Ugolino, un sacrificio rifiutato
vv. 58-63ambo le man per lo dolor mi morsi;ed ei, pensando ch'io 'l fessi per vogliadi manicar, di subito levorsie disser: "Padre, assai ci fia men dogliase tu mangi di noi: tu ne vestistiqueste misere carni, e tu le spoglia".Leggi nel canto
Il conte Ugolino della Gherardesca rode il cranio dell'arcivescovo Ruggieri, che lo tradì e lo fece morire di fame nella torre di Pisa insieme ai figli e ai nipoti. Nel racconto di Ugolino, i figli, vedendolo mordersi le mani per il dolore, si offrono a lui come cibo: «Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi».
Lo studioso americano John Freccero, e dopo di lui Ezio Raimondi, hanno letto l'episodio come un rovesciamento del sacrificio di Cristo. Le parole dei figli ricordano l'offerta del corpo nell'Eucaristia. Ugolino però non capisce quel gesto d'amore: il suo cuore è pietrificato dall'odio e dalla vendetta, e non riesce neppure a piangere.
Se avesse accolto l'offerta come atto d'amore, il dolore per i figli forse sarebbe diventato pentimento e lo avrebbe salvato. Il celebre verso finale, «Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno», resta volutamente ambiguo: ha fatto discutere per secoli se Ugolino sia morto di fame o abbia mangiato i figli.