Vanni Fucci
Pistoiese che rubò in una chiesa; morso da un serpente, si incenerisce e risorge.
Detto anche: Vanni Fucci bestia, Vanni di Fuccio dei Lazzari
Figlio illegittimo di Fuccio dei Lazzari, nobile di Pistoia, fu un guelfo nero noto per violenze e rapine; nel 1295 il comune lo condannò in contumacia. Nel 1292 combatté al soldo di Firenze contro Pisa, e forse Dante lo conobbe allora: lo ricorda infatti come «uomo di sangue e di crucci» (v. 129) e si stupisce di trovarlo tra i ladri invece che tra i violenti.
Il motivo è il furto del tesoro custodito nella sagrestia della cappella di San Iacopo, nel duomo di Pistoia. All'inizio ne fu accusato un innocente, Rampino Foresi, che rischiò la forca («falsamente già fu apposto altrui», v. 139), finché un complice, il notaio Vanni della Monna, confessò i nomi dei veri colpevoli. Vanni Fucci era già fuggito e non fu mai processato.
Nel canto un serpente lo trafigge alla nuca: brucia, diventa cenere e si ricompone come la fenice (vv. 97-111). Costretto a confessare, si vendica di Dante, che è un Bianco, predicendogli la sconfitta dei Bianchi (vv. 142-151). All'inizio del canto XXV fa un gesto osceno contro Dio (vv. 1-3) e le serpi lo legano: per Dante è lo spirito più superbo di tutto l'Inferno.
Approfondimenti
Inf. XXIV · FontiLa fenice e il serpente
La fenice, simbolo di resurrezione, diventa per Vanni Fucci il segno di una pena che non finisce mai.
Par. XVII · Storia«Come sa di sale lo pane altrui»
Cacciaguida annuncia a Dante l'esilio e gli affida la missione di raccontare tutto ciò che ha visto.