Sapìa, l'invidiosa che gioì della sconfitta
vv. 109-111Savia non fui, avvegna che Sapìafossi chiamata, e fui de li altrui dannipiù lieta assai che di ventura mia.Leggi nel canto
Gli invidiosi siedono appoggiati alla roccia, vestiti di un panno ruvido del colore della pietra, con le palpebre cucite da un filo di ferro, come si faceva con i falconi selvatici per addomesticarli. In vita hanno guardato con occhio malevolo il bene altrui; ora non possono vedere.
Una di loro è Sapìa, una nobile senese. Gioca subito con il proprio nome: «Savia non fui, avvegna che Sapìa / fossi chiamata». Racconta di aver gioito della sconfitta dei suoi concittadini nella battaglia di Colle Val d'Elsa, nel 1269, tanto da gridare a Dio di non temerlo più.
Si salvò grazie alle preghiere di Pier Pettinaio, un umile venditore di pettini noto per la sua santità. Il dialogo mostra anche un momento di confessione di Dante: lui teme poco la pena degli invidiosi, ma molto quella dei superbi che ha appena visto. Riconosce così il suo difetto principale.