Pluto è crollato a terra e i poeti guardano avari e prodighi che fanno rotolare i macigni
Inferno · IV cerchio / V cerchio · Stige
Inferno, Canto VII
««Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»…»
Con voce stridula e il volto gonfio d’ira, il guardiano del quarto cerchio, dove avari e prodighi scontano la loro pena eterna, grida parole incomprensibili all’indirizzo dei due poeti.
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Testo e parafrasi del canto VII
Parafrasi
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1
«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,Acominciò Pluto con la voce chioccia;Be quel savio gentil, che tutto seppe,A
"Papé Satàn, papé Satàn aleppe!" prese a gridare Pluto con voce rauca; e quel nobile saggio (Virgilio), dalla sconfinata dottrina, per rincuorarmi così mi parlò:
«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», cominciò Pluto con la voce rauca; e quel saggio nobile (Virgilio), che seppe ogni cosa,
4
disse per confortarmi: «Non ti nocciaBla tua paura; ché, poder ch'elli abbia,Cnon ci torrà lo scender questa roccia».B
"Il tuo spavento non ti arrechi danno; infatti, per quanto egli sia potente, non ci impedirà di scendere (dal terzo al quarto cerchio) per questo dirupo.
disse per confortarmi: «Non ti faccia male la tua paura; perché, per quanto potere abbia, non ci toglierà la possibilità di scendere questa roccia».
7
Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,Ce disse: «Taci, maladetto lupo!Dconsuma dentro te con la tua rabbia.C
Quindi, rivolto verso quel tumido volto, disse: "Taci, maledetto demonio: struggiti internamente per la rabbia. Non senza motivo è la nostra andata nella voragine infernale:
Poi si rivolse a quel muso gonfio (d'ira), e disse: «Taci, lupo maledetto! Consumati dentro di te con la tua rabbia.
10
Non è sanza cagion l'andare al cupo:Dvuolsi ne l'alto, là dove MicheleEfé la vendetta del superbo strupo».D
così si vuole nel cielo, là dove l’arcangelo Michele punì l’ orgogliosa ribellione (di Lucifero e dei suoi seguaci)".
Non è senza ragione questo andare verso il fondo: si vuole così in cielo, là dove l'arcangelo Michele punì la ribellione superba (degli angeli)».
13
Quali dal vento le gonfiate veleEcaggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,Ftal cadde a terra la fiera crudele.E
Come le vele gonfiate dal vento cadono (confusamente) avviluppate, se l’albero della nave si spezza, così piombò a terra il mostro malvagio.
Come le vele gonfiate dal vento cadono avvolte su se stesse quando l'albero si spezza, così cadde a terra la bestia crudele.
16
Così scendemmo ne la quarta laccaFpigliando più de la dolente ripaGche 'l mal de l'universo tutto insacca.F
Scendemmo in tal modo nella quarta fossa, percorrendo un altro tratto della china dolorosa che contiene tutto il male dell’universo. Ahimè, giustizia di Dio!
Così scendemmo nel quarto cerchio, avanzando ancora lungo il pendio doloroso che racchiude il male di tutto l'universo.
19
Ahi giustizia di Dio! tante chi stipaGnove travaglie e pene quant'io viddi?He perché nostra colpa sì ne scipa?G
chi mai ammassa tanti inimmaginabili supplizi e dolori, quanti io ne vidi? e perché l’umana colpa a tal punto ci strazia?
Ah, giustizia di Dio! Chi ammassa tante nuove sofferenze e pene quante io ne vidi? E perché la nostra colpa ci rovina così?
22
Come fa l'onda là sovra Cariddi,Hche si frange con quella in cui s'intoppa,Icosì convien che qui la gente riddi.H
Come (nello stretto di Messina) presso Cariddi le onde (del mar Ionio) si infrangono cozzando contro quelle del mar Tirreno, così necessariamente avviene che qui le turbe ballino.
Come fa l'onda là sopra Cariddi, che si infrange contro quella in cui si scontra, così qui conviene che la gente giri in tondo.
25
Qui vid'i' gente più ch'altrove troppa,Ie d'una parte e d'altra, con grand'urli,Jvoltando pesi per forza di poppa.I
Qui vidi una moltitudine più numerosa che in altri luoghi, la quale provenendo dall’uno e dall’altro lato del cerchio rotolava pesi, spingendoli col petto ed emettendo alti lamenti.
Qui vidi gente, molto più numerosa che altrove, da una parte e dall'altra, che con grandi urla rotolavano pesi spingendoli con il petto.
28
Percoteansi 'ncontro; e poscia pur lìJsi rivolgea ciascun, voltando a retro,Kgridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».J
(Incontrandosi) cozzavano gli uni contro gli altri; e poi, in quello stesso punto, ognuno si volgeva indietro, rivoltando (anche il suo peso), e urlava: "Perché conservi? " e "Perché sperperi?
Si scontravano l'uno contro l'altro; e poi proprio lì ciascuno si rigirava, tornando indietro, e gridavano: «Perché tieni?» e «Perché butti via?».
31
Così tornavan per lo cerchio tetroKda ogne mano a l'opposito punto,Lgridandosi anche loro ontoso metro;K
" In tal maniera tornavano indietro attraverso il cerchio tenebroso da entrambe le direzioni fino al punto diametralmente opposto, gridandosi di nuovo (anche) il loro ritornello ingiurioso;
Così tornavano lungo il cerchio buio da entrambi i lati fino al punto opposto, gridandosi ancora il loro ritornello offensivo;
34
poi si volgea ciascun, quand'era giunto,Lper lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.ME io, ch'avea lo cor quasi compunto,L
poi, una volta qui arrivato, ciascuno tornava indietro, ripercorrendo il suo semicerchio fino allo scontro successivo. E io, che mi sentivo quasi turbato, dissi:
poi ciascuno, quando era arrivato, si girava per il suo mezzo cerchio verso l'altro scontro. E io, che avevo il cuore quasi trafitto (dalla pena),
37
dissi: «Maestro mio, or mi dimostraMche gente è questa, e se tutti fuor cherciNquesti chercuti a la sinistra nostra».M
"Maestro, spiegami ora quale moltitudine è questa, e se costoro che sono alla nostra sinistra e hanno la tonsura, furono tutti ecclesiastici ". Ed egli:
dissi: «Maestro mio, ora spiegami che gente è questa, e se furono tutti chierici questi con la tonsura alla nostra sinistra».
40
Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerciNsì de la mente in la vita primaia,Oche con misura nullo spendio ferci.N
"Tutti quanti ebbero la mente così ottenebrata durante la vita in terra (la vita primaia: la prima vita), che non fecero alcuna spesa misuratamente.
E lui a me: «Tutti quanti furono così storti nella mente durante la prima vita, che non vi fecero alcuna spesa con misura.
43
Assai la voce lor chiaro l'abbaiaOquando vegnono a' due punti del cerchioPdove colpa contraria li dispaia.O
Le loro parole lo dichiarano abbastanza esplicitamente, allorché giungono nei due punti del cerchio dove i loro opposti peccati li separano.
Lo grida abbastanza chiaramente la loro voce quando arrivano ai due punti del cerchio dove la colpa opposta li divide.
46
Questi fuor cherci, che non han coperchioPpiloso al capo, e papi e cardinali,Qin cui usa avarizia il suo soperchio».P
Questi, che portano la tonsura, furono ecclesiastici, e papi e cardinali, nei quali l’avarizia si manifestò in modo eccessivo". E io:
Questi, che non hanno capelli in testa, furono chierici, e papi e cardinali, nei quali l'avarizia mostra il suo eccesso».
49
E io: «Maestro, tra questi cotaliQdovre' io ben riconoscere alcuniRche furo immondi di cotesti mali».Q
"Fra costoro, maestro, dovrei certo riconoscere qualcuno che si macchiò di queste colpe". E Virgilio:
E io: «Maestro, tra questi tali dovrei proprio riconoscerne alcuni che furono macchiati da questi peccati».
52
Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:Rla sconoscente vita che i fé sozziSad ogne conoscenza or li fa bruni.R
"Accogli nella tua mente un pensiero assurdo: la dissennata vita che li rese turpi, li rende ora oscuri ad ogni tentativo di riconoscerli.
E lui a me: «Hai un pensiero inutile: la vita senza discernimento che li rese sporchi ora li rende scuri a ogni riconoscimento.
55
In etterno verranno a li due cozzi:Squesti resurgeranno del sepulcroTcol pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.S
Per l’eternità accorreranno ai due punti per scontrarsi: gli uni risorgeranno dalla tomba coi pugni chiusi, gli altri con i capelli recisi.
In eterno verranno ai due scontri: questi (gli avari) risorgeranno dal sepolcro con il pugno chiuso, e questi (i prodighi) con i capelli tagliati.
58
Mal dare e mal tener lo mondo pulcroTha tolto loro, e posti a questa zuffa:Uqual ella sia, parole non ci appulcro.T
Lo spendere e il risparmiare in misura smodata li ha privati del paradiso, e condannati a questa mischia: per farti capire di qual genere essa sia, non c’è bisogno che io l’adorni di belle parole.
Il dare male e il tenere male hanno tolto loro il mondo bello (il Paradiso), e li hanno messi in questa zuffa: quale essa sia, non ci aggiungo belle parole.
61
Or puoi, figliuol, veder la corta buffaUd'i ben che son commessi a la fortuna,Vper che l'umana gente si rabbuffa;U
Puoi ora vedere, figlio, quanto sia breve l’inganno dei beni che sono affidati alla Fortuna, per i quali il genere umano si accapiglia;
Ora, figliolo, puoi vedere il breve inganno dei beni che sono affidati alla Fortuna, per i quali il genere umano si azzuffa;
64
ché tutto l'oro ch'è sotto la lunaVe che già fu, di quest'anime stancheWnon poterebbe farne posare una».V
poiché tutte le ricchezze che sono e furono sulla terra, non potrebbero dar pace neppure a una sola di queste anime affaticate ".
perché tutto l'oro che è sotto la luna, e che ci fu un tempo, non potrebbe dare pace a una sola di queste anime stanche».
67
«Maestro mio», diss'io, «or mi dì anche:Wquesta fortuna di che tu mi tocche,Xche è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».W
" Maestro ", dissi a Virgilio, " spiegami ancora: questa Fortuna, di cui tu mi fai cenno, cos’è mai, per poter tenere così tra i suoi artigli i beni della terra? " E Virgilio:
«Maestro mio», dissi io, «ora dimmi anche: questa Fortuna di cui mi parli, che cos'è, che tiene così stretti fra le grinfie i beni del mondo?».
70
E quelli a me: «Oh creature sciocche,Xquanta ignoranza è quella che v'offende!YOr vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.X
"O esseri stolti, quanto grande è l’ignoranza che vi arreca danno! Voglio dunque che tu accolga la mia spiegazione (come il bambino riceve in bocca il cibo).
E lui a me: «Oh creature sciocche, quanto grande è l'ignoranza che vi danneggia! Ora voglio che tu accolga il mio insegnamento su questo.
73
Colui lo cui saver tutto trascende,Yfece li cieli e diè lor chi conduceZsì ch'ogne parte ad ogne parte splende,Y
76
distribuendo igualmente la luce.ZSimilemente a li splendor mondaniAAordinò general ministra e duceZ
79
che permutasse a tempo li ben vaniAAdi gente in gente e d'uno in altro sangue,ABoltre la difension d'i senni umani;AA
Dio, la cui sapienza oltrepassa ogni realtà, creò i cieli e assegnò a ciascuno di loro una guida in modo che ogni gerarchia angelica trasmette la luce al suo cielo, distribuendola equamente: allo stesso modo prepose a tutte le glorie del mondo una guida che le amministrasse tutte e che trasferisse a tempo debito i beni perituri da un popolo all’altro e da una stirpe all’altra, senza che la previdenza degli uomini potesse a lei opporsi;
Colui la cui sapienza supera ogni cosa (Dio) creò i cieli e diede loro chi li guida (le intelligenze angeliche), così che ogni parte risplende verso ogni parte, distribuendo la luce in modo uguale. Allo stesso modo per gli splendori del mondo (le ricchezze) stabilì una amministratrice e guida generale che spostasse a tempo debito i beni vani da popolo a popolo e da una famiglia all'altra, al di là di ogni difesa dell'intelligenza umana;
82
per ch'una gente impera e l'altra langue,ABseguendo lo giudicio di costei,ACche è occulto come in erba l'angue.AB
per questo una nazione domina, mentre un’altra si indebolisce, secondo la decisione da lei presa, decisione che resta nascosta come il serpente nell’erba.
per cui un popolo domina e l'altro decade, seguendo il giudizio di costei, che è nascosto come il serpente nell'erba.
85
Vostro saver non ha contasto a lei:ACquesta provede, giudica, e persegueADsuo regno come il loro li altri dèi.AC
L’ accortezza degli uomini non può contrastare con lei: essa predispone, valuta (le opportunità), e svolge da regina il suo incarico come le intelligenze angeliche svolgono il loro.
Il vostro sapere non può contrastarla: essa provvede, giudica e governa il suo regno come le altre divinità (gli angeli) governano il loro.
88
Le sue permutazion non hanno triegue;ADnecessità la fa esser veloce;AEsì spesso vien chi vicenda consegue.AD
I cambiamenti da essa causati si succedono senza sosta: il suo dovere verso Dio l’obbliga ad operare rapidamente; perciò avviene spesso che qualcuno muti il proprio stato.
I suoi cambiamenti non hanno tregua; la necessità la rende veloce; perciò spesso arriva chi ottiene il suo turno di cambiamento.
91
Quest'è colei ch'è tanto posta in croceAEpur da color che le dovrien dar lode,AFdandole biasmo a torto e mala voce;AE
Questa è colei che tanto è avversata anche da coloro che dovrebbero elogiarla, laddove invece la biasimano ingiustamente e la denigrano;
Questa è colei che è tanto messa in croce proprio da quelli che dovrebbero lodarla, dandole a torto biasimo e cattiva fama;
94
ma ella s'è beata e ciò non ode:AFcon l'altre prime creature lietaAGvolve sua spera e beata si gode.AF
ma essa se ne sta beata e non li ascolta: serena, insieme alle intelligenze angeliche, governa il moto della sua sfera e gode della sua beatitudine.
ma lei è beata e non sente questo: lieta insieme alle altre prime creature (gli angeli), fa girare la sua sfera e gode beata.
97
Or discendiamo omai a maggior pieta;AGgià ogne stella cade che salivaAHquand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta».AG
Ma è tempo di scendere ormai verso un dolore più grande; già ogni stella che, quando venni in tuo aiuto, saliva in cielo, tramonta e non ci è concesso un lungo indugio ".
Ora scendiamo ormai verso una pena maggiore; già tramonta ogni stella che saliva quando io mi mossi, e fermarsi troppo è proibito».
100
Noi ricidemmo il cerchio a l'altra rivaAHsovr'una fonte che bolle e riversaAIper un fossato che da lei deriva.AH
Attraversammo il cerchio fino al margine opposto, all’altezza di una sorgente che ribolle e si riversa in un fossato che da essa deriva.
Noi attraversammo il cerchio fino all'altra sponda, sopra una sorgente che bolle e si riversa in un fossato che nasce da lei.
103
L'acqua era buia assai più che persa;AIe noi, in compagnia de l'onde bige,AJintrammo giù per una via diversa.AI
L’acqua era più nera che livida; e noi, insieme alle onde torbide, scendemmo nel cerchio quinto attraverso un cammino malagevole.
L'acqua era scura molto più che violacea; e noi, accompagnando le onde grigie, entrammo giù per una strada strana.
106
In la palude va c'ha nome StigeAJquesto tristo ruscel, quand'è discesoAKal piè de le maligne piagge grige.AJ
Questo triste ruscello sfocia nella palude chiamata Stige, dopo essere sceso fino alla base dei crudeli e foschi dirupi.
Questo triste ruscello, quando è sceso ai piedi delle maligne pareti grigie, va a formare la palude che si chiama Stige.
109
E io, che di mirare stava inteso,AKvidi genti fangose in quel pantano,ALignude tutte, con sembiante offeso.AK
Ed io, che ero intento a guardare, vidi in quella palude moltitudini imbrattate di fango, tutte nude, con l’espressione crucciata.
E io, che stavo attento a guardare, vidi in quel pantano gente coperta di fango, tutta nuda, con un aspetto adirato.
112
Queste si percotean non pur con mano,ALma con la testa e col petto e coi piedi,AMtroncandosi co' denti a brano a brano.AL
Questi peccatori si colpivano l’un l’altro non solo con le mani, ma con la testa e col petto e coi piedi, e si dilaniavano a pezzo a pezzo coi denti. Virgilio disse:
Questi si colpivano non solo con le mani, ma con la testa, con il petto e con i piedi, sbranandosi con i denti a pezzo a pezzo.
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Lo buon maestro disse: «Figlio, or vediAMl'anime di color cui vinse l'ira;ANe anche vo' che tu per certo crediAM
118
che sotto l'acqua è gente che sospira,ANe fanno pullular quest'acqua al summo,AOcome l'occhio ti dice, u' che s'aggira.AN
"Figlio, puoi ora vedere gli spiriti di coloro che furono sopraffatti dall’ira; e voglio che tu inoltre sappia che sotto il pelo dell’acqua vi sono dannati che sospirano, e fanno gorgogliare quest’acqua alla superficie, come puoi vedere, da qualunque parte tu guardi.
Il buon maestro disse: «Figlio, ora vedi le anime di coloro che furono vinti dall'ira; e voglio anche che tu creda per certo che sotto l'acqua c'è gente che sospira, e fa ribollire quest'acqua in superficie, come ti dice l'occhio, dovunque si volga.
121
Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummoAOne l'aere dolce che dal sol s'allegra,APportando dentro accidioso fummo:AO
Immersi nella fanghiglia, dicono: "Fummo malinconici nell’aria dolce allietata dal sole, portando nel nostro animo la caligine dell’accidia:
Conficcati nel fango, dicono: “Fummo tristi nell'aria dolce che si rallegra per il sole, portando dentro di noi un fumo di accidia:
124
or ci attristiam ne la belletta negra".APQuest'inno si gorgoglian ne la strozza,AQché dir nol posson con parola integra».AP
ora ci addoloriamo nella nera melma". Si gorgogliano questo lamento (inno: qui in senso ironico) in gola, perché non lo possono pronunciare con parole chiare e complete".
ora ci rattristiamo nella melma nera”. Questo inno lo gorgogliano in gola, perché non lo possono dire con parole intere».
127
Così girammo de la lorda pozzaAQgrand'arco tra la ripa secca e 'l mézzo,ARcon li occhi vòlti a chi del fango ingozza.AQ
Costeggiammo così per lungo tratto la sozza palude, tenendoci tra il pendio asciutto e la melma, con lo sguardo rivolto a coloro che ingurgitano fango:
Così girammo intorno a quella pozza sporca percorrendo un grande arco tra la riva asciutta e il pantano, con gli occhi rivolti a chi inghiotte il fango.
130
Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.AR
giungemmo alla fine alla base d’una torre.
Alla fine giungemmo ai piedi di una torre.
Riassunto del canto VII
Con voce stridula e il volto gonfio d’ira, il guardiano del quarto cerchio, dove avari e prodighi scontano la loro pena eterna, grida parole incomprensibili all’indirizzo dei due poeti. Ma non appena Virgilio gli ricorda che il loro viaggio si compie per volontà di Dio, il suo furore svanisce; il mostro, come privato delle sue force, si accascia al suolo. Essi possono così discendere nel quarto ripiano, dove due fitte schiere di dannati spingono, in direzioni contrarie, grandi pesi. Due sono i punti del cerchio, diametralmente opposti, in cui le schiere si scontrano, rinfacciandosi a vicenda i peccati che le accomunano nel tormento disumano. Poi ciascun dannato si volge indietro e riprende a rotolare il proprio macigno fino all’altro punto d’incontro. La giostra beffarda è destinata a ripetersi in eterno. Questi peccatori sono irriconoscibili: la mancanza di discernimento che li spinse ad accumulare o sperperare il denaro, li confonde ora tutti in una massa indifferenziata ed anonima. "Nessuno dei beni che sono affidati al governo della Fortuna ricorda Virgilio - potrebbe dar loro pace nemmeno per un attimo. "Dante coglie, da questa affermazione del maestro, l’occasione per interrogarlo sulla natura della Fortuna. Essa non è - spiega il poeta latino - una potenza capricciosa e cieca che distribuisce i suoi favori a caso, ma una esecutrice dei disegni di Dio, poiché da Dio è voluto che i beni si trasferiscano, con alterna vicenda, da una famiglia all’altra, da un popolo all’altro. Stesso proprio quelli che dovrebbero ringraziarla la coprono di insulti. Ma essa, intelligenza celeste, assolve il suo compito imperturbabile e serena.
In breve
Dove e chi
IV cerchio: Avari e prodighi. Spingono massi col petto e si scontrano.
V cerchio · Stige: Iracondi e accidiosi. Immersi nella palude fangosa.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Il De Sanctis aveva diviso i canti dell’Inferno in due categorie: quella dei canti in cui l’attenzione di chi legge si accentra tutta intorno ad una figura dominante -rispetto alla quale tutte le altre, non meno degli elementi paesistici o morali, appaiono in posizione subordinata e quella dei canti in cui sull’accento drammatico prevale quello descrittivo, e in cui troviamo "gruppi, non individui". "Voi dite prima: il canto di Francesca, di Farinata, di ser Brunetto Latini; qui dite: il canto dei falsari, dei ladri, dei truffatori." Se accettiamo questa partizione, che nel De Sanctis è legittimata dall’impostazione romantica della sua critica, anche il canto settimo dell’Inferno dovrebbe rientrare nella categoria dei canti anonimi e <>, canti la cui" funzione sarebbe più « strutturale » che poetica. In effetti riesce difficile, leggendo Dante, proprio perché Dante ha saputo dar vita a personaggi così complessi e drammatici da trovare pochi riscontri nella letteratura mondiale, liberarsi di quello che potremmo chiamare il « pregiudizio del personaggio li. Eppure la poesia della Commedia è assai più varia e ricca di toni di quanto le formulazioni fin qui avanzate in sede di giudizio estetico, anche se amplissime, consentano di intravedere. Dopo il 1920, anno di pubblicazione del saggio di Benedetto Croce sull’opera di Dante, la critica non ha fatto che recuperare, sotto il segno della poesia, vaste zone del poema considerate fino allora meritevoli di attenzione solo sul piano della cultura, né può dirsi sia giunta ad un punto tale da far considerare ormai di scarso interesse le ricerche in questo senso. La bibliografia critica del settimo canto dell’Inferno è un esempio di quanto certe posizioni desanctisiane siano implicitamente operanti anche in autori altrimenti lontani dal clima in cui l’opera del De Sanctis è maturata. "Canto senza figure, senza vivi elementi di dramma... canto (si noti) intermesso, non solo con buona ragione morale, ma con grande convenienza artistica, per effetto di contrasto, fra i due, che ci ritraggono, meravigliosamente scolpiti, i fiorentini Ciacco e Filippo Argenti. " Così si esprimeva il Bacci, in una sua « lettura » del canto agli inizi del secolo. Né diverso parere manifestava il Torraca: "Al canto... manca la principale attrattiva di tanti altri... un’ombra, un personaggio, che narri la sua storia tragica o predica al Poeta il futuro, o in altro modo attiri la nostra attenzione, c’ispiri compassione o ribrezzo ". Altro motivo su cui la critica ha variamente insistito, è stato, come rileva il Marti, quello della "frattura, che qui per la prima volta si verifica, tra il chiudersi di una parabola narrativa e il concludersi dell’unità ritmico-poetica del canto". In altre parole: mentre fin qui ad ogni canto corrispondeva la descrizione di un cerchio e quindi una sola tonalità predominante, nel settimo questa unità diargomento e di atmosfera sembra venir meno. Di qui la preoccupazione, in alcuni critici, di trovare il legame segreto che unisce l’episodio degli avari e prodighi alla descrizione della pena degli iracondi, attraverso la digressione sulla Fortuna. Così, ad esempio, il (letto ha voluto vedere in tutto il canto un distacco dell’autore dalle scene cui assiste, "un puro guardare oggettivo", "un essenziale ritrarre, senza volontà di commento", un "gusto grafico preciso, puntualmente descrittivo, di linea ben calcolata". Effettivamente mancano, almeno nell’episodio degli avari e prodighi e nel commento di Virgilio ad esso, quei chiaroscuri che, nei primi canti dell’Inferno, denunciano una partecipazione sentimentale dell’autore alle vicende dei dannati. Manca l’angoscia che vibra in tutto il colloquio con Francesca, mancano perfino espressioni di sdegno come quelle, divenute proverbiali, che la vista degli ignavi suggerisce al sentimento morale del Poeta. Insistere però sulla formula del "puro guardare oggettivo" e sui modi in cui questo guardare si viene di volta in volta concretando, può, tuttavia, fuorviare dall’esatto intendimento dei motivi ispiratori del canto. Dante non è mai in primo luogo un « visivo». La straordinaria concretezza che acquistano nella Divina Commedia anche gli spettacoli più allucinanti e irreali, non nasce da un contemplare fine a se stesso, ma da un impegno morale che spoglia le cose dei loro attributi esteriori, per penetrarne il significato ultimo, per darne un giudizio definitivo. Equivale a precludersi la comprensione del suo senso più profondo il voler parlare, a proposito della poesia di Dante, di valori quali pittoricità, spazialità, visività, frontalità dell’immagine, come ha fatto, con risultati del resto apprezzabili, un altro attento studioso della Commedia, il Malagoli, senza cogliere il fuoco nascosto che in questa immagine si esprime, la religione dei valori morali che ad essa conferisce una compattezza mai eguagliata nella letteratura mondiale. Per tornare al settimo canto dell’Inferno, anzitutto il "puro guardare oggettivo", che sembra caratterizzarlo, almeno fino al momento in cui i due viandanti scendono nel cerchio degli iracondi (qui, come ha rilevato il Momigliano, l’atmosfera cambia, s’impregna di spleen, di umor nero), nasce da una posizione di condanna senza attenuanti per coloro che hanno fatto del denaro la loro unica ragione di essere. In secondo luogo, tutta la scena iniziale, dall’incontro con Pluto alla digressione sulla Fortuna, è, come ha rilevato il Marti, il risultato di "un’arte ispirata più da sprezzo polemico che da un gusto realistico obiettivamente distaccato" La rima difficile non meno che la metafora esasperata e grottesca deformano violentemente una realtà che, proprio per questo amaro intervento dell’autore, inteso a trasferirla interamente sul terreno dell’exemplum, del significato etico e religioso, non può essere considerata soltanto oggettiva.
vv. 91-96Quest'è colei ch'è tanto posta in crocepur da color che le dovrien dar lode,dandole biasmo a torto e mala voce;ma ella s'è beata e ciò non ode:con l'altre prime creature lietavolve sua spera e beata si gode.Leggi nel testo
Tra gli avari e i prodighi Virgilio spiega a Dante che cosa sia la Fortuna. Per gli antichi era una dea capricciosa, raffigurata con una ruota che innalza e abbatte gli uomini a caso. Dante la trasforma in un'intelligenza angelica creata da Dio, una «general ministra e duce» incaricata di far passare i beni terreni da un popolo all'altro, da una famiglia all'altra.
Il suo giudizio sembra cieco, «occulto come in erba l'angue», cioè nascosto come un serpente nell'erba, ma risponde a un disegno provvidenziale che gli uomini non capiscono. Per questo è ingiusto maledirla: lei non ascolta, è beata e gira la sua sfera come gli angeli muovono i cieli.
È un momento sorprendente: nel mezzo dell'Inferno il discorso si alza verso il cielo e verso l'armonia del creato. Dante tornerà sul tema nel Paradiso, quando Cacciaguida spiegherà che anche le città e le famiglie nascono e muoiono secondo la Fortuna.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
La Fortuna
Ne parla la scheda «Carlo Martello e le amicizie musicali» (Par. VIII).