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Penitente · Purgatorio · II cornice, invidiosi

Sapìa

Senese che gioì della sconfitta dei suoi concittadini; ha gli occhi cuciti col fil di ferro.

Detto anche: Sapia Salvani, Sapia da Siena, Sapia senese

Nobildonna senese nata intorno al 1210, della famiglia Salvani: era zia di Provenzano. Sposò Ghinibaldo Saracini, signore di Castiglioncello presso Monteriggioni; rimasta vedova, beneficò un ospizio per pellegrini. Morì fra il 1274 e il 1289.

Siede fra gli invidiosi, vestiti di panno ruvido e con le palpebre cucite da un filo di ferro. Gioca sul proprio nome: «Savia non fui, avvegna che Sapìa fossi chiamata» (XIII, vv. 109-110). Godeva del male altrui più che del proprio bene: quando i senesi affrontarono i fiorentini a Colle (1269) pregò Dio che perdessero, e vedendoli in fuga provò una gioia tale da sfidare il cielo (vv. 115-123). Si pentì solo alla fine, e sarebbe ancora nell'Antipurgatorio senza le preghiere di Pier Pettinaio, un terziario francescano venerato a Siena (vv. 124-129).

Resta pungente anche da penitente: chiude deridendo i concittadini, «gente vana» che spreca denaro per il porto di Talamone (vv. 151-154). A lei Dante confessa di temere più la pena dei superbi che quella degli invidiosi.