Filippo Argenti
Fiorentino della famiglia Adimari, immerso nello Stige; Dante lo respinge con disprezzo.
Detto anche: Filippo Cavicciuli, Filippo degli Adimari
Filippo apparteneva agli Adimari, potente famiglia fiorentina di parte nera; secondo i commentatori antichi il soprannome gli veniva dall'abitudine di far ferrare il cavallo d'argento. Boccaccio lo ritrae nel Decameron (IX, 8) come un uomo grande, forte e pronto a montare in collera: basta una provocazione perché prenda a pugni un malcapitato.
Nello Stige si alza dal fango davanti alla barca e apostrofa Dante; alla domanda su chi sia risponde soltanto «son un che piango» (v. 36). Dante lo riconosce e lo maledice, Virgilio lo ricaccia tra «li altri cani» e poi abbraccia il discepolo lodandone lo sdegno (vv. 37-45). Gli altri dannati gli si avventano contro gridandone il nome, e lui si morde da solo (vv. 58-63).
L'episodio colpisce perché Dante non prova pietà, anzi desidera vedere il dannato punito: è lo sdegno giusto contro il male, opposto all'ira cieca del «fiorentino spirito bizzarro». Per Virgilio fu «persona orgogliosa», di cui non resta alcun ricordo buono (vv. 46-48).
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