Sapia senese, con gli occhi cuciti dal filo di ferro, confessa a Dante la sua invidia
Purgatorio · II cornice
Purgatorio, Canto XIII
«Noi eravamo al sommo de la scala…»
Nel secondo girone, dove sono punite le anime degli invidiosi, i due pellegrini odono gridare, da voci misteriose che attraversano l'aria, tre esempi di carità: il miracolo di Cristo alle nozze di Cana, l'amicizia profonda che legava due famosi eroi greci.
LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto
Testo e parafrasi del canto XIII
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Noi eravamo al sommo de la scala,Adove secondamente si risegaBlo monte che salendo altrui dismala.A
4
Ivi così una cornice legaBdintorno il poggio, come la primaia;Cse non che l'arco suo più tosto piega.B
«Eravamo giunti al termine della scala (che porta al secondo girone), dove viene tagliato per la seconda volta il monte che purifica dal male chi lo ascende lì una (seconda) cornice cinge tutt'intorno il monte, così come la prima; salvo che la sua curvatura (poiché la montagna si restringe man mano verso l'alto) è più stretta.
Noi eravamo in cima alla scala, dove per la seconda volta si restringe il monte che, salendolo, libera dal male chi lo sale. Lì una cornice cinge tutt'intorno il monte, come la prima; solo che il suo arco curva più rapidamente.
7
Ombra non lì è né segno che si paia:Cparsi la ripa e parsi la via schiettaDcol livido color de la petraia.C
Qui non appaiono anime né figurazioni scolpite; si mostrano la parete e il piano nudo e liscio col colore livido della pietra.
Lì non ci sono figure né sculture che si vedano: la parete e la strada appaiono nude, con il colore livido della pietra.
10
«Se qui per dimandar gente s'aspetta»,Dragionava il poeta, «io temo forseEche troppo avrà d'indugio nostra eletta».D
«Se qui aspettiamo le anime per chiedere informazioni» osservava Virgilio, «io temo che forse la nostra scelta della via tarderà troppo.» Poi rivolse intento lo sguardo verso il sole;
«Se qui si aspetta qualcuno a cui chiedere la strada», ragionava il poeta, «temo che la nostra scelta tarderà troppo».
13
Poi fisamente al sole li occhi porse;Efece del destro lato a muover centro,Fe la sinistra parte di sé torse.E
(per volgersi a destra dove si trovava il sole, essendo già passato mezzogiorno) fece perno sul suo fianco destro, e fece girare il fianco sinistro.
Poi fissò gli occhi sul sole; fece del fianco destro il centro del suo movimento, e girò la parte sinistra del corpo.
16
«O dolce lume a cui fidanza i' entroFper lo novo cammin, tu ne conduci»,Gdicea, «come condur si vuol quinc'entro.F
«O dolce luce nella quale fidando io procedo nella nuova strada, guidaci» diceva Virgilio «come è necessario guidare in questo girone.
«O dolce luce, fiducioso nella quale io entro in questo nuovo cammino, guidaci tu», diceva, «come bisogna essere guidati qui dentro.
19
Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;Gs'altra ragione in contrario non ponta,Hesser dien sempre li tuoi raggi duci».G
22
Quanto di qua per un migliaio si conta,Htanto di là eravam noi già iti,Icon poco tempo, per la voglia pronta;H
25
e verso noi volar furon sentiti,Inon però visti, spiriti parlandoJa la mensa d'amor cortesi inviti.I
Tu riscaldi il mondo, tu risplendi sopra di esso: se un altro motivo non spinge a seguire una via contraria, i tuoi raggi devono essere sempre di guida.» Avevamo già percorso nel girone tanto spazio, quanto nel mondo si calcola per un miglio, in breve tempo, grazie al nostro ardente desiderio, quando si sentirono volare verso di noi, ma non si videro, degli spiriti che pronunciavano cortesi inviti alla carità.
Tu scaldi il mondo, tu risplendi sopra di esso; se un'altra ragione non spinge in senso contrario, i tuoi raggi devono sempre essere la nostra guida». Quanto di qua (sulla terra) si conta per un miglio, tanto eravamo già andati avanti là, in poco tempo, per la volontà pronta; e si sentirono volare verso di noi, senza però vederli, degli spiriti che pronunciavano cortesi inviti alla mensa dell'amore.
28
La prima voce che passò volandoJ'Vinum non habent' altamente disse,Ke dietro a noi l'andò reiterando.J
La prima voce che passò volando pronunciò in tono alto «Non hanno vino», e passando oltre noi continuò a ripetere quelle parole.
La prima voce che passò volando disse ad alta voce 'Non hanno vino', e dietro di noi andò ripetendolo.
31
E prima che del tutto non si udisseKper allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'Lpassò gridando, e anco non s'affisse.K
E prima che non si udisse più per il fatto che si allontanava, un'altra voce passò gridando «Io sono Oreste», e anche questa non si arrestò.
E prima che non si udisse più del tutto, per l'allontanarsi, un'altra passò gridando 'Io sono Oreste', e anch'essa non si fermò.
34
«Oh!», diss'io, «padre, che voci son queste?».LE com'io domandai, ecco la terzaMdicendo: 'Amate da cui male aveste'.L
«Oh!» dissi, «padre mio, che voci sono queste?» E non appena ebbi fatto questa domanda, ecco la terza voce che diceva: «Amate coloro dai quali avete ricevuto il male». E il valente maestro:
«Oh», dissi io, «padre, che voci sono queste?». E appena domandai, ecco la terza che diceva: 'Amate coloro da cui avete ricevuto del male'.
37
E 'l buon maestro: «Questo cinghio sferzaMla colpa de la invidia, e però sonoNtratte d'amor le corde de la ferza.M
«Questo girone punisce il peccato d'invidia, e perciò le corde di cui è fatta la sferza che punisce (le corde della ferza: cioè gli esempi) sono vibrate dall'amore.
E il buon maestro: «Questa cornice punisce la colpa dell'invidia, e perciò le corde della frusta sono fatte d'amore.
40
Lo fren vuol esser del contrario suono;Ncredo che l'udirai, per mio avviso,Oprima che giunghi al passo del perdono.N
Il freno (cioè l'esempio per non cadere nel peccato) deve essere di contenuto opposto al peccato: a mio giudizio, penso che udrai questo esempio prima di giungere alla scala che porta al terzo girone (al passo del perdono: dove sarà perdonato il peccato d'invidia).
Il freno deve avere un suono contrario; credo che lo udirai, a mio parere, prima che tu arrivi al passaggio del perdono.
43
Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,Oe vedrai gente innanzi a noi sedersi,Pe ciascuno è lungo la grotta assiso».O
Ma ficca lo sguardo con attenzione attraverso l'aria, e vedrai un gruppo di anime sedere davanti a noi, e ciascuna è appoggiata alla roccia».
Ma fissa bene gli occhi attraverso l'aria, e vedrai davanti a noi gente seduta, e ciascuno è seduto lungo la parete».
46
Allora più che prima li occhi apersi;Pguarda'mi innanzi, e vidi ombre con mantiQal color de la pietra non diversi.P
Allora osservai con maggior attenzione; guardai davanti a me, e vidi anime ricoperte di manti dello stesso colore della pietra.
Allora aprii gli occhi più di prima; guardai davanti a me, e vidi ombre con mantelli di colore non diverso da quello della pietra.
49
E poi che fummo un poco più avanti,Qudia gridar: 'Maria, òra per noi':Rgridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.Q
E quando ci fummo portati un poco più avanti, udii gridare: «Maria, prega per noi!»; udii gridare «Michele» e «Pietro», e «Tutti i santi».
E dopo che fummo un po' più avanti, udivo gridare: 'Maria, prega per noi'; gridare 'Michele' e 'Pietro' e 'Tutti i santi'.
52
Non credo che per terra vada ancoiRomo sì duro, che non fosse puntoSper compassion di quel ch'i' vidi poi;R
55
ché, quando fui sì presso di lor giunto,Sche li atti loro a me venivan certi,Tper li occhi fui di grave dolor munto.S
Gli invidiosi recitano le litanie dei santi, nelle quali all'inizio è invocata per tre volte la Vergine, nella parte centrale gli angeli (tra cui Michele) e gli apostoli (tra cui Pietro), mentre alla fine l'invocazione si estende a tutti i santi. Non credo che nel mondo esista oggi un uomo tanto duro, da non essere mosso a compassione da quanto io vidi in seguito, poiché, quando giunsi così vicino ad essi, che la loro persona mi appariva distinta, dagli occhi uscì con le lagrime il dolore che mi gravava l'animo.
Non credo che oggi cammini sulla terra un uomo così duro da non essere colpito dalla compassione per quello che vidi poi; perché, quando giunsi così vicino a loro che i loro atteggiamenti mi apparivano chiari, dagli occhi mi furono spremute lacrime di grande dolore.
58
Di vil ciliccio mi parean coperti,Te l'un sofferia l'altro con la spalla,Ue tutti da la ripa eran sofferti.T
(I penitenti) mi sembravano coperti di una povera veste dura e pungente, e uno sosteneva l'altro con la spalla, e tutti erano sostenuti dalla parete:
Mi sembravano coperti di un ruvido cilicio, e l'uno sorreggeva l'altro con la spalla, e tutti erano sorretti dalla parete.
61
Così li ciechi a cui la roba fallaUstanno a' perdoni a chieder lor bisogna,Ve l'uno il capo sopra l'altro avvalla,U
64
perché 'n altrui pietà tosto si pogna,Vnon pur per lo sonar de le parole,Wma per la vista che non meno agogna.V
nello stesso atteggiamento i ciechi, a cui manca il necessario, se ne stanno davanti alle chiese durante le feste in cui si concedono indulgenze per chiedere l'elemosina, e l'uno abbandona il capo sulla spalla dell'altro, affinché la pietà penetri subito nel cuore della gente, non solo per il suono lamentoso delle parole, ma anche per l'aspetto che chiede pietà non meno (delle parole).
Così i ciechi a cui manca il necessario stanno presso le chiese nei giorni del perdono a chiedere ciò di cui hanno bisogno, e l'uno abbassa il capo sopra l'altro, perché la pietà nasca presto negli altri, non solo per il suono delle parole, ma per la vista, che commuove non meno.
67
E come a li orbi non approda il sole,Wcosì a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,Xluce del ciel di sé largir non vole;W
70
ché a tutti un fil di ferro i cigli fóraXe cusce sì, come a sparvier selvaggioYsi fa però che queto non dimora.X
E come ai ciechi il sole non giova, così qui la luce del cielo non vuole concedersi alle anime, di cui ora sto parlando, perché un filo di ferro trapassa e cuce le palpebre a tutti i penitenti nello stesso modo in cui si cuciono agli sparvieri selvatici, quando non rimangono tranquilli.
E come ai ciechi non arriva il sole, così alle ombre di cui ora parlo la luce del cielo non vuole donarsi; perché a tutti un filo di ferro fora le palpebre e le cuce, come si fa allo sparviero selvatico perché non sta tranquillo.
73
A me pareva, andando, fare oltraggio,Yveggendo altrui, non essendo veduto:Zper ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.Y
Mi sembrava, mentre camminavo. di compiere un atto scortese, perché io vedevo gli altri, ma non ero da loro visto: perciò mi rivolsi al mio saggio consigliere.
Mi sembrava, camminando, di fare un'offesa, vedendo gli altri senza essere visto: per cui mi voltai verso il mio saggio consigliere.
76
Ben sapev'ei che volea dir lo muto;Ze però non attese mia dimanda,AAma disse: «Parla, e sie breve e arguto».Z
Egli già sapeva che cosa volevo dire io che tacevo; e per questo non aspettò la mia domanda, ma disse: «Parla, e cerca di essere breve e chiaro».
Egli sapeva bene che cosa voleva dire il muto; e perciò non aspettò la mia domanda, ma disse: «Parla, e sii breve e preciso».
79
Virgilio mi venìa da quella bandaAAde la cornice onde cader si puote,ABperché da nulla sponda s'inghirlanda;AA
Virgilio rispetto a me procedeva dalla parte esterna della cornice, poiché questa non è munita di nessuna sponda;
Virgilio camminava accanto a me da quel lato della cornice da cui si può cadere, perché non è circondata da nessun parapetto;
82
da l'altra parte m'eran le divoteABombre, che per l'orribile costuraACpremevan sì, che bagnavan le gote.AB
dall'altra parte (cioè a sinistra) avevo le anime penitenti, le quali premevano con tale forza attraverso l'orribile cucitura, che bagnavano (di lagrime) le guance.
dall'altra parte avevo le ombre devote, che attraverso l'orribile cucitura spremevano le lacrime così da bagnarsi le guance.
85
Volsimi a loro e «O gente sicura»,ACincominciai, «di veder l'alto lumeADche 'l disio vostro solo ha in sua cura,AC
88
se tosto grazia resolva le schiumeADdi vostra coscienza sì che chiaroAEper essa scenda de la mente il fiume,AD
91
ditemi, ché mi fia grazioso e caro,AEs'anima è qui tra voi che sia latina;AFe forse lei sarà buon s'i' l'apparo».AE
Mi rivolsi a loro e incominciai a dire: «O anime sicure di vedere la divina luce che è l'unico oggetto del vostro desiderio, possa la Grazia disperdere presto le tracce impure della vostra coscienza, così che attraverso essa il fiume dei ricordi possa scendere in tutta la sua purezza (chiaro: cioè non intorbidato da nessuna memoria della colpa), ditemi (in nome di questo augurio), dal momento che mi sarà gradito e caro, se tra di voi c'è qualche anima italiana; e forse (potendo io procurarle suffragi) le sarà utile se io lo saprò».
Mi voltai verso di loro e «O gente sicura», cominciai, «di vedere l'alta luce (Dio), che è il solo oggetto del vostro desiderio, così possa presto la grazia dissolvere le impurità della vostra coscienza, in modo che limpido scenda attraverso di essa il fiume della memoria, ditemi, perché mi sarà gradito e caro, se c'è qui tra voi un'anima che sia italiana; e forse sarà un bene per lei se io lo vengo a sapere».
94
«O frate mio, ciascuna è cittadinaAFd'una vera città; ma tu vuo' direAGche vivesse in Italia peregrina».AF
97
Questo mi parve per risposta udireAGpiù innanzi alquanto che là dov'io stava,AHond'io mi feci ancor più là sentire.AG
«Fratello, ciascuna di noi è cittadina della città di Dio; ma tu vuoi sapere di qualcuna che lontana dalla vera patria sia vissuta in Italia.» Mi parve di udire come risposta queste parole un poco più oltre il posto in cui mi trovavo, per cui io (avanzando) mi feci sentire ancora più in là.
«O fratello mio, ciascuna è cittadina di un'unica vera città (il cielo); ma tu vuoi dire un'anima che sia vissuta in Italia da pellegrina». Mi parve di udire questo come risposta un po' più avanti rispetto a dove mi trovavo, per cui mi feci sentire ancora più in là.
100
Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettavaAHin vista; e se volesse alcun dir 'Come?',AIlo mento a guisa d'orbo in sù levava.AH
103
«Spirto», diss'io, «che per salir ti dome,AIse tu se' quelli che mi rispondesti,AJfammiti conto o per luogo o per nome».AI
106
«Io fui sanese», rispuose, «e con questiAJaltri rimendo qui la vita ria,AKlagrimando a colui che sé ne presti.AJ
Tra le altre vidi un'anima che nel suo atteggiamento pareva aspettare; e se qualcuno mi domandasse "Come (lo mostrava)?", (risponderei che) sollevava il mento come fa un cieco (quando aspetta) «O anima» dissi «che ti sottometti alla pena per poter salire, se tu sei quella che mi hai risposto, fatti conoscere o attraverso la patria o attraverso il nome.» «lo fui senese» rispose, «e con queste altre anime purifico qui la mia vita peccaminosa, supplicando in lagrime Dio affinché ci conceda di vederLo.
Tra le altre vidi un'ombra che aveva l'aria di aspettare; e se qualcuno volesse chiedere 'Come (lo capivi)?', alzava il mento in su come fanno i ciechi. «Spirito», dissi io, «che ti mortifichi per poter salire, se sei tu quello che mi ha risposto, fatti conoscere o per luogo d'origine o per nome». «Io fui senese», rispose, «e con questi altri qui emendo la vita peccatrice, piangendo e pregando colui (Dio) che ci conceda sé stesso.
109
Savia non fui, avvegna che SapìaAKfossi chiamata, e fui de li altrui danniALpiù lieta assai che di ventura mia.AK
Non fui saggia, sebbene il mio nome fosse Sapia, e provai maggior gioia del male altrui che del mio bene (lui delli altrui danni più lieta assai che di ventura mia).
Non fui savia, benché fossi chiamata Sapia, e fui assai più lieta dei danni altrui che della mia fortuna.
112
E perché tu non creda ch'io t'inganni,ALodi s'i' fui, com'io ti dico, folle,AMgià discendendo l'arco d'i miei anni.AL
E affinché tu non creda che io t'inganni, ascolta se non sono stata, come ti dico, folle, mentre l'arco della mia vita stava già declinando (e avrei dovuto essere saggia).
E perché tu non creda che io ti inganni, ascolta se fui folle come ti dico, quando già scendevo l'arco dei miei anni.
115
Eran li cittadin miei presso a ColleAMin campo giunti co' loro avversari,ANe io pregava Iddio di quel ch'e' volle.AM
I miei concittadini presso Colle erano venuti a battaglia con i loro nemici, ed io pregavo Dio che fossero sconfitti (di quel ch'e' volle: di quello che egli volle, perché furono realmente vinti).
I miei concittadini si erano schierati in campo presso Colle contro i loro avversari, e io pregavo Dio per ciò che egli poi volle (la loro sconfitta).
118
Rotti fuor quivi e vòlti ne li amariANpassi di fuga; e veggendo la caccia,AOletizia presi a tutte altre dispari,AN
121
tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,AOgridando a Dio: "Omai più non ti temo!",APcome fé 'l merlo per poca bonaccia.AO
Qui furono sconfitti e conobbero l'amarezza della fuga; e vedendo l'inseguimento fatto dai nemici, ne derivai una gioia non paragonabile a nessun'altra, tanto che levai verso il cielo il volto con folle audacia, gridando a Dio: "Ormai non ti temo più (avendo ricevuto soddisfazione)!", come fa il merlo quando vede un po' di sereno.
Lì furono sbaragliati e costretti agli amari passi della fuga; e vedendo l'inseguimento, provai una gioia senza pari, tanto che alzai verso l'alto il viso sfrontato, gridando a Dio: “Ormai non ti temo più!”, come fece il merlo per un po' di bel tempo.
124
Pace volli con Dio in su lo stremoAPde la mia vita; e ancor non sarebbeAQlo mio dover per penitenza scemo,AP
127
se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbeAQPier Pettinaio in sue sante orazioni,ARa cui di me per caritate increbbe.AQ
Mi riconciliai con Dio alla fine della mia vita; e il mio debito verso di Lui non sarebbe ancora risarcito per mezzo della penitenza, se non fosse avvenuto questo, che mi ricordò nelle sue sante preghiere Pier Pettinaio, il quale per carità ebbe pietà di me.
Volli far pace con Dio al termine della mia vita; e il mio debito non sarebbe ancora diminuito grazie alla penitenza, se non fosse che mi ricordò nelle sue sante preghiere Pier Pettinaio, che per carità ebbe pietà di me.
130
Ma tu chi se', che nostre condizioniARvai dimandando, e porti li occhi sciolti,ASsì com'io credo, e spirando ragioni?».AR
133
«Li occhi», diss'io, «mi fieno ancor qui tolti,ASma picciol tempo, ché poca è l'offesaATfatta per esser con invidia vòlti.AS
Ma chi sei tu che vai interrogandoci sulla nostra condizione, e porti gli occhi non cuciti, così come penso (Sapìa si è accorta che Dante è riuscito ad individuarla), e parli come un vivo?» «Gli occhi» dissi «mi saranno anche qui tolti, ma per breve tempo, perché poca è l'offesa che essi hanno fatta (a Dio) per essersi volti a guardare con invidia (il prossimo).
Ma tu chi sei, che vai chiedendo della nostra condizione, e porti gli occhi liberi, come credo, e parli respirando?». «Gli occhi», dissi io, «mi saranno ancora tolti qui, ma per poco tempo, perché è piccola la colpa commessa per averli volti con invidia.
136
Troppa è più la paura ond'è sospesaATl'anima mia del tormento di sotto,AUche già lo 'ncarco di là giù mi pesa».AT
139
Ed ella a me: «Chi t'ha dunque condottoAUqua sù tra noi, se giù ritornar credi?».AVE io: «Costui ch'è meco e non fa motto.AU
Maggiore è il timore che tiene sospesa la mia anima a causa della pena del girone precedente (di sotto: dove si espia il peccato della superbia), tanto che già sento gravarmi addosso il peso di quei massi.» Ed ella mi rispose: «Chi ti ha dunque guidato qua su tra noi, se ritieni di dover ritornare tra i superbi?» Ed io:
Molto più grande è la paura del tormento di sotto (la cornice dei superbi), di cui è in ansia la mia anima, tanto che già mi pesa il carico di laggiù». E lei a me: «Chi ti ha condotto dunque quassù tra noi, se pensi di tornare giù?». E io: «Costui che è con me e non dice nulla.
142
E vivo sono; e però mi richiedi,AVspirito eletto, se tu vuo' ch'i' movaAWdi là per te ancor li mortai piedi».AV
«Questo che è con me, ma non parla. E sono ancora vivo; e perciò chiedimi pure, o anima destinata alla salvezza, se desideri che in terra mi adoperi (mova... ancor li mortai piedi) per procurarti suffragi (per te)».
E sono vivo; e perciò chiedimi, spirito eletto, se vuoi che io muova ancora per te, di là (nel mondo), i miei piedi mortali».
145
«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,AWrispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;AXperò col priego tuo talor mi giova.AW
«Oh, questa è una cosa così insolita ad udirsi» rispose, «che è una grande manifestazione dell'amore di Dio verso di te; perciò cerca di aiutarmi qualche volta con le tue preghiere.
«Oh, questa è una cosa così nuova a udirsi», rispose, «che è un grande segno che Dio ti ama; perciò aiutami qualche volta con la tua preghiera.
148
E cheggioti, per quel che tu più brami,AXse mai calchi la terra di Toscana,AYche a' miei propinqui tu ben mi rinfami.AX
E ti chiedo, in nome di quello che tu più desideri (cioè: in nome della salvezza), che, se mai ti avvenga di passare per la Toscana, riabiliti la mia fama presso i miei parenti.
E ti chiedo, per ciò che tu desideri di più, se mai calpesterai la terra di Toscana, di riabilitare il mio nome presso i miei parenti.
151
Tu li vedrai tra quella gente vanaAYche spera in Talamone, e perderagliAZpiù di speranza ch'a trovar la Diana;AY
Tu li troverai fra quella gente sciocca che spera in Talamone, e vi perderà più illusioni che non a cercare di trovare la Diana;
Li vedrai tra quella gente vanitosa (i Senesi) che spera nel porto di Talamone, e vi perderà più speranze che a cercare il fiume Diana;
154
ma più vi perderanno li ammiragli».AZ
ma più speranze ancora vi perderanno i comandanti di nave.»
ma ci perderanno di più gli ammiragli».
Riassunto del canto XIII
Nel secondo girone, dove sono punite le anime degli invidiosi, i due pellegrini odono gridare, da voci misteriose che attraversano l'aria, tre esempi di carità: il miracolo di Cristo alle nozze di Cana, l'amicizia profonda che legava due famosi eroi greci. Oreste e Pilade, il comando evangelico all'amore fraterno. I penitenti, addossati a una nuda parete e coperti da ruvidi manti, si sorreggono gli uni alle spalle degli altri: i loro occhi appaiono chiusi, cuciti da un filo di ferro che impedisce loro di scorgere la luce del ciel. Dante, che teme di mostrarsi scortese passando dinanzi alle anime senza rivelare la sua presenza, chiede se in mezzo a loro c'è qualche italiano: ma, risponde una voce, ogni uomo ha una sola patria, che è quella celeste. Dante avanza verso l'ombra che ha parlato per conoscerne il nome o il luogo di nascita; appare così la figura della nobildonna senese Sapia, la quale confessa il suo peccato di invidia, che la portò a gioire più del male altrui che del proprio bene personale, spingendola a chiedere a Dio anche la rovina della sua patria. Alla fine della vita si convertì, ma solo le preghiere di un umile venditore di pettini della sua città le evitarono una lunga sosta nell'antipurgatorio. Durante il colloquio con Sapia, che non rinuncia a colpire, anche nell'al di là, con dura ironia i suoi concittadini, il Poeta riconosce che il suo animo è occupato non tanto dal peccato di invidia, quanto da quello della superbia, che egli sconterà sotto il peso dei macigni del primo girone.
In breve
Dove e chi
II cornice: Invidiosi. Palpebre cucite con il fil di ferro.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
I due canti dedicati agli invidiosi si configurano in strutture esteriormente differenti - presentandosi il XIII diviso nella parte dedicata alla descrizione della pena e in quella dominata dalla singolare figura di Sapia e il XIV accentrato intorno al personaggio di Guido del Duca, impegnato nella dura requisitoria contro la degenerazíone morale del tempo - ma sostanzialmente dipendenti: nell'ambientazione esteriore, dove la natura povera ed opaca sembra vivificata dal misterioso trasvolare delle voci e la smarrita desolazione che percorre il gruppo dei penitenti ciechi crea, tranne che nell'episodio di Sapia, un penoso disorientamento nell'animo di Dante, e nella forte motivazione politíco-morale, che colpisce nel peccato dell'invidia una delle cause fondamentali della corruzione civile. Tuttavia il XIII non è costruito con lo stretto nesso logico e l'intensa concatenazione degli stati spirituali che caratterizzeranno il canto seguente, essendo avvertibile, nonostante il parere contrario del Momigliano, una certa frattura fra il tono tenue e malinconico dei versi 1 - 93, che nulla perde del suo pacato distendersi per l'intervento di forti punte realistiche (versi 37-39 e 70-72), e quello sbalzato con linee decise e rilevanti per dare volto al personaggio di Sapia, come se la moltitudine delle anime espianti le facesse da bassorilievo. Si opera un brusco stacco, senza che il lettore sia preparato, fra il pietoso protendersi di Dante verso le anime così duramente punite e il linguaggio aspro e tagliente che apre e chiude il discorso di Sapia, cosicché di fronte all'evidenza di questa figura di donna non ancora domata nel suo peccato di invidia e nel suo carattere bilioso, non solo passa in secondo piano il gruppo di coloro ai quali un fil di ferro i cigli fora e cuce, ma si spegne anche quel sentimento di pietà al quale il Poeta aveva fatto appello (versi 52-54). "Se ci ricordiamo di un altro canto, il V del Purgatorio, non possiamo non rilevare che colà la pietà che comincia a sentirsi per quelle anime di uccisi - Jacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro continua a sentirsi, e più profonda, per Pia dei Tolomei, così triste e rassegnata, così soave e riserbata: anch'essa senese, ma quanto diversa da Sapia! Mentre di quella, alla fine del canto, ci resta ancora l'eco di quella voce soave e dolente, in cui sembra esalare la pietà di tutto quel canto ch'è la dolorosa rassegna di tante vite miseramente uccise, di quest'altra senese, Sapìa, ci resta invece l'eco stridula di un carattere riottoso e invidioso, che non ci tien desto quel senso di pietà che avevamo provato per quella folla di ciechi prima descritta: anzi lo distrugge e lo cancella. " (Biondolillo) La critica ha accentuato questa mancanza di unità rigorosa, preferendo prendere in esame, del canto XIII, la figura di Sapia, in omaggio al criterio esegetico che accentra l'interesse sul personaggio protagonista del canto, scarsamente lumeggiando quello che, ad una prima lettura, potrebbe apparire come elemento di sfondo, o, tutt'al più, come valido accompagnamento della vicenda principale. Invece, in questo caso, è interessante sottolineare il meditato procedimento narrativo, attraverso il quale è più facilmente percepibile la compiuta capacità di delineare la complessa psicologia di Sapia, la quale con l'impeto ed il rilievo crescenti delle sue parole rompe l'uniformità spirituale dei suoi compagni di pena, vela per un istante il livido grigiore del secondo girone per riportarci all'animata vita senese del tempo, dimentica l'orrore della pena per riprendere il peccaminoso atteggiamento di un passato non ancora lontano, scuote da sé le lagrime che per l'orribile costura premevan sì, che bagnavan le gote, ritornando all'antico carattere, scontroso, invidioso, sarcastico, combattivo, in quel voluto gioco - sul quale poggia la varietà poetica e strutturale di tanta parte del Purgatorio - che accosta stati d'animo diversi, gli uni ancora legati all'esperienza umana del penitente, gli altri solo ora suggeriti dal vitale accostamento alle realtà sovrannaturali. Mai una vita è stata così nettamente delineata e lucidamente rivissuta, quasi la cecità alla quale Sapia è costretta avesse concentrato ogni sua forza spirituale in una tensione interiore che le permetta di ripercorrere l'arco dei suoi anni con la stessa precisione assoluta con la quale lo sguardo del Poeta si è prima disteso sulla lunga fila delle ombre con manti al color della pietra non diversi... di vil cìliccio... coperti, dove l'un sofferìa l'altro con la spalla, con la stessa tragica lentezza con la quale egli ha osservato il fil di ferro che i cigli fora e cuce e l'orribile costura. La veemenza del carattere di Sapia è poeticamente realizzata e rilevata dall'opposizione con l'anonima schiera compenetrata alla roccia, dove ogni persona fisica appare annullata. La voce di Sapia, la prima e la più pronta a rispondere alla richiesta di Dante, rivela, pur nel rifiuto di applicare al mondo della penitenza le categorie puramente umane, una forza repressa che aspetta solo un'occasione propizia per manifestarsi, per riprendere, con una mordacità dettata non solo dal suo temperamento, ma anche da una superiore visione degli uomini, da una coscienza più elevata, acquistata dopo la salvezza, un'analisi che dentro di sé non ha mai interrotta, perché - ed è uno dei motivi che rendono singolarmente indimenticabile quell'ombra che lo mento a guisa d'orbo in su levava - lo spirito di Sapia si mostra curioso indagatore di ogni moto della sua anima, attento giudice di ogni suo atteggiamento, capace di un'autocondanna che rischia di annullare la sua personalità nel satirico accostamento alla figura del merlo.
vv. 109-111Savia non fui, avvegna che Sapìafossi chiamata, e fui de li altrui dannipiù lieta assai che di ventura mia.Leggi nel testo
Gli invidiosi siedono appoggiati alla roccia, vestiti di un panno ruvido del colore della pietra, con le palpebre cucite da un filo di ferro, come si faceva con i falconi selvatici per addomesticarli. In vita hanno guardato con occhio malevolo il bene altrui; ora non possono vedere.
Una di loro è Sapìa, una nobile senese. Gioca subito con il proprio nome: «Savia non fui, avvegna che Sapìa / fossi chiamata». Racconta di aver gioito della sconfitta dei suoi concittadini nella battaglia di Colle Val d'Elsa, nel 1269, tanto da gridare a Dio di non temerlo più.
Si salvò grazie alle preghiere di Pier Pettinaio, un umile venditore di pettini noto per la sua santità. Il dialogo mostra anche un momento di confessione di Dante: lui teme poco la pena degli invidiosi, ma molto quella dei superbi che ha appena visto. Riconosce così il suo difetto principale.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
La superbia di Dante
Ne parla la scheda «Oderisi e la vanità della fama» (Purg. XI).