Reginaldo Scrovegni
Usuraio padovano riconoscibile dalla scrofa azzurra sulla borsa; padre di Enrico, committente della cappella di Giotto.
Detto anche: Rinaldo Scrovegni, Reginaldo degli Scrovegni, usuraio degli Scrovegni
Dante non ne dice il nome: gli usurai siedono sull'orlo del sabbione sotto la pioggia di fuoco, con il viso irriconoscibile, e li distingue solo lo stemma di famiglia sulla borsa che pende dal collo (vv. 55-57). La scrofa azzurra in campo bianco (vv. 64-65) è l'arma degli Scrovegni di Padova, e il dannato è quasi certamente Reginaldo, morto intorno al 1290, che con il prestito a interesse accumulò un patrimonio enorme.
È l'unico usuraio che parla. Caccia via Dante in malo modo, annuncia l'arrivo del concittadino Vitaliano e di un fiorentino, si lamenta di essere il solo padovano in mezzo a tanti fiorentini (vv. 66-73); poi storce la bocca e tira fuori la lingua «come bue che 'l naso lecchi» (vv. 74-75). Tutta la scena è degradata: uomini ridotti a bestie che fissano una borsa.
Un collegamento utile con la storia dell'arte: il figlio Enrico fece costruire a Padova la cappella affrescata da Giotto (1303-1305), secondo una tradizione anche per riscattare l'anima del padre.