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Penitente · Purgatorio · III cornice, iracondi

Marco Lombardo

Nel fumo spiega il libero arbitrio e la causa della corruzione del mondo.

Detto anche: Marco

Di lui si sa pochissimo: fu un uomo di corte del Duecento, originario dell'Italia settentrionale (questo significa «Lombardo», che non è un cognome). Il Novellino e il cronista Villani lo ricordano come saggio, franco e sdegnoso con i potenti. Si presenta così: «Lombardo fui, e fu' chiamato Marco», esperto del mondo e amante del valore che oggi nessuno cerca più (XVI, vv. 46-48).

Dante lo sente parlare senza vederlo, nel fumo nero che avvolge gli iracondi, e gli pone il problema centrale del poema: la corruzione del mondo dipende dagli astri o dagli uomini? Marco risponde che i cieli danno solo i primi impulsi; l'uomo ha il lume della ragione e il «libero arbitrio» (vv. 67-84), altrimenti premio e castigo sarebbero ingiusti. La colpa è dunque degli uomini, e in particolare della cattiva guida: Roma aveva «due soli», il papa e l'imperatore, ma ora la Chiesa ha unito la spada al pastorale (vv. 106-111).

Siamo al canto cinquantesimo, il centro esatto della Commedia. Come prova Marco cita la Lombardia, dove restano solo tre vecchi virtuosi, fra cui il «buon Gherardo» da Camino (vv. 121-126).