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Beato · Paradiso · cielo di Mercurio

Giustiniano

L'imperatore legislatore ripercorre la storia dell'aquila romana.

Detto anche: Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, Giustiniano I, Iustiniano

Giustiniano I fu imperatore romano d'Oriente dal 527 al 565. Fece raccogliere e ordinare tutto il diritto romano nel Corpus iuris civilis, e attraverso il generale Belisario riconquistò l'Italia ai Goti. Dante lo considera il modello dell'imperatore: quello che dà leggi giuste e lascia le armi a chi sa usarle.

Appare tra gli spiriti del cielo di Mercurio, che operarono il bene per ottenere onore e fama (Par. V, 103-139; VI, 112-117). Il suo discorso occupa tutto il canto VI, caso unico nel poema. Si presenta: «Cesare fui e son Iustiniano» (v. 10), poi ricorda di aver creduto che in Cristo ci fosse una sola natura e di essere stato corretto da papa Agapito (vv. 13-21): notizia che Dante trae dalle sue fonti, ma che gli storici non confermano. Solo dopo, dice, poté dedicarsi alle leggi.

Segue la storia dell'aquila, simbolo dell'Impero, da Enea a Cesare, Augusto, Tito e Carlo Magno (vv. 28-96), che porta a condannare sia i guelfi, che le oppongono i gigli di Francia, sia i ghibellini, che la usano per interessi di parte (vv. 97-111). Chiude con l'elogio di Romeo di Villanova (vv. 127-142). È il terzo canto «politico»: Firenze nel VI dell'Inferno, l'Italia nel VI del Purgatorio, qui l'Impero.