Pluto
Il demone della ricchezza, che grida parole incomprensibili: «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!».
Detto anche: Pluto il gran nemico, Plutone
Il nome rimanda a due figure del mito che già gli antichi tendevano a confondere: Pluto, dio greco della ricchezza, e Plutone, signore del regno dei morti. È probabile che Dante pensi soprattutto al primo, perché lo mette a guardia del IV cerchio, dove sono puniti avari e prodighi, cioè chi ha usato male il denaro. Lo annuncia già alla fine del canto precedente come «il gran nemico» (Inf. VI, 115).
Accoglie i poeti gridando con voce rauca («chioccia») il verso più oscuro del poema: «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!» (Inf. VII, 1-2). Il senso preciso non è stato chiarito; sembra un'invocazione a Satana, di minaccia o di stupore davanti a un vivo. Virgilio lo chiama «maladetto lupo» e gli ricorda che il viaggio è voluto in cielo, dove l'arcangelo Michele sconfisse gli angeli ribelli (vv. 8-12). Pluto allora crolla a terra come vele gonfie quando l'albero della nave si spezza (vv. 13-15).
Parola chiave: lupo. Collega Pluto alla lupa del canto I, simbolo dell'avidità. Come gli altri custodi, fa molto rumore ma non può nulla contro la volontà divina.