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Indice dei canti
In una fossa piena di serpenti un rettile con zampe artigliate avvinghia un uomo nudo: i due corpi si fondono, il volto diventa per metà muso di serpente. Altri dannati urlano; in alto Dante e Virgilio su un argine.
Un serpente a sei piedi si avvinghia ad Agnello Brunelleschi e i due si fondono in un solo essere
Inferno · VIII cerchio · Malebolge

Inferno, Canto XXV

«Al fine de le sue parole il ladro…»

Dopo aver predetto a Dante la sconfitta dei Bianchi ad opera di Moroello Malaspina, Vanni Fucci alza le mani in un gesto osceno contro Dio, ma due serpenti si avventano immediatamente contro di lui, ponendo termine all’ostentazione di tanta superbia.

Luogo
VIII cerchio · Malebolge
Anime e colpe
Fraudolenti, in dieci bolge
Versi
151 · 50 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
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Testo e parafrasi del canto XXV

Parafrasi
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1

Al fine de le sue parole il ladroAle mani alzò con amendue le fiche,Bgridando: «Togli, Dio, ch'a te le squadro!».A

Non appena ebbe finito di parlare il ladro levò entrambi i pugni col pollice sporgente fra l’indice e il medio, gridando: " Prendi, Dio, poiché rivolgo a te questo gesto!
Alla fine delle sue parole il ladro alzò le mani facendo le fiche con entrambe, gridando: «Prendi, Dio, che le faccio a te!».
4

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,Bperch'una li s'avvolse allora al collo,Ccome dicesse 'Non vo' che più diche';B

7

e un'altra a le braccia, e rilegollo,Cribadendo sé stessa sì dinanzi,Dche non potea con esse dare un crollo.C

" Da allora in poi i serpenti mi diventarono cari, poiché uno gli si attorcigliò in quello stesso istante al collo, come per dire "Non voglio che parli oltre", ed un altro alle braccia, e lo legò nuovamente, congiungendo con tale forza capo e coda sul suo davanti, che (il dannato) non poteva con esse fare alcun movimento.
Da allora in poi le serpi mi furono amiche, perché una gli si avvolse allora al collo, come se dicesse «Non voglio che tu dica altro»; e un'altra alle braccia, e lo legò di nuovo, annodandosi così stretta davanti che non poteva fare con esse il minimo movimento.
10

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanziDd'incenerarti sì che più non duri,Epoi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?D

Ahi Pistoia, Pistoia, perché non decidi di ridurti in cenere in modo da non esistere più, dal momento che superi nel fare il male i tuoi fondatori?
Ah Pistoia, Pistoia, perché non decidi di ridurti in cenere così da non esistere più, dal momento che superi i tuoi fondatori nel fare il male?
13

Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuriEnon vidi spirto in Dio tanto superbo,Fnon quel che cadde a Tebe giù da' muri.E

In nessuno dei tenebrosi cerchi infernali vidi mai un dannato così superbo verso Dio, neppure colui (Capaneo) che precipitò dall’alto delle mura di Tebe.
Per tutti i cerchi bui dell'inferno non vidi uno spirito così superbo contro Dio, nemmeno quello che cadde giù dalle mura di Tebe (Capaneo).
16

El si fuggì che non parlò più verbo;Fe io vidi un centauro pien di rabbiaGvenir chiamando: «Ov'è, ov'è l'acerbo?».F

Quello fuggì senza più dire parola; ed io scorsi un centauro gonfio d’ira avanzare gridando: " Dov’è, dov’è quel ribelle?
Lui fuggì senza dire più una parola; e io vidi un centauro pieno di rabbia venire gridando: «Dov'è, dov'è il ribelle?».
19

Maremma non cred'io che tante n'abbia,Gquante bisce elli avea su per la groppaHinfin ove comincia nostra labbia.G

" Non credo che la Maremma abbia tante serpi, quante quello aveva sulla groppa fin dove cominciano le fattezze umane.
Non credo che la Maremma abbia tante bisce quante lui ne aveva sulla groppa fino a dove comincia il nostro aspetto (umano).
22

Sovra le spalle, dietro da la coppa,Hcon l'ali aperte li giacea un draco;Ie quello affuoca qualunque s'intoppa.H

Sopra le sue spalle, dietro la nuca, stava un drago con le ali aperte; e questo investiva col fuoco chiunque s’imbatteva in lui, Virgilio disse:
Sopra le spalle, dietro la nuca, gli stava un drago con le ali aperte; e quello dà fuoco a chiunque incontra.
25

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,Iche sotto 'l sasso di monte AventinoJdi sangue fece spesse volte laco.I

" Costui è Caco, il quale nella spelonca sul monte Aventino molte volte fu autore di sanguinose stragi.
Il mio maestro disse: «Costui è Caco, che sotto la roccia del monte Aventino fece molte volte un lago di sangue.
28

Non va co' suoi fratei per un cammino,Jper lo furto che frodolente feceKdel grande armento ch'elli ebbe a vicino;J

Non percorre la medesima strada dei suoi simili (posti a guardia del primo girone dei violenti) a causa del furto che compì con l’inganno della grande mandria che ebbe a portata di mano;
Non va per la stessa strada con i suoi fratelli (gli altri centauri), per il furto che commise con frode della grande mandria che ebbe vicino;
31

onde cessar le sue opere bieceKsotto la mazza d'Ercule, che forseLgliene diè cento, e non sentì le diece».K

per questo le sue azioni scellerate ebbero termine sotto la clava di Ercole, il quale probabilmente gli assestò cento colpi, mentre egli non riuscì a sentirne nemmeno dieci ".
per cui le sue azioni malvagie cessarono sotto la mazza di Ercole, che forse gliene diede cento, e lui non ne sentì dieci».
34

Mentre che sì parlava, ed el trascorseLe tre spiriti venner sotto noi,Mde' quali né io né 'l duca mio s'accorse,L

37

se non quando gridar: «Chi siete voi?»;Mper che nostra novella si ristette,Ne intendemmo pur ad essi poi.M

Mentre diceva queste cose, ecco che Caco passò oltre e tre ombre vennero sotto il luogo in cui ci trovavamo, delle quali né io né Virgilio ci accorgemmo, se non quando gridarono: "Chi siete?": onde il nostro discorrere cessò, e da quel momento in poi facemmo attenzione soltanto a loro. Io non li riconoscevo;
Mentre parlava così, quello passò oltre e tre spiriti vennero sotto di noi, dei quali né io né la mia guida ci accorgemmo, se non quando gridarono: «Chi siete voi?»; per cui il nostro discorso si interruppe, e da allora badammo solo a loro.
40

Io non li conoscea; ma ei seguette,Ncome suol seguitar per alcun caso,Oche l'un nomar un altro convenette,N

43

dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;Oper ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,Pmi puosi 'l dito su dal mento al naso.O

ma accadde, come suole accadere casualmente, che uno di loro dovesse fare il nome di un altro, dicendo: "Dove sarà rimasto Cianfa? ": per la qual cosa io, affinché Virgilio prestasse attenzione, gli feci segno di tacere.
Io non li conoscevo; ma accadde, come succede di solito per caso, che uno dovette nominarne un altro, dicendo: «Cianfa dove sarà rimasto?»; per cui io, perché la guida stesse attenta, mi misi il dito dal mento al naso.
46

Se tu se' or, lettore, a creder lentoPciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,Qché io che 'l vidi, a pena il mi consento.P

Se tu ora, lettore, sei restio a credere ciò che dirò, non sarà cosa strana, dal momento che io, che ne fui spettatore, consento a malapena a me stesso di crederlo.
Se tu, lettore, ora sei lento a credere ciò che dirò, non ci sarà da meravigliarsi, perché io, che l'ho visto, a stento lo ammetto a me stesso.
49

Com'io tenea levate in lor le ciglia,Qe un serpente con sei piè si lanciaRdinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.Q

Mentre tenevo gli occhi rivolti verso di loro, ecco che un serpente con sei piedi si scaglia contro uno di loro, e aderisce a lui interamente.
Mentre io tenevo gli occhi alzati su di loro, ecco che un serpente con sei piedi si lancia davanti a uno di loro e gli si avvinghia tutto.
52

Co' piè di mezzo li avvinse la pancia,Re con li anterior le braccia prese;Spoi li addentò e l'una e l'altra guancia;R

Con i piedi centrali gli serrò il ventre, e con quelli anteriori gli afferrò le braccia; poi gli morsicò entrambe le guance;
Con i piedi di mezzo gli strinse la pancia, e con quelli anteriori gli prese le braccia; poi gli addentò l'una e l'altra guancia;
55

li diretani a le cosce distese,Se miseli la coda tra 'mbedue,Te dietro per le ren sù la ritese.S

stese i piedi posteriori lungo le cosce, e fra queste infilò la coda, e la tese nuovamente su per il suo dorso.
stese quelli posteriori sulle cosce, e gli mise la coda tra le due, e la ridistese in su dietro, lungo i fianchi.
58

Ellera abbarbicata mai non fueTad alber sì, come l'orribil fieraUper l'altrui membra avviticchiò le sue.T

Edera non fu mai a tal punto stretta ad un albero, come il mostro spaventoso avvinse le sue membra a quelle dei dannato.
L'edera non fu mai abbarbicata a un albero così come l'orribile bestia avviticchiò le sue membra a quelle dell'altro.
61

Poi s'appiccar, come di calda ceraUfossero stati, e mischiar lor colore,Vné l'un né l'altro già parea quel ch'era:U

64

come procede innanzi da l'ardore,Vper lo papiro suso, un color brunoWche non è nero ancora e 'l bianco more.V

Dopo che si fusero insieme come fossero stati di cera calda, e mescolarono i loro colori, né l’uno né l’altro sembrava più quello di prima, come sulla superficie della carta si muove, precedendo la fiamma, un colore scuro che non è ancora nero e non è più bianco.
Poi si attaccarono come se fossero stati di cera calda, e mescolarono il loro colore, e né l'uno né l'altro sembrava più quello che era: come davanti alla fiamma, sulla carta, avanza un colore scuro che non è ancora nero e il bianco muore.
67

Li altri due 'l riguardavano, e ciascunoWgridava: «Omè, Agnel, come ti muti!XVedi che già non se' né due né uno».W

Gli altri due lo osservavano attentamente, e ciascuno gridava: " Ahimè, Agnolo, come, ti trasformi! Vedi che ormai non sei né due figure né una sola ".
Gli altri due lo guardavano, e ciascuno gridava: «Ahimè, Agnello, come ti trasformi! Vedi che già non sei né due né uno».
70

Già eran li due capi un divenuti,Xquando n'apparver due figure misteYin una faccia, ov'eran due perduti.X

Le due teste erano già divenute una sola, allorché ci apparvero due aspetti fusi in un unico volto, nel quale erano due esseri che avevano smarrito la propria fisionomia.
Già le due teste erano diventate una sola, quando ci apparvero due figure mescolate in una faccia sola, in cui le due si erano perdute.
73

Fersi le braccia due di quattro liste;Yle cosce con le gambe e 'l ventre e 'l cassoZdivenner membra che non fuor mai viste.Y

Dall’ unione di quattro strisce (le braccia dell’uomo ed i piedi anteriori del serpente) ebbero origine le braccia; le cosce, le gambe, il ventre e il petto divennero membra mai vedute prima d’allora.
Da quattro strisce (le due braccia e le due zampe anteriori) si fecero due braccia; le cosce con le gambe e il ventre e il torace diventarono membra mai viste.
76

Ogne primaio aspetto ivi era casso:Zdue e nessun l'imagine perversaAAparea; e tal sen gio con lento passo.Z

Ogni sembianza precedente era li cancellata: la figura deforme aveva l’aspetto di due cose e di nessuna; e così se ne andò con lenta andatura.
Ogni aspetto originario lì era cancellato: l'immagine mostruosa sembrava due e nessuno; e così se ne andò a passo lento.
79

Come 'l ramarro sotto la gran fersaAAdei dì canicular, cangiando sepe,ABfolgore par se la via attraversa,AA

82

sì pareva, venendo verso l'epeABde li altri due, un serpentello acceso,AClivido e nero come gran di pepe;AB

Come il ramarro sotto la grande sferza del sole nei giorni della Canicola (dal 21 luglio al 21 agosto), nel passare da una siepe all’altra, sembra un fulmine se attraversa la strada, così appariva, nel dirigersi verso i ventri degli altri due, un piccolo serpente infuriato, scuro e nero come un granello di pepe;
Come il ramarro, sotto la grande sferza dei giorni della canicola, passando da una siepe all'altra, sembra un fulmine se attraversa la strada, così sembrava, venendo verso le pance degli altri due, un serpentello infuocato, livido e nero come un grano di pepe;
85

e quella parte onde prima è presoACnostro alimento, a l'un di lor trafisse;ADpoi cadde giuso innanzi lui disteso.AC

e trafisse ad uno di loro quel punto del corpo attraverso il quale, quando siamo nel grembo materno, riceviamo il cibo; poi cadde disteso per terra davanti a quello.
e trafisse uno di loro in quella parte da cui riceviamo il primo nutrimento (l'ombelico); poi cadde giù disteso davanti a lui.
88

Lo trafitto 'l mirò, ma nulla disse;ADanzi, co' piè fermati, sbadigliavaAEpur come sonno o febbre l'assalisse.AD

Il trafitto lo guardò, ma non disse nulla; anzi, con i piedi immobili, sbadigliava proprio come se fosse preso da sonno o febbre.
Il trafitto lo guardò, ma non disse nulla; anzi, con i piedi fermi, sbadigliava proprio come se lo assalisse il sonno o la febbre.
91

Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;AEl'un per la piaga, e l'altro per la boccaAFfummavan forte, e 'l fummo si scontrava.AE

Egli guardava il serpente, e questo (guardava) lui; l’uno attraverso la ferita, e l’altro attraverso la bocca emettevano un fumo denso, e i due fumi si mescolavano incontrandosi.
Lui guardava il serpente, e quello lui; l'uno dalla ferita, l'altro dalla bocca fumavano forte, e il fumo si incontrava.
94

Taccia Lucano ormai là dove toccaAFdel misero Sabello e di Nasidio,AGe attenda a udir quel ch'or si scocca.AF

Più non si vanti Lucano per il passo in cui tratta dell’infelice Sabello e di Nassidio, e ascolti attentamente ciò che ora esce dalla mia fantasia.
Taccia ormai Lucano là dove parla del misero Sabello e di Nasidio, e stia attento ad ascoltare ciò che ora viene fuori.
97

Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;AGché se quello in serpente e quella in fonteAHconverte poetando, io non lo 'nvidio;AG

Più non si vanti Ovidio a proposito di Cadmo e di Aretusa; poiché se nei suoi versi trasforma quello in serpente e quella in fonte, io non lo invidio;
Taccia Ovidio di Cadmo e di Aretusa; perché se nei suoi versi trasforma quello in serpente e quella in fonte, io non lo invidio;
100

ché due nature mai a fronte a fronteAHnon trasmutò sì ch'amendue le formeAIa cambiar lor matera fosser pronte.AH

mai infatti egli trasformò due esseri posti l’uno di fronte all’altro in modo che le forme di entrambi fossero in grado di scambiarsi la loro materia.
perché non trasformò mai due nature l'una di fronte all'altra in modo che entrambe le forme fossero pronte a scambiarsi la materia.
103

Insieme si rispuosero a tai norme,AIche 'l serpente la coda in forca fesse,AJe il feruto ristrinse insieme l'orme.AI

(Le due nature) si corrisposero l’una all’altra secondo questa regola, il serpente divise la sua coda in forma di forca, e il trafitto unì insieme i suoi piedi.
Si corrisposero a vicenda con queste regole: il serpente divise la coda in una forca, e il ferito strinse insieme i piedi.
106

Le gambe con le cosce seco stesseAJs'appiccar sì, che 'n poco la giunturaAKnon facea segno alcun che si paresse.AJ

Le gambe, e nel medesimo tempo le cosce, si fusero insieme a tal punto, che in breve la linea d’unione non mostrava più alcun segno che fosse visibile.
Le gambe e le cosce si attaccarono tra loro così che in poco tempo la giuntura non lasciava alcun segno visibile.
109

Togliea la coda fessa la figuraAKche si perdeva là, e la sua pelleALsi facea molle, e quella di là dura.AK

La coda divisa prendeva la forma che si perdeva nell’uomo, e la sua pelle diveniva morbida (come quella dell’uomo), mentre quell’altra s’induriva (come quella del serpente).
La coda biforcuta prendeva la forma che lì si perdeva, e la sua pelle si faceva morbida, e quella dell'altro dura.
112

Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,ALe i due piè de la fiera, ch'eran corti,AMtanto allungar quanto accorciavan quelle.AL

Vidi le braccia ritirarsi attraverso le ascelle, e i due piedi della bestia, che erano corti, allungarsi tanto quanto quelle si accorciavano.
Io vidi le braccia entrare per le ascelle, e i due piedi della bestia, che erano corti, allungarsi tanto quanto quelle si accorciavano.
115

Poscia li piè di retro, insieme attorti,AMdiventaron lo membro che l'uom cela,ANe 'l misero del suo n'avea due porti.AM

Poi i piedi posteriori, attorcigliati l’uno all’altro, si trasformarono nel membro che l’uomo nasconde, e l’ infelice dal suo membro aveva fatto uscire due piedi.
Poi i piedi posteriori, attorcigliati insieme, diventarono il membro che l'uomo nasconde, e il misero dal suo ne aveva fatti spuntare due (zampe).
118

Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro velaANdi color novo, e genera 'l pel susoAOper l'una parte e da l'altra il dipela,AN

121

l'un si levò e l'altro cadde giuso,AOnon torcendo però le lucerne empie,APsotto le quai ciascun cambiava muso.AO

Mentre il fumo ricopriva di nuovo colore sia l’uno che l’altro, e faceva spuntare il pelo sul serpente privandone l’uomo, uno si alzò (quello che era serpente) e l’altro (quello che era uomo) piombò a terra, senza che per questo l’uno distogliesse dall’altro gli occhi malvagi, sotto i quali ognuno mutava volto.
Mentre il fumo vela l'uno e l'altro di un colore nuovo, e fa nascere il pelo su una parte e lo toglie dall'altra, uno si alzò e l'altro cadde giù, senza però distogliere gli occhi malvagi, sotto i quali ciascuno cambiava muso.
124

Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,APe di troppa matera ch'in là venneAQuscir li orecchi de le gote scempie;AP

Quello che era in piedi, ritirò il suo muso verso le tempie, e per l’eccessiva materia che in quella parte della testa si raccolse, vennero fuori dalle gote, che in precedenza ne erano prive, le orecchie:
Quello che stava dritto lo tirò verso le tempie, e dalla troppa materia che venne in quella parte uscirono le orecchie dalle guance lisce;
127

ciò che non corse in dietro e si ritenneAQdi quel soverchio, fé naso a la facciaARe le labbra ingrossò quanto convenne.AQ

ciò che di quell’eccesso di materia non si ritirò e rimase dov’era, formò il naso per il volto, e ingrossò le labbra quanto fu necessario.
ciò che non corse indietro e rimase di quell'eccesso fece il naso alla faccia e ingrossò le labbra quanto occorreva.
130

Quel che giacea, il muso innanzi caccia,ARe li orecchi ritira per la testaAScome face le corna la lumaccia;AR

Quello che stava disteso a terra, aguzzò il proprio volto, e ritirò le orecchie dentro la testa, come la lumaca fa con le sue corna;
Quello che giaceva spinge avanti il muso, e ritira le orecchie dentro la testa come la lumaca fa con le corna;
133

e la lingua, ch'avea unita e prestaASprima a parlar, si fende, e la forcutaATne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.AS

e la lingua, che in precedenza aveva avuto tutta d’un pezzo e pronta a parlare, si divise, mentre quella biforcuta nell’altro divenne unita; e il fumo cessò.
e la lingua, che prima aveva unita e pronta a parlare, si divide, e quella biforcuta nell'altro si richiude; e il fumo cessa.
136

L'anima ch'era fiera divenuta,ATsuffolando si fugge per la valle,AUe l'altro dietro a lui parlando sputa.AT

Lo spirito che si era trasformato in serpente, fuggì sibilando per la bolgia, e l’altro parlando sputò dietro di lui.
L'anima che era diventata bestia fugge fischiando per la valle, e l'altro dietro di lui sputa parlando.
139

Poscia li volse le novelle spalle,AUe disse a l'altro: «I' vo' che Buoso corra,AVcom'ho fatt'io, carpon per questo calle».AU

Quindi gli voltò le spalle formale da poco, e disse all’altro (al ladro che non ha subìto metamorfosi): "Voglio che Buoso corra carponi per questo sentiero, come ho fatto io".
Poi gli voltò le spalle nuove, e disse all'altro: «Voglio che Buoso corra carponi per questa strada, come ho fatto io».
142

Così vid'io la settima zavorraAVmutare e trasmutare; e qui mi scusiAWla novità se fior la penna abborra.AV

Vidi in tal modo i dannati della settima bolgia trasformarsI e scambiarsi le fattezze; e a questo proposito la straordinarietà dell’argomento valga a scusarmi, se il mio scrivere manca un poco di chiarezza.
Così vidi la zavorra della settima bolgia mutare e trasformarsi; e qui mi scusi la novità della materia se la mia penna divaga un poco.
145

E avvegna che li occhi miei confusiAWfossero alquanto e l'animo smagato,AXnon poter quei fuggirsi tanto chiusi,AW

148

ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;AXed era quel che sol, di tre compagniAYche venner prima, non era mutato;AX

E sebbene i miei occhi fossero alquanto disorientati, e l’animo sgomento, quei due non poterono allontanarsi tanto di nascosto, che io non riuscissi a distinguere chiaramente Puccio Sciancato; ed era il solo, dei tre dannati che prima erano sopraggiuntí insieme, che non aveva subìto trasformazioni:
E benché i miei occhi fossero alquanto confusi e l'animo smarrito, quelli non poterono fuggire così nascosti che io non riconoscessi bene Puccio Sciancato; ed era quello che, solo dei tre compagni venuti prima, non si era trasformato;
151

l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.AY

l’altro era quello a causa del quale, tu, Gaville, ti lamenti.
l'altro era quello che tu, Gaville, piangi.

Riassunto del canto XXV

Dopo aver predetto a Dante la sconfitta dei Bianchi ad opera di Moroello Malaspina, Vanni Fucci alza le mani in un gesto osceno contro Dio, ma due serpenti si avventano immediatamente contro di lui, ponendo termine all’ostentazione di tanta superbia. Il ladro pistoiese, con le braccia e il collo chiusi, nelle loro spire, fugge inseguito dal centauro Caco, colpevole anche quest’ultimo di furto eseguito con frode. Tre dannati vengono nel frattempo a fermarsi sotto l’argine roccioso dal quale i due pellegrini hanno assistito alla trasformazione di Vanni Fucci in cenere, alla sua riconversione in figura di uomo, alla sua punizione ad opera dei serpenti. Nuove, più allucinanti metamorfosi si svolgono sotto i loro occhi. Un serpente munito di sei piedi si lancia contro uno di questi ladri e si abbarbica al suo corpo come l’edera ad un albero. Come se fosse di cera la forma umana si trasferisce in quella del serpente, mentre questa, a sua volta, si perde in quella dell’uomo. Il risultato di questa innaturale fusione è un mostro dall’aspetto indefinibile, che incomincia a percorrere in silenzio, con lento passo, il fondo della bolgia. Non appena questa metamorfosi si è compiuta, un serpentello - che è uno dei peccatori già trasformati - con la velocità di un fulmine trafigge l’ombelico ad un altro dei tre ladri, ricadendo poi a terra davanti a lui come privo di forze, stregato. Mentre il serpente e l’uomo si guardano negli occhi attraverso il fumo che, uscendo dalla bocca del rettile si scontra con quello che si sprigiona dalla ferita dell’uomo, avviene la terza delle trasformazioni della settima bolgia, quella che nessuno dei poeti antichi è riuscito ad immaginare: l’uomo assume a poco a poco le fattezze del serpente che gli sta davanti, questo si. trasforma nel dannato che ha ferito. La pena di coloro che in vita privarono il prossimo di beni materiali sui quali non potevano accampare alcun diritto, è di essere privati del solo bene inalienabile di cui, per legge di natura, un uomo può disporre: la propria figura umana.

In breve

Dove e chi
  1. VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il tratto più saliente della figura di Vanni Fucci non è, come vorrebbero alcuni studiosi, la bestialità allo stato puro (in altre parole: l’assenza in lui di qualsiasi sensibilità morale) quanto piuttosto la consapevolezza esasperata di questa bestialità, un dolore che non trova misure umane cui adeguarsi, una disperazione che arriva a prescindere dal mondo, dagli esseri, dai valori, per negare direttamente, in Dio, il loro principio. Poiché la superbia del ladro pistoiese ricorda al Poeta quella di Capaneo, il parallelo tra il personaggio di Vanni Fucci e quello del grande che cadde a Tebe giù da’ muri è divenuto un luogo comune della critica dantesca. Ciò che occorre tuttavia rilevare non sono tanto gli aspetti che accomunano queste due figure di dannati, quanto i tratti che li distinguono. Capaneo esprime una concezione ancora fondamentalmente precristiana del senso della nostra presenza nel mondo. Sulla base delle suggestioni classiche (Stazio), Dante propone nell’episodio del canto XIV, la contrapposizione, tipica della tragedia antica, dell’eroe al fato, della volontà cosciente (qual io fui vivo, tal son morto) - che in sé sola trova il proprio sostegno, la propria legittimazione ultima - all’arbitrio del mondo, e degli eventi. Questa contrapposizione, mentre esalta al massimo la grandezza dell’uomo, finisce col separarlo dal senso dell’essere in generale, ne rende incomprensibíli, assurde, l’origine e la destinazione: tra uomo e mondo, nella concezione tragica del paganesimo, esiste un divario incolmabile. Capaneo dipinge Giove, Vulcano, i Ciclopi, in chiave ironica: l’universo intero, campo nel quale agiscono forze smisurate ma cieche, volte alla sopraffazione reciproca più che ad un armonico coesistere (l’Olimpo, come lo vede il grande vinto, somiglia più ad un caos che ad un cosmo), è colto dal panico, esita, rivela la propria insufficienza (non ne potrebbe aver vendetta allegra) di fronte alla razionalità che nell’eroe si manifesta e lo sottopone a giudizio. In Capaneo non c’è scissione interiore, ma limpida coerenza. La sua colpevolezza è tale soltanto agli occhi di Dante, il quale, dopo essere stato colpito dalla sua statura morale (l’essere indomabile, il grande, colui che non si piega), la nega violentemente, attraverso le parole di Virgilio, in nome di una concezione superiore. Un cristiano non può vedere infatti nel mondo solo il dispiegarsi dell’irrazionale e nell’uomo la negazione, intransigente ed astratta, di questo irrazionale, ma considera mondo e uomo radicati in una stessa sapienza che li trascende e volti a recuperare, attraverso l’errore e il dolore, il senso della loro perfezione originaria.

Ciò che distingue in primo luogo Vanni Fucci da Capaneo è la piena consapevolezza che il primo ha della propria miseria morale: in lui la giustizia divina opera anzitutto dall’interno, come incancellabile rimprovero della coscienza. La sua sfrontata autoglorificazione iniziale (son Vanni Fucci bestia..) non è in alcun modo contraddetta dalla vergogna (e di trista vergogna si dipinse) che lo coglie in un secondo tempo, originandosi entrambe entro uno stesso abisso di disperazione, nel consenso, che il dannato non può rifiutare (se non, per un attimo - sfuggendo a se stesso - attraverso l’irrazionalità della bestemmia), alla giustizia della condanna infertagli da Dio. Vanni Fucci cerca di evadere dalla prigione della propria coscienza prima attraverso il male che la sua profezia è destinata ad arrecare a Dante (e detto l’ho perché doler ti debbia!), poi, con scatto imprevedibile e assurdo, attraverso il gesto sacrilego delle fiche, accompagnato dalla sua apostrofe a Dio.

Se proprio nell’affermazione che, con parole e con atti, Vanni Fucci fa della propria natura inumana, lo spirito è continuamente presente a se stesso e i valori etici dolorosamente illuminano la coscienza di questo peccatore, ai ladri fiorentini, protagonisti del canto XXV, «l’arte del poeta ha negato qualsiasi tratto di individuazione umana». Nel ladro pistoiese "lo spirito muore nell’abbrutimento dopo essersi esaltato; qui lo spirito è morto non rimane se non la materia eternamente affaticata da una necessità che pare meccanica" (Rossì-Frascino).

La tonalità del canto XXV è stata magistralmente additata dal Momigliano - in un suo saggio del 1916 nello smarrimento del Poeta di fronte al perdersi di ciò che è peculiarmente umano (forma del corpo, capacità di esprimersi, coscienza) nella materia.

"Sotto la fredda malia della nitida metamorfosi palpita, muto, tremendo, religioso, il dramma dell’anima che si smarrisce nel corpo bruto. La precisa materialità di quelle descrizioni, la mancanza di ogni suggestione sentimentale, non sono che il mezzo onde si rileva la silenziosa morte dello spirito."

Ma la religiosità dantesca non è mai disgiunta dalla fermezza di un lucido possesso intellettuale. Il tema delle metamorfosi cantate da Ovidio e Lucano acquista, nel canto dei ladri, una dimensione ignorata dagli antichi, non solo per la presenza in esso degli elementi religioso e morale, ma anche per il fatto di essere ripensato in chiave scientifico-dottrinale. La favola antica perde ogni vaghezza di contorni, per essere sottoposta al vaglio di una mentalità logica, incurante dello scintillio delle apparenze. Tradotto nei termini della filosofia aristotelica, il mito si rivela incredibile, fallace (cfr. in particolare i versi 100-102), ma il Poeta - secondo quanto ha chiaramente mostrato il Mattalia - lo correda "di un nuovo attributo di credibilità o verosimiglianza dedotto dal postulato teologico che Dio, quei che puote, può realmente, con la sua divina arte, operare infrangendo le barriere delle leggi naturali. Restando cosi salvo... il valore divinatorio che la cultura medievale... riconosceva alle favole dei grandi poeti pagani".

Personaggi del canto XXV

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Dannato

Vanni Fucci

Inferno · VIII cerchio, ladri

Pistoiese che rubò in una chiesa; morso da un serpente, si incenerisce e risorge.

Dannato

Cianfa Donati

Inferno · VIII cerchio, ladri

Ladro fiorentino dei Donati: in forma di serpente a sei piedi si fonde con Agnello Brunelleschi.

Dannato

Agnello Brunelleschi

Inferno · VIII cerchio, ladri

Ladro fiorentino: un serpente a sei piedi gli si avvinghia e i due corpi si fondono in uno solo.

Dannato

Buoso

Inferno · VIII cerchio, ladri

Ladro fiorentino che, morso da un serpentello, scambia con lui la forma: l'uomo diventa serpente.

Dannato

Puccio Sciancato

Inferno · VIII cerchio, ladri

Ladro fiorentino dei Galigai: è l'unico dei tre compagni a non subire alcuna trasformazione.

Dannato

Francesco Cavalcanti

Inferno · VIII cerchio, ladri

Ladro fiorentino che da serpente torna uomo scambiando la forma con Buoso; la sua morte costò cara a Gaville.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

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Fonti
Inferno · Canto XXV Approfondito

«Taccia Lucano»: la sfida ai classici

vv. 94-99Taccia Lucano ormai là dove toccadel misero Sabello e di Nasidio,e attenda a udir quel ch'or si scocca.Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;ché se quello in serpente e quella in fonteconverte poetando, io non lo 'nvidio;Leggi nel testo

Nel canto XXV Dante descrive trasformazioni ancora più incredibili: un uomo e un serpente si fondono in un solo mostro; un altro uomo e un serpente si scambiano la forma, l'uno diventa rettile e l'altro uomo. Prima di raccontarle, Dante si rivolge con orgoglio ai due grandi poeti latini delle metamorfosi.

«Taccia Lucano», dice, e taccia Ovidio: le loro trasformazioni erano meno straordinarie. Ovidio ha trasformato Cadmo in serpente e Aretusa in fonte, ma non ha mai fatto scambiare la forma a due nature diverse, faccia a faccia. È uno dei rari momenti in cui Dante si proclama superiore ai suoi modelli.

Non è un caso isolato: nel canto IV Dante si era unito ai grandi poeti antichi come sesto della loro schiera. Qui fa un passo in più e li sfida sul loro stesso terreno. Le due richieste di attenzione al lettore, all'inizio e alla fine del canto, sottolineano quanto fosse difficile mettere in versi queste scene.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Le metamorfosi dei ladri

Ne parla la scheda «La fenice e il serpente» (Inf. XXIV).

Lettore, se tu se' or lento

Ne parla la scheda «Gli appelli al lettore» (Purg. XVII).

Vanni Fucci

Compare anche in un altro canto.