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Indice dei canti
Dante e Beatrice, di spalle, osservano una grande aquila dorata fatta di luce: tra le sue ali si vedono navi, condottieri romani, legioni, il Colosseo e un sovrano incoronato tra vescovi.
Giustiniano ripercorre la storia dell'aquila imperiale, da Enea a Cesare fino a Carlo Magno.
Paradiso · Cielo di Mercurio

Paradiso, Canto VI

««Poscia che Costantin l'aquila volse…»

Nel cielo di Mercurio l’imperatore Giustiniano, dopo aver narrato a Dante la storia della sua vita, dalla conversione alla grandiosa opera legislativa con la quale riordinò tutto il diritto romano, rievoca, celebrandone le lodi, l’epopea di Roma e del suo impero, simboleggiato nel sacrosanto segno dell’aquila.

Luogo
Cielo di Mercurio
Anime
Spiriti attivi per la gloria
Versi
142 · 47 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto VI

Parafrasi
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1

«Poscia che Costantin l'aquila volseAcontr'al corso del ciel, ch'ella seguioBdietro a l'antico che Lavina tolse,A

4

cento e cent'anni e più l'uccel di DioBne lo stremo d'Europa si ritenne,Cvicino a' monti de' quai prima uscìo;B

“Dopo che l’imperatore Costantino portò l’insegna imperiale da occidente a oriente in senso contrario al moto naturale del cielo, il quale moto l’aveva accompagnata un tempo dietro ad Enea che sposò Lavinia, l’aquila fu trattenuta duecento anni e più nell’estremo lembo d’Europa, vicino ai monti dai quali era uscita la prima volta;
«Dopo che Costantino rivolse l'aquila (l'impero) contro il corso del cielo, che essa aveva seguito dietro all'antico eroe che sposò Lavinia (Enea), per duecento anni e più l'uccello di Dio si fermò all'estremità dell'Europa, vicino ai monti da cui era uscito la prima volta;
7

e sotto l'ombra de le sacre penneCgovernò 'l mondo lì di mano in mano,De, sì cangiando, in su la mia pervenne.C

e là, all’ombra delle sue sacre ali, governò il mondo passando da un imperatore all’altro, e, cosi mutando, arrivò in mano mia.
e lì, sotto l'ombra delle sacre penne, governò il mondo passando di mano in mano, e, cambiando così, giunse nella mia.
10

Cesare fui e son Iustiniano,Dche, per voler del primo amor ch'i' sento,Ed'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.D

Fui imperatore e sono Giustiniano, che, per impulso dello Spirito Santo del quale sento ora gli effetti, dal corpo delle leggi tolsi il superfluo e l’inutile.
Fui imperatore e sono Giustiniano, che, per volontà del primo amore (lo Spirito Santo) che ora sento, tolsi dalle leggi il superfluo e l'inutile.
13

E prima ch'io a l'ovra fossi attento,Euna natura in Cristo esser, non piùe,Fcredea, e di tal fede era contento;E

E prima di dedicarmi all’opera della riforma legislativa, credevo che in Cristo ci fosse una sola natura e non due, ed ero soddisfatto di questa fede;
E prima che mi dedicassi all'opera, credevo che in Cristo ci fosse una sola natura, non di più, ed ero soddisfatto di questa fede;
16

ma 'l benedetto Agapito, che fueFsommo pastore, a la fede sinceraGmi dirizzò con le parole sue.F

ma il santo Agapito, che fu sommo pastore della Chiesa, con le sue parole mi avviò alla vera fede. Io gli credetti;
ma il benedetto Agapito, che fu sommo pastore (papa), mi indirizzò con le sue parole alla fede vera.
19

Io li credetti; e ciò che 'n sua fede era,Gvegg'io or chiaro sì, come tu vediHogni contradizione e falsa e vera.G

e ciò che allora era fondato solo sulla sua autorità, ora lo vedo con la stessa chiarezza con la quale tu vedi che di due proposizioni contraddittorie una è falsa e l’altra è vera.
Io gli credetti; e ciò che era nella sua fede ora lo vedo chiaramente, così come tu vedi che in ogni contraddizione una proposizione è falsa e l'altra vera.
22

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,Ha Dio per grazia piacque di spirarmiIl'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;H

Appena cominciai a camminare in accordo con la Chiesa, Dio si compiacque per sua bontà d’ispirarmi il grande lavoro (della riforma legislativa), ed io mi consacrai tutto ad esso;
Appena mi mossi d'accordo con la Chiesa, a Dio, per grazia, piacque ispirarmi l'alto lavoro (la raccolta delle leggi), e mi diedi tutto a esso;
25

e al mio Belisar commendai l'armi,Icui la destra del ciel fu sì congiunta,Jche segno fu ch'i' dovessi posarmi.I

e affidai le imprese militari al mio generale Belisario, al quale il favore del cielo fu cosi vicino, che per me fu segno che dovevo lasciare le opere belliche (per dedicarmi a quelle di pace).
e affidai le armi al mio Belisario, al quale la destra del cielo fu così unita che fu il segno che io dovevo riposarmi (dalla guerra).
28

Or qui a la question prima s'appuntaJla mia risposta; ma sua condizioneKmi stringe a seguitare alcuna giunta,J

31

perché tu veggi con quanta ragioneKsi move contr'al sacrosanto segnoLe chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.K

Qui ora termina la mia risposta alla tua prima domanda: ma la natura di tale risposta mi costringe a far seguire qualche aggiunta, perché tu veda quanto ingiustamente agisca contro l’aquila, la sacrosanta insegna dell’Impero, e chi si appropria di lei (come i Ghibellini) e chi a lei si oppone (come i Guelfi).
Ora qui la mia risposta alla tua prima domanda arriva al termine; ma la sua natura mi costringe ad aggiungere qualcosa, perché tu veda con quanta ragione si muove contro il sacrosanto segno (l'aquila) sia chi se ne appropria sia chi gli si oppone.
34

Vedi quanta virtù l'ha fatto degnoLdi reverenza; e cominciò da l'oraMche Pallante morì per darli regno.L

Considera quante imprese valorose l’hanno fatta degna di venerazione; ed esse cominciarono allorché Pallante morì per acquistarle il regno.
Vedi quanto valore lo ha reso degno di riverenza; e cominciò dal momento in cui Pallante morì per dargli un regno.
37

Tu sai ch'el fece in Alba sua dimoraMper trecento anni e oltre, infino al fineNche i tre a' tre pugnar per lui ancora.M

Tu sai come l’aquila fissò la sua sede in Albalonga per oltre trecento anni, fino al momento in cui i tre Orazi e i tre Curiazi combatterono ancora per il suo possesso.
Tu sai che pose la sua dimora ad Alba per trecento anni e più, fino a quando i tre combatterono ancora contro i tre per lui (Orazi e Curiazi).
40

E sai ch'el fé dal mal de le SabineNal dolor di Lucrezia in sette regi,Ovincendo intorno le genti vicine.N

E conosci pure che cosa fece l’aquila sotto i sette re di Roma dal ratto delle Sabine al suicidio di Lucrezia, sottomettendo tuttt’intorno i popoli confinanti.
E sai che cosa fece dal male delle Sabine al dolore di Lucrezia sotto sette re, vincendo i popoli vicini tutt'intorno.
43

Sai quel ch'el fé portato da li egregiORomani incontro a Brenno, incontro a Pirro,Pincontro a li altri principi e collegi;O

46

onde Torquato e Quinzio, che dal cirroPnegletto fu nomato, i Deci e ' FabiQebber la fama che volontier mirro.P

Conosci quello che fece quando fu portata (come insegna) dai valorosi Romani contro Brenno, contro Pirro, contro gli altri principati e repubbliche, per cui Torquato e Quinzio che fu chiamato Cincinnato per la chioma arruffata, i Deci e i Fabi ebbero quella fama che io volentieri onoro. Furono vinti dall'aquila anche i Cartaginesi (il termine Arabi indica qui i popoli dell'Africa settentrionale), che, sotto la guida di Annibale, osarono varcare le Alpi occidentali.
Sai ciò che fece portato dagli illustri Romani contro Brenno, contro Pirro, contro gli altri principi e le altre alleanze; per cui Torquato e Quinzio, che fu chiamato così dai capelli trascurati, i Deci e i Fabi ebbero la fama che io volentieri onoro.
49

Esso atterrò l'orgoglio de li AràbiQche di retro ad Annibale passaroRl'alpestre rocce, Po, di che tu labi.Q

52

Sott'esso giovanetti triunfaroRScipione e Pompeo; e a quel colleSsotto 'l qual tu nascesti parve amaro.R

L’ aquila atterrò l’orgoglio dei Cartaginesi che al comando di Annibale attraversarono le Alpi, dalle quali tu, o Po, discendi. Sotto il segno dell’aquila ancor giovani celebrarono il trionfo Scipione e Pompeo; e lo stesso segno parve amaro al colle di Fiesole, ai piedi del quale tu sei nato. Publio Cornelio Scipione l'Africano, dopo aver combattuto giovanissimo contro Annibale al Ticino e a Canne, ed aver conquistato la Spagna, ottenne a trentatré anni la grande vittoria di Zama contro Cartagine (202 a. C.).
Esso abbatté l'orgoglio degli Arabi (i Cartaginesi) che, al seguito di Annibale, attraversarono le rocce alpine da cui tu, Po, scendi. Sotto di esso trionfarono giovanissimi Scipione e Pompeo; e a quel colle sotto il quale tu nascesti (Fiesole) sembrò amaro.
55

Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volleSredur lo mondo a suo modo sereno,TCesare per voler di Roma il tolle.S

Poi, avvicinandosi il tempo in cui il cielo volle ricondurre tutto il mondo a una serenità simile alla propria, Cesare per volontà del popolo di Roma prese in mano l’insegna dell’aquila.
Poi, vicino al tempo in cui tutto il cielo volle riportare il mondo alla sua serenità, Cesare lo prende per volere di Roma.
58

E quel che fé da Varo infino a Reno,TIsara vide ed Era e vide SennaUe ogne valle onde Rodano è pieno.T

E quello che l’aquila fece in Gallia dal fiume Varo fino al Reno, lo videro l’lsère e la Loira e lo vide la Senna e ogni valle delle cui acque è pieno il Rodano.
E ciò che fece dal Varo fino al Reno, lo videro l'Isère, la Loira e la Senna e ogni valle che riempie il Rodano.
61

Quel che fé poi ch'elli uscì di RavennaUe saltò Rubicon, fu di tal volo,Vche nol seguiteria lingua né penna.U

Quella che essa fece dopo che con Cesare uscì da Ravenna e passò il Rubicone, fu un volo cosi rapido, che non potrebbe seguirlo né la lingua (per narrarlo) né la penna (per descriverlo).
Ciò che fece dopo essere uscito da Ravenna e aver passato il Rubicone fu di un volo tale che né lingua né penna potrebbero seguirlo.
64

Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,Vpoi ver' Durazzo, e Farsalia percosseWsì ch'al Nil caldo si sentì del duolo.V

Condusse l’esercito prima verso la Spagna, poi verso Durazzo, e colpì cosi duramente Pompeo a Farsalo che se ne sentì il contraccolpo fino al caldo Nilo.
Rivolse l'esercito verso la Spagna, poi verso Durazzo, e colpì Farsalo così che il dolore si sentì fino al caldo Nilo.
67

Antandro e Simeonta, onde si mosse,Wrivide e là dov'Ettore si cuba;Xe mal per Tolomeo poscia si scosse.W

L’aquila rivide la città di Antandro e il fiume Simoenta, da dove si era mossa con Enea e la tomba dove giace Ettore; e poi riprese il volo con danno di Tolomeo.
Rivide Antandro e il Simoenta, da dove era partito, e il luogo dove giace Ettore; e poi si scosse di là per il male di Tolomeo.
70

Da indi scese folgorando a Iuba;Xonde si volse nel vostro occidente,Yove sentia la pompeana tuba.X

Di là piombò come folgore su Giuba; di qui si volse verso il vostro occidente, dove sentiva la tromba di guerra dei pompeiani.
Da lì piombò come un fulmine su Giuba; poi si volse verso il vostro occidente, dove sentiva la tromba dei pompeiani.
73

Di quel che fé col baiulo seguente,YBruto con Cassio ne l'inferno latra,Ze Modena e Perugia fu dolente.Y

Quello che l’aquila compi con Augusto, l’imperatore che successe a Cesare, l’attestano Bruto e Cassio nell’ inferno, e ne furono afflitte Modena e Perugia.
Di ciò che fece con il portatore seguente (Augusto), Bruto con Cassio latrano nell'inferno, e Modena e Perugia ne soffrirono.
76

Piangene ancor la trista Cleopatra,Zche, fuggendoli innanzi, dal colubroAAla morte prese subitana e atra.Z

Ne piange ancora la sciagurata Cleopatra, che, fuggendo davanti all’aquila, si procurò una morte repentina e atroce con un serpente velenoso. Con Augusto l’aquila volò fino ai lidi del Mar Rosso;
Ne piange ancora la triste Cleopatra, che, fuggendo davanti a esso, ricevette dal serpente una morte improvvisa e atroce.
79

Con costui corse infino al lito rubro;AAcon costui puose il mondo in tanta pace,ABche fu serrato a Giano il suo delubro.AA

con lui pose il mondo in uno stato di pace così sicura, che il tempio di Giano fu chiuso. Ma ciò che il segno dell’aquila, in nome del quale io parlo, aveva fatto prima e avrebbe fatto poi in favore della società temporale:
Con costui corse fino al mar Rosso; con costui mise il mondo in una pace così grande che fu chiuso il tempio di Giano.
82

Ma ciò che 'l segno che parlar mi faceABfatto avea prima e poi era fatturoACper lo regno mortal ch'a lui soggiace,AB

85

diventa in apparenza poco e scuro,ACse in mano al terzo Cesare si miraADcon occhio chiaro e con affetto puro;AC

88

ché la viva giustizia che mi spira,ADli concedette, in mano a quel ch'i' dico,AEgloria di far vendetta a la sua ira.AD

che gli soggetta, appare una cosa di poco valore, se si guarda con l’occhio chiaro della fede e col cuore puro ciò che avvenne (quando esso era) in mano a Tiberio terzo Imperatore, poiché la divina giustizia che m’ispira, concesse all’aquila, in mano all’imperatore di cui sto parlando, la gloria di fare giusta vendetta della sua ira. Sotto Tiberio, successore di Augusto e terzo Cesare (dal 14 al 37 d. C.), fu concesso al segno di Roma di placare, con una giusta punizione, l'ira divina causata dal peccato di Adamo. La punizione fu costituita dal sacrificio di Cristo, I'Uomo-Dio, che, raccogliendo in se il peccato di tutta l'umanità, lo espiò con la sua morte, offrendo soddisfazione alla giusta collera di Dio. Cristo venne crocifisso per sentenza di Pilato, Vicario di Tiberio in Palestina, cioè per un atto dell'impero romano. La legittimità e l'universalità dell'Impero furono così solennemente affermate: infatti, poiché tutto il genere umano doveva essere punito nella carne di Cristo"(Monarchia 11, XII 5), era necessario che l'autorità condannante fosse non solo legittima, ma anche universale (Monarchia 11, XII, 1-5).
Ma ciò che il segno che mi fa parlare aveva fatto prima, e poi avrebbe fatto, per il regno mortale che gli è sottomesso, diventa in apparenza poco e oscuro, se lo si guarda in mano al terzo imperatore (Tiberio) con occhio chiaro e con animo puro; perché la giustizia viva (Dio) che mi ispira gli concesse, in mano a colui che dico, la gloria di fare vendetta della sua ira (la crocifissione di Cristo).
91

Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco:AEposcia con Tito a far vendetta corseAFde la vendetta del peccato antico.AE

Ora qui meravigliati pure di quello che ti aggiungo: con Tito poi l’aquila corse a far giustizia della vendetta del peccato di Adamo.
Ora qui meravigliati di ciò che ti aggiungo: poi con Tito corse a fare vendetta della vendetta del peccato antico (distruggendo Gerusalemme).
94

E quando il dente longobardo morseAFla Santa Chiesa, sotto le sue aliAGCarlo Magno, vincendo, la soccorse.AF

E quando gli avidi Longobardi attaccarono la Santa Chiesa, Carlo Magno la soccorse sotto l’insegna dell’aquila, vincendoli.
E quando il dente longobardo morse la Santa Chiesa, Carlo Magno, vincendo sotto le sue ali, la soccorse.
97

Omai puoi giudicar di quei cotaliAGch'io accusai di sopra e di lor falli,AHche son cagion di tutti vostri mali.AG

Ormai sei in grado di giudicare quei tali (i Guelfi e i Ghibellini) che poco fa ho accusato e le loro aberrazioni, che sono la causa di tutte le vostre sventure.
Ormai puoi giudicare quelli che io ho accusato sopra e le loro colpe, che sono la causa di tutti i vostri mali.
100

L'uno al pubblico segno i gigli gialliAHoppone, e l'altro appropria quello a parte,AIsì ch'è forte a veder chi più si falli.AH

Il partito guelfo contrappone al simbolo universale dell’aquila i gigli d’oro, il partito ghibellino, invece, usurpa l’aquila come insegna di parte, tanto che e difficile distinguere chi sia maggiormente colpevole.
Gli uni (i Guelfi) oppongono al segno pubblico i gigli gialli (di Francia), e gli altri (i Ghibellini) se ne appropriano per la loro fazione, così che è difficile vedere chi sbagli di più.
103

Faccian li Ghibellin, faccian lor arteAIsott'altro segno; ché mal segue quelloAJsempre chi la giustizia e lui diparte;AI

I Ghibellini continuino pure la loro attività partigiana, ma sotto un’altra bandiera, poiché è indegno seguace dell’aquila chi la separa sistematicamente dalla giustizia;
Facciano i Ghibellini, facciano le loro trame sotto un altro segno; perché segue male questo chi sempre lo separa dalla giustizia;
106

e non l'abbatta esto Carlo novelloAJcoi Guelfi suoi, ma tema de li artigliAKch'a più alto leon trasser lo vello.AJ

e questo giovane Carlo con i suoi Guelfi non cerchi di abbatterla, ma ne tema gli artigli che strapparono il pelo a sovrani ben più potenti di lui.
e questo nuovo Carlo (d'Angiò) con i suoi Guelfi non lo abbatta, ma tema gli artigli che strapparono il pelo a leoni più alti.
109

Molte fiate già pianser li figliAKper la colpa del padre, e non si credaALche Dio trasmuti l'arme per suoi gigli!AK

Molte volte in passato i figli piansero per le colpe dei padri, e non pensi questo Carlo che Dio voglia sostituire l’insegna dell’aquila imperiale con i suoi gigli!
Molte volte ormai i figli hanno pianto per la colpa del padre, e non si creda che Dio cambi le sue insegne per i suoi gigli!
112

Questa picciola stella si corredaALdi buoni spirti che son stati attiviAMperché onore e fama li succeda:AL

Questo piccolo pianeta (Mercurio) si adorna di spiriti valenti che (nel mondo) sono stati attivi per conseguire onore e fama:
Questa piccola stella (Mercurio) si adorna di spiriti buoni che sono stati attivi perché ne derivassero loro onore e fama:
115

e quando li disiri poggian quivi,AMsì disviando, pur convien che i raggiANdel vero amore in sù poggin men vivi.AM

e quando i desideri umani tendono a questo, deviando così dal vero fine (Dio), avviene necessariamente che i raggi del vero amore salgano con minore intensità verso l’alto.
e quando i desideri si rivolgono lì, deviando così, è inevitabile che i raggi del vero amore salgano verso l'alto meno vivi.
118

Ma nel commensurar d'i nostri gaggiANcol merto è parte di nostra letizia,AOperché non li vedem minor né maggi.AN

Ma fa parte della nostra felicità vedere commisurata l’entità dei nostri premi col nostro merito, proprio perché non li vediamo né minori né maggiori ‘del merito.
Ma nel commisurare i nostri premi al merito sta una parte della nostra gioia, perché non li vediamo né minori né maggiori.
121

Quindi addolcisce la viva giustiziaAOin noi l'affetto sì, che non si puoteAPtorcer già mai ad alcuna nequizia.AO

Con questa corrispondenza la divina giustizia purifica i nostri sentimenti a tal punto, che questi non possono mai svolgersi verso il male.
Così la giustizia viva addolcisce in noi l'affetto in modo che non si possa mai piegare ad alcuna malvagità.
124

Diverse voci fanno dolci note;APcosì diversi scanni in nostra vitaAQrendon dolce armonia tra queste rote.AP

Come voci diverse formano un accordo armonioso, così diversi gradi di beatitudine nella nostra convivenza compongono una dolce armonia in questi cieli.
Voci diverse producono dolci melodie; così i diversi gradi nella nostra vita (beata) creano una dolce armonia tra questi cieli.
127

E dentro a la presente margaritaAQluce la luce di Romeo, di cuiARfu l'ovra grande e bella mal gradita.AQ

E dentro questa gemma che è Mercurio, brilla l’anima luminosa di Romeo, la cui opera, grande e bella, fu mal compensata.
E dentro questa perla risplende la luce di Romeo, la cui opera grande e bella fu mal ricompensata.
130

Ma i Provenzai che fecer contra luiARnon hanno riso; e però mal camminaASqual si fa danno del ben fare altrui.AR

Ma i Provenzali che lo calunniarono non ebbero da rallegrarsene in seguito; donde si vede che sbaglia strada chi (come l’invidioso) reputa danno proprio le buone opere altrui.
Ma i Provenzali che agirono contro di lui non hanno riso; e perciò cammina su una cattiva strada chi considera un danno per sé il bene fatto dagli altri.
133

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,ASRamondo Beringhiere, e ciò li feceATRomeo, persona umìle e peregrina.AS

Raimondo Berengario ebbe quattro figlie, e ciascuna di loro fu regina, e questo glielo procurò Romeo, uomo di umile origine e straniero.
Raimondo Berengario ebbe quattro figlie, e ciascuna regina, e questo glielo fece ottenere Romeo, persona umile e straniera.
136

E poi il mosser le parole bieceATa dimandar ragione a questo giusto,AUche li assegnò sette e cinque per diece,AT

Le parole calunniose poi spinsero Raimondo a chiedere la resa dei conti a quest’uomo giusto, che gli restituì dodici per dieci.
E poi le parole maligne lo spinsero a chiedere conto a quest'uomo giusto, che gli aveva reso dodici per dieci,
139

indi partissi povero e vetusto;AUe se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbeAVmendicando sua vita a frusto a frusto,AU

142

assai lo loda, e più lo loderebbe».AV

Dopo questo Romeo se ne partì povero e vecchio; e se il mondo sapesse la forza d’animo che egli ebbe nel mendicare a tozzo a tozzo il pane per vivere, sebbene lo lodi assai, lo loderebbe ancora di più.
e allora se ne andò povero e vecchio; e se il mondo sapesse il cuore che ebbe mendicando la sua vita a frusto a frusto (pezzo di pane dopo pezzo di pane), già molto lo loda, e lo loderebbe ancora di più».

Riassunto del canto VI

Nel cielo di Mercurio l’imperatore Giustiniano, dopo aver narrato a Dante la storia della sua vita, dalla conversione alla grandiosa opera legislativa con la quale riordinò tutto il diritto romano, rievoca, celebrandone le lodi, l’epopea di Roma e del suo impero, simboleggiato nel sacrosanto segno dell’aquila. La narrazione ha inizio dal momento in cui Pallante, figlio di Evandro re del Lazio, morì combattendo in aiuto di Enea, che aveva portato dall’Oriente, da Troia, la gloriosa insegna. Prosegue con le vicende del periodo dei sette re e dell’età repubblicana, allorché Roma estese sempre di più le sue conquiste. Dopo aver accennato alle guerre civili, Giustiniano presenta la gloriosa figura di Cesare, che diede a Roma il dominio del mondo. La terra, unita e pacificata, fu pronta a ricevere, sotto il suo successore, Augusto, la venuta del Messia, che riscattò l’umanità dal peccato con il sacrificio della croce. Fu Roma poi che vendicò la morte dell’Uomo-Dio, distruggendo Gerusalemme ad opera dell’imperatore Tito e punendo, in tal modo, il popolo ebraico. Infine il segno dell’aquila in mano a Carlo Magno, difese la Chiesa di fronte ai Longobardi. Giustiniano terminò la sua rievocazione ammonendo i Guelfi e i Ghibellini a non asservire ai propri interessi faziosi il simbolo dell’aquila, sacro e universale. Dopo aver spiegato che nel cielo di Mercurio si trovano coloro che desiderarono conseguire la fama nel mondo, Giustiniano indica la nobile figura di Romeo di Villanova, ministro di Berengario IV conte di Provenza, costretto ingiustamente all’esilio dalle accuse di cortigiani insidiosi del suo potere.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo di Mercurio: Spiriti attivi per la gloria. Luci che si nascondono nella propria luce.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il canto sesto del Paradiso è la rivendicazione della provvidenzialità, legittimità e insostituibilità dell’Impero, con la rievocazione della sua genesi, della sua funzione e della sua storia di fronte a un mondo che lo misconosce o, addirittura, lo nega. Esso è il canto che interpreta il cammino della storia dell’umanità, perché questa storia ha avuto inizio nel momento in cui all’orizzonte del mondo, nello stremo d’Europa, è apparso il volo possente dell’aquila dell’Impero; del resto la certezza che da Troia fosse cominciata una nuova età per gli uomini era già radicata in Nevio e in Ennio, prima ancora che Virgllio consacrasse tutto il suo poema a questa presa di coscienza, nell’uomo antico, del cammino provvidenziale della storia con il riconoscimento della missione di quella che sarà poi Roma. In altre parole: Dante affronta l’arduo compito del rifacimento di questa antica epopea, "continuando nel suo poema cristiano l’epica della missione provvidenziale di Roma, che già Virgilio aveva cantato in forme pagane ma con un intimo valore religioso" (Brezzi). Un’epopea immensa è presentata in 96 versi, nei quali non dobbiamo cercare un sommario storico, un’esatta ricostruzione di fatti, un’assoluta obiettività di giudizio, ma una serie di legami ideali, per capire i quali occorrerebbe "contemplare" più che leggere: "Dato il tema e il motivo ispiratore di questo canto, troviamo necessariamente un’arte che non si sofferma, con opera di cesello, su tenui vibrazioni dell’animo, e non ricerca motivi interiori dove tempo e spazio si restringono e scompaiono. Ma anzi abbiamo qui un momento opposto, e parimenti legittimo, dell’arte, in cui la contemplazione e l’emozione estetica nascono da contrapposizione di tempi eterni e di spazi senza fine" (Conte). Da un’altezza sovrana, dové le lotte e le passioni contingenti appaiono nella loro realtà di vani tentativi operati da piccoli uomini per mutare secondo i loro interessi il corso storico prefissato da Dio, il Poeta scolpisce figure e fatti grandiosi con una potenza che sembra richiamare quella della pittura o della scultura di Michelangelo. Da una solitudine sempre più grande e sempre più dolorosa, nella quale lo hanno posto le vicende della sua vita d’esilio, il crollo, dopo la morte di Arrigo VII, delle sue speranze politiche e la decisione di "far parte per se stesso", sgorga la solennità epica dell’enumerazione ne di quelle figure, di quei fatti, di quegli squarci di storia che, proprio perché contemplati come motivi ideali e trascesi in una visione superiore degli eventi, perdono ogni valore di cronaca per assumere quello di tappe fondamentali nella creazione di un nuovo ordine morale. Questo può essere così riassunto: alla base di ogni creatura umana è un’esigenza trascendente, una ricerca di valori assoluti ed eterni (il bene, il vero, il bello); lo Stato è l’ordinamento civile-politico che consente all’uomo il raggiungimento di questo fine assoluto, anzi è una proiezione di questa esigenza, la quale può essere soddisfatta solo perseguendo la verità e la giustizia. Queste ultime, però, si conseguono solo su un piano universale, perché ogni uomo non può prescindere dai bisogni degli altri uomini, ogni popolo non può dimenticare i diritti degli altri popoli. Questo Stato, in Dante, prende il nome di Impero, il quale non ha solo un’origine ideale, ma anche una straordinaria origine storica, come risultato di una concatenazione di avvenimenti e di un concorso di uomini che, anche contro la loro volontà, hanno collaborato alla sua fondazione o al suo svolgimento. Il canto sesto è l’apoteosi di questa duplice origine dell’Impero, la quale, a sua volta, spiega la venerazione e la commozione che afferrano in questo momento l’animo del Poeta, come ogni volta che egli scopre, nel mondo e nell’universo, una razionalità autentica, l’armonia e l’unità di immanenza e trascendenza. Per questo nella storia dell’Impero - quale è da Dante ricreata nel sesto canto attraverso il lento battito delle ali possenti dell’aquila, che non fendono l’aria ma segnano tempi e vicende millenarie - palpita quei sentimento del divino che è alla base della poesia del Paradiso e che ispira i canti dottrinali e teologici come le più liriche similitudini. La solennità dell’atmosfera paradisiaca, secondo un’acuta osservazione del Malagoli, fa tutt’uno, in questo momento, con la solennità dell’evocazione dell’Impero, per cui ogni momento della storia è attratto in questa atmosfera divina, perdendo la sua limitatezza di tempo e di spazio, purificandosi del sangue, delle lotte, delle meschinità terrene di cui poteva essere costituito. iL quasi una serie di miracoli quella che Dante ci presenta in queste rapide e incalzanti terzine, costruite in uno stile asciutto e scabro: non c’è, infatti bisogno di amplificare, di usare aggettivi, di arricchire con parole fatti e uomini che sono già di per sé straordinari. I nomi dei popoli, dei personaggi, dei luoghi vibrano della commozione e della coscienza del divino, restituendo l’eco di un mondo sacro e meraviglioso, nel quale il Poeta si muove sicuro, perché consapevole di essere investito di una missione profetica e di dover presentare la celebrazione dell’Impero ad un mondo che all’impero dell’aquila ha opposto l’impero della lupa. Occorre, infatti, tenere sempre presente che Dante non è mai mosso da problemi o interessi particolari, bensì dal desiderio di prospettare la corruzione morale del mondo e la possibilità di una totale rigenerazione. L’ardua sintesi di tutta la storia romano gli è servita per dimostrare la sacralità del segno dell’aquila, che ha preparato la terra intera alla venuta di Cristo, e quindi la funzione che esso deve rivestire al suo tempo: emerge così il fine politico di tutto il discorso di Giustiniano, che si traduce nella vibrata e drammatica protesta e condanna di ogni settarismo (faccian li Ghibellin... e non l’abbatta...).

Personaggi del canto VI

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Beato

Giustiniano

Paradiso · cielo di Mercurio

L'imperatore legislatore ripercorre la storia dell'aquila romana.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Storia
Paradiso · Canto VI Liceo

Giustiniano e l'Impero

vv. 10-12Cesare fui e son Iustiniano,che, per voler del primo amor ch'i' sento,d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.Leggi nel testo

Il canto VI è l'unico della Commedia interamente affidato a un solo personaggio. Parla l'imperatore Giustiniano, che regnò sull'Impero romano d'Oriente dal 527 al 565, riconquistò l'Italia e fece raccogliere le leggi romane nel Corpus iuris civilis, la base del diritto europeo. «Cesare fui e son Iustinïano».

Giustiniano racconta la storia dell'aquila, simbolo dell'Impero, da Enea fino a Carlo Magno. Per Dante l'Impero è voluto da Dio per garantire la pace e la giustizia sulla terra, e la sua storia è parte del piano provvidenziale. Il racconto si chiude con una dura critica a guelfi e ghibellini, che si servono dell'aquila per i loro interessi di parte.

Alla fine Giustiniano presenta Romeo di Villanova, ministro del conte di Provenza: un uomo onesto, che servì fedelmente il suo signore e fu cacciato per l'invidia dei cortigiani. Come Pier delle Vigne, e come Dante stesso, è un giusto vittima della calunnia, costretto a mendicare «a frusto a frusto».

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Giustiniano e l'Impero

Ne parla la scheda «Firenze, la città divisa» (Inf. VI).

Romeo di Villanova, un altro giusto calunniato

Ne parla la scheda «Pier delle Vigne, ministro e poeta» (Inf. XIII).

L'Impero

Ne parla la scheda «Il gioco della zara» (Purg. VI).

Giustiniano

Ne parla la scheda «I canti V: tre volte l'amore» (Par. V).

L'aquila dell'Impero

Ne parla la scheda «Una frase scritta con le anime» (Par. XVIII).