Vanni Fucci, morso da un serpente, si incenerisce e subito rinasce nella bolgia dei ladri
Inferno · VIII cerchio · Malebolge
Inferno, Canto XXIV
«In quella parte del giovanetto anno…»
Il turbamento di Virgilio per la menzogna di Malacoda ha fatto sbigottire Dante, ma egli riprende coraggio non appena il poeta latino, prima di iniziare la salita lungo la frana che porta sulla sommità del settimo argine, si volge a lui con volto benigno.
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Testo e parafrasi del canto XXIV
Parafrasi
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1
In quella parte del giovanetto annoAche 'l sole i crin sotto l'Aquario tempraBe già le notti al mezzo dì sen vanno,A
4
quando la brina in su la terra assempraBl'imagine di sua sorella bianca,Cma poco dura a la sua penna tempra,B
7
lo villanello a cui la roba manca,Csi leva, e guarda, e vede la campagnaDbiancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,C
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ritorna in casa, e qua e là si lagna,Dcome 'l tapin che non sa che si faccia;Epoi riede, e la speranza ringavagna,D
In quel periodo dell’ anno nato da poco in cui il sole rende più caldi i suoi raggi trovandosi nella costellazione dell’Acquario e già le notti si avviano a durare dodici ore, quando la brina riproduce sulla terra l’aspetto della neve, ma la sua penna (con la quale ritrae l’immagine della neve) si spunta rapidamente, il povero contadino al quale mancano le provviste, si alza, e guarda, e vede tutta la campagna imbiancata, per cui si percuote il fianco, rientra in casa, e andando di qua e di là si lamenta, come il misero che non sa cosa fare:
In quella parte dell'anno appena cominciato in cui il sole sotto la costellazione dell'Acquario scalda i suoi raggi e già le notti si avviano a durare la metà del giorno, quando la brina copia sulla terra l'immagine di sua sorella bianca (la neve), ma la sua penna dura poco (presto si scioglie), il contadinello a cui manca il foraggio si alza, e guarda, e vede la campagna tutta bianca; per cui si batte il fianco, ritorna in casa, e qua e là si lamenta, come il poveretto che non sa che cosa fare; poi torna fuori e riprende speranza,
13
veggendo 'l mondo aver cangiata facciaEin poco d'ora, e prende suo vincastro,Fe fuor le pecorelle a pascer caccia.E
poi torna fuori, e riprende la speranza, vedendo che il mondo ha mutato in poco tempo aspetto, e prende il suo bastone, e spinge fuori le pecorelle al pascolo.
vedendo che il mondo ha cambiato aspetto in poco tempo, e prende il suo bastone e porta fuori le pecorelle a pascolare.
16
Così mi fece sbigottir lo mastroFquand'io li vidi sì turbar la fronte,Ge così tosto al mal giunse lo 'mpiastro;F
19
ché, come noi venimmo al guasto ponte,Glo duca a me si volse con quel piglioHdolce ch'io vidi prima a piè del monte.G
Nello stesso modo Virgilio mi fece sbigottire quando lo vidi con aspetto così turbato, ed altrettanto rapidamente giunse la medicina al mio spavento, poiché, non appena giungemmo al ponte franato, la mia guida si rivolse a me con quell’atteggiamento affettuoso che io avevo precedentemente veduto ai piedi del colle (canto I, versi 13 e 77).
Così mi fece spaventare il maestro quando gli vidi la fronte così turbata, e così presto il rimedio giunse sul male; perché, appena arrivammo al ponte rotto, la guida si volse verso di me con quello sguardo dolce che avevo visto la prima volta ai piedi del colle.
22
Le braccia aperse, dopo alcun consiglioHeletto seco riguardando primaIben la ruina, e diedemi di piglio.H
Aprì le braccia, dopo aver preso dentro di sé una decisione e aver osservato prima attentamente la frana, e mi afferrò.
Aprì le braccia, dopo aver preso una decisione tra sé, guardando prima bene la frana, e mi afferrò.
25
E come quei ch'adopera ed estima,Iche sempre par che 'nnanzi si proveggia,Jcosì, levando me sù ver la cimaI
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d'un ronchione, avvisava un'altra scheggiaJdicendo: «Sovra quella poi t'aggrappa;Kma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia».J
E come colui che agisce e valuta, il quale dà sempre l’impressione di pensare prima di agire, in tal modo, mentre mi sollevava verso la sommità di un masso sporgente, cercava con lo sguardo un’altra sporgenza dicendo: " Afferrati poi a quella; ma accertati prima se è abbastanza salda da reggerti ".
E come chi lavora e intanto valuta, che sembra sempre provvedere in anticipo, così, sollevandomi verso la cima di un masso sporgente, osservava un'altra roccia dicendo: «Poi aggrappati a quella; ma prima prova se è tale da reggerti».
31
Non era via da vestito di cappa,Kché noi a pena, ei lieve e io sospinto,Lpotavam sù montar di chiappa in chiappa.K
Quella non era una strada che gli ipocriti, vestiti delle loro pesanti cappe, avrebbero potuto percorrere, poiché a stento noi, egli leggero (perché puro spirito) e io spinto da lui, potevamo salire di appiglio in appiglio;
Non era una strada per chi indossa una cappa (come gli ipocriti), perché noi a stento, lui leggero e io spinto, potevamo salire di sporgenza in sporgenza.
34
E se non fosse che da quel precintoLpiù che da l'altro era la costa corta,Mnon so di lui, ma io sarei ben vinto.L
e se non fosse stato per il fatto che su quell’argine più che sull’altro il pendio era breve, non so cosa sarebbe accaduto a Virgilio, ma io senz’altro sarei stato sopraffatto (dalla stanchezza).
E se non fosse stato che da quell'argine il pendio era più corto che dall'altro, non so lui, ma io sarei stato certo sopraffatto.
37
Ma perché Malebolge inver' la portaMdel bassissimo pozzo tutta pende,Nlo sito di ciascuna valle portaM
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che l'una costa surge e l'altra scende;Nnoi pur venimmo al fine in su la puntaOonde l'ultima pietra si scoscende.N
Ma poiché Malebolge è tutta quanta inclinata verso l’apertura della voragine più bassa (che porta al nono cerchio), la posizione di ogni bolgia comporta che un argine (quello esterno) si eleva maggiormente e l’altro (quello interno) è invece più basso: noi infine giungemmo sulla sommità dalla quale l’ultimo masso (del ponte franato) sporge in fuori.
Ma poiché Malebolge è tutta in pendenza verso l'apertura del pozzo più profondo, la posizione di ciascuna valle comporta che un argine sia più alto e l'altro più basso; noi comunque arrivammo alla fine sulla sommità da cui si stacca l'ultima pietra.
43
La lena m'era del polmon sì muntaOquand'io fui sù, ch'i' non potea più oltre,Panzi m'assisi ne la prima giunta.O
Il fiato a tal punto mi era stato spremuto fuori dai polmoni nel momento in cui raggiunsi la cima, che non potevo più andare avanti, anzi mi sedetti appena arrivato.
Il fiato mi era così esaurito nei polmoni quando fui su, che non potevo andare oltre, anzi mi sedetti appena arrivato.
46
«Omai convien che tu così ti spoltre»,Pdisse 'l maestro; «ché, seggendo in piuma,Qin fama non si vien, né sotto coltre;P
"Ormai è necessario che tu con fatiche di questo genere ti tolga di dosso la pigrizia" disse Virgilio; " poiché, adagiandosi sui cuscini, o sotto le coperte, non si raggiunge la fama;
«Ormai bisogna che tu ti scuota così dalla pigrizia», disse il maestro; «perché stando seduti sui cuscini o sotto le coperte non si giunge alla fama;
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sanza la qual chi sua vita consuma,Qcotal vestigio in terra di sé lascia,Rqual fummo in aere e in acqua la schiuma.Q
chi termina la sua vita senza questa, lascia di sé sulla terra una traccia simile a quelle che lasciano il fumo nell’aria e la schiuma nell’acqua. E perciò alzati:
e chi consuma la sua vita senza di essa, lascia di sé sulla terra una traccia come il fumo nell'aria e la schiuma nell'acqua.
52
E però leva sù: vinci l'ambasciaRcon l'animo che vince ogne battaglia,Sse col suo grave corpo non s'accascia.R
vinci l’affanno con la volontà che trionfa di qualsiasi difficoltà, se non si abbatte con il corpo pesante cui è legata.
E perciò alzati: vinci l'affanno con l'animo, che vince ogni battaglia, se non si abbatte insieme al suo corpo pesante.
55
Più lunga scala convien che si saglia;Snon basta da costoro esser partito.TSe tu mi 'ntendi, or fa sì che ti vaglia».S
Occorre salire una scala più lunga (dal centro della terra alla vetta dei purgatorio); non è sufficiente che tu ti sia allontanato da questi dannati:
Bisogna salire una scala più lunga; non basta essersi allontanati da costoro. Se mi capisci, ora fa' in modo che ti sia utile».
58
Leva'mi allor, mostrandomi fornitoTmeglio di lena ch'i' non mi sentìa;Ue dissi: «Va, ch'i' son forte e ardito».T
se mi capisci, ora fa in modo che la mia esortazione ti sia d’ aiuto." Allora mi alzai, mostrandomi provvisto di forze più di quanto io stesso me ne sentissi, e dissi: " Procedi, poiché sono forte e coraggioso ".
Allora mi alzai, mostrandomi più fornito di fiato di quanto mi sentissi; e dissi: «Va', perché sono forte e coraggioso».
61
Su per lo scoglio prendemmo la via,Uch'era ronchioso, stretto e malagevole,Ved erto più assai che quel di pria.U
Ci incamminammo sul ponte (che varca la settima bolgia), il quale era irto di sporgenze, angusto e difficile da percorrere ed assai più ripido di quello precedente.
Prendemmo la strada su per il ponte di roccia, che era pieno di sporgenze, stretto e difficile, e molto più ripido di quello di prima.
64
Parlando andava per non parer fievole;Vonde una voce uscì de l'altro fosso,Wa parole formar disconvenevole.V
Procedevo parlando per non apparire stanco; per cui dall’altra bolgia usci una voce, incapace di articolare parole.
Andavo parlando per non sembrare debole; per cui una voce uscì dall'altra fossa, incapace di formare parole.
67
Non so che disse, ancor che sovra 'l dossoWfossi de l'arco già che varca quivi;Xma chi parlava ad ire parea mosso.W
Non so che cosa disse, sebbene mi trovassi già sulla sommità del ponte che qui fa da valico: ma colui che parlava pareva spinto a camminare.
Non so che cosa disse, anche se ero già sopra la sommità dell'arco che attraversa lì; ma chi parlava sembrava mosso dall'ira.
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Io era vòlto in giù, ma li occhi viviXnon poteano ire al fondo per lo scuro;Yper ch'io: «Maestro, fa che tu arriviX
Io ero rivolto verso il basso, ma il mio sguardo, per quanto penetrante, non poteva arrivare fino al fondo (della bolgia) a causa dell’oscurità; perciò dissi:
Io ero rivolto verso il basso, ma gli occhi di un vivo non potevano arrivare fino al fondo per il buio; per cui dissi: «Maestro, fa' in modo di arrivare
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da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;Yché, com'i' odo quinci e non intendo,Zcosì giù veggio e neente affiguro».Y
" Maestro, fa in modo di arrivare all’altro argine e scendiamo giù da questo ponte; poiché, come di qui odo senza comprendere, così vedo quello che c’è nel fondo senza distinguere nulla ".
all'altro argine e scendiamo il muro; perché, come di qui sento e non capisco, così guardo giù e non distinguo niente».
76
«Altra risposta», disse, «non ti rendoZse non lo far; ché la dimanda onestaAAsi de' seguir con l'opera tacendo».Z
" Non ti do altra risposta se non il fare (ciò che tu chiedi) " disse; "poiché occorre soddisfare la richiesta giusta con i fatti, senza parlare.
«Non ti do altra risposta», disse, «se non farlo; perché a una richiesta giusta si deve rispondere con i fatti, in silenzio».
79
Noi discendemmo il ponte da la testaAAdove s'aggiugne con l'ottava ripa,ABe poi mi fu la bolgia manifesta:AA
" Discendemmo per il ponte da quella estremità in cui esso si congiunge con l’argine ottavo, e poi la bolgia mi divenne visibile:
Scendemmo il ponte dall'estremità dove si congiunge con l'ottavo argine, e poi la bolgia mi fu visibile:
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e vidivi entro terribile stipaABdi serpenti, e di sì diversa menaACche la memoria il sangue ancor mi scipa.AB
e in essa vidi uno spaventoso ammasso di serpenti, e di così strano genere, che il ricordarmene mi guasta ancora il sangue.
e vi vidi dentro una terribile massa di serpenti, e di specie così strane che il ricordo ancora mi gela il sangue.
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Più non si vanti Libia con sua rena;ACché se chelidri, iaculi e fareeADproduce, e cencri con anfisibena,AC
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né tante pestilenzie né sì reeADmostrò già mai con tutta l'EtiopiaAEné con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.AD
Più non si vanti la Libia con i suoi deserti, poiché se genera chelidri, iaculi e faree, e cencri con anfisibene, mai mise in mostra tanti animali velenosi né così nocivi insieme con tutta l’Etiopia, e con la terra (l’Arabia) che è delimitata dal Mar Rosso.
La Libia non si vanti più del suo deserto; perché se produce chelidri, iaculi e faree, e cencri insieme all'anfisbena, non mostrò mai pesti così numerose né così malvagie, insieme con tutta l'Etiopia e con la regione che si trova sopra il Mar Rosso (l'Arabia).
91
Tra questa cruda e tristissima copiaAEcorrean genti nude e spaventate,AFsanza sperar pertugio o elitropia:AE
In mezzo a questa feroce e terribile moltitudine correvano schiere nude e atterrite, senza speranza di trovare riparo o elitropia (pietra che si credeva guarisse dal morso dei serpenti e rendesse invisibili):
In mezzo a questa crudele e tristissima moltitudine correvano genti nude e spaventate, senza sperare in un nascondiglio o nell'elitropia (pietra che rende invisibili):
94
con serpi le man dietro avean legate;AFquelle ficcavan per le ren la codaAGe 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.AF
avevano le mani avvinte dietro la schiena con serpenti; questi spingevano la coda e la testa lungo i loro fianchi, e si attorcigliavano sul loro davanti.
avevano le mani legate dietro con serpi; queste ficcavano la coda e la testa attraverso i fianchi, ed erano annodate sul davanti.
97
Ed ecco a un ch'era da nostra proda,AGs'avventò un serpente che 'l trafisseAHlà dove 'l collo a le spalle s'annoda.AG
Ed ecco che contro uno che si trovava dalla parte del nostro argine, si scagliò un serpente che lo trafisse nel punto in cui il collo si congiunge alle spalle.
Ed ecco, contro uno che era vicino alla nostra sponda si scagliò un serpente che lo trafisse là dove il collo si congiunge alle spalle.
100
Né O sì tosto mai né I si scrisse,AHcom'el s'accese e arse, e cener tuttoAIconvenne che cascando divenisse;AH
Non si scrisse mai tanto rapidamente né " o " né " i ", come quello prese fuoco e bruciò, e dovette, cadendo, diventare tutto quanto cenere;
Non si scrisse mai una O né una I così rapidamente come lui prese fuoco e bruciò, e cadendo dovette diventare tutto cenere;
103
e poi che fu a terra sì distrutto,AIla polver si raccolse per sé stessa,AJe 'n quel medesmo ritornò di butto.AI
e dopo che fu così annientato a terra, la cenere si radunò insieme per virtù propria, e si trasformò di colpo nello stesso dannato di prima:
e dopo che fu a terra così distrutto, la polvere si raccolse da sé, e di colpo ritornò quello stesso di prima.
106
Così per li gran savi si confessaAJche la fenice more e poi rinasce,AKquando al cinquecentesimo anno appressa;AJ
allo stesso modo i grandi sapienti affermano che la fenice muore e in un secondo tempo rinasce, allorché si avvicina al suo cinquecentesimo anno:
Così dai grandi sapienti si afferma che la fenice muore e poi rinasce, quando si avvicina al cinquecentesimo anno;
109
erba né biado in sua vita non pasce,AKma sol d'incenso lagrime e d'amomo,ALe nardo e mirra son l'ultime fasce.AK
mentre è in vita non si ciba né di erbe né di biada, ma solo di stille d’incenso e di amomo (resina aromatica), e morendo si avvolge nel nardo e nella mirra.
durante la sua vita non si nutre di erba né di biada, ma solo di lacrime d'incenso e di amomo, e nardo e mirra sono le sue ultime fasce (il suo nido di morte).
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E qual è quel che cade, e non sa como,ALper forza di demon ch'a terra il tira,AMo d'altra oppilazion che lega l'omo,AL
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quando si leva, che 'ntorno si miraAMtutto smarrito de la grande angosciaANch'elli ha sofferta, e guardando sospira:AM
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tal era il peccator levato poscia.ANOh potenza di Dio, quant'è severa,AOche cotai colpi per vendetta croscia!AN
E quale è colui (l’epilettico) che cade, e non ne conosce il perché, a causa di un assalto di demoni che lo fa precipitare a terra, o di un altro impedimento che lo paralizza, il quale, quando si rialza, si guarda attorno del tutto disorientato a causa del grande dolore che ha sofferto, e mentre guarda sospira, tale era il peccatore quando si rialzò. Oh quanto è severa la potenza di Dio, la quale per punizione scaglia tali colpi!
E come chi cade e non sa come, per forza di un demonio che lo trascina a terra o per un'altra ostruzione che blocca l'uomo, e quando si alza si guarda intorno tutto smarrito per la grande angoscia che ha sofferto, e guardando sospira: così era il peccatore dopo che si fu rialzato. Oh potenza di Dio, quanto è severa, che fa piovere tali colpi per punizione!
121
Lo duca il domandò poi chi ello era;AOper ch'ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,APpoco tempo è, in questa gola fiera.AO
Virgilio gli chiese poi chi fosse; onde egli rispose: " Io precipitai dalla Toscana, poco tempo fa, in questa bolgia crudele.
Poi la guida gli domandò chi fosse; per cui lui rispose: «Io piovvi dalla Toscana, poco tempo fa, in questa gola feroce.
124
Vita bestial mi piacque e non umana,APsì come a mul ch'i' fui; son Vanni FucciAQbestia, e Pistoia mi fu degna tana».AP
Trovai di mio gradimento una vita da bestia, non da uomo, degna del bastardo che fui; sono Vanni Fucci, la bestia, e Pistoia fu il mio degno covo ". E io a Virgilio:
Mi piacque la vita da bestia e non da uomo, da mulo (bastardo) quale fui; sono Vanni Fucci, la bestia, e Pistoia fu per me una tana degna».
127
E io al duca: «Dilli che non mucci,AQe domanda che colpa qua giù 'l pinse;ARch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci».AQ
" Digli di non sgusciar via, e chiedigli quale peccato lo spinse quaggiù; poiché io lo conobbi come uomo sanguinario e rissoso ".
E io alla guida: «Digli che non scappi, e domandagli quale colpa lo spinse quaggiù; perché io l'ho conosciuto come uomo di sangue e di violenze».
130
E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,ARma drizzò verso me l'animo e 'l volto,ASe di trista vergogna si dipinse;AR
E il peccatore, che capì, non esitò, ma rivolse verso di me l’animo e lo sguardo, e arrossì di malvagia vergogna; poi disse:
E il peccatore, che sentì, non finse, ma rivolse verso di me l'attenzione e il volto, e si colorò di una triste vergogna;
133
poi disse: «Più mi duol che tu m'hai coltoASne la miseria dove tu mi vedi,ATche quando fui de l'altra vita tolto.AS
" Provo più dolore per il fatto che tu mi abbia sorpreso nella condizione miseranda nella quale mi vedi, di quello che provai morendo.
poi disse: «Mi addolora di più che tu mi abbia sorpreso nella miseria in cui mi vedi, di quando fui tolto dall'altra vita.
136
Io non posso negar quel che tu chiedi;ATin giù son messo tanto perch'io fuiAUladro a la sagrestia d'i belli arredi,AT
Non posso ricusarti quello che mi chiedi: sono collocato così in basso perché fui ladro nella sagrestia riccamente addobbata, e il furto fu allora ingiustamente attribuito ad altri.
Io non posso negare ciò che chiedi; sono messo così in basso perché fui ladro dei begli arredi nella sagrestia,
139
e falsamente già fu apposto altrui.AUMa perché di tal vista tu non godi,AVse mai sarai di fuor da' luoghi bui,AU
142
apri li orecchi al mio annunzio, e odi:AVPistoia in pria d'i Neri si dimagra;AWpoi Fiorenza rinova gente e modi.AV
145
Tragge Marte vapor di Val di MagraAWch'è di torbidi nuvoli involuto;AXe con tempesta impetuosa e agraAW
Ma affinché tu non gioisca per avermi veduto in questo stato, se mai uscirai dall’inferno, Marte fa uscire dalla val di Magra un fulmine avviluppato in nuvole cupe;
e la colpa fu un tempo attribuita falsamente a un altro. Ma perché tu non goda di avermi visto così, se mai uscirai dai luoghi bui, apri le orecchie al mio annuncio, e ascolta: Pistoia prima si svuota dei Neri; poi Firenze rinnova cittadini e governo. Marte trae dalla Val di Magra un vapore (Moroello Malaspina) avvolto di nubi torbide; e con una tempesta violenta e aspra
148
sovra Campo Picen fia combattuto;AXond'ei repente spezzerà la nebbia,AYsì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.AX
e con travolgente e aspra tempesta si combatterà a Campo Piceno; per cui esso vigorosamente dissiperà le nubi, in modo che ogni Bianco ne sarà colpito.
si combatterà sopra Campo Piceno; per cui lui all'improvviso squarcerà la nebbia, così che ogni Bianco ne sarà ferito.
151
E detto l'ho perché doler ti debbia!».AY
E ho detto ciò perché ti debba far male! "
E l'ho detto perché tu ne debba soffrire!».
Riassunto del canto XXIV
Il turbamento di Virgilio per la menzogna di Malacoda ha fatto sbigottire Dante, ma egli riprende coraggio non appena il poeta latino, prima di iniziare la salita lungo la frana che porta sulla sommità del settimo argine, si volge a lui con volto benigno. L’ascesa è ardua: nonostante i consigli e l’aiuto del maestro, Dante giunge stremato sul ponte della settima bolgia e occorre che Virgilio gli ricordi che la fama si conquista soltanto vincendo gli ostacoli e trionfando delle difficoltà, perché riprenda il cammino. Dall’alto del ponte di roccia lo spettacolo che si mostra alla vista dei due pellegrini’ è strano e orrido: il fondo della bolgia pullula di serpenti e di anime spaventate che fuggono senza speranza. All’improvviso un dannato, trafitto al collo da un serpente, brucia, si trasforma in cenere e dalla cenere risorge con le fattezze di prima. Interrogato da Virgilio, dice di essere il pistoiese Vanni Fucci, di aver condotto una vita più consona ad una bestia che ad un uomo, di trovarsi nella settima bolgia, fra i ladri, per un furto sacrilego compiuto nella sua città. Poi profetizza, perché Dante ne soffra, una sanguinosa vittoria dell’esercito dei Neri, guidato dal marchese Moroello Malaspina, su quello dei Bianchi di Pistoia e di altre città.
In breve
Dove e chi
VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Il canto XXIV è un chiaro esempio della varietà tonale e di moduli compositivi che caratterizza la poesia di Dante, varietà che esprime la ricchezza di interessi del Poeta, la sua capacità di animare di vita fantastica anche zone aride ed apparentemente insignificanti del reale. Esso inoltre, legandosi strettamente al canto precedente - il quadro del villanello risponde al proposito di illustrare, attraverso un esempio tutto calato in raffigurazione concreta, lo stato d’animo che si era determinato in Dante alla fine dell’episodio degli ipocriti - e a quello successivo - la blasfema autopresentazione di Vanni Fucci culmina nella prima terzina del canto XXV - testimonia dell’impegno posto dal Poeta nel trattare la propria materia anzitutto come « racconto ». E’ noto che il Croce giudicava irrilevante, ai fini dell’accertamento in sede critica della poesia di Dante, l’aspetto propriamente narrativo della Commedia, considerando quest’ultima come una raccolta di liriche a sé stanti, inserite in una struttura di comodo (il cosiddetto « romanzo teologico »). Per illustrare questa distinzione tra parti poetiche e parti meramente strutturali nell’organismo del poema, il Croce aveva fatto ricorso all’immagine della "fabbrica robusta e massiccia [le patti meramente strutturali, il romanzo teologico], sulla quale una rigogliosa vegetazione [le singole liriche, relativamente autonome le une rispetto alle altre, e del tutto indipendenti dalla struttura] si arrampichi e stenda e s’orni di penduli rami e di festoni e di fiori ".
Per anni la critica ha cercato di eludere o attenuare il rigore di questa tesi, la quale tra l’altro, mentre invita ad una lettura dispersiva, ingenuamente compiaciuta della propria infallibilità, aliena dal porre problemi, non consente di determinare quello che è il punto di convergenza degli interessi morali e religiosi di Dante, la genesi della Commedia in un mondo di simboli e idee, la straordinaria concretezza della sua parola conseguita attraverso la più dura astrazione. Recentemente il punto di vista crociano è stato non più soltanto dichiarato insufficiente, ma da alcuni addirittura rifiutato nel suo insieme.
Nel suo commento il Sapegno mette continuamente in luce i rapporti che legano l’espressione poetica alle sue premesse culturali, mentre il Sanguineti, in uno studio su Malebolge, rovescia l’impostazione crociana, sostituendo ad una "lettura lirica" del testo di Dante una sua interpretazione in chiave narrativa.
Il canto XXIV può essere diviso, ai fini di una maggiore chiarezza espositiva, in quattro parti. L’esordio (versi 1-21), incentrato sulla disperazione del villanello, appare elaborato ma vivo, prezioso e agile ad un tempo. Nel diminutivo con cui viene indicato, senza altre specificazioni - il suo stato d’animo è risolto in gesto: si batte l’anca - il protagonista umano dell’ampia vicenda iniziale (versi 1- 15), si ripercuote intatta la freschezza degli altri termini del quadro: l’anno giovanetto, il sole chiomato che acquista forza nella costellazione dell’Acquario, la sorella bianca della quale la brina imita, come per un atto dì civetteria, le fattezze, la terra candida a perdita d’occhio, che, con spontaneità felice, muta aspetto. A questa evocazione orientata in senso decorativo e nella quale tuttavia, secondo quanto rileva l’Apollonio, la seduzione di un’arte che percorre tutti i temi del gotico fiammeggiante e del barocco" sì mostra già "vinta nell’atto che [Dante] le predispone l’incantesimo di una purificazione idillica", segue - disadorna nel rilievo assunto dalle determinazioni spaziali - la descrizione dei movimenti compiuti dai due poeti per passare dalla sesta alla settima bolgia. Questa descrizione culmina in uno dei momenti più dichiaratamente pedagogici del poema: l’esortazione di Virgilio, che acquista serietà e vigore di risonanze dal proiettarsi in uno sfondo di implicazioni simboliche, di raccoglimento Meditativo.
Il grande tema delle metamorfosi dei ladri, del quale in questo canto è svolto uno dei motivi fondamentali - il motivo elegantemente commentato dalla similitudine della fenice: trasformazione della figura umana in cenere e riconversione subitanea della cenere in figura umana (versi 82-120) - e che sarà ampiamente ripreso nel canto successivo, è stato interpretato dalla critica romantica come un pezzo di eccezionale bravura, al quale tuttavia lo svolgimento analitico impedirebbe di tradursi in poesia. Per il De Sanctis ad esempio esso rappresenta "il più grande sforzo dell’immaginazione umana, quantunque la soverchia minutezza generi sazietà". Questo giudizio è fatto proprio da un altro storico della letteratura italiana, il Gaspary, il quale ritiene che nella descrizione dello spettacolo della settima bolgia l’effetto non corrisponde pienamente ai mezzi adoperati.
Il Croce attenua la severità di queste formulazioni; pur mantenendo la lettura del brano nei termini indicati dalla critica ottocentesca («Non regna qui il senso del misterioso e prodigioso, né c’è vero sbigottimento per la terribilità di quei castighi divini. L’interesse è trasportato dalla cosa, che per sé commuove poco l’anima del Poeta, al modo di dirla»), egli addita nella "gioia della potenza artistica" il sentimento che in questa pagina troverebbe la propria compiuta espressione.
In tempi più recenti è stato veduto, nel rigore analitico che caratterizza le metamorfosi dei ladri, proprio ciò che la critica aveva da esse in precedenza escluso: la poesia dell’orrore tragico e religioso (Momigliano e Maier), un orrore che scaturisce non dal semplice dato intuitivo, ma dalla riflessione sulla sua contraddittorietà, una tragedia che incombe sul sentimento dei Poeta dopo essersi lucidamente definita nel suo intelletto (Mattalia).
Il canto termina con l’episodio di Vanni Fucci (versi 121-151), nel quale l’odio di parte si sublima in una visione metafisica del male.
vv. 106-111Così per li gran savi si confessache la fenice more e poi rinasce,quando al cinquecentesimo anno appressa;erba né biado in sua vita non pasce,ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,e nardo e mirra son l'ultime fasce.Leggi nel testo
Nella bolgia dei ladri il pistoiese Vanni Fucci viene morso da un serpente, prende fuoco, si riduce in cenere e subito ritorna com'era. Dante paragona questa trasformazione alla fenice, l'uccello leggendario che ogni cinquecento anni muore bruciando su un rogo di erbe profumate, incenso, nardo e mirra, e rinasce dalle proprie ceneri.
Il mito della fenice è di origine egiziana ed era legato alla fede nella rinascita della vita. Passato attraverso la cultura greca e latina, diventò molto diffuso nel Medioevo, quando gli animali reali e immaginari venivano letti come simboli: i cristiani vi vedevano la resurrezione di Cristo.
Dante rovescia il simbolo: la rinascita qui non è salvezza ma condanna a ripetere all'infinito la stessa pena. Anche il serpente ha un significato preciso. Nella Bibbia è il tentatore di Adamo ed Eva, e nei canti dei ladri rappresenta un'energia maligna che toglie all'uomo perfino la sua forma.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
La fenice
Ne parla la scheda «I delfini amici dei marinai» (Inf. XXII).