Sulla barca di Flegiàs Virgilio ricaccia nello Stige Filippo Argenti; in fondo la città di Dite
Inferno · V cerchio · Stige / Città di Dite
Inferno, Canto VIII
«Io dico, seguitando, ch'assai prima…»
Già prima di arrivare ai piedi della torre, i due poeti vedono accendersi sulla sua sommità due segnali luminosi, ai quali, da molto lontano, appena percettibile, risponde un terzo.
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Testo e parafrasi del canto VIII
Parafrasi
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1
Io dico, seguitando, ch'assai primaAche noi fossimo al piè de l'alta torre,Bli occhi nostri n'andar suso a la cimaA
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per due fiammette che i vedemmo porreBe un'altra da lungi render cennoCtanto ch'a pena il potea l'occhio tòrre.B
Proseguendo il mio racconto, dico che, molto prima di giungere ai piedi dell’alta torre, i nostri sguardi si diressero verso la sua sommità attratti da due fiammelle che vedemmo apparire lassù, e da un’altra che rispondeva ai segnali da tanto lontano, che a stento il nostro sguardo poteva distinguerla.
Io dico, continuando, che molto prima che noi fossimo ai piedi dell'alta torre, i nostri occhi andarono in su, alla cima, per due fiammelle che vedemmo mettere lì, e un'altra che da lontano rispondeva al segnale, tanto lontana che l'occhio riusciva appena a coglierla.
7
E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;Cdissi: «Questo che dice? e che rispondeDquell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?».C
Allora mi rivolsi a Virgilio, dicendo: " Che significato ha questo segnale? e quale risposta dà quell’altra luce? e chi sono quelli che l’hanno accesa? " E Virgilio di rimando:
E io mi rivolsi al mare di tutta la sapienza (Virgilio); dissi: «Che cosa dice questo (fuoco)? E che cosa risponde quell'altro fuoco? E chi sono quelli che lo hanno acceso?».
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Ed elli a me: «Su per le sucide ondeDgià scorgere puoi quello che s'aspetta,Ese 'l fummo del pantan nol ti nasconde».D
" Sull’acqua melmosa puoi già scorgere colui che è atteso (da chi ha fatto i segnali), se i vapori che lo stagno esala non lo celano ai tuoi occhi ".
E lui a me: «Sopra le onde sporche puoi già scorgere ciò che si aspetta, se il fumo del pantano non te lo nasconde».
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Corda non pinse mai da sé saettaEche sì corresse via per l'aere snella,Fcom'io vidi una nave picciolettaE
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venir per l'acqua verso noi in quella,Fsotto 'l governo d'un sol galeoto,Gche gridava: «Or se' giunta, anima fella!».F
Nessuna corda d’arco scoccò mai una freccia che volasse nell’aria con una velocità paragonabile a quella della piccola imbarcazione che vidi in quell’istante dirigersi sull’acqua verso di noi, pilotata da un solo nocchiero, che urlava: " Ti ho finalmente raggiunto, spirito malvagio!
Mai una corda d'arco spinse via una freccia che corresse così veloce per l'aria, come io vidi una barchetta venire sull'acqua verso di noi in quel momento, guidata da un solo traghettatore, che gridava: «Ora sei arrivata, anima malvagia!».
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«Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto»,Gdisse lo mio segnore «a questa volta:Hpiù non ci avrai che sol passando il loto».G
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Qual è colui che grande inganno ascoltaHche li sia fatto, e poi se ne rammarca,Ifecesi Flegiàs ne l'ira accolta.H
" " Flegiàs, Flegiàs, tu gridi inutilmente contro di noi " ribatte il mio maestro, "a non ci avrai in tuo potere che il tempo necessario per attraversare la palude fangosa." Come colui che apprende di essere stato gravemente ingannato, e allora prova rammarico, così divenne Flegiàs per l’ira che in lui si raccolse.
«Flegiàs, Flegiàs, questa volta gridi a vuoto», disse il mio signore, «non ci avrai più a lungo del tempo per attraversare il pantano». Come colui che sente di aver subito un grande inganno, e poi se ne lamenta, così diventò Flegiàs nell'ira trattenuta.
25
Lo duca mio discese ne la barca,Ie poi mi fece intrare appresso lui;Je sol quand'io fui dentro parve carca.I
Virgilio scese nella barca, e poi mi fece scendere dopo di lui; soltanto quando anch’io fui entrato, essa sembrò carica (gli abitanti dell’oltretomba, essendo esseri privi del corpo, non hanno peso).
La mia guida scese nella barca, e poi mi fece entrare dopo di lui; e solo quando io fui dentro sembrò carica.
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Tosto che 'l duca e io nel legno fui,Jsegando se ne va l'antica proraKde l'acqua più che non suol con altrui.J
Non appena Virgilio e io fummo a bordo, l’antica (perché coeva dell’inferno) barca cominciò a fendere l’acqua, immergendosi in essa più profondamente di quanto non faccia di solito, quando trasporta le anime.
Appena la guida e io fummo nella barca, l'antica prua se ne va solcando l'acqua più di quanto non faccia di solito con gli altri.
31
Mentre noi corravam la morta gora,Kdinanzi mi si fece un pien di fango,Le disse: «Chi se' tu che vieni anzi ora?».K
Mentre solcavamo l’immobile palude, mi si parò davanti uno spirito coperto di fango, e disse: "Chi sei tu che arrivi anzitempo (prima del termine stabilito, cioè prima della morte)? " Ed io:
Mentre noi percorrevamo la palude morta, mi si presentò davanti uno pieno di fango, e disse: «Chi sei tu che vieni prima del tempo?».
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E io a lui: «S'i' vegno, non rimango;Lma tu chi se', che sì se' fatto brutto?».MRispuose: «Vedi che son un che piango».L
" Se arrivo, non è certo per rimanere; ma chi sei tu, reso cosi sporco dal fango?" Rispose: "Vedi bene che sono uno di quelli che piangono (cioè un dannato) ". Ed io:
E io a lui: «Se vengo, non resto; ma tu chi sei, che sei diventato così brutto?». Rispose: «Vedi che sono uno che piange».
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E io a lui: «Con piangere e con lutto,Mspirito maladetto, ti rimani;Nch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto».M
" Restatene, anima maledetta, col pianto e col dolore; perché ti riconosco, anche se sei tutto imbrattato di fango ".
E io a lui: «Con il pianto e con il dolore, spirito maledetto, restaci; perché io ti riconosco, anche se sei tutto sporco».
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Allor distese al legno ambo le mani;Nper che 'l maestro accorto lo sospinse,Odicendo: «Via costà con li altri cani!».N
Allora allungò verso la barca entrambe le mani (per rovesciarla o per colpire Dante); ma Virgilio pronto lo respinse, dicendogli:
Allora tese verso la barca tutte e due le mani; per cui il maestro, che se ne accorse, lo respinse dicendo: «Via di là con gli altri cani!».
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Lo collo poi con le braccia mi cinse;Obasciommi 'l volto, e disse: «Alma sdegnosa,Pbenedetta colei che 'n te s'incinse!O
" Via di qui, vattene a stare con gli altri maledetti! " Poi mi abbraccio: mi baciò in viso, e disse: "Anima fiera, sia benedetta colei che ti ha portato nel grembo!
Poi mi cinse il collo con le braccia; mi baciò il viso, e disse: «Anima sdegnosa, benedetta colei che rimase incinta di te!
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Quei fu al mondo persona orgogliosa;Pbontà non è che sua memoria fregi:Qcosì s'è l'ombra sua qui furiosa.P
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Quanti si tegnon or là sù gran regiQche qui staranno come porci in brago,Rdi sé lasciando orribili dispregi!».Q
Quello fu in vita un prepotente; nessuna azione buona abbellisce il ricordo che di sé ha lasciato: per questo la sua anima e qui in preda al furore. Quanti che si considerano adesso nel mondo persone di grande importanza, qui staranno come porci nel fango, lasciando di sé il ricordo di atti spregevoli! " Ed io:
Quello nel mondo fu una persona superba; non c'è nessuna bontà che adorni il suo ricordo: per questo la sua ombra qui è furiosa. Quanti lassù ora si credono grandi re che qui staranno come porci nel fango, lasciando di sé un orribile disprezzo!».
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E io: «Maestro, molto sarei vagoRdi vederlo attuffare in questa brodaSprima che noi uscissimo del lago».R
"Maestro, sarei molto desideroso, prima di uscire dalla palude, di vederlo immergere in questa melma". E Virgilio:
E io: «Maestro, desidererei molto vederlo tuffare in questa brodaglia prima che noi uscissimo dal lago».
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Ed elli a me: «Avante che la prodaSti si lasci veder, tu sarai sazio:Tdi tal disio convien che tu goda».S
"Prima che tu possa vedere la riva, sarai appagato: è giusto che tu goda del soddisfacimento di questo tuo desiderio".
E lui a me: «Prima che la riva ti si lasci vedere, sarai soddisfatto: è giusto che tu goda di un tale desiderio».
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Dopo ciò poco vid'io quello strazioTfar di costui a le fangose genti,Uche Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.T
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Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;Ue 'l fiorentino spirito bizzarroVin sé medesmo si volvea co' denti.U
Poco dopo vidi gli iracondi fare di lui un tale scempio, che per esso ancora glorifico e rendo grazie a Dio. Tutti insieme gridavano: " Addosso a Filippo Argenti! "; e il rabbioso dannato fiorentino volgeva contro sé stesso la propria ira, dilaniandosi coi denti. Lo abbandonammo a questo punto, in condizioni tali, che non occorre aggiungere altre parole;
Poco dopo vidi la gente infangata fare di costui un tale strazio, che ancora ne lodo e ne ringrazio Dio. Tutti gridavano: «Addosso a Filippo Argenti!»; e lo spirito fiorentino iracondo si mordeva da solo con i denti.
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Quivi il lasciammo, che più non ne narro;Vma ne l'orecchie mi percosse un duolo,Wper ch'io avante l'occhio intento sbarro.V
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Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,Ws'appressa la città c'ha nome Dite,Xcoi gravi cittadin, col grande stuolo».W
ma ecco che un suono doloroso colpì il mio udito, per la qual cosa spalancai gli occhi guardando attentamente davanti a me. In questo canto il linguaggio è sempre teso e ricco di movimento drammatico; il presente storico sbarro sottolinea la subitaneità della nuova impressione che il Poeta avverte. Virgilio mi disse: " Ormai, figlio, si avvicina la città chiamata Dite, coi suoi abitanti oppressi dal dolore, col grande esercito (dei diavoli)". Ed io:
Lì lo lasciammo, e di lui non racconto altro; ma un lamento mi colpì le orecchie, per cui spalanco lo sguardo attento davanti a me. Il buon maestro disse: «Ormai, figliolo, si avvicina la città che si chiama Dite, con i cittadini pieni di colpe, con il grande esercito».
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E io: «Maestro, già le sue meschiteXlà entro certe ne la valle cerno,Yvermiglie come se di foco usciteX
" Maestro, distinguo già chiaramente laggiù nell’avvallamento le sue torri, rosseggianti come se fossero uscite dal fuoco". E Virgilio mi disse:
E io: «Maestro, già distinguo chiaramente là dentro nella valle le sue torri, rosse come se fossero
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fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etternoYch'entro l'affoca le dimostra rosse,Zcome tu vedi in questo basso inferno».Y
"Il fuoco eterno che all’interno le arroventa, le fa apparire rosse, come puoi vedere in questa parte bassa dell’inferno ".
uscite dal fuoco». E lui mi disse: «Il fuoco eterno che le brucia all'interno le fa apparire rosse, come vedi in questo basso inferno».
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Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosseZche vallan quella terra sconsolata:AAle mura mi parean che ferro fosse.Z
Arrivammo infine dentro i profondi fossati che difendono quella città desolata: mi sembrava che le mura fossero di ferro.
Noi arrivammo finalmente dentro i profondi fossati che circondano quella città sconsolata: le mura mi sembravano di ferro.
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Non sanza prima far grande aggirata,AAvenimmo in parte dove il nocchier forteAB«Usciteci», gridò: «qui è l'intrata».AA
Non senza aver prima fatto un ampio giro, giungemmo in un punto dove il nocchiero gridò ad alta voce: " Uscite da qui (dalla barca):
Non senza aver fatto prima un grande giro, giungemmo in un punto dove il traghettatore gridò forte: «Scendete: qui c'è l'entrata».
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Io vidi più di mille in su le porteABda ciel piovuti, che stizzosamenteACdicean: «Chi è costui che sanza morteAB
ecco la porta (della città di Dite) ". Vidi più di mille diavoli a guardia delle porte, i quali con stizza dicevano:
Io vidi sopra le porte più di mille (diavoli) caduti dal cielo, che con rabbia dicevano: «Chi è costui che, senza essere morto,
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va per lo regno de la morta gente?».ACE 'l savio mio maestro fece segnoADdi voler lor parlar segretamente.AC
" Chi e costui che ancora in vita visita il regno dei morti?". E il mio saggio maestro accennò di voler parlare con loro in disparte.
va per il regno della gente morta?». E il mio saggio maestro fece segno di voler parlare con loro in segreto.
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Allor chiusero un poco il gran disdegno,ADe disser: «Vien tu solo, e quei sen vada,AEche sì ardito intrò per questo regno.AD
Allora frenarono un poco la loro grande ira, e dissero: "Vieni soltanto tu, e vada via quello, che con tanto ardire e penetrato in questo regno.
Allora frenarono un poco il loro grande sdegno, e dissero: «Vieni tu da solo, e se ne vada quello che è entrato così audace in questo regno.
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Sol si ritorni per la folle strada:AEpruovi, se sa; ché tu qui rimarraiAFche li ha' iscorta sì buia contrada».AE
Ripercorra da solo il cammino temerario (fatto fin qui): provi, se ne è capace; perché tu, che gli hai fatto da guida in un paese così buio, resterai qui ".
Se ne torni da solo per la strada folle: provi, se è capace; perché tu, che gli hai fatto da guida in una regione così buia, resterai qui».
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Pensa, lettor, se io mi sconfortaiAFnel suon de le parole maladette,AGché non credetti ritornarci mai.AF
Immagina, lettore, quanto mi perdetti d’animo nell’udire queste parole maledette, perché credetti di non poter mai più tornare fra i vivi.
Pensa, lettore, se io mi scoraggiai al suono di quelle parole maledette, perché non credetti di ritornare mai più qui (sulla terra).
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«O caro duca mio, che più di setteAGvolte m'hai sicurtà renduta e trattoAHd'alto periglio che 'ncontra mi stette,AG
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non mi lasciar», diss'io, «così disfatto;AHe se 'l passar più oltre ci è negato,AIritroviam l'orme nostre insieme ratto».AH
" Mia amata guida, che innumerevoli volte mi hai ridato coraggio e salvato dai grandi pericoli che mi si pararono contro, non mi abbandonare " dissi " in questo stato di angoscia; e se non ci è consentito di andare avanti, ripercorriamo subito insieme il cammino che abbiamo fatto (per venire fin qui).
«O mia cara guida, che più di sette volte mi hai ridato sicurezza e mi hai tirato fuori da un grave pericolo che mi stava davanti, non mi lasciare», dissi io, «così sconvolto; e se ci è negato di andare oltre, ritroviamo in fretta insieme le nostre orme».
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E quel segnor che lì m'avea menato,AImi disse: «Non temer; ché 'l nostro passoAJnon ci può tòrre alcun: da tal n'è dato.AI
" E Virgilio, che mi aveva condotto li, mi disse: "Non aver paura; perché nessuno può precluderci il passaggio: tanto potente è colui dal quale è voluto.
E quel signore che mi aveva condotto lì mi disse: «Non temere; perché nessuno ci può togliere il nostro passaggio: ci è concesso da un tale (Dio).
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Ma qui m'attendi, e lo spirito lassoAJconforta e ciba di speranza buona,AKch'i' non ti lascerò nel mondo basso».AJ
Tu attendimi qui, e conforta il tuo animo prostrato alimentandolo con lasperanza che non inganna, poiché io non ti abbandonerò in questa parte bassa dell’ inferno (nel mondo basso)".
Ma aspettami qui, e conforta il tuo spirito stanco e nutrilo di buona speranza, perché io non ti lascerò nel mondo sotterraneo».
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Così sen va, e quivi m'abbandonaAKlo dolce padre, e io rimagno in forse,ALche sì e no nel capo mi tenciona.AK
Così dicendo il mio padre affettuoso se ne va, e qui mi lascia solo, e io resto nel dubbio, poiché nella mia testa il timore combatte con la speranza.
Così se ne va, e mi abbandona lì il dolce padre, e io resto nel dubbio, perché il sì e il no si combattono nella mia testa.
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Udir non potti quello ch'a lor porse;ALma ei non stette là con essi guari,AMche ciascun dentro a pruova si ricorse.AL
Non potei udire quello che disse loro: ma egli non si trattenne a lungo là con essi, che già ciascuno dei diavoli gareggiava in velocità con gli altri nel tornare correndo dentro le mura.
Non potei sentire quello che lui propose loro; ma lui non rimase là con loro a lungo, perché ognuno corse dentro a gara.
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Chiuser le porte que' nostri avversariAMnel petto al mio segnor, che fuor rimase,ANe rivolsesi a me con passi rari.AM
Quei nostri nemici chiusero le porte davanti a Virgilio, che restò fuori, e tornò verso di me con passi lenti.
Quei nostri avversari chiusero le porte in faccia al mio signore, che rimase fuori, e tornò verso di me a passi lenti.
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Li occhi a la terra e le ciglia avea raseANd'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:AO«Chi m'ha negate le dolenti case!».AN
Teneva gli occhi abbassati ed aveva un’espressione sfiduciata, e diceva sospirando: "Da chi mai mi viene impedito l’ingresso nelle sedi del dolore! ". E rivolto a me:
Teneva gli occhi a terra e le sopracciglia private di ogni sicurezza, e diceva tra i sospiri: «Chi mi ha negato le case del dolore!».
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E a me disse: «Tu, perch'io m'adiri,AOnon sbigottir, ch'io vincerò la prova,APqual ch'a la difension dentro s'aggiri.AO
"Anche se io mi cruccio, non perderti d’animo, perché vincerò questa prova di forza, chiunque dentro le mura si adoperi per vietarci l’ingresso.
E a me disse: «Tu, anche se io mi adiro, non spaventarti, perché io vincerò la prova, chiunque si dia da fare là dentro per difendersi.
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Questa lor tracotanza non è nova;APché già l'usaro a men segreta porta,AQla qual sanza serrame ancor si trova.AP
Questa loro presunzione non è nuova: perché già l’adoperarono davanti a una porta meno interna, la quale si trova ancor oggi spalancata.
Questa loro arroganza non è nuova; perché la usarono già presso una porta meno nascosta, che si trova ancora senza serratura.
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Sovr'essa vedestù la scritta morta:AQe già di qua da lei discende l'erta,ARpassando per li cerchi sanza scorta,AQ
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tal che per lui ne fia la terra aperta».AR
Sopra di essa hai veduto l’iscrizione che parla della morte eterna: e varcatala già scende per la china, passando di cerchio in cerchio senza guida o protezione, colui ad opera del quale la città ci sarà aperta".
Sopra di essa tu vedesti la scritta di morte: e già al di qua di essa scende il pendio, passando per i cerchi senza scorta, uno tale che per merito suo ci sarà aperta la città».
Riassunto del canto VIII
Già prima di arrivare ai piedi della torre, i due poeti vedono accendersi sulla sua sommità due segnali luminosi, ai quali, da molto lontano, appena percettibile, risponde un terzo. Ed ecco avvicinarsi sulla sua antica barca, veloce al par di saetta, il custode della palude stigia, l’iroso Flegiàs, il quale, rivolto a Dante, grida: "Ti ho finalmente in mio potere, anima malvagia!" Virgilio delude questa speranza del nocchiero infernale: egli e il suo discepolo non sono venuti per rimanere nel cerchio degli iracondi, ma solo per attraversarlo. Mentre, sulla navicella di Flegiàs, i due solcano le acque melmose, ecco farsi avanti uno dei dannati della palude, il fiorentino Filippo Argenti, che apostrofa sarcasticamente il suo concittadino. Dante replica con espressioni di duro scherno, suscitando l’ammirazione di Virgilio che si compiace della nobile ira del discepolo. Ma questi non è ancora contento: vuole vedere il suo borioso antagonista immerso nel fango. Attraversato lo Stige, i due pellegrini sbarcano ai piedi delle mura di ferro rovente che cingono la città di Dite. Qui, più di mille seguaci di Lucifero si oppongono minacciosi all’ingresso di colui che, ancora in vita, impunemente è entrato nel regno dei morti. Il poeta latino esorta Dante a non perdersi d’animo e si reca a parlamentare con i diavoli. Ma poco dopo ritorna con i segni della sfiducia sul volto: la sua missione non è riuscita. Solo qualcuno più forte di lui potrà aprire la porta che immette nei cerchi formanti il basso inferno.
In breve
Dove e chi
V cerchio · Stige: Iracondi e accidiosi. Immersi nella palude fangosa.
Città di Dite: Diavoli ribelli. Mura di ferro che difendono il basso Inferno.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Dante scrittore drammatico: lo scontro frontale, da uomo a uomo, non è mai avvenuto nei primi sette canti. La drammaticità è già apparsa nel linguaggio, nei paesaggi sconvolti e tempestosi, negli atteggiamenti monumentali o in movimento dei grandi mostri, dalle tre fiere a Caronte, Minosse, Cerbero, Pluto, ma era una drammaticità subito bloccata: e nella nostra memoria sono rimasti enormi gesti fissati per l’eternità, gonfi della stessa eternità del male. Gli incontri di Dante con i dannati (Francesca, Ciacco) hanno avuto finora un carattere colloquiale, e il dramma è rimasto all’interno di ciascuno, solo specchiandosi nel pellegrino che - viva presenza dell’umano, del tempo - porta nella cupa immutabilità di un male atemporale l’eccezione di un rinnovellato dolore umano. Ma nel canto ottavo Dante trova per la prima volta nel dannato (Filippo Argenti) un antagonista, e nasce lo scontro violento, un duello di parole che rischierebbe, se non ci fosse l’intervento della ragione (Virgilio), di trascendere a vie di fatto. Qui la drammaticità si dilata, investe tutti gli elementi della composizione, con precisa coerenza: il linguaggio si fa più teso, pronto alle spezzature, vibrante; il paesaggio, la scena sono percorsi da misteriose, appena avvertibili presenze. Sul ribollire iroso e a un tempo pigro (il torpore morale, l’accidiosa tristezza dell’iracondia) della palude dello Stige, sulla distesa buia a perdita d’occhio dove i dannati, per la prima volta in silenzio (l’ira è senza voce al suo parossismo), si sbranano gli uni con gli altri in un’orrida mischia nel fango, ha luogo, da posizioni elevate, da torri isolate di guardia, una segnaletica militare che prelude al combattimento. Fiamme che s’accendono, e da lontano qualcuno risponde. E subito, da grevi sipari di fumo, rapidissimo sbuca lo scafo piccolo e leggiero di Flegiàs, colui che per irosa vendetta contro Apollo ne aveva incendiato il tempio a Delfi, distruggendo in sé il rispetto per la divinità e causando così la propria rovina. Allo scontro fra i simboli, fra Virgilio, ragione testimone della Grazia e portatrice della parola d’ordine di Dio, e i demoni, figurazioni disumane del peccato, si affianca lo scontro fra gli uomini, Dante e i peccatori, da questi simboli guidati o fuorviati. Qui l’apparizione del dannato ha qualcosa di pauroso e di repulsivo (l’Argenti è tutto grondante di fango), ma, pur nella sua pesantezza, presenta una cupa aggressività (dinanzi mi si fece). E il battibecco divampa, concentrato, per la potenza ellittica dell’arte di Dante, in poche battute cariche di tutte le sfumature di una violenta rissa verbale: l’incalzare dei monosillabi, l’ "incipit" arrogante, la risposta che scatta crudele e secca, il dileggio spietato, la maledizione, lo smascheramento cattivo. Risse verbali, battibecchi, contrasti: variati nei toni e nelle situazioni riempiono la Commedia, e sono segno dello spirito violento di Dante e della sua epoca. Rissa verbale di strada o di palazzo, contrasto ad alto livello fra magnanimi rivali politici o smargiassata triviale di béceri portano la vita nell’al di là, o meglio annullano di colpo l’inferno, sostituendo al nero e ai fuochi dell’oltretomba le vie di Firenze. L’ira di Dante per l’Argenti, che è stata ritenuta eccessiva, non sufficientemente motivata, fino a dare l’impressione di una non completa riuscita sul piano estetico, è invece l’ira vendicativa - dove vendetta non è, come nota il Tommaseo, ultio, ma rivendicazione secondo giustizia - contro l’insulto che fa, alla ragione e alla misura dell’uomo, la pervicacia nella vuota, stolida, volgare arroganza, nella superbia senza motivo e gonfia di sé, che non ha, né può avere, un solo momento di ripensamento, di meditazione, di umana ragionevolezza. Dante si adira proprio di fronte ai pericoli morali nei quali l’ira può far incorrere; né dobbiamo dimenticare che l’oltretomba dantesco vuol essere anzitutto la traduzione oggettiva, in simboli, personaggi, situazioni, di una problematica morale vissuta, quasi un immenso involucro speculare in cui il poeta, l’uomo, veda ovunque riflesse le immagini ingigantite dei propri difetti e delle proprie virtù. Alla motivazione morale si aggiunge, a rendere più aspro lo scontro, quella personale e storico-politica. Filippo appartiene ad una famiglia a Dante nemica, ed egli la bollerà, dall’alto del paradiso, per bocca del nobile suo avo Cacciaguida, come oltracotata schiatta, feroce coi deboli, vile coi forti e coi ricchi, sorta di ceppo mediocre (picciola gente). Ma nella Commedia il fatto individuale tende sempre a chiarirsi in un giudizio e qui, fra l’altro, si legittima nell’osservazione solo in apparenza pleonastica ed esornativa: quanti si tengon or là su gran regi... Dante gode dello strazio che i compagni di pena fanno dell’Argenti; in esso egli può vedere un esempio della sorte riservata dalla giustizia divina ai superbi. Dietro l’Argenti si schiera così tutto un gruppo, una categoria umana, e da ciò la figura del dannato acquista una dimensione significante che la riscatta da ogni sospetto di diminuzione individualistica e aneddotica. Nella seconda parte del canto la drammaticità si continua nel paesaggio, con la città di ferro incandescente e le torri diaboliche, somiglianti ai minareti degli infedeli. Davanti alla fortezza del male, agli stormi delle sue fulminee, innumerabili sentinelle precipitate dall’alto, alla malizia che qui, in Dite, rende più complesse, intricate e perverse le passioni che vi sono punite, si ripropongono, come nei primi canti, ma con maggiore maturità artistica, il dubbio, la perplessità del pellegrino. Neppure la ragione (Virgilio) ha potere contro il peccato di malizia: il canto si chiude su una nota di religiosa aspettazione.
vv. 1-6Io dico, seguitando, ch'assai primache noi fossimo al piè de l'alta torre,li occhi nostri n'andar suso a la cimaper due fiammette che i vedemmo porree un'altra da lungi render cennotanto ch'a pena il potea l'occhio tòrre.Leggi nel testo
Il canto VIII si apre con un'espressione curiosa: «Io dico, seguitando», cioè continuando. Per Giovanni Boccaccio era la prova di una storia avventurosa. Dante avrebbe scritto i primi sette canti a Firenze, prima dell'esilio; li avrebbe poi creduti perduti, e solo anni dopo, quando gli furono restituiti, avrebbe ripreso il lavoro proprio da qui.
Il racconto di Boccaccio piacque a molti, e fu ripreso nei secoli, fino a Ugo Foscolo. Oggi la maggior parte degli studiosi ritiene che non abbia basi documentarie: nessuna prova sicura dimostra un inizio fiorentino del poema. «Seguitando» può significare semplicemente che il racconto riprende dal punto in cui si era interrotto.
Un indizio però continua a incuriosire: proprio in questo canto compare Filippo Argenti, della famiglia Adimari, con cui Dante litiga in modo violento. Secondo un commento antico, un Adimari si sarebbe impadronito dei beni confiscati a Dante dopo la condanna. La rabbia del personaggio potrebbe nascere dal dolore fresco dell'esilio.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Le porte di Dite
Ne parla la scheda «Eritone e la necromanzia» (Inf. IX).