immacolata l’anima, quel non so che di molle, puro, verecondo e delicato, che è il femminile, « l’essere gentile e puro»". Collocata dalla critica romantica nel segno disperato e fatale di "amore e morte", la tragedia di Francesca è stata oggetto di innumerevoli studi, interpretazioni, dibattiti. Ma essa occupa soltanto una parte del canto, la seconda. Quale rapporto lega le due parti fra loro? Si tratta soltanto di due creazioni poetiche giustapposte senza intima necessità, o c’è, nel passaggio dalla parte introduttiva all’episodio principale, uno svolgimento coerente di motivi, di forme, di situazioni? E inoltre, nell’episodio stesso, accanto a Francesca, disperatamente legata ai ricordi del tempo felice, accanto a Paolo, che ne accompagna col pianto le parole, quale funzione ha il personaggio Dante? E’ soltanto uno spettatore, un testimone non meno distaccato che indispensabile? O non piuttosto in lui per primo, essere vivente e umanissimo, si raccolgono e contrastano i punti di vista che la tragedia con tanta violenza propone? Sono queste alcune delle domande cui la critica più recente ha cercato di rispondere. E’ stato rilevato, per esempio, a proposito della presenza o meno di una reale continuità di sviluppo dalla prima alla seconda parte del canto, che i versi dall’1 al 72 vanno considerati "come una introduzione non semplicemente <> e decorativa del grande episodio", ma come la graduale "messa a fuoco dell’acerbo dibattito (amore e perdizione, fragilità umana e pietà) che costituisce il tema principale di questa pagina di poesia" (Caretti). Il Poeta intona il grande tema della pietà come in un " crescendo", dalle martellate terzine della rappresentazione iniziale di Minosse, via via attraverso la descrizione della bufera (con le musicalissime riprese: e come li stornei.... e come i gru..., che preannunciano l’apparizione delle due anime affannate: quali colombe...) e la rassegna delle ombre dei lussuriosi, fino all’orchestrazione del dialogo con Francesca e alla catastrofe dell’ultimo verso. E, d’altra parte, smorza in eguale misura il tema della inesorabilità delle pene infernali, del loro atroce automatismo, per creare, intorno alle parole della donna, una atmosfera più mite, di raccolto dolore, di quasi fraterna sollecitudine. Per quello che riguarda infine la partecipazione del Poeta, in quanto personaggio, all’episodio, notiamo come l’elemento che, nella tragedia di Paolo e Francesca, ne acuisce la compassione fino a fargli perdere i sensi, non è tanto la cronaca di amore e di morte dei due adulteri, quanto, attraverso e oltre questa cronaca, il destino umano in tutta la vastità dei suoi significati, la nostra imperfezione (non la sola fragilità di Francesca, in quanto donna), l’imperscrutabile mistero del nostro rapporto con Dio, il dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione. La vicenda non è quindi, come appariva nella critica romantica, un fatto in primo luogo ed esclusivamente umano, ma suggerisce, nell’atto in cui rivive nella coscienza di Dante, un continuo, appassionato riferimento della dimensione dell’uomo a quella dell’Essere che lo trascende. " Tra i due infelici amanti e la giustizia divina c’è Dante; c’è l’esperienza di lui uomo preso entro la morsa del divino, macerato dalla stretta di una verità immutabile." (Marcazzan) L’episodio che ha reso immortale il quinto canto deve essere riportato alla sua problematicità originaria, visto nella pluralità di prospettive che gli derivano dal suo riflettersi nell’animo del personaggio-autore. Solo così quella irrisolta drammaticità, quella ricchezza sempre nuova di risonanze, quel contenuto di verità inesauribile, che sono il privilegio della vita non meno che della grande poesia, potranno avere, nella considerazione critica di questo capolavoro, il posto che loro compete.
vv. 133-138Quando leggemmo il disiato risoesser basciato da cotanto amante,questi, che mai da me non fia diviso,la bocca mi basciò tutto tremante.Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:quel giorno più non vi leggemmo avante».Leggi nel testo
Francesca da Polenta, figlia del signore di Ravenna, sposò per ragioni politiche Gianciotto Malatesta, signore di Rimini. Si innamorò del cognato Paolo e i due amanti furono uccisi dal marito, probabilmente tra il 1283 e il 1286. Dante aveva forse conosciuto Paolo, che nel 1282 era stato capitano del popolo a Firenze.
Nel canto Francesca racconta come è nato l'amore: leggevano insieme la storia di Lancillotto e Ginevra, e al momento del bacio tra i due personaggi Paolo baciò lei. «Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse»: Galeotto è il personaggio del romanzo che aveva fatto da intermediario tra Lancillotto e Ginevra. Il libro ha fatto lo stesso con loro.
Dante non dice nulla di più, e proprio questa reticenza ha fatto nascere molte storie. Boccaccio, nel suo commento, racconta che Francesca era stata ingannata: le avrebbero fatto credere di sposare Paolo, mandandolo a trattare le nozze al posto del fratello. Più tardi Silvio Pellico e Gabriele D'Annunzio ne fecero delle tragedie, e Francesca divenne un personaggio celebre quanto Giulietta.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Minosse
Ne parla la scheda «Caronte, un demone che viene dal mito» (Inf. III).