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Indice dei canti
Dante tende le mani verso tre cerchi di luce intrecciati: uno dorato, uno azzurro con una figura umana a braccia aperte, uno di fuoco con una colomba. Accanto, un vecchio in bianco sorride.
La visione finale: i tre cerchi della Trinità e, nel secondo, l'immagine umana di Cristo.
Paradiso · Empireo

Paradiso, Canto XXXIII

««Vergine Madre, figlia del tuo figlio…»

San Bernardo innalza alla Vergine un’ardente preghiera, nella quale, dopo aver celebrato la bontà di Maria e la sua opera di intermediaria di grazia tra Dio e gli uomini, invoca una protezione particolare sul suo discepolo.

Luogo
Empireo
Anime
La rosa dei beati
Versi
145 · 48 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXXIII

Parafrasi
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1

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,Aumile e alta più che creatura,Btermine fisso d'etterno consiglio,A

4

tu se' colei che l'umana naturaBnobilitasti sì, che 'l suo fattoreCnon disdegnò di farsi sua fattura.B

"Vergine madre, figlia del tuo figlio, la più umile e la più alta di tutte le creature, termine immutabile del decreto divino (per la redenzione dell’umanità), tu sei colei che nobilitasti tanto la specie umana, che il suo Creatore non disdegnò di farsi umana creatura.
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e più alta di ogni altra creatura, termine stabilito dell'eterno disegno (di Dio), tu sei colei che nobilitasti tanto la natura umana che il suo creatore non disdegnò di farsi sua creatura.
7

Nel ventre tuo si raccese l'amore,Cper lo cui caldo ne l'etterna paceDcosì è germinato questo fiore.C

Nel tuo ventre si accese l’amore (di Dio per gli uomini) per il cui calore è germogliata nell’eterna pace del paradiso la rosa dei beati.
Nel tuo grembo si riaccese l'amore (tra Dio e l'uomo), per il cui calore nella pace eterna è germogliato così questo fiore.
10

Qui se' a noi meridiana faceDdi caritate, e giuso, intra ' mortali,Ese' di speranza fontana vivace.D

In cielo sei, per noi beati, una fiaccola di carità ardente come sole meridiano, e in terra, fra i mortali, sei sorgente inesauribile di speranza.
Qui sei per noi una fiaccola di carità splendente come il sole a mezzogiorno, e giù, tra i mortali, sei una fonte viva di speranza.
13

Donna, se' tanto grande e tanto vali,Eche qual vuol grazia e a te non ricorreFsua disianza vuol volar sanz'ali.E

Signora (donna: dal latino domina, "padrona", "signora"), sei tanto grande e hai tanto potere (presso Dio), che chiunque voglia la grazia divina e non ricorra a te, nutre un desiderio vano, come di chi voglia volare senza ali.
Donna, sei tanto grande e hai tanto potere che chi vuole una grazia e non ricorre a te vuole che il suo desiderio voli senza ali.
16

La tua benignità non pur soccorreFa chi domanda, ma molte fiateGliberamente al dimandar precorre.F

19

In te misericordia, in te pietate,Gin te magnificenza, in te s'adunaHquantunque in creatura è di bontate.G

La tua bontà non solo viene in aiuto a chi l’invoca, ma molte volte previene spontaneamente la preghiera. In te si raccolgono misericordia, pietà, munificenza, tutto ciò che di buono può esserci in una creatura.
La tua bontà non soltanto soccorre chi domanda, ma molte volte spontaneamente anticipa la domanda. In te c'è misericordia, in te pietà, in te generosità, in te si raccoglie tutto ciò che di bontà c'è in una creatura.
22

Or questi, che da l'infima lacunaHde l'universo infin qui ha veduteIle vite spiritali ad una ad una,H

25

supplica a te, per grazia, di virtuteItanto, che possa con li occhi levarsiJpiù alto verso l'ultima salute.I

Ora questi (Dante), che dal luogo più basso dell’universo (cioè: dall’inferno) fino all’Empireo ha visto, ad una ad una, le diverse condizioni delle anime separate dal corpo, ti supplica (il verbo è costruito, come in latino, con il dativo) affinché, per grazia divina, gli sia concessa tanta virtù, da poter contemplare la visione suprema di Dio.
Ora costui, che dalla cavità più profonda dell'universo (l'inferno) fino a qui ha visto le anime una per una, ti supplica di concedergli per grazia tanta forza che possa alzarsi con gli occhi più in alto, verso la salvezza ultima (Dio).
28

E io, che mai per mio veder non arsiJpiù ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghiKti porgo, e priego che non sieno scarsi,J

31

perché tu ogne nube li disleghiKdi sua mortalità co' prieghi tuoi,Lsì che 'l sommo piacer li si dispieghi.K

Ed io, che non arsi mai dal desiderio di vedere Dio più di quanto ardo ora perché sia concesso a lui (Dante) di vederLo, innalzo a te tutte le mie preghiere, e supplico che non siano insufficienti, affinché tu, con la tua intercessione, lo liberi da ogni impedimento terreno, così che possa apparirgli in tutta la sua grandezza Dio, la suprema beatitudine.
E io, che non ho mai desiderato ardentemente la visione per me più di quanto faccio per la sua, ti rivolgo tutte le mie preghiere, e prego che non siano insufficienti, perché tu, con le tue preghiere, gli sciolga ogni nube della sua condizione mortale, così che il sommo piacere (Dio) gli si mostri.
34

Ancor ti priego, regina, che puoiLciò che tu vuoli, che conservi sani,Mdopo tanto veder, li affetti suoi.L

Ancora ti prego, o regina, che puoi ciò che vuoi, di mantenere puri, dopo una simile visione, i suoi sentimenti. La tua tutela raffreni (in lui) le umane passioni:
Ti prego ancora, regina, che puoi ciò che vuoi, di conservare puri i suoi sentimenti dopo una visione così grande.
37

Vinca tua guardia i movimenti umani:Mvedi Beatrice con quanti beatiNper li miei prieghi ti chiudon le mani!».M

40

Li occhi da Dio diletti e venerati,Nfissi ne l'orator, ne dimostraroOquanto i devoti prieghi le son grati;N

guarda Beatrice e quanti beati congiungono le mani in atto di preghiera per avvalorare la mia domanda!" Gli occhi da Dio amati e venerati, fissi sulla figura dell’orante, ci mostrarono quanto le fossero giunte gradite le devote preghiere;
La tua protezione vinca gli impulsi umani: vedi Beatrice con quanti beati giunge le mani per le mie preghiere!». Gli occhi amati e venerati da Dio (di Maria), fissi su colui che pregava, ci mostrarono quanto le sono gradite le preghiere devote;
43

indi a l'etterno lume s'addrizzaro,Onel qual non si dee creder che s'inviiPper creatura l'occhio tanto chiaro.O

poi si rivolsero alla luce eterna di Dio, nella quale non si deve credere che alcun’altra creatura possa penetrare tanto a fondo con uno sguardo così limpido (come quello della Vergine).
poi si rivolsero alla luce eterna, nella quale non si deve credere che una creatura possa spingere uno sguardo così limpido.
46

E io ch'al fine di tutt'i disiiPappropinquava, sì com'io dovea,Ql'ardor del desiderio in me finii.P

Ed io che mi avvicinavo al fine di tutti i miei desideri, portai al grado massimo di intensità, così come era giusto, l’ardore del mio desiderio.
E io, che mi avvicinavo al fine di tutti i desideri, come dovevo, portai al culmine in me l'ardore del desiderio.
49

Bernardo m'accennava, e sorridea,Qperch'io guardassi suso; ma io eraRgià per me stesso tal qual ei volea:Q

52

ché la mia vista, venendo sincera,Re più e più intrava per lo raggioSde l'alta luce che da sé è vera.R

Bernardo mi faceva cenno e sorrideva perché guardassi in alto; ma io mi ero già messo spontaneamente nella disposizione d’animo che egli voleva (cioè: pronto a contemplare Dio), perché il mio sguardo, diventando limpido, penetrava sempre di più nel raggio della luce divina che è vera per sua propria essenza (diversamente dalle altre che sono un suo riflesso).
Bernardo mi faceva cenno, e sorrideva, perché guardassi in alto; ma io ero già da me stesso come lui voleva: perché la mia vista, diventando pura, entrava sempre di più nel raggio dell'alta luce che è vera di per sé.
55

Da quinci innanzi il mio veder fu maggioSche 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,Te cede la memoria a tanto oltraggio.S

Da questo momento in poi la mia di vedere fu maggiore della nostra possibilità di esprimere con le parole (ciò che vediamo), perché ogni linguaggio umano viene meno (di fronte a tale visione), e (anche) la memoria cede di fronte a ciò che va al di là delle nostre capacità.
Da quel momento in poi la mia visione fu più grande di quanto possano mostrare le parole, che cedono a una tale vista, e la memoria cede a un eccesso così grande.
58

Qual è colui che sognando vede,Tche dopo 'l sogno la passione impressaUrimane, e l'altro a la mente non riede,T

61

cotal son io, ché quasi tutta cessaUmia visione, e ancor mi distillaVnel core il dolce che nacque da essa.U

Come colui che vede in sogno qualcosa, e dopo il sogno gli rimane impressa (nell’animo) l’emozione provata, ma il contenuto della visione non ritorna alla sua memoria, in questa condizione mi trovo io, perché è scomparsa dal ricordo quasi tutta la mia visione, ma ancora sopravvive (distilla: fa piovere qualche stilla) nel mio cuore la dolcezza del sentimento che da essa si generò.
Come è colui che vede in sogno, e dopo il sogno gli rimane impressa l'emozione, e il resto non gli torna alla mente, così sono io, perché la mia visione è quasi del tutto svanita, e ancora mi stilla nel cuore la dolcezza che nacque da essa.
64

Così la neve al sol si disigilla;Vcosì al vento ne le foglie leviWsi perdea la sentenza di Sibilla.V

(Come viene meno, a poco a poco la visione) così la neve si scioglie (si distilla: perde la sua forma) al sole; così si perdevano al vento i responsi della Sibilla scritti sulle foglie leggiere.
Così la neve si scioglie al sole; così al vento, sulle foglie leggere, si perdevano i responsi della Sibilla.
67

O somma luce che tanto ti leviWda' concetti mortali, a la mia menteXripresta un poco di quel che parevi,W

70

e fa la lingua mia tanto possente,Xch'una favilla sol de la tua gloriaYpossa lasciare a la futura gente;X

73

ché, per tornare alquanto a mia memoriaYe per sonare un poco in questi versi,Zpiù si conceperà di tua vittoria.Y

O somma luce che tanto ti innalzi al di sopra della possibilità dell’umano intelletto, ridona alla mia memoria un’immagine, sia pur tenue, di quello che sei apparsa alla mia vista, e fa che le mie parole siano tanto capaci, da poter descrivere per le genti future almeno una piccola parte della tua gloria, perché (coloro che leggeranno la mia opera) potranno avere un concetto più chiaro della tua trionfante grandezza se essa tornerà in parte alla mia memoria e potrò celebrarla in piccola misura in questi versi.
O luce suprema, che ti innalzi tanto al di sopra dei pensieri dei mortali, ridà alla mia mente un poco di come apparivi, e rendi la mia lingua così potente che possa lasciare alla gente futura almeno una scintilla della tua gloria; perché, se ritorni un poco alla mia memoria e risuoni un poco in questi versi, si capirà di più della tua vittoria.
76

Io credo, per l'acume ch'io soffersiZdel vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,AAse li occhi miei da lui fossero aversi.Z

Io credo che, a causa dell’intensità del fulgore divino che la mia vista sopportava, sarei rimasto abbagliato, se i miei occhi non si fossero distolti da quel fulgore.
Io credo che, per l'intensità che sopportai del raggio vivo, mi sarei smarrito se i miei occhi si fossero distolti da esso.
79

E' mi ricorda ch'io fui più arditoAAper questo a sostener, tanto ch'i' giunsiABl'aspetto mio col valore infinito.AA

E mi ricordo che proprio per questo (per il timore di rimanere abbagliato se avessi distolto subito lo sguardo) mi feci ardito a sopportare (l’intensità della luce divina), tanto che congiunsi il mio sguardo con Dio.
E mi ricordo che per questo fui più ardito nel sostenerlo, tanto che giunsi a unire il mio sguardo con il valore infinito.
82

Oh abbondante grazia ond'io presunsiABficcar lo viso per la luce etterna,ACtanto che la veduta vi consunsi!AB

O abbondante Grazia, per la quale osai penetrare con lo sguardo nella luce eterna di Dio, tanto che esaurii in essa ogni capacità di vedere!
Oh grazia abbondante, per la quale osai fissare lo sguardo nella luce eterna, tanto che vi esaurii la mia capacità di vedere!
85

Nel suo profondo vidi che s'internaAClegato con amore in un volume,ADciò che per l'universo si squaderna:AC

Nel profondo della luce divina vidi che era contenuto, legato in un amoroso vincolo d’unità, ciò che nell’universo appare diviso e sparso;
Nella sua profondità vidi che si raccoglie, legato con amore in un solo volume, ciò che è sparso come pagine per l'universo:
88

sustanze e accidenti e lor costume,ADquasi conflati insieme, per tal modoAEche ciò ch'i' dico è un semplice lume.AD

ciò che sussiste per sé e ciò che sussiste in dipendenza dalle sostanze e i loro rapporti, come fusi fra di loro, in modo così mirabile che le mie parole possono esserne una vaga illustrazione.
le sostanze e gli accidenti e le loro relazioni, quasi fusi insieme in un modo tale che ciò che dico è solo un pallido barlume.
91

La forma universal di questo nodoAEcredo ch'i' vidi, perché più di largo,AFdicendo questo, mi sento ch'i' godo.AE

Credo di aver visto il principio costitutivo dell’unione di tutte le cose perché, dicendo queste cose, sento maggiormente dilatarsi di gioia il mio cuore.
Credo di aver visto la forma universale di questo nodo, perché, dicendo questo, sento che godo più ampiamente.
94

Un punto solo m'è maggior letargoAFche venticinque secoli a la 'mpresa,AGche fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.AF

Un solo attimo (il momento della visione divina) è per me causa di maggior oblio che non i venticinque secoli passati dall’impresa (degli Argonauti), quando l’ombra proiettata dalla nave Argo suscitò lo stupore di Nettuno.
Un solo istante mi causa un oblio più grande di quanto i venticinque secoli ne abbiano causato all'impresa che fece ammirare a Nettuno l'ombra di Argo (la prima nave).
97

Così la mente mia, tutta sospesa,AGmirava fissa, immobile e attenta,AHe sempre di mirar faceasi accesa.AG

(Come l’ombra della nave fece stupire Nettuno) così la mia mente, tutta assorta, mirava fissa, immobile e attenta, e si accendeva continuamente di nuova gioia contemplativa.
Così la mia mente, tutta assorta, guardava fissa, immobile e attenta, e si accendeva sempre di più del desiderio di guardare.
100

A quella luce cotal si diventa,AHche volgersi da lei per altro aspettoAIè impossibil che mai si consenta;AH

103

però che 'l ben, ch'è del volere obietto,AItutto s'accoglie in lei, e fuor di quellaAJè defettivo ciò ch'è lì perfetto.AI

Alla luce divina si diventa tali, che è impossibile che qualcuno mai voglia distogliersi da essa per guardare un altro oggetto, perché il bene, che è l’oggetto verso il quale si muove ogni volontà, è raccolto tutto in quella luce; e fuori di essa non c’è che bene imperfetto (letteralmente: è difettivo ciò che lì è perfetto).
Davanti a quella luce si diventa tali che è impossibile acconsentire a distogliersi da lei per volgersi a un'altra vista; perché il bene, che è l'oggetto della volontà, si raccoglie tutto in lei, e fuori di lei è imperfetto ciò che lì è perfetto.
106

Omai sarà più corta mia favella,AJpur a quel ch'io ricordo, che d'un fanteAKche bagni ancor la lingua a la mammella.AJ

D’ora in poi le mie parole, sia pure limitate a quel poco che ricordo, saranno più insufficienti del balbettio di un lattante.
Ormai, anche solo per quello che ricordo, le mie parole saranno più povere di quelle di un bambino che bagna ancora la lingua al seno.
109

Non perché più ch'un semplice sembianteAKfosse nel vivo lume ch'io mirava,ALche tal è sempre qual s'era davante;AK

112

ma per la vista che s'avvaloravaALin me guardando, una sola parvenza,AMmutandom'io, a me si travagliava.AL

Non perché ci fosse più di un unico aspetto nella luce divina che io contemplavo, la quale luce è sempre quale era prima, immutabile, ma, per il fatto che, mentre guardavo, le facoltà visive si rafforzavano in me, uno stesso oggetto (in questo caso: Dio), con il mutare delle mie capacità visive, passava da un aspetto all’altro.
Non perché nella luce viva che guardavo ci fosse più di un unico aspetto, perché essa è sempre tale quale era prima; ma per la mia vista, che diventava più forte in me guardando, un'unica apparenza, mentre io cambiavo, si trasformava ai miei occhi.
115

Ne la profonda e chiara sussistenzaAMde l'alto lume parvermi tre giriANdi tre colori e d'una contenenza;AM

Nella profonda e luminosa essenza della luce divina mi apparvero tre cerchi di tre colori diversi ma della stessa dimensione;
Nella profonda e chiara sostanza dell'alta luce mi apparvero tre cerchi di tre colori e di uguale grandezza;
118

e l'un da l'altro come iri da iriANparea reflesso, e 'l terzo parea focoAOche quinci e quindi igualmente si spiri.AN

e uno di essi appariva riflesso dall’altro come un arcobaleno da un altro arcobaleno, e il terzo appariva come un fuoco spirante in uguale misura dai primi due (quinci e quindi: da una parte e dall’altra).
e l'uno sembrava riflesso dall'altro come un arcobaleno da un arcobaleno, e il terzo sembrava un fuoco che spira ugualmente dall'uno e dall'altro.
121

Oh quanto è corto il dire e come fiocoAOal mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,APè tanto, che non basta a dicer 'poco'.AO

Oh come è insufficiente e debole la mia parola rispetto al concetto! e questo, in confronto a ciò che vidi, è così poca cosa, che la parola "poco" non basta ad indicarlo (perché bisognerebbe dire "nulla").
Oh quanto è inadeguata la parola e quanto è debole rispetto al mio pensiero! e questo, rispetto a ciò che vidi, è tale che non basta dire «poco».
124

O luce etterna che sola in te sidi,APsola t'intendi, e da te intellettaAQe intendente te ami e arridi!AP

O luce eterna che sei una sola nella tua sussistenza (sola in te sidi: in te sola ti posi), che sola ti intendi, e nell’essere intesa e nell’intenderti ti ami e gioisci!
O luce eterna, che sola risiedi in te stessa, sola ti comprendi, e, compresa da te e comprendendo te stessa, ami e sorridi!
127

Quella circulazion che sì concettaAQpareva in te come lume reflesso,ARda li occhi miei alquanto circunspetta,AQ

130

dentro da sé, del suo colore stesso,ARmi parve pinta de la nostra effige:ASper che 'l mio viso in lei tutto era messo.AR

133

Qual è 'l geomètra che tutto s'affigeASper misurar lo cerchio, e non ritrova,ATpensando, quel principio ond'elli indige,AS

Quel cerchio che appariva in te generato come luce riflessa (dal primo cerchio), dopo che l’ebbi guardato tutt’intorno per alquanto tempo, mi apparve dipinto, nel suo interno, con il suo stesso colore, dell’immagine umana; per la qual cosa il mio sguardo si fissava tutto in esso. Come il geometra che si concentra con tutte le sue facoltà mentali per trovare l’esatta misura del cerchio, e, per quanto pensi, non trova il principio di cui ha bisogno, in questa stessa situazione mi trovavo io di fronte a quella visione straordinaria:
Quel cerchio che appariva generato in te come luce riflessa, osservato per un po' dai miei occhi, dentro di sé, del suo stesso colore, mi sembrò dipinto della nostra immagine (umana): per cui il mio sguardo era tutto rivolto a esso. Come è il geometra che si concentra tutto per misurare il cerchio, e non trova, pur pensando, il principio di cui ha bisogno,
136

tal era io a quella vista nova:ATveder voleva come si convenneAUl'imago al cerchio e come vi s'indova;AT

volevo comprendere come l’effigie umana si adattasse alla forma del cerchio e come potesse trovarvi luogo (cioè: volevo comprendere il mistero della coesistenza in Cristo della natura divina e di quella umana);
così ero io davanti a quella visione nuova: volevo vedere come l'immagine (umana) si adattasse al cerchio e come vi trovasse posto;
139

ma non eran da ciò le proprie penne:AUse non che la mia mente fu percossaAVda un fulgore in che sua voglia venne.AU

ma le mie ali non potevano farmi volare tanto in alto: se non che la mia mente fu percossa da un’illuminazione per mezzo della quale avvenne ciò che essa desiderava.
ma le mie ali non erano adatte a questo: se non che la mia mente fu colpita da un lampo, nel quale il suo desiderio si compì.
142

A l'alta fantasia qui mancò possa;AVma già volgeva il mio disio e 'l velle,AWsì come rota ch'igualmente è mossa,AV

145

l'amor che move il sole e l'altre stelle.AW

A questo punto alla fantasia, che si era innalzata a tanto, venne a mancare la forza (di seguire l’intelletto in questa intuizione): ma già ogni mio desiderio e ogni mia volontà, erano mossi come ruota che gira con moto uniforme, da Dio, l’amore che imprime movimento al sole e alle altre stelle.
Qui all'alta immaginazione mancò la forza; ma ormai il mio desiderio e la mia volontà li faceva girare, come una ruota che è mossa in modo uniforme, l'amore che muove il sole e le altre stelle.

Riassunto del canto XXXIII

San Bernardo innalza alla Vergine un’ardente preghiera, nella quale, dopo aver celebrato la bontà di Maria e la sua opera di intermediaria di grazia tra Dio e gli uomini, invoca una protezione particolare sul suo discepolo. Questi, che dal profondo dell’inferno fino alla sommità dell’Empireo ha potuto conoscere le diverse condizioni delle anime, è pronto ormai a contemplare la visione finale di Dio, purché la Vergine lo liberi da ogni residuo impedimento terreno. San Bernardo conclude la sua invocazione chiedendo a Maria di conservare la purezza di cuore che Dante ora possiede, mentre i beati, prima fra tutti Beatrice, ne accompagnano le parole congiungendo le mani in un silenzioso gesto di preghiera. Gli occhi della Vergine, fissi sul Santo, dimostrano che la sua supplica è stata accolta. Poi si volgono verso la luce eterna di Dio. San Bernardo, prima di scomparire, invita, sorridendo, Dante a guardare verso l’alto. Ma ormai il pellegrino non ha più bisogno di nessun incoraggiamento: il suo animo è pronto alla contemplazione divina. Dopo aver affermato che egli non ricorda quasi nulla della visione ricevuta, il Poeta rivela di aver visto l’essenza divina come una luce intensissima. Nel profondo di questa luce tutto ciò che è sparso e diviso nell’universo, appare fuso in mirabile unità, legato ad un vincolo d’amore. Dante, pur riconoscendo che le sue parole sono insufficienti ad esprimere quanto egli, in un solo attimo, ha potuto contemplare, descrive il momento in cui i suoi occhi videro, sotto forma di tre cerchi di uguale dimensione, ma di colore diverso, il mistero della Trinità. Nel secondo cerchio - rappresentante il Figlio - appare poi un’immagine umana, per significare il mistero dell’incarnazione. A questo punto la mente del Poeta, giunta alla soglia del mistero più grande, e incapace, quindi, di proseguire con le sole sue forze, viene illuminata dalla grazia divina, che le concede l’intuizione del mistero dell’incarnazione.

In breve

Dove e chi
  1. Empireo: La rosa dei beati. Il fiume di luce e la visione di Dio.

Vedi sulla mappa

Versi famosi di questo canto

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio»
vv. 1-3

OggiÈ una delle preghiere più celebri della letteratura italiana.

Significato

«L'amor che move il sole e l'altre stelle»
vv. 142-145

OggiSi cita per chiudere con l'idea di un amore universale che regge il mondo.

Significato

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

I versi che hanno subìto la più sconcertante vicenda critica ed esegetica di tutta la Commedia sono certamente quelli che aprono l’ultimo canto del Paradiso e che presentano la preghiera di San Bernardo alla Vergine. I primi commentatori (fino al Landino) ritennero di trovarsi di fronte a una pagina di teologia. I critici romantici, dal Tommaseo in poi, a una pagina di oratoria (in seguito, su questo giudizio, insistettero particolarmente il Croce e il Chimenz). Un altro gruppo di lettori del canto XXXIII, fra i quali il Pistelli e il Del Lungo, trova proprio in questa "eloquenza" la nota altamente positiva della preghiera alla Vergine. Rimuovendo le interpretazioni rigidamente polemiche, tentano un risultato - felicemente raggiunto - di compromesso, il Casella e il Momigliano. Il primo, infatti, osserva che "la preghiera di San Bernardo si diffonde e si innalza con la calda e vibrante eloquenza dell’affetto" il secondo vede che "gli elementi dogmatici sono immersi e trasfigurati in un’alta e sottolineata cadenza". Anche il Fubini, che analizza accuratamente i dati stilistici della preghiera, la ritiene, nella prima parte, un’orazione che "si svolge secondo un ritmo lineare, ribattendo un unico motivo, senza dissimulare lo schema retorico su cui poggia e a cui è affidata la sua efficacia", e, nella seconda parte (versi 22-39), un invocazione intensa e appassionata che dà rilievo, potenza e ampiezza al moto dell’animo verso l’alto. Per risolvere questo problema critico, che forse ha polarizzato troppo l’interesse degli studiosi, a danno della seconda parte del canto, certamente più valida dal punto di vista poetico, è indispensabile cercare l’intenzione del Poeta nello scrivere questi versi, chiarendo se e in che misura quelle parole così studiate e, al tempo stesso, così fervide, abbiano vita puramente fantastica o anche vita storica: Dante, cioè, ha voluto offrirci una sua preghiera o invece "la preghiera" nei termini e nella natura più vicini a quelli che per lunga consuetudine correvano sulla bocca dei fedeli o erano oggetto di meditazione e di studio? L’Auerbach e il Vallone, che hanno ricercato tutte le possibili fonti storiche della preghiera mariana e le hanno minuziosamente confrontate con i versi danteschi, sono d’accordo sulla seconda ipotesi senza ricorrere alla superata formula crociana del "romanzo teologico", occorre ricordare che nella Commedia l’esigenza della "struttura" è pur sempre presente: al termine del Paradiso, prima della celebrazione finale di Dio, appariva indispensabile la celebrazione della Vergine madre di Dio, di colei che la teologia presentava come intermediaria di grazia fra il cielo e la terra. Con questa esigenza di struttura si è fuso, fortunatamente per la poesia, il particolare culto di Dante verso Maria, presentata, fin dall’inizio della Commedia, come sua salvatrice (Inferno II, 94-99) e invocata mane e sera (Paradiso XXIII, 88-89). Tenendo presente che la tradizione letteraria precedente a Dante offre innumerevoli forme di "elogio" da quello classico, che presenta funzioni e fatti mitici, a quello ebraico, che parafrasa la essenza e l’onnipotenza di Dio, a quello paleo-cristiano, che comincia a fondere il dogma con la storia di Cristo) e che nei testi patristici medievali - a cominciare da quelli di San Bernardo - l’inno alla Vergine è fra i più frequenti, è facile concludere che Dante ha voluto inserirsi in questa tradizione. Poiché la sua doveva essere una "preghiera" e non un brano di lirico abbandono (come sarà la famosa canzone alla Vergine del Petrarca), Dante non poteva discostarsi dalla natura della preghiera, cioè da una necessaria aderenza teologica e morale, e, contemporaneamente, da quella scia di suggestioni e di echi emotivi che la preghiera imprime nell’animo dell’orante. Era, questa, la prova più impegnativa per l’uomo e per il poeta: aderire alla tradizione ed essere poeta, rispettare la natura della preghiera e rinverdirla di poesia. Dante usa tutto il materiale della tradizione dell’elogio cristiano (l’elemento drammatico, lo storico, il figurale), condensandolo e organizzandolo. Il canto - scrive il Vallone - "nasce su concetti o anche parole e immagini di tradizione con un vigore e un tono veramente inconfondibili: sintesi, legamenti, ellissi di passaggi e di contro amplificazione gaudiosa e su tutto e in tutto vigile senso di stile... Se poi a tutto questo unite l’enorme difficoltà della materia, l’altezza dell’argomento, che in Dante-uomo suscitava apprensioni di sentimento e di intelletto, la preghiera ci sembrerà sì ‘una libera creazione della commossa fantasia" [Cosmo] del Poeta, ma, soprattutto, e per la sua natura, un canto umano". Se i motivi principali sono quelli dogmatici, e l’elemento emotivo, nel senso di una parafrasi sentimentale degli eventi riguardanti la Vergine, manca, la lucidità contenutistica e stilistica, che sembra essere il prodotto di un piano consapevole e rigoroso, non è soltanto perspicuità razionale, ma irraggiamento poetico, perché il fervore dell’emozione è espresso proprio attraverso l’ordine tematico, l’armonia della frase, la varietà dei modi sintattici, attraverso quegli elementi, cioè, sui quali è fondata la poesia di tutta la Commedia. Ma la preghiera alla Vergine, con il suo ossequio alla teologia, la sua solennità di canto la sua concretezza di umana rappresentazione, la sua ansia del trascendente non è che il preludio del canto XXXIII, non presenta che le prime note di quella ispirazione epica che, cimentandosi con la metafisica, tenterà la rappresentazione di Dio. M. Rossi sostiene che Dante ha compiuto un "vano tentativo di poetizzazione dell’astratto", e che, immaginando Dio come un triplice cerchio di luce, non ha fatto altro che offrire la più semplice e astratta immagine di perfezione presentatasi al suo spirito. Ma la idea che Dante vuol darci di Dio non è già nella figura del triplice cerchio, ma è in tutto il canto, in quell’ansia di cogliere Dio, in quella sensazione di averlo attinto e subito smarrito.

Personaggi del canto XXXIII

Guida

San Bernardo

Empireo

Ultima guida di Dante. Rivolge alla Vergine la preghiera che apre la visione di Dio.

Beata

La Vergine Maria

Paradiso · Empireo

Ha mosso il soccorso a Dante fin dall'inizio; a lei è rivolta la preghiera di san Bernardo.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Scienza
Paradiso · Canto XXXIII Liceo

La quadratura del cerchio

vv. 133-138Qual è 'l geomètra che tutto s'affigeper misurar lo cerchio, e non ritrova,pensando, quel principio ond'elli indige,tal era io a quella vista nova:veder voleva come si convennel'imago al cerchio e come vi s'indova;Leggi nel testo

Nell'ultimo canto Dante vede Dio: tre cerchi di tre colori e della stessa grandezza, e nel secondo l'immagine di un volto umano. Vuole capire come l'immagine umana si unisca al cerchio divino, cioè come Dio si sia fatto uomo. Per descrivere il suo sforzo usa una similitudine matematica.

È come il geometra che si concentra per «misurar lo cerchio» e non trova il principio di cui ha bisogno. Il problema della quadratura del cerchio, cioè costruire con riga e compasso un quadrato della stessa area di un cerchio, era famoso fin dall'antichità. Solo nel 1882 fu dimostrato impossibile, perché il numero pi greco è «trascendente»: nessuna costruzione geometrica può ottenerlo esattamente.

Per Dante l'impossibilità umana è il limite contro cui va a sbattere ogni sforzo dell'intelletto. Ma proprio allora un lampo illumina la sua mente e il desiderio è soddisfatto. La fantasia non regge più, e la volontà di Dante si muove ormai insieme all'«amor che move il sole e l'altre stelle». Il poema finisce, come era iniziato, con un'esperienza indicibile.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

La preghiera alla Vergine

Ne parla la scheda «Due laghi alla fine di due regni» (Inf. XXXII).

L'amor che move il sole e l'altre stelle

Ne parla la scheda «Il dramma sacro del Paradiso terrestre» (Purg. XXXIII).

I limiti della parola

Ne parla la scheda ««Trasumanar»: una parola nuova per un'esperienza nuova» (Par. I).

Il volume dell'universo

Ne parla la scheda «Il grande libro di Dio» (Par. XIX).

La preghiera di Bernardo

Ne parla la scheda «Il congedo da Beatrice» (Par. XXXI).

La preghiera alla Vergine

Ne parla la scheda «Il volto che più somiglia a Cristo» (Par. XXXII).

San Bernardo

Compare anche in altri 2 canti.

La Vergine Maria

Compare anche in un altro canto.