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Indice dei canti
Dante e Virgilio volano sul dorso di una creatura con volto d'uomo barbuto, zampe pelose artigliate, corpo dipinto a cerchi e nodi e coda biforcuta da scorpione; sotto si apre una voragine a gradoni con ponti di roccia.
In groppa a Gerione i due poeti scendono nel vuoto verso Malebolge
Inferno · VII cerchio

Inferno, Canto XVII

««Ecco la fiera con la coda aguzza…»

Virgilio indica a Dante il mostro che è salito dall’abisso e che, ad un suo cenno, si pone con la testa e il tronco sull’orlo interno del settimo cerchio.

Luogo
VII cerchio
Anime e colpe
Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte
Versi
136 · 45 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XVII

Parafrasi
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1

«Ecco la fiera con la coda aguzza,Ache passa i monti, e rompe i muri e l'armi!BEcco colei che tutto 'l mondo appuzza!».A

"Ecco il mostro dalla coda acuminata, che varca le montagne, e infrange ogni ostacolo; ecco quello che appesta col suo fetore l’intero universo!
«Ecco la bestia con la coda appuntita, che supera i monti e spezza mura e armi! Ecco colei che appesta tutto il mondo!».
4

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;Be accennolle che venisse a prodaCvicino al fin d'i passeggiati marmi.B

" Così cominciò a dirmi Virgilio; e gli fece segno di accostarsi all’orlo del burrone, vicino al termine degli argini pietrosi che avevamo percorso.
Così cominciò a parlarmi la mia guida; e le fece cenno di venire a riva, vicino alla fine degli argini di pietra che avevamo percorso.
7

E quella sozza imagine di frodaCsen venne, e arrivò la testa e 'l busto,Dma 'n su la riva non trasse la coda.C

E quell’immondo simbolo di frode gíunse, e portò sull’orlo la testa e il tronco, ma non depose sulla riva la coda.
E quella sporca immagine della frode venne avanti, e portò a riva la testa e il busto, ma non tirò la coda sopra l'argine.
10

La faccia sua era faccia d'uom giusto,Dtanto benigna avea di fuor la pelle,Ee d'un serpente tutto l'altro fusto;D

Il suo volto era volto di uomo onesto, tanto benevolo era il suo aspetto esteriore, e tutto il resto del corpo era quello di un serpente;
La sua faccia era la faccia di un uomo giusto, tanto aveva benevolo l'aspetto esteriore, e tutto il resto del corpo era di serpente;
13

due branche avea pilose insin l'ascelle;Elo dosso e 'l petto e ambedue le costeFdipinti avea di nodi e di rotelle.E

aveva due zampe artigliate pelose fino alle ascelle; aveva il dorso e il petto e ambedue i fianchi disegnati con nodi e piccoli cerchi:
aveva due zampe pelose fino alle ascelle; il dorso, il petto ed entrambi i fianchi li aveva dipinti di nodi e di cerchietti.
16

Con più color, sommesse e sovraposteFnon fer mai drappi Tartari né Turchi,Gné fuor tai tele per Aragne imposte.F

né Tartari né Turchi fecero mai tappeti con più colori, con maggior varietà di fondi e di disegni a rilievo, né simili tele furono tessute da Aracne (espertissima tessitrice della Lidía che sfidò Minerva e fu dalla dea trasformata in ragno).
Né i Tartari né i Turchi fecero mai stoffe con più colori, nello sfondo e nei ricami in rilievo, né Aracne mise mai sul telaio tele simili.
19

Come tal volta stanno a riva i burchi,Gche parte sono in acqua e parte in terra,He come là tra li Tedeschi lurchiG

22

lo bivero s'assetta a far sua guerra,Hcosì la fiera pessima si stavaIsu l'orlo ch'è di pietra e 'l sabbion serra.H

Come a volte le barche sono ferme a riva, con una parte del loro scafo in acqua e una parte sulla terraferma, e come nelle terre abitate dai Tedeschi crapuloni il castoro si dispone a cacciare i pesci, così il peggiore dei mostri, stava sul margine che, pietroso, cinge la distesa di sabbia.
Come a volte le barche stanno a riva, che sono in parte nell'acqua e in parte a terra, e come là tra i Tedeschi ingordi il castoro si mette in posizione per fare la sua caccia, così stava quella bestia malvagissima sull'orlo di pietra che racchiude il sabbione.
25

Nel vano tutta sua coda guizzava,Itorcendo in sù la venenosa forcaJch'a guisa di scorpion la punta armava.I

28

Lo duca disse: «Or convien che si torcaJla nostra via un poco insino a quellaKbestia malvagia che colà si corca».J

L’intera sua coda si agitava nel vuoto, contorcendo in alto la velenosa estremità biforcuta che aveva le punte munite di aculei come quella di uno scorpione. Virgilio disse: " Occorre adesso che il nostro cammino sia deviato un poco fino a quella bestia perversa che si trova là ".
Agitava tutta la coda nel vuoto, torcendo in su la forca velenosa che, come quella dello scorpione, ne armava la punta. La guida disse: «Ora bisogna che la nostra strada pieghi un poco fino a quella bestia malvagia che è sdraiata là».
31

Però scendemmo a la destra mammella,Ke diece passi femmo in su lo stremo,Lper ben cessar la rena e la fiammella.K

Perciò scendemmo verso destra, e percorremmo dieci passi sull’estremità del cerchio, per evitare completamente la sabbia e la pioggia di fuoco.
Perciò scendemmo sul lato destro, e facemmo dieci passi sull'orlo estremo, per evitare bene la sabbia e le fiammelle.
34

E quando noi a lei venuti semo,Lpoco più oltre veggio in su la renaMgente seder propinqua al loco scemo.L

E quando fummo giunti vicino a lei, vidi un po’ più in là sulla sabbia gente che sedeva vicino all’abisso. Qui Virgilio:
E quando arrivammo da lei, poco più avanti vedo sulla sabbia gente seduta vicino al vuoto (del burrone).
37

Quivi 'l maestro «Acciò che tutta pienaMesperienza d'esto giron porti»,Nmi disse, «va, e vedi la lor mena.M

" Affinché tu abbia una conoscenza completa di questo girone" mi disse, "avvicinati a loro, e osserva la loro condizione.
Lì il maestro mi disse: «Affinché tu porti con te un'esperienza completa di questo girone, va' e osserva la loro condizione.
40

Li tuoi ragionamenti sian là corti:Nmentre che torni, parlerò con questa,Oche ne conceda i suoi omeri forti».N

I tuoi discorsi siano lì brevi: finché non sarai tornato, parlerò con questa (bestia), perché ci offra le sue vigorose spalle ".
I tuoi discorsi là siano brevi: finché non torni, parlerò con questa bestia, perché ci conceda le sue spalle robuste».
43

Così ancor su per la strema testaOdi quel settimo cerchio tutto soloPandai, dove sedea la gente mesta.O

Così me ne andai tutto solo ancora sull’orlo estremo del settimo cerchio, dove sedeva la gente tormentata.
Così andai, tutto solo, ancora sull'orlo estremo di quel settimo cerchio, dove sedeva la gente triste.
46

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;Pè di qua, di là soccorrien con le maniQquando a' vapori, e quando al caldo suolo:P

Il dolore di questi dannati prorompeva in lagrime attraverso gli occhi; si proteggevano con le mani, agitandole di qua e di là, ora dalle fiamme, e ora dal terreno infuocato:
Il loro dolore scoppiava fuori dagli occhi; di qua e di là si riparavano con le mani, ora dalle fiamme, ora dal suolo rovente:
49

non altrimenti fan di state i caniQor col ceffo, or col piè, quando son morsiRo da pulci o da mosche o da tafani.Q

non diversamente fanno i cani d’estate ora con il muso, ora con la zampa, quando sono morsicati o dalle pulci o dalle mosche o dai tafani.
proprio come fanno d'estate i cani, ora con il muso, ora con la zampa, quando sono morsi da pulci, da mosche o da tafani.
52

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,Rne' quali 'l doloroso foco casca,Snon ne conobbi alcun; ma io m'accorsiR

Dopo che ebbi fissato lo sguardo nel volto di alcuni, sui quali cade il fuoco tormentatore, non riconobbi nessuno;
Dopo che rivolsi gli occhi al viso di alcuni, sui quali cade il fuoco doloroso, non ne riconobbi nessuno; ma mi accorsi
55

che dal collo a ciascun pendea una tascaSch'avea certo colore e certo segno,Te quindi par che 'l loro occhio si pasca.S

ma osservai che a ciascuno di loro pendeva dal collo una borsa, che aveva un colore determinato e un determinato disegno, e sembrava che il loro sguardo traesse nutrimento da queste borse.
che dal collo di ciascuno pendeva una borsa che aveva un certo colore e un certo stemma, e sembra che i loro occhi se ne nutrano.
58

E com'io riguardando tra lor vegno,Tin una borsa gialla vidi azzurroUche d'un leone avea faccia e contegno.T

E a mano a mano che li andavo osservando più attentamente, vidi su una borsa gialla dell’azzurro che aveva sembianza e atteggiamento di leone.
E mentre io vengo tra loro guardando, vidi su una borsa gialla un disegno azzurro che aveva l'aspetto e la figura di un leone.
61

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,Uvidine un'altra come sangue rossa,Vmostrando un'oca bianca più che burro.U

Poi, mentre il carro dei mio sguardo procedeva, oltre, ne vidi un’altra rossa come sangue, che ostentava un’oca candida più del burro.
Poi, proseguendo il percorso del mio sguardo, ne vidi un'altra rossa come il sangue, che mostrava un'oca più bianca del burro.
64

E un che d'una scrofa azzurra e grossaVsegnato avea lo suo sacchetto bianco,Wmi disse: «Che fai tu in questa fossa?V

E uno che aveva disegnata sulla sua borsa bianca una scrofa azzurra e pingue, mi disse: " Che fai in questa voragine? Parla, secondo la maggior parte dei critici, il padovano Reginaldo degli Scrovegni.
E uno che aveva la sua borsa bianca segnata da una scrofa azzurra e grossa mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
67

Or te ne va; e perché se' vivo anco,Wsappi che 'l mio vicin VitalianoXsederà qui dal mio sinistro fianco.W

"L'interrogazione stizzosa - scrive il Torraca - lascia intendere che l'usuraio s'è accorto di aver innanzi un vivo, e ne è scontento". Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano siederà qui alla mia sinistra.
Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano sederà qui alla mia sinistra.
70

Con questi Fiorentin son padoano:Xspesse fiate mi 'ntronan li orecchiYgridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,X

L'usuraio qui menzionato è probabilmente Vitaliano del Dente, podestà a Vicenza nel 1304 e a Padova nel 1307. Insieme a questi fiorentini sono padovano: molte volte mi assordano l’udíto gridando:
Fra questi Fiorentini sono l'unico padovano: spesso mi assordano le orecchie gridando: “Venga il cavaliere sovrano,
73

che recherà la tasca con tre becchi!"».YQui distorse la bocca e di fuor trasseZla lingua, come bue che 'l naso lecchi.Y

"Venga il grande cavaliere, che porterà la borsa coi tre caproni!" " A questo punto storse la bocca e tirò fuori la lingua come un bue che sì lecca, il naso.
che porterà la borsa con i tre caproni!”». A questo punto storse la bocca e tirò fuori la lingua, come un bue che si lecca il naso.
76

E io, temendo no 'l più star crucciasseZlui che di poco star m'avea 'mmonito,AAtorna'mi in dietro da l'anime lasse.Z

E io, temendo che un ulteriore indugio infastidisse Virgilio che mi aveva raccomandato una breve sosta, tornai indietro (allontanandomi) da quelle anime afflitte.
E io, temendo che il trattenermi di più facesse arrabbiare colui che mi aveva raccomandato di trattenermi poco, tornai indietro, lontano dalle anime stanche.
79

Trova' il duca mio ch'era salitoAAgià su la groppa del fiero animale,ABe disse a me: «Or sie forte e ardito.AA

Trovai Virgilio che era già salito sulla groppa del mostro terrificante, e che mi disse: " Ora sii forte e coraggioso.
Trovai la mia guida che era già salita sulla groppa della bestia feroce, e mi disse: «Ora sii forte e coraggioso.
82

Omai si scende per sì fatte scale:ABmonta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,ACsì che la coda non possa far male».AB

D’ora in poi si scende con tali mezzi: sali davanti, perché io voglio stare nel mezzo, in modo che la coda non possa nuocere ".
Ormai si scende per scale di questo tipo: sali davanti, perché io voglio stare in mezzo, così che la coda non possa farti male».
85

Qual è colui che sì presso ha 'l riprezzoACde la quartana, c'ha già l'unghie smorte,ADe triema tutto pur guardando 'l rezzo,AC

88

tal divenn'io a le parole porte;ADma vergogna mi fé le sue minacce,AEche innanzi a buon segnor fa servo forte.AD

Come colui che sente così vicino il brivido della malaria, da averne già le unghie livide, e che trema in ogni sua fibra al solo vedere un luogo pieno d’ombra, tale divenni dopo le parole pronunciate (da Virgilio); ma mi ammonì il pudore, il quale rende il servo coraggioso in presenza di un valente padrone.
Come colui che è così vicino al brivido della febbre quartana che ha già le unghie pallide, e trema tutto solo a guardare l'ombra, così diventai io alle parole che mi furono rivolte; ma provai quella vergogna che rende forte il servo davanti a un buon signore.
91

I' m'assettai in su quelle spallacce;AEsì volli dir, ma la voce non venneAFcom'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.AE

lo mi sedetti su quelle paurose spalle: provai bensì a dire, ma la voce non uscì come credetti: " Fa in modo di cingermi con le tue braccia ".
Io mi sistemai su quelle spalle orribili; volli dire così, ma la voce non uscì come credevo: “Fa' in modo di abbracciarmi”.
94

Ma esso, ch'altra volta mi sovvenneAFad altro forse, tosto ch'i' montaiAGcon le braccia m'avvinse e mi sostenne;AF

97

e disse: «Gerion, moviti omai:AGle rote larghe e lo scender sia poco:AHpensa la nova soma che tu hai».AG

Ma egli, che già altre volte mi aveva aiutato in altri momenti di pericolo, appena fui salito, mi cinse e mi sorresse con le braccia; e disse: " Gerione, è tempo di partire: i giri siano ampi, e la discesa graduale:
Ma lui, che altre volte mi aveva soccorso in altri pericoli, appena salii mi strinse con le braccia e mi sostenne; e disse: «Gerione, muoviti ormai: fai giri larghi e scendi piano: pensa al peso insolito che porti».
100

Come la navicella esce di locoAHin dietro in dietro, sì quindi si tolse;AIe poi ch'al tutto si sentì a gioco,AH

tieni conto del carico inusitato che trasporti ". Corne la barca si stacca dal punto dove ha attraccato procedendo a ritroso, così si staccò di lì;
Come la barca esce dal suo posto all'indietro, all'indietro, così lui si staccò da lì; e quando si sentì del tutto libero di muoversi,
103

là 'v'era 'l petto, la coda rivolse,AIe quella tesa, come anguilla, mosse,AJe con le branche l'aere a sé raccolse.AI

e dopo che si sentì del tutto a suo agio, volse la coda, là dove prima era il petto, e, tesa, la mosse come un’anguilla, e con le zampe tirò a sé l’aria.
girò la coda là dove prima c'era il petto, e la mosse distesa come un'anguilla, e con le zampe raccolse l'aria verso di sé.
106

Maggior paura non credo che fosseAJquando Fetonte abbandonò li freni,AKper che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;AJ

Non credo che fosse maggiore la paura quando Fetonte lasciò andare le redini, motivo per cui il cielo, come ancora si vede, fu bruciato;
Non credo che ci fosse paura maggiore quando Fetonte abbandonò le redini, per cui il cielo si bruciò, come si vede ancora;
109

né quando Icaro misero le reniAKsentì spennar per la scaldata cera,ALgridando il padre a lui «Mala via tieni!»,AK

né quando l’infelice Icaro sentì le spalle perdere le penne a causa della cera che si era scaldata, mentre il padre gli gridava: " Fai un percorso sbagliato!
né quando il misero Icaro sentì spennarsi i fianchi per la cera sciolta dal calore, mentre il padre gli gridava: «Prendi una cattiva strada!»,
112

che fu la mia, quando vidi ch'i' eraALne l'aere d'ogne parte, e vidi spentaAMogne veduta fuor che de la fera.AL

", di quanto fosse la mia, allorché vidi che mi trovavo circondato da ogni parte dall’aria, e vidi scomparire la vista di ogni cosa fuorché quella del mostro.
di quanto fu la mia, quando vidi che ero nell'aria da ogni parte, e vidi scomparire ogni cosa alla vista, tranne la bestia.
115

Ella sen va notando lenta lenta:AMrota e discende, ma non me n'accorgoANse non che al viso e di sotto mi venta.AM

Esso procede nuotando lentamente: scende compiendo cerchi, ma non me ne rendo conto se non per il fatto che l’aria mi colpisce in volto e dal basso.
Essa se ne va nuotando lentamente: gira e scende, ma io non me ne accorgo se non per l'aria che mi soffia sul viso e da sotto.
118

Io sentia già da la man destra il gorgoANfar sotto noi un orribile scroscio,AOper che con li occhi 'n giù la testa sporgo.AN

121

Allor fu' io più timido a lo stoscio,AOperò ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;APond'io tremando tutto mi raccoscio.AO

Io sentivo già a destra la cascata (del Flegetonte) fare sotto di noi uno spaventoso fragore, per cui sporsi verso il basso la testa per vedere, Allora temetti maggiormente di cadere, perché vidi fuochi e udii pianti; perciò tremando strinsi fortemente le gambe (al dorso di Gerione).
Io sentivo già, dalla parte destra, la cascata fare sotto di noi un orribile fragore, per cui sporgo la testa con gli occhi in giù. Allora divenni più spaventato di cadere, perché vidi fuochi e sentii pianti; per cui, tremando, mi stringo tutto con le gambe.
124

E vidi poi, ché nol vedea davanti,APlo scendere e 'l girar per li gran maliAQche s'appressavan da diversi canti.AP

E mi resi conto allora, poiché non me ne ero accorto prima, dello scendere in cerchio a causa dei grandi supplizi che si avvicinavano ora da una parte ora dall’altra.
E vidi poi, perché prima non lo vedevo, lo scendere e il girare (di Gerione) dai grandi tormenti che si avvicinavano da diverse parti.
127

Come 'l falcon ch'è stato assai su l'ali,AQche sanza veder logoro o uccelloARfa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,AQ

Come il falco che è stato a lungo in volo, il quale, senza aver veduto il richiamo del cacciatore o alcuna preda, fa dire al falconiere " Ahimè, tu stai calando!
Come il falcone che è stato a lungo in volo, e che, senza vedere il richiamo o un uccello, fa dire al falconiere: «Ohimè, tu scendi!»,
130

discende lasso onde si move isnello,ARper cento rote, e da lunge si poneASdal suo maestro, disdegnoso e fello;AR

133

così ne puose al fondo GerioneASal piè al piè de la stagliata roccaATe, discarcate le nostre persone,AS

136

si dileguò come da corda cocca.AT

", scende stanco verso il luogo dal quale si era mosso agile, con innumerevoli giri, e si posa lontano dal suo padrone, sdegnoso e crucciato, così Gerione ci depose sul fondo, proprio ai piedi della rupe tagliata a picco e, liberatosi del peso dei nostri corpi, sparì come freccia che si stacchi dalla corda dell’arco.
discende stanco là da dove si era alzato veloce, con cento giri, e si posa lontano dal suo padrone, sdegnato e irritato; così Gerione ci posò sul fondo, proprio ai piedi della roccia tagliata a picco e, scaricate le nostre persone, sparì come la freccia scoccata dalla corda.

Riassunto del canto XVII

Virgilio indica a Dante il mostro che è salito dall’abisso e che, ad un suo cenno, si pone con la testa e il tronco sull’orlo interno del settimo cerchio. L’aspetto di questa belva, che simboleggia la frode e che ha il nome di un re crudelissimo ucciso da Ercole, Gerione, è di uomo nel volto, di serpente nel corpo e di scorpione nella coda. Mentre Virgilio si dirige verso Gerione per chiedergli di trasportare lui e il suo discepolo sul fondo del baratro, Dante si avvicina ad un gruppo di peccatori che, seduti sulla sabbia rovente e colpiti dalla pioggia di fuoco, cercano inutilmente di alleviare il loro tormento agitando le mani. Sono gli usurai.

Il Poeta non ne riconosce alcuno, ma nota che tutti portano appesa al collo una borsa sulla quale è dipinto uno stemma gentilizio: questi dannati non hanno dunque soltanto offeso Dio, ma anche avvilito la dignità del loro nome. Uno di essi rivolge a Dante la parola: si proclama padovano, dice che tutti i suoi compagni di pena sono fiorentini e annuncia la prossima venuta di un altro usuraio, nobile anch’egli e famosissimo.

Tornato sui suoi passi, Dante trova Virgilio già salito in groppa a Gerione. Esortato dal maestro, vince la sua paura e si pone anch’egli a cavalcioni del mostro, che, ad un comando del poeta latino, inizia a scendere lentamente, a larghe spirali, mentre appare, sempre più vicino, lo spettacolo dei tormenti del ripiano infernale che si apre sotto i loro occhi. Gerione, dopo aver deposto i due pellegrini sul fondo del precipizio che separa il settimo cerchio dall’ottavo, si dilegua con la rapidità di una freccia.

In breve

Dove e chi
  1. VII cerchio: Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte. Fiume di sangue bollente, selva dei suicidi, sabbione sotto la pioggia di fuoco.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Posto a metà della prima cantica, il canto diciassettesimo segna una svolta importante nell’esperienza del male che è quella di Dante nell’inferno. Col girone dei violenti contro Dio termina la parte del poema dedicata all’esplorazione del peccato di violenza ed inizia quella, ben più ampia, dedicata alle molteplici forme della frode. Il canto ha quindi una funzione analoga a quella dei canti ottavo e nono, che precedono l’ingresso dei due poeti in Dite; anche qui Dante ribadisce esplicitamente il carattere allegorico e morale della sua narrazione. Tuttavia la figura del protagonista di questo canto, il muto, enigmatico Gerione, pur risultando composita in rapporto alle fonti culturali che la alimentano e alle premesse ideologiche da cui scaturisce, è a tal punto concreta, da aver persuaso più di un critico a tralasciare completamente l’insieme dei significati che il Poeta ha voluto adombrare in essa, per metterne in rilievo soltanto la perfetta riuscita sul piano dell’arte.

Per il Croce Gerione "è la maggiore incarnazione di quello che in Dante abbiamo chiamato senso possente della vitalità, della immediata e sensibile vitalità, della vitalità organica, configurata in esseri enormi e mostruosi". Questo giudizio che, sotto la categoria della "vitalità", avvicina Gerione ai custodi infernali dei cerchi superiori, non rende tuttavia conto di ciò che distingue profondamente la figura di Gerione da tutte le apparizioni demoniache fin qui incontrate.

Il canto è tutto dominato dalla presenza del sovrannaturale, ma, come avviene sempre in Dante, anche le situazioni più inverosimili e fantastiche, sono ricondotte nell’ambito della nostra esperienza più comune. La stranezza di Gerione - quello che di inquietante si sprigiona dalla sua figura e ne fa la manifestazione di una sapienza che trascende il nostro intendere e intorno alla quale non possiamo se non argomentare per indizi - non è data tanto dal fatto che in questa figura coesistono, inspiegabilmente accostate, forme organiche tra le quali nessuna comunicazione appare possibile, quanto, al di là di questa statica giustapposizione di forme, da una contraddizione insita nel suo stesso modo di manifestarsi, di muoversi. Mentre infatti la coda del mostro denuncia quella "vitalità" che nel giudizio del Croce appare indebitamente estesa all’intera figura di Gerione, tutto l’atteggiamento di quest’ultimo è altrimenti quello di un essere inanimato, di una macchina prodigiosa ed enorme.

A suggerire questa duplicità di atteggiamenti nella quale si concreta poeticamente l’intento di rendere attraverso le immagini la doppiezza dell’azione fraudolenta, sono soprattutto le similitudini, alcune delle quali riconducono la figura del mostro al trionfo degli esseri viventi (il bivero, il falcon), mentre altre la avvicinano al cosmo degli oggetti inanimati e precisamente di quegli oggetti che sono il frutto del lavoro dell’uomo e all’uorno devono servire (i drappi, i burchi, la navicella). Gerione non oppone ai decreti del cielo la propria vitalità immediata ed arrogante, ma si presta invece docile, come uno strumento meraviglioso, alla loro attuazione. Soltanto la coda, infida e minacciosa in uno sfondo di tenebre, indica, in questa macchina possente e precisa, un residuo di vita e un’apparenza di libertà.

I critici che, come il Croce, si sono fermati soprattutto sull’immediatezza derivante alla figura di Gerione dalla capacità di sintesi e dal realismo propri della poesia di Dante e che, in conseguenza, cedendo al desiderio di semplificare anche là dove il Poeta aveva indicato una ricchezza di determinazioni contrastanti, hanno preteso di vedere in Gerione null’altro che una figura animale, non hanno saputo cogliere, nel canto diciassettesimo, altra tonalità se non quella descrittiva, propria di un poeta tutto preso dalla gioia di rappresentare. Essi hanno in tal modo trascurato la nota che meglio definisce questa manifestazione del mistero - e cioè il suo carattere ibrido, innaturale, disarmonico - nonché l’accento che alla poesia di Dante deriva dal proporsi anzitutto come una tesa meditazione sul destino degli uomini e una severa esplorazione del male. Da questo punto di vista anche una ricerca volta a proporre una concordanza tra forme e atteggiamenti di Gerione e sua significazione allegorica non può non risultare stimolante e utile, per via indiretta, alla comprensione della stessa poesia di questa pagina dantesca. Interessante, fra le altre, appare l’interpretazione politico-religiosa che della figura di Gerione dà il Pasquazi, dopo averla ricollegata alle sue fonti scritturali (Abaddon, Satana e l’Anticristo dell’Apocalisse).

Gerione corrisponderebbe, secondo questa tesi, alla "bestia di color rosso scarlatto" coperta di nomi di bestemmie (e i nodi e le rotelle che screziano la pelle del mostro sarebbero l’equivalente figurativo di questa determinazione concettuale della profezia di San Giovanni), di cui nell’Apocalisse (XVII, 3 sgg.) e’ detto che "era, ma già non è più; essa sta per risalire dall’abisso e andare alla sua perdízione". Sulla base di un raffronto tra simbolo mitologico e simbolo scritturale, l’interpretazione del Pasquazi risulta assai suggestiva e meritevole comunque di tradursi in un approfondimento di prospettive nella considerazione critica del canto: "nel passato la bestia comparve una volta sulla terra (come il Gerione mitico, e come il mondo greco e orientale superbo dei suoi sofismi); più tardi, fu ricacciata nell’abisso (come il Gerione mitico, ucciso da Ercole, e come il mondo greco e orientale, domato dall’aquila di Roma); tuttavia, in un prossimo futuro salirà dall’abisso dove attualmente è confinata (e l’ascesa del Gerione dantesco, come si è visto, dimostra esservi in lui [Dante] siffatta aspettazione: così come nel " secolo senza Roma " è riaffiorata, sotto forme bizantíne e averroiste, l’antica superbia discettatrice dei greci e degli orientali); infine, la bestia va in rovina, così come, a più riprese, è vaticinato nella Commedia".

Personaggi del canto XVII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Custode

Gerione

Inferno · tra VII e VIII cerchio

Mostro con volto d'uomo giusto e corpo di serpente, immagine della frode. Trasporta i poeti a Malebolge.

Dannato

Reginaldo Scrovegni

Inferno · VII cerchio, usurai

Usuraio padovano riconoscibile dalla scrofa azzurra sulla borsa; padre di Enrico, committente della cappella di Giotto.

Citato

Vitaliano

Inferno · VII cerchio, usurai (atteso)

Padovano ancora vivo nel 1300: lo Scrovegni gli riserva il posto accanto a sé tra gli usurai.

Approfondimenti

Personaggi
Inferno · Canto XVII Base

Gerione, immagine della frode

vv. 7-15E quella sozza imagine di frodasen venne, e arrivò la testa e 'l busto,ma 'n su la riva non trasse la coda.La faccia sua era faccia d'uom giusto,tanto benigna avea di fuor la pelle,e d'un serpente tutto l'altro fusto;due branche avea pilose insin l'ascelle;lo dosso e 'l petto e ambedue le costedipinti avea di nodi e di rotelle.Leggi nel testo

Gerione sale dal burrone come un nuotatore che riemerge dall'acqua. Ha la faccia di un uomo giusto, benevola e onesta, ma il corpo di serpente, le zampe pelose, il dorso e i fianchi dipinti di «nodi e rotelle» e una coda biforcuta velenosa come quella di uno scorpione.

Nella mitologia Gerione era un gigante ucciso da Ercole. Dante lo trasforma nell'emblema della frode, che è il peccato punito nei cerchi successivi. Ogni dettaglio del corpo ha un senso: il volto ingannevole che ispira fiducia, i disegni intricati che rappresentano gli inganni, la coda che colpisce di nascosto.

Gerione trasporta i due poeti in volo fino a Malebolge. È uno dei momenti più vivi del poema: Dante descrive la paura del vuoto, il vento in faccia, la discesa lenta a spirale. Alla fine Gerione si allontana veloce, come una freccia scoccata dalla corda.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Gerione e la lonza

Ne parla la scheda «Da dove vengono le tre fiere» (Inf. I).

Gli usurai

Ne parla la scheda «Il lavoro, figlio della natura e nipote di Dio» (Inf. XI).

Il volo su Gerione

Ne parla la scheda «Il muro di fuoco: l'unica pena che Dante deve attraversare» (Purg. XXVII).

Gerione

Compare anche in un altro canto.