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Testo e parafrasi del canto XXVI
Parafrasi
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1
Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande,Ache per mare e per terra batti l'ali,Be per lo 'nferno tuo nome si spande!A
Gioisci, Firenze, poiché sei così famosa, che voli per mare e per terra, e il tuo nome si diffonde per l’inferno!
Godi, Firenze, perché sei così grande che batti le ali per mare e per terra, e il tuo nome si diffonde per l'inferno!
4
Tra li ladron trovai cinque cotaliBtuoi cittadini onde mi ven vergogna,Ce tu in grande orranza non ne sali.B
Tra i ladri incontrai cinque tuoi cittadini di tale condizione che ne sento vergogna, e tu Firenze non ne sali in grande onore.
Tra i ladri trovai cinque tuoi cittadini di tal fatta, per cui mi viene vergogna, e tu non ne ricavi grande onore.
7
Ma se presso al mattin del ver si sogna,Ctu sentirai di qua da picciol tempoDdi quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.C
Ma se nelle prime ore del mattino si sogna il vero (si credeva nel Medioevo che i sogni fatti all’alba fossero annunciatori di verità), tu proverai tra breve quello che Prato, per non dire di altri, ti augura.
Ma se all'alba si sognano cose vere, tu sentirai fra poco tempo ciò che Prato, per non dire altri, ti augura.
10
E se già fosse, non saria per tempo.DCosì foss'ei, da che pur esser dee!Eché più mi graverà, com'più m'attempo.D
E se ciò fosse già avvenuto, non sarebbe troppo presto: così fosse già avvenuto, dal momento che deve pur accadere! perché sarò più duro da sopportare, quanto più invecchio.
E se fosse già accaduto, non sarebbe troppo presto. Fosse già accaduto, dal momento che deve comunque accadere! Perché più invecchio, più mi peserà.
13
Noi ci partimmo, e su per le scaleeEche n'avea fatto iborni a scender pria,Frimontò 'l duca mio e trasse mee;E
C’incamminammo, e Virgilio risalì per la scala formata dalle sporgenze rocciose che prima ci erano servite per scendere, e mi portò con lui;
Ce ne andammo, e su per i gradini che i massi sporgenti ci avevano formato per scendere prima, risalì la mia guida e tirò su me;
16
e proseguendo la solinga via,Ftra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglioGlo piè sanza la man non si spedia.F
e mentre proseguivamo nella via solitaria, tra le pietre e i massi del ponte il piede non riusciva ad avanzare senza l’aiuto delle mani.
e proseguendo il cammino solitario tra le schegge e i massi del ponte di roccia, il piede non avanzava senza l'aiuto della mano.
19
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglioGquando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,He più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,G
22
perché non corra che virtù nol guidi;Hsì che, se stella bona o miglior cosaIm'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.H
Allora mi addolorai, e ora nuovamente mi addoloro allorché rivolgo il pensiero a ciò che vidi, e tengo a freno il mio ingegno più di quello che non sia solito fare, perché non vada troppo senza la guida della virtù, in modo che, se un benefico influsso astrale o la grazia divina mi ha dato il dono dell’ingegno, io stesso non me lo tolga.
Allora provai dolore, e ora provo di nuovo dolore quando rivolgo la mente a ciò che vidi, e freno l'ingegno più di quanto sono solito, perché non corra senza che la virtù lo guidi; così che, se una buona stella o qualcosa di meglio (la grazia divina) mi ha dato questo bene, io stesso non me lo tolga.
25
Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,Inel tempo che colui che 'l mondo schiaraJla faccia sua a noi tien meno ascosa,I
28
come la mosca cede alla zanzara,Jvede lucciole giù per la vallea,Kforse colà dov'e' vendemmia e ara:J
31
di tante fiamme tutta risplendeaKl'ottava bolgia, sì com'io m'accorsiLtosto che fui là 've 'l fondo parea.K
Quante lucciole il contadino che si riposa sul colle, durante la stagione in cui il sole rimane più a lungo all’orizzonte, allorché alle mosche succedono le zanzare, vede giù per la valle, dove gli sembra di scorgere le sue vigne e i suoi campi, di altrettante fiamme splendeva tutta l’ottava bolgia, così come fui in grado di vedere non appena giunsi al centro del ponte da dove era visibile il fondo.
Quante lucciole il contadino che riposa sulla collina, nella stagione in cui colui che illumina il mondo (il sole) ci tiene meno nascosta la sua faccia, nell'ora in cui la mosca lascia il posto alla zanzara, vede giù per la valle, forse là dove vendemmia e ara: di altrettante fiamme risplendeva tutta l'ottava bolgia, come mi accorsi appena fui là dove si vedeva il fondo.
34
E qual colui che si vengiò con li orsiLvide 'l carro d'Elia al dipartire,Mquando i cavalli al cielo erti levorsi,L
37
che nol potea sì con li occhi seguire,Mch'el vedesse altro che la fiamma sola,Nsì come nuvoletta, in sù salire:M
E come colui che si vendicò per mezzo degli orsi vide il carro di Elia nel momento in cui si staccò da terra, quando i cavalli si impennarono verso il cielo, tanto che non lo poteva seguire con gli occhi, in modo da non vedere altro che la sola fiamma salire in alto, come una piccola nuvola.
E come colui che si vendicò con gli orsi (il profeta Eliseo) vide il carro di Elia alla partenza, quando i cavalli si levarono dritti verso il cielo, e non poteva seguirlo con gli occhi così da vedere altro che la sola fiamma, salire in su come una nuvoletta:
40
tal si move ciascuna per la golaNdel fosso, ché nessuna mostra 'l furto,Oe ogne fiamma un peccatore invola.N
Così nel fondo della bolgia si muove ogni fiamma, poiché nessuna fa vedere quello che essa contiene, e ogni fiamma nasconde un dannato.
così si muove ciascuna fiamma lungo la gola del fossato, perché nessuna mostra ciò che ha rubato, e ogni fiamma nasconde un peccatore.
43
Io stava sovra 'l ponte a veder surto,Osì che s'io non avessi un ronchion preso,Pcaduto sarei giù sanz'esser urto.O
Stavo sul ponte diritto in piedi per guardare, così che se non mi fossi afferrato a una sporgenza, sarei precipitato anche senza essere urtato.
Io stavo sul ponte, sporgendomi per vedere, tanto che se non mi fossi afferrato a una sporgenza sarei caduto giù senza essere spinto.
46
E 'l duca che mi vide tanto atteso,Pdisse: «Dentro dai fuochi son li spirti;Qcatun si fascia di quel ch'elli è inceso».P
E Virgilio, che mi vide così intento a guardare, disse: " Le anime stanno dentro i fuochi; ciascuna è avvolta dalla fiamma che la brucia ".
E la guida, che mi vide così attento, disse: «Dentro i fuochi ci sono gli spiriti; ciascuno si avvolge di ciò da cui è bruciato».
49
«Maestro mio», rispuos'io, «per udirtiQson io più certo; ma già m'era avvisoRche così fosse, e già voleva dirti:Q
" Maestro ", risposi, " per il fatto che lo sento dire da te sono più sicuro, ma già pensavo che fosse così, e già volevo domandarti:
«Maestro mio», risposi, «sentendo te ne sono più certo; ma già avevo pensato che fosse così, e già volevo chiederti:
52
chi è 'n quel foco che vien sì divisoRdi sopra, che par surger de la piraSdov'Eteòcle col fratel fu miso?».R
chi c’è dentro a quella fiamma che avanza così divisa nella parte superiore, che sembra levarsi dal rogo dove Eteocle fu posto col fratello? " Mi rispose:
chi c'è in quel fuoco che viene così diviso in alto, che sembra sorgere dal rogo dove fu messo Eteocle con il fratello?».
55
Rispuose a me: «Là dentro si martiraSUlisse e Diomede, e così insiemeTa la vendetta vanno come a l'ira;S
" Dentro a quella fiamma sono tormentati Ulisse e Diomede, e così insieme subiscono la punizione di Dio, come insieme si esposero alla sua ira;
Mi rispose: «Là dentro sono tormentati Ulisse e Diomede, e così vanno insieme incontro alla punizione come andarono insieme all'ira (di Dio);
58
e dentro da la lor fiamma si gemeTl'agguato del caval che fé la portaUonde uscì de' Romani il gentil seme.T
e dentro alla loro fiamma si espia l’insidia del cavallo che aprì la porta dalla quale uscì Enea, il nobile progenitore dei Romani.
e dentro la loro fiamma si piange l'inganno del cavallo che aprì la porta da cui uscì il nobile seme dei Romani (Enea).
61
Piangevisi entro l'arte per che, morta,UDeidamìa ancor si duol d'Achille,Ve del Palladio pena vi si porta».U
In essa si espia l’astuzia a causa della quale, anche ora che è morta, Deidamia continua a lamentarsi di Achille, e si soffre il castigo a causa del Palladio ".
Lì dentro si piange l'astuzia per cui Deidamia, anche da morta, si lamenta ancora di Achille, e lì si sconta la pena per il Palladio».
64
«S'ei posson dentro da quelle favilleVparlar», diss'io, «maestro, assai ten priegoWe ripriego, che 'l priego vaglia mille,V
67
che non mi facci de l'attender niegoWfin che la fiamma cornuta qua vegna;Xvedi che del disio ver' lei mi piego!».W
" Se essi possono parlare da dentro quelle fiamme" dissi "maestro, ti prego e torno a pregarti, e possa la mia preghiera valerne mille, che tu non mi impedisca di aspettare, fino a quando quella fiamma a due punte sia giunta qui: guarda come dal desiderio mi chino verso di lei! " E Virgilio a me:
«Se possono parlare dentro quelle fiamme», dissi io, «maestro, ti prego molto e ti riprego, e la preghiera valga per mille, che non mi neghi di aspettare finché la fiamma a due punte venga qui; vedi che per il desiderio mi piego verso di lei!».
70
Ed elli a me: «La tua preghiera è degnaXdi molta loda, e io però l'accetto;Yma fa che la tua lingua si sostegna.X
" La tua richiesta merita un grande elogio, e io perciò l’approvo: ma fa che la tua lingua si trattenga dal parlare.
E lui a me: «La tua preghiera è degna di molta lode, e perciò io l'accetto; ma fa' che la tua lingua si trattenga.
73
Lascia parlare a me, ch'i' ho concettoYciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,Zperch'e' fuor greci, forse del tuo detto».Y
Lascia parlare me, poiché ho capito ciò che desideri: perché essi, essendo stati Greci, forse eviterebbero di parlare con te ".
Lascia parlare me, perché ho capito ciò che vuoi; perché essi, poiché furono greci, sarebbero forse sdegnosi delle tue parole».
76
Poi che la fiamma fu venuta quiviZdove parve al mio duca tempo e loco,AAin questa forma lui parlare audivi:Z
Dopo che la fiamma giunse nel punto in cui Virgilio ritenne opportuno, io lo udii parlare in questo modo:
Quando la fiamma fu venuta lì dove alla mia guida sembrò il momento e il luogo adatti, lo sentii parlare in questo modo:
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«O voi che siete due dentro ad un foco,AAs'io meritai di voi mentre ch'io vissi,ABs'io meritai di voi assai o pocoAA
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quando nel mondo li alti versi scrissi,ABnon vi movete; ma l'un di voi dicaACdove, per lui, perduto a morir gissi».AB
" O voi che vi trovate in due dentro una sola fiamma, se io ebbi qualche merito nei vostri riguardi, mentre ero in vita, se io l’ebbi grande o piccolo quando in terra scrissi i nobili versi, sostate: e uno di voi racconti dove, per parte sua, smarritosi andò a morire.
«O voi che siete due dentro un solo fuoco, se io mi sono reso meritevole verso di voi mentre ero vivo, se mi sono reso meritevole verso di voi molto o poco quando nel mondo scrissi i versi solenni, non vi allontanate; ma uno di voi dica dove andò a morire, dopo essersi perduto».
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Lo maggior corno de la fiamma anticaACcominciò a crollarsi mormorandoADpur come quella cui vento affatica;AC
" La punta più alta dell’antica (da secoli circonda i due dannati) fiamma cominciò a scuotersi rumoreggiando proprio come quella che il vento agita;
La punta più grande dell'antica fiamma cominciò a scuotersi mormorando, proprio come quella che il vento agita;
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indi la cima qua e là menando,ADcome fosse la lingua che parlasse,AEgittò voce di fuori, e disse: «QuandoAD
poi, muovendo di qua e di là la punta, quasi fosse la lingua che parlava, getto fuori la voce, e disse:
poi, muovendo la cima qua e là come se fosse la lingua che parlava, mandò fuori la voce, e disse: «Quando
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mi diparti' da Circe, che sottrasseAEme più d'un anno là presso a Gaeta,AFprima che sì Enea la nomasse,AE
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né dolcezza di figlio, né la pietaAFdel vecchio padre, né 'l debito amoreAGlo qual dovea Penelopé far lieta,AF
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vincer potero dentro a me l'ardoreAGch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,AHe de li vizi umani e del valore;AG
"Quando mi allontanai da Circe, che mi trattenne per oltre un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea la chiamasse così, né la tenerezza per il figlio, né l’affetto riverente per il vecchio padre, né il dovuto amore che doveva rendere felice Penelope, poterono vincere dentro di me l’ardente desiderio che ebbi di conoscere il mondo, e i vizi e le virtù degli uomini:
mi allontanai da Circe, che mi trattenne più di un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea la chiamasse così, né la tenerezza per il figlio, né l'affetto per il vecchio padre, né il dovuto amore che doveva rendere felice Penelope, poterono vincere dentro di me il desiderio ardente che ebbi di diventare esperto del mondo, e dei vizi e delle virtù degli uomini;
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ma misi me per l'alto mare apertoAHsol con un legno e con quella compagnaAIpicciola da la qual non fui diserto.AH
ma mi spinsi per lo sconfinato alto mare solo con una nave, e con quella esigua schiera dalla quale non ero stato abbandonato.
ma mi misi per l'alto mare aperto con una sola nave e con quella piccola compagnia dalla quale non fui abbandonato.
103
L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,AIfin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,AJe l'altre che quel mare intorno bagna.AI
Vidi l’una e l’altra sponda fino alla Spagna, fino al Marocco, e alla Sardegna, e alle altre isole bagnate tutt’intorno da quel mare (il Mediterraneo).
Vidi l'una e l'altra costa fino alla Spagna, fino al Marocco, e l'isola dei Sardi, e le altre che quel mare bagna intorno.
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Io e ' compagni eravam vecchi e tardiAJquando venimmo a quella foce strettaAKdov'Ercule segnò li suoi riguardi,AJ
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acciò che l'uom più oltre non si metta:AKda la man destra mi lasciai Sibilia,ALda l'altra già m'avea lasciata Setta.AK
Io e i miei compagni eravamo vecchi e lenti nei nostri movimenti allorché giungemmo a quell’angusto stretto dove Ercole fissò i suoi limiti, affinché l’uomo non si avventuri oltre (Ercole, secondo il mito, piantò le rupi di Calpe e di Abila, l’una sulla sponda europea, l’altra su quella africana, perché, segnando i limiti del mondo esplorabile, nessuno osasse oltrepassarli): lasciai alla mia destra Siviglia, alla mia sinistra ormai Ceuta (Setta: è l’antica Septa romana, sulla costa africana) mi aveva lasciato.
Io e i compagni eravamo vecchi e lenti quando arrivammo a quello stretto dove Ercole pose i suoi segnali, perché l'uomo non si spinga più oltre: alla mano destra mi lasciai Siviglia, dall'altra mi ero già lasciato Ceuta.
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"O frati", dissi "che per cento miliaALperigli siete giunti a l'occidente,AMa questa tanto picciola vigiliaAL
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d'i nostri sensi ch'è del rimanente,AMnon vogliate negar l'esperienza,ANdi retro al sol, del mondo sanza gente.AM
"O fratelli", dissi, "che avete raggiunto il confine occidentale (il mondo finiva, per gli antichi, allo stretto di Gibilterra) attraverso centomila pericoli, a questo così breve tempo che ci rimane da vivere, non vogliate negare la conoscenza, seguendo il corso del sole, del mondo disabitato.
“O fratelli”, dissi, “che attraverso centomila pericoli siete giunti all'occidente, a questa così breve veglia dei nostri sensi che ci rimane, non vogliate rifiutare l'esperienza, seguendo il sole, del mondo senza abitanti.
118
Considerate la vostra semenza:ANfatti non foste a viver come bruti,AOma per seguir virtute e canoscenza".AN
Riflettete sulla vostra natura: non foste creati per vivere come bruti, ma per seguire la virtù e il sapere.
Considerate la vostra origine: non foste fatti per vivere come bestie, ma per seguire la virtù e la conoscenza”.
121
Li miei compagni fec'io sì aguti,AOcon questa orazion picciola, al cammino,APche a pena poscia li avrei ritenuti;AO
" Con questo breve discorso resi i miei compagni così desiderosi di proseguire il viaggio, che a stento dopo sarei riuscito a fermarli;
Con questo breve discorso resi i miei compagni così desiderosi del viaggio che dopo a stento li avrei trattenuti;
124
e volta nostra poppa nel mattino,APde' remi facemmo ali al folle volo,AQsempre acquistando dal lato mancino.AP
e rivolta verso Oriente la poppa della nostra nave, trasformammo i remi in ali per il viaggio temerario, sempre avanzando verso sinistra (verso sud, ovest).
e voltata la nostra poppa verso oriente, dei remi facemmo ali per il folle volo, guadagnando sempre verso sinistra.
127
Tutte le stelle già de l'altro poloAQvedea la notte e 'l nostro tanto basso,ARche non surgea fuor del marin suolo.AQ
Già la notte ci mostrava tutte le stelle dell’emisfero australe, e (ci mostrava) invece il nostro (emisfero) così basso. che non si alzava al di sopra della superficie del mare.
La notte vedeva già tutte le stelle dell'altro polo, e il nostro così basso che non si alzava sopra la superficie del mare.
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Cinque volte racceso e tante cassoARlo lume era di sotto da la luna,ASpoi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,AR
133
quando n'apparve una montagna, brunaASper la distanza, e parvemi alta tantoATquanto veduta non avea alcuna.AS
Cinque volte si era accesa e altrettante spenta (erano passati cinque mesi) la luce che la luna mostra nella sua parte inferiore, da quando avevamo iniziato il nostro difficile viaggio, allorché ci apparve una montagna, scura a causa della distanza, e mi sembrò tanto alta come non ne avevo mai veduta alcuna.
Cinque volte si era riaccesa e altrettante spenta la luce della luna dalla parte di sotto, da quando eravamo entrati nell'alto passaggio, quando ci apparve una montagna, scura per la distanza, e mi sembrò tanto alta quanto non ne avevo mai vista nessuna.
136
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,ATché de la nova terra un turbo nacque,AUe percosse del legno il primo canto.AT
Noi gioimmo, e subito la nostra gioia si mutò in disperazione: perché dalla terra da poco avvistata sorse un vento vorticoso, che investì la prua della nave.
Noi ci rallegrammo, e presto la gioia si mutò in pianto, perché dalla nuova terra nacque un turbine, che colpì la prua della nave.
139
Tre volte il fé girar con tutte l'acque;AUa la quarta levar la poppa in susoAVe la prora ire in giù, com'altrui piacque,AU
142
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».AV
Tre volte la fece girare insieme con le acque circostanti: alla quarta fece levare la poppa in alto e sprofondare la prua, come volle Dio, finché il mare si richiuse sopra di noi ".
Tre volte la fece girare con tutte le acque; alla quarta fece alzare la poppa in su e andare la prua in giù, come piacque a un altro (Dio), finché il mare si richiuse sopra di noi».
Riassunto del canto XXVI
I due pellegrini lasciano la bolgia dei ladri e riprendono il faticoso cammino. Dall’alto del ponte che sovrasta l’ottava bolgia questa appare loro percorsa da fiamme simili alle lucciole che il contadino vede nella valle quando si riposa, alla sera, sulla sommità della collina. Ogni fiamma nasconde un peccatore. In una di esse, che si distingue dalle altre per il fatto di terminare con due punte, scontano le loro colpe - l’inganno che costrinse Achille a partecipare alla guerra di Troia, il ratto fraudolento del Palladio, lo stratagemma che causò la rovina del regno di Priamo - due Greci: Ulisse e Diomede. Poiché Dante ha manifestato il desiderio di udirli parlare, Virgilio si rivolge alla fiamma biforcuta pregando affinché uno dei due eroi riveli il luogo della sua morte. Dalla punta più alta esce allora la voce di Ulisse. Egli racconta che, dopo la sosta presso la maga Circe, nulla poté trattenerlo dall’esplorare il Mediterraneo occidentale fino alle colonne d’Ercole, limite del mondo conoscibile. Qui giunto, si rivolse ai fedeli compagni, come lui invecchiati nelle fatiche e nei rischi: "Fratelli, nel poco tempo che ci rimane da vivere, non vogliate che ci resti preclusa la possibilità di conoscere il mondo disabitato. Seguiamo il sole nel suo cammino. La vita non ci fu data perché fosse da noi consumata nell’inerzia, ma perché l’arricchissimo attraverso la validità delle nostre azioni e delle conoscenze da noi raggiunte". Questo breve discorso infiammò a tal punto i membri dell’equipaggio, che i remi parvero trasformarsi in ali e la nave volare sulla superficie dell’oceano inesplorato. Cinque mesi dopo il passaggio attraverso lo stretto di Gibilterra una montagna altissima si mostrò all’orizzonte. Da questa ebbe origine un turbine; la nave girò tre volte nel vortice delle onde, poi si inabissò; il mare si chiuse sopra di essa.
In breve
Dove e chi
VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Quasi tutti i personaggi della prima cantica appaiono consapevoli, in forme più o meno esplicite, del male compiuto: il rimorso è alla radice del loro modo di manifestarsi anche là dove, disperatamente, cercano di soffocarne la voce. Nell’episodio di Ulisse tuttavia l’elemento tragico non è rappresentato dal peccato. Per quanto gravi siano infatti le colpe che condannano, nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, l’ideatore dell’agguato che pose termine all’orgoglioso dominio dei Troiani, ad esse il Poeta dedica appena un cenno di carattere informativo (versi 58-63), destinato a non riproporsi, nemmeno come motivo marginale, nel racconto della corsa disperata di questo peccatore di retro al sol. Vigorosamente emblematica, questa espressione riassume il senso dell’intero episodio. Essa non si limita ad indicare una direzione nell’universo fisico (uno dei quattro punti cardinali); proclama, oltre il suo orizzonte più immediato, l’ineluttabilità dell’imperativo morale, additando «una via tracciata nel cielo, che invita l’uomo a percorrerne una parallela sulla terra» (Fattori). I peccati che Ulisse sconta - immune, nel suo involucro di fuoco, da ogni contatto con la cronaca dei tempi non eroici (in più di un luogo del suo poema Dante contrappone il Medioevo all’antichità classica, oggettivandolo in aspra «commedia») e da tale cronaca appartato anche per il fatto che ignora il « volgare » in cui essa si esprime - sono presentati in modo generico, inquadrati in uno schema astratto e come distaccati dalla volontà viva e personale dell’eroe. "E se il Poeta non può non far menzione della pena di questo suo personaggio e sembra anzi insistere su di essa, quell’insistenza non è se non una retorica variatio... che non importa una maggiore intensità di sentimento, poiché il si martire, il si geme, il piangevisi, il pena vi si porta sono dei semplici sinonimi di un « è punito », e sarà anche da osservare la forma passiva, per cui non l’eroe sofferente è presentato nel discorso come soggetto, bensì il peccato di cui il discorso deve dar notizia. L’eroe, questo importa, pur dannato, rimane non tocco nel suo intimo dalla dannazione." (Fubini) La tragedia di Ulisse è nel suo naufragio, incidente ai suoi occhi fortuito, dato di fatto nel quale sembra, inspiegabilmente, incarnarsi una volontà tesa a negare l’ideale da lui perseguito oltre i limiti per tradizione assegnati alle capacità umane. "Nell’istante medesimo in cui la incoercibile potenza dell’umana attività, vicina ormai e quasi già tocca la meta, risplende con tutta la sua luce, Iddio respinge duramente da sé la grandezza e la passione dell’uomo, per travolgerle con impeto d’uragano nell’abisso del nulla." (M. Rossi)Per un cristiano non c’è evento, per quanto doloroso o ingiusto appaia, in cui non rifulga la razionalità del divino: razionalità che guida e giudica quella degli uomini e nella quale occorre credere, prima di poterla interrogare. Ulisse non ha questa fede. Crudelmente enigmatico, nodo che la ragione non sa sciogliere, «bruno» come il purgatorio intravisto sulle soglie della morte, Dio appare ad Ulisse una forza destituita di qualsiasi significato, oceano inconsapevole che turbina e semina morte per poi placarsi in una inerzia remota da ogni dolore (infin che ‘I mar fu sopra noi richiuso), arbitrio che opprime, attraverso la distruzione della vita, l’insorgere nella coscienza del richiamo del dovere (seguir virtute e canoscenza). Nella dedizione a questo dovere ogni barriera che opponga l’uomo all’uomo, chiudendolo nei termini aridi del suo sopravvivere animale (il prosperare dei bruti), si rivela fallace, indegna di esistere: la cortesia e il rispetto (o frati... non vogliate...) contraddistinguono l’orazion picciola che l’eroe rivolge ai vecchi marinai nel momento in cui sta per decidersi il loro destino. Ulisse costata il reciso, brutale divieto opposto da « qualcuno » - essere senza nome né volto né anima - all’ardore di conoscenza che lo ha portato lontano da Circe, dal riposo negli itinerari noti, dal consenso di affetti che rende sopportabile il tempo che conduce alla morte, senza mai scorgere in questo « qualcuno » Dio, in questo essere la fonte di ogni essere, in quella che può apparire crudeltà una sapienza e una carità insondabili. Proprio perché Dio è, nelle parole di Ulisse, ignorato in quanto tale, nessun accento di sfida intorbida la semplicità del suo dire (quale contrasto fra il pudore del suo resoconto e il turgido proporsi della superbia in Capaneo, adulatrice di se stessa, interpretante se stessa s’il piano compiacente delle ipotesi!), impaziente, fin dal le prime parole, di consumarsi in epilogo implacabile, sdegnoso dell’indugio nell’inessenziale (tappe di un itinerario etico, i luoghi visitati dalla compagna picciola non propongono al navigatore il tema delle lusinghe e della curiosità vagabonda) In una penetrante analisi di quest’episodio M. Rossi scrive che nella Commedia "dove l’offesa a Dio è anche sentita, insieme, come offesa alla propria umana dignità... la voce della coscienza e la voce di Dio paiono levarsi insieme concordi, come un’unica voce, alla condanna dal cuore del colpevole... Ma qui Dio è nella coscienza solo come imperscrutabile ed inattingibile da essa, ed è sentito dallo spirito non... nella infinita ricchezza spirituale del concetto di assoluto, nel quale lo spirito finito conquista la sua verità e la sua pace... Qui il Dio della speculazione cristiana sembra assumere per un istante innanzi allo spirito del Poeta la cupa e chiusa terribilità del Fato». Queste osservazioni appaiono giustissime, ove si prescinda dal fatto che ogni episodio della Commedia tende a risolversi entro una prospettiva simbolica o più precisamente, secondo la definizione proposta dall’Auerbach, «figurale», nel cui ambito ogni dubbio o inquietudine in materia di fede si definisce e si placa.
vv. 112-120"O frati", dissi "che per cento miliaperigli siete giunti a l'occidente,a questa tanto picciola vigiliad'i nostri sensi ch'è del rimanente,non vogliate negar l'esperienza,di retro al sol, del mondo sanza gente.Considerate la vostra semenza:fatti non foste a viver come bruti,ma per seguir virtute e canoscenza".Leggi nel testo
Avvolto in una fiamma a due punte insieme a Diomede, Ulisse racconta un viaggio che nessun poeta antico aveva narrato. Non torna a Itaca: spinto dal desiderio di conoscere il mondo, convince i compagni a superare le colonne d'Ercole, il limite posto agli uomini, con un'orazione famosa: «fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza».
Navigano per cinque mesi nell'oceano sconosciuto, finché vedono una montagna altissima: è la montagna del Purgatorio. Proprio allora una tempesta fa affondare la nave. Maria Corti ha mostrato che il viaggio segue una rotta reale: dalle coste della Spagna lungo l'Africa, sulla via che i mercanti antichi percorrevano verso l'oceano.
Lino Pertile ha osservato che anche l'Ulisse di Omero compie un viaggio nell'aldilà, ma per volontà degli dèi. Quello di Dante tenta di arrivare al monte del Purgatorio con le sole sue forze, e fallisce. Dante, invece, ci arriverà perché la sua impresa è voluta dal cielo. Ulisse è il suo doppio sfortunato: stessa sete di conoscenza, opposto destino.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
La bolgia dei consiglieri fraudolenti
Ne parla la scheda «Malebolge, una parola inventata da Dante» (Inf. XVIII).