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Testo e parafrasi del canto XXXII
Parafrasi
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1
S'io avessi le rime aspre e chiocce,Acome si converrebbe al tristo bucoBsovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,A
Se i miei versi fossero aspri e striduli in misura adeguata al malvagio cerchio sopra il quale premono tutte le altre rocce, io esprimerei più compiutamente la sostanza dei mio pensiero;
Se avessi rime aspre e stridenti, come sarebbero adatte al triste buco sopra il quale poggiano tutte le altre rocce (i cerchi dell'inferno),
4
io premerei di mio concetto il sucoBpiù pienamente; ma perch'io non l'abbo,Cnon sanza tema a dicer mi conduco;B
7
ché non è impresa da pigliare a gabboCdiscriver fondo a tutto l'universo,Dné da lingua che chiami mamma o babbo.C
10
Ma quelle donne aiutino il mio versoDch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,Esì che dal fatto il dir non sia diverso.D
ma dal momento che non dispongo di tali versi, non senza timore mi accingo a parlare; poiché non è un’impresa da prendere alla leggiera descrivere il centro di tutto l’universo (nel sistema tolemaico il centro della terra coincide con il centro dell’universo; esso, nel mondo immaginato da Dante, è occupato da Lucifero, che si trova nel punto centrale dei nono cerchio), né tale da essere espressa da una lingua infantile ma soccorrano il mio poetare le Muse che aiutarono Anfione a cingere Tebe di mura, in modo che le mie parole non si allontanino dalla realtà.
esprimerei il succo del mio pensiero in modo più completo; ma poiché non le ho, non senza timore mi accingo a parlare; perché descrivere il fondo di tutto l'universo non è un'impresa da prendere per scherzo, né da una lingua che dice mamma e papà. Ma quelle donne (le Muse) che aiutarono Anfione a cingere Tebe di mura aiutino il mio verso, così che le parole non siano diverse dai fatti.
13
Oh sovra tutte mal creata plebeEche stai nel loco onde parlare è duro,Fmei foste state qui pecore o zebe!E
O anime più delle altre sciagurate che state nel luogo del quale è arduo parlare, meglio per voi se nel mondo foste state pecore o capre!
Oh plebe creata male più di tutte, che stai nel luogo di cui è difficile parlare, meglio sarebbe stato che foste state quaggiù pecore o capre!
16
Come noi fummo giù nel pozzo scuroFsotto i piè del gigante assai più bassi,Ge io mirava ancora a l'alto muro,F
Non appena fummo in fondo al buio pozzo assai più in basso dei piedi del gigante (poiché la superficie ghiacciata di Cocito è inclinata verso il suo centro e Anteo ha deposto i due pellegrini ad una certa distanza da sé, questi si trovano in un luogo più basso di quello ove il gigante poggia i piedi), e io guardavo ancora l’alta parete (del pozzo), udii dirmi: " Fai attenzione a come cammini;
Quando fummo giù nel pozzo buio, molto più in basso dei piedi del gigante, e io guardavo ancora l'alta parete,
19
dicere udi'mi: «Guarda come passi:Gva sì, che tu non calchi con le pianteHle teste de' fratei miseri lassi».G
avanza, in modo da non calpestare con i piedi le teste degli infelici fratelli doloranti (di noi, che fummo uomini come te, e quindi siamo tuoi fratelli) ".
mi sentii dire: «Guarda come cammini: procedi in modo da non calpestare con i piedi le teste dei miseri fratelli sfiniti».
22
Per ch'io mi volsi, e vidimi davanteHe sotto i piedi un lago che per geloIavea di vetro e non d'acqua sembiante.H
Perciò mi volsi, e vidi stendersi davanti a me e sotto i miei piedi un lago che sembrava di vetro e non d’acqua.
Per cui mi voltai, e mi vidi davanti e sotto i piedi un lago che, per il gelo, aveva l'aspetto di vetro e non di acqua.
25
Non fece al corso suo sì grosso veloIdi verno la Danoia in Osterlicchi,Jné Tanai là sotto 'l freddo cielo,I
Il Danubio in Austria (la Danoia in Osterlicchi), o il Don sotto il freddo cielo boreale non formano durante l’inverno una crosta di ghiaccio così spessa, sullo scorrere delle loro acque, come quella che si trovava in quel posto;
Il Danubio in Austria d'inverno non fece mai sulla sua corrente una crosta di ghiaccio così spessa, né il Don là sotto il cielo freddo,
28
com'era quivi; che se TambernicchiJvi fosse sù caduto, o Pietrapana,Knon avria pur da l'orlo fatto cricchi.J
infatti se il monte Tambura, o la Pania della Croce (due montagne delle Alpi Apuane) vi fossero caduti sopra, non avrebbe scricchiolato nemmeno dalla parte dei margine (dove lo spessore del ghiaccio è minore).
come era lì; perché se vi fosse caduto sopra il Tambura o la Pania, non avrebbe fatto “cricch” nemmeno sull'orlo.
31
E come a gracidar si sta la ranaKcol muso fuor de l'acqua, quando sognaLdi spigolar sovente la villana;K
34
livide, insin là dove appar vergognaLeran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,Mmettendo i denti in nota di cicogna.L
E come la rana sta a gracidare col muso fuori dell’acqua, nel periodo estivo, quando la contadina sogna spesso di raccogliere il grano, allo stesso modo, livide, le ombre dei dannati erano confitte nel ghiaccio fino al punto nel quale la vergogna si manifesta (solo il viso sporgeva cioè dalla superficie ghiacciata), emettendo, col battere dei denti, un suono simile a quello prodotto dalle cicogne.
E come la rana sta a gracidare col muso fuori dall'acqua, nella stagione in cui la contadina sogna spesso di spigolare, così, lividi fino al punto dove appare la vergogna (il viso), stavano nel ghiaccio le ombre dolenti, battendo i denti col suono della cicogna.
37
Ognuna in giù tenea volta la faccia;Mda bocca il freddo, e da li occhi il cor tristoNtra lor testimonianza si procaccia.M
Ognuna teneva il volto abbassato: in loro il freddo è attestato dalla bocca (attraverso il battere dei denti), e il dolore dagli occhi.
Ciascuna teneva la faccia rivolta in giù; tra loro il freddo si fa testimoniare dalla bocca, e il cuore triste dagli occhi.
40
Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,Nvolsimi a' piedi, e vidi due sì stretti,Oche 'l pel del capo avieno insieme misto.N
Dopo essermi alquanto guardato intorno, rivolsi lo sguardo ai miei piedi, e vidi due così vicini, che avevano i capelli mescolati insieme.
Dopo che mi fui guardato un po' intorno, mi voltai verso i piedi, e vidi due così stretti che avevano mescolato insieme i capelli.
43
«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,Odiss'io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;Pe poi ch'ebber li visi a me eretti,O
46
li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,Pgocciar su per le labbra, e 'l gelo strinseQle lagrime tra essi e riserrolli.P
" Ditemi, voi che così strettamente siete abbracciati ", dissi, " chi siete? " E quelli alzarono la testa; e dopo che ebbero levato lo sguardo verso di me, i loro occhi, che prima erano bagnati dalle lagrime soltanto all’interno, le lasciarono cadere fino alle labbra, e il gelo le trasformò in ghiaccio fra loro e li strinse l’uno all’altro.
«Ditemi, voi che stringete così i petti l'uno contro l'altro», dissi, «chi siete?». E quelli piegarono il collo; e dopo che ebbero alzato il viso verso di me, i loro occhi, che prima erano umidi solo dentro, gocciolarono giù fino alle labbra, e il gelo strinse le lacrime tra le palpebre e le richiuse.
49
Con legno legno spranga mai non cinseQforte così; ond'ei come due becchiRcozzaro insieme, tanta ira li vinse.Q
Una spranga di ferro non tenne mai così fortemente unito un pezzo di legno ad un altro pezzo di legno; per cui essi come due arieti cozzarono l’uno contro l’altro, tanta fu l’ira che li sopraffece.
Mai una spranga strinse così forte legno a legno; per cui essi cozzarono insieme come due caproni, tanta ira li vinse.
52
E un ch'avea perduti ambo li orecchiRper la freddura, pur col viso in giùe,Sdisse: «Perché cotanto in noi ti specchi?R
Ed uno di loro che a causa del freddo aveva perduto entrambi gli orecchi, continuando a tenere il viso abbassato, disse: " Perché ci fissi tanto intensamente?
E uno che aveva perso tutte e due le orecchie per il freddo, sempre con il viso in giù, disse: «Perché ti specchi tanto in noi?
55
Se vuoi saper chi son cotesti due,Sla valle onde Bisenzo si dichinaTdel padre loro Alberto e di lor fue.S
Se vuoi apprendere chi sono questi due, sappi che la valle attraverso la quale scende il fiume Bisenzio appartenne al loro padre Alberto ed a loro.
Se vuoi sapere chi sono questi due, la valle da cui scende il Bisenzio appartenne al loro padre Alberto e a loro.
58
D'un corpo usciro; e tutta la CainaTpotrai cercare, e non troverai ombraUdegna più d'esser fitta in gelatina;T
Furono generati da una medesima madre; e potrai cercare per tutta la Caina, senza trovare un dannato più meritevole di essere confitto nel ghiaccio;
Uscirono da un solo corpo (furono fratelli); e potrai cercare in tutta la Caina e non troverai un'ombra più degna di essere conficcata nel ghiaccio;
61
non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombraUcon esso un colpo per la man d'Artù;Vnon Focaccia; non questi che m'ingombraU
64
col capo sì, ch'i' non veggio oltre più,Ve fu nomato Sassol Mascheroni;Wse tosco se', ben sai omai chi fu.V
non colui del quale, per mano di Artù, il petto e l’ombra furono trafitti da un solo colpo di lancia; non Focaccia; non costui che mi ostruisce la vista con la sua testa, in modo che io non riesco a vedere più in là, ed ebbe nome Sassolo Mascheroni: se sei toscano, sai bene ormai di chi parlo. Focaccia è il soprannome del pistoiese di parte bianca Vanni dei Cancellieri, reo di aver ucciso proditoriamente il cugino Detto dei Cancellieri.
non quello a cui fu squarciato il petto, e con esso l'ombra, da un solo colpo della mano di Artù (Mordred); non Focaccia; non questo che mi impedisce la vista con la testa, così che non vedo più oltre, e si chiamò Sassolo Mascheroni; se sei toscano, ormai sai bene chi fu.
67
E perché non mi metti in più sermoni,Wsappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;Xe aspetto Carlin che mi scagioni».W
E perché tu non mi faccia più oltre parlare, sappi che fui Camicione dei Pazzi; e aspetto Carlino che mi faccia apparire meno colpevole ".
E perché tu non mi costringa a parlare di più, sappi che io fui Camicione de' Pazzi; e aspetto Carlino, che con la sua colpa mi faccia sembrare meno colpevole».
70
Poscia vid'io mille visi cagnazziXfatti per freddo; onde mi vien riprezzo,Ye verrà sempre, de' gelati guazzi.X
Poi vidi un’infinità di volti resi paonazzi dal freddo; per cui sento un brivido, e lo sentirò sempre, al pensiero degli stagni ghiacciati.
Poi vidi mille visi diventati paonazzi per il freddo; per cui mi vengono i brividi, e mi verranno sempre, alla vista degli specchi d'acqua ghiacciati.
73
E mentre ch'andavamo inver' lo mezzoYal quale ogne gravezza si rauna,Ze io tremava ne l'etterno rezzo;Y
76
se voler fu o destino o fortuna,Znon so; ma, passeggiando tra le teste,AAforte percossi 'l piè nel viso ad una.Z
79
Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?AAse tu non vieni a crescer la vendettaABdi Montaperti, perché mi moleste?».AA
E mentre avanzavamo in direzione del centro (della terra e dell’universo) verso il quale ogni peso converge, e io tremavo nella gelida ombra eterna, se lo feci deliberatamente o per volontà di Dio o per caso, non so; ma, mentre passeggiavo fra le teste, colpii violentemente col piede una di queste nel volto. Piangendo mi rimproverò: " Perché mi percuoti? se tu non vieni ad accrescere la punizione assegnatami a causa di Montaperti, perché mi tormenti? " Ed io:
E mentre andavamo verso il centro, al quale converge ogni peso, e io tremavo nel freddo eterno, se fu volontà o destino o caso, non lo so; ma, camminando tra le teste, colpii forte col piede il viso di una. Piangendo mi gridò: «Perché mi pesti? Se non vieni ad aumentare la punizione di Montaperti, perché mi tormenti?».
82
E io: «Maestro mio, or qui m'aspetta,ABsi ch'io esca d'un dubbio per costui;ACpoi mi farai, quantunque vorrai, fretta».AB
"Maestro, aspettami ora qui, in modo che io chiarisca un mio dubbio per mezzo di costui; poi mi farai affrettare quanto vorrai ".
E io: «Maestro mio, ora aspettami qui, così che io mi tolga un dubbio a proposito di costui; poi mi farai fretta quanto vorrai».
85
Lo duca stette, e io dissi a coluiACche bestemmiava duramente ancora:AD«Qual se' tu che così rampogni altrui?».AC
Virgilio si fermò, e io dissi a quello che continuava ad imprecare aspramente: "Chi sei tu che mi rimproveri in modo così violento?
La guida si fermò, e io dissi a colui che ancora bestemmiava duramente: «Chi sei tu che rimproveri così gli altri?».
88
«Or tu chi se' che vai per l'Antenora,ADpercotendo», rispuose, «altrui le gote,AEsì che, se fossi vivo, troppo fora?».AD
" " Di’ tu piuttosto chi sei che cammini per l’Antenora colpendo " rispose "le guance a me, in modo che, se io fossi vivo, la tua sarebbe un’offesa troppo grave (cioè: saprei vendicarmi)? ".
«Ora tu chi sei, che vai per l'Antenora colpendo», rispose, «le guance degli altri, così che, se fossi vivo, sarebbe troppo?».
91
«Vivo son io, e caro esser ti puote»,AEfu mia risposta, «se dimandi fama,AFch'io metta il nome tuo tra l'altre note».AE
" Son io che sono vivo, e ti può essere gradito " risposi, " se desideri fama, che io registri il tuo nome tra le altre cose che ricorderò. " Ed egli:
«Io sono vivo, e ti può essere gradito», fu la mia risposta, «se cerchi fama, che io metta il tuo nome tra gli altri ricordi».
94
Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.AFLèvati quinci e non mi dar più lagna,AGché mal sai lusingar per questa lama!».AF
" Desidero proprio l’opposto; va via di qua e non mi dare più fastidio, perché senza risultato usi le tue lusinghe in questa bassura!
E lui a me: «Io desidero il contrario. Togliti di qui e non darmi più fastidio, perché sai lusingare male in questa valle!».
97
Allor lo presi per la cuticagna,AGe dissi: «El converrà che tu ti nomi,AHo che capel qui sù non ti rimagna».AG
" Allora lo afferrai per la collottola, e dissi: " Occorrerà che tu dica il tuo nome, o che nemmeno un capello rimanga sulla tua testa". Per cui egli:
Allora lo presi per la collottola e dissi: «Bisognerà che tu dica il tuo nome, o che qui sopra non ti rimanga un capello».
100
Ond'elli a me: «Perché tu mi dischiomi,AHné ti dirò ch'io sia, né mosterrolti,AIse mille fiate in sul capo mi tomi».AH
"Per il fatto che tu mi strappi i capelli, né ti dirò chi sono, né te lo rivelerò, se anche tu mi cada sulla testa mille volte ".
Per cui lui a me: «Anche se mi strappi i capelli, non ti dirò chi sono, né te lo mostrerò, anche se mi piombi addosso sulla testa mille volte».
103
Io avea già i capelli in mano avvolti,AIe tratto glien'avea più d'una ciocca,AJlatrando lui con li occhi in giù raccolti,AI
106
quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?AJnon ti basta sonar con le mascelle,AKse tu non latri? qual diavol ti tocca?».AJ
lo avevo già afferrato e attorcigliato i suoi capelli, e gliene avevo strappati più di una ciocca, mentre egli latrava con gli occhi ostinatamente volti in basso, allorché un altro gridò: " Che ti prende, Bocca? non ti basta battere i denti? hai bisogno anche di latrare? quale diavolo ha messo la mano su di te?
Io avevo già i capelli avvolti in mano, e gliene avevo strappata più di una ciocca, mentre lui latrava con gli occhi rivolti in basso, quando un altro gridò: «Che hai, Bocca? Non ti basta battere i denti, se non latri anche? Quale diavolo ti tormenta?».
109
«Omai», diss'io, «non vo' che più favelle,AKmalvagio traditor; ch'a la tua ontaALio porterò di te vere novelle».AK
" " Ormai " dissi " non ho più bisogno che tu parli, perverso traditore; ìnfatti, per aumenta. re la tua vergogna, io porterò notizie vere sul tuo conto.
«Ormai», dissi io, «non voglio che tu parli più, malvagio traditore; perché a tua vergogna porterò di te notizie vere».
112
«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;ALma non tacer, se tu di qua entro eschi,AMdi quel ch'ebbe or così la lingua pronta.AL
" " Vattene " rispose, " e racconta ciò che vuoi; ma non tralasciare, se potrai uscire di qui, di menzionare colui che poco fa è stato così pronto a parlare.
«Vattene», rispose, «e racconta ciò che vuoi; ma, se esci di qui dentro, non tacere di quello che ora ha avuto la lingua così pronta.
115
El piange qui l'argento de' Franceschi:AM"Io vidi", potrai dir, "quel da DueraANlà dove i peccatori stanno freschi".AM
Egli è punito qui per il denaro ricevuto dai Francesi: "Io vidi" potrai dire "quello di Dovera là dove i dannati soffrono il freddo ".
Qui piange il denaro dei Francesi: “Io vidi”, potrai dire, “quello da Duera là dove i peccatori stanno al fresco”.
118
Se fossi domandato "Altri chi v'era?",ANtu hai dallato quel di BeccheriaAOdi cui segò Fiorenza la gorgiera.AN
Se ti venisse chiesto "Chi altro c’era?", sappi che accanto a te si trova quello dei Beccaria al quale Firenze tagliò il collo.
Se ti fosse domandato “Chi altri c'era?”, hai accanto quello di Beccheria, al quale Firenze tagliò la gola.
121
Gianni de' Soldanier credo che siaAOpiù là con Ganellone e Tebaldello,APch'aprì Faenza quando si dormia».AO
Credo che più in là sì trovi Gianni dei Soldanieri con Gano e Tebaldello, che aprì le porte di Faenza di notte.
Gianni de' Soldanieri credo che sia più in là, con Gano e Tebaldello, che aprì le porte di Faenza mentre si dormiva».
124
Noi eravam partiti già da ello,APch'io vidi due ghiacciati in una buca,AQsì che l'un capo a l'altro era cappello;AP
" Ci eravamo già allontanati da lui, quando vidi in una sola buca sepolti nel ghiaccio due dannati, in modo che la testa dell’uno faceva da cappello a quella dell’altro;
Ci eravamo già allontanati da lui, quando vidi due ghiacciati in una sola buca, così che la testa dell'uno faceva da cappello all'altra;
127
e come 'l pan per fame si manduca,AQcosì 'l sovran li denti a l'altro poseARlà 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:AQ
e con la stessa avidità con cui l’affamato mangia il pane, così quello che stava di sopra aveva conficcato i denti nell’altro nel punto in cui il cervello si congiunge al midollo spinale:
e come si mangia il pane per fame, così quello che stava sopra affondava i denti nell'altro là dove il cervello si congiunge con la nuca:
130
non altrimenti Tideo si roseARle tempie a Menalippo per disdegno,ASche quei faceva il teschio e l'altre cose.AR
non diversamente Tideo rose per odio il capo di Menalippo, da come quel dannato rodeva il cranio e il cervello.
non diversamente Tideo rosicchiò per odio le tempie a Menalippo, da come costui faceva con il cranio e le altre parti.
133
«O tu che mostri per sì bestial segnoASodio sovra colui che tu ti mangi,ATdimmi 'l perché», diss'io, «per tal convegno,AS
136
che se tu a ragion di lui ti piangi,ATsappiendo chi voi siete e la sua pecca,AUnel mondo suso ancora io te ne cangi,AT
139
se quella con ch'io parlo non si secca».AU
"O tu che manifesti attraverso un atto così bestiale il tuo odio verso colui che stai divorando, dimmene il motivo" dissi, "a questo patto, che se tu giustamente ti duoli di lui, sapendo chi siete e la sua colpa, su nel mondo io ti possa ricompensare, se quella lingua con la quale io parlo non si inaridirà.".
«O tu che mostri con un segno così bestiale odio contro colui che ti mangi, dimmi il perché», dissi io, «a questo patto, che se tu hai ragione di lamentarti di lui, sapendo chi siete e qual è la sua colpa, io te ne ricompensi ancora nel mondo lassù, se quella con cui parlo (la lingua) non si secca».
Riassunto del canto XXXII
Nella prima zona del nono cerchio (la Caina), confitti nel ghiaccio fino al collo si trovano i traditori dei congiunti. Due di essi appaiono a tal punto vicini che i loro capelli si confondono: sono i fratelli Napoleone ed Alessandro degli Alberti che l’odio di parte e motivi d’interesse inimicarono a tal punto da portarli ad uccidersi l’un l’altro.
Nella seconda zona, detta Antenora, nella quale sono puniti i traditori della patria, Dante colpisce col piede una delle teste che emergono dalla superficie ghiacciata. Il dannato chiede con asprezza il motivo di tanta crudeltà: « Se non lo fai a ragion veduta, al fine di accrescere la punizione inflittami a causa di Montaperti, perché infierisci contro di me? » A tali parole Dante domanda al peccatore di rivelargli il suo nome e gli promette, in cambio, fama tra i vivi. Ma è desiderio del traditore proprio quello di non essere ricordato, per cui intima duramente al Poeta di non importunarlo. Dante allora, afferratolo per i capelli, gliene strappa diverse ciocche, senza che per questo il dannato acconsenta a dichiarare il proprio nome. E’ un suo compagno di pena che appaga il desiderio del pellegrino: il traditore è Bocca degli Abati, colui che a Montaperti recise con un colpo di spada la mano del portainsegna della cavalleria fiorentina.
Allontanatisi da Bocca, i poeti scorgono due dannati confitti in una medesima buca, in modo che la testa di uno sovrasta, come cappello, quella dell’altro. A colui che rode, come per fame, il cranio del suo compagno di pena, Dante rivolge la preghiera di manifestare la causa di un accanimento così disumano, promettendo che, tornato nel mondo dei vivi, rivelerà il misfatto resosi a tal punto meritevole di odio.
In breve
Dove e chi
IX cerchio · Cocito: Traditori. Imprigionati nel ghiaccio: Caina, Antenora, Tolomea, Giudecca.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Oltre che nell’alto e nel medio inferno, neppure in Malebolge la ferma adesione dell’animo di Dante alla misura della giustizia divina era mai andata disgiunta da una sorta di dolente, ammirato stupore per i traguardi che la natura umana aveva saputo talvolta raggiungere in sfere in cui si era, peccaminosamente, proposta come autonoma ed autosufficiente. Anche le più abiette fra le anime del cerchio ottavo risultano poeticamente vive proprio in virtù del fatto che la condanna non le livella in una indifferenziata negatività, ma fa brillare in ciascuna di esse, diversamente riflesso, il rimpianto per una gerarchia di valori alla quale non è loro più consentito tendere. Tale rimpianto - tanto più acuto, quanto più viva è nel peccatore la coscienza della propria colpa - rende dolorosamente problematiche, pur nella fermezza dell’insegnamento che da esse ci viene, le apparizioni di questi esseri sottratti, nell’immutabilità di un presente infinito, alla possibilità di riscattare i loro errori. Come ha ben veduto il Montanari, essendo vive le figure dell’inferno "in forza della tensione spirituale che sorge dalla intuizione teologica del contrasto tra la magnificenza naturale e la sua insufficienza alla salvezza eterna", la poesia della prima cantica «nasce non da una tranquilla esposizione catechetica, ma... dall’accettazione di un dramma che resta teoreticamente irrisolto quando sia accettato non dal punto di vista universale, ma dal punto di vista della concreta individua persona umana».
In presenza dei traditori la disponibilità dell’animo di Dante ad accogliere nella loro complessità angosciosa le voci dell’umano errore - riconoscendo in ciascuna di esse se non altro un tremito di inespressa verità, un accento di sincero dolore per il male compiuto, un fugace ridestarsi della coscienza immersa nelle tenebre - appare notevolmente e, fin dai primi versi del canto XXXII, programmaticamente, limitata. L’attenzione volta al dato espressivo in quanto tale - considerato nella sua astratta tecnicità (s’io avessi le rime aspre e chiocce) - preannuncia infatti il totale, freddo distacco del Poeta di fronte alla sofferenza di queste anime. Tale attenzione viene esplicitamente manifestata nel proposito di trovare termini che si addicano al tristo buco, sul quale - assunto a simbolo di insensibilità ai valori morali - grava il peso di tutta la materia del mondo. Le rocce che su di esso puntan prefigurano la durezza del vincolo che lega le anime dei traditori al loro peccato, la loro irriducibilità al rimorso, alla dialettica che definisce lo spirito in quanto superamento del già compiuto - perché necessariamente imperfetto - in quanto insaziato protendersi verso una perfezione che non è attuale (proiettata nel futuro dai vivi, in un passato che avrebbe potuto essere diverso dai dannati).
Fino all’ultima bolgia dell’ottavo cerchio la condanna espressa dal Poeta nei confronti dei peccatori - ove non si ampliava in una dolorosa considerazione dei motivi che conducono l’uomo a peccare - si era manifestata in motti recisi dai quali emergeva una presa di posizione morale, una prontezza di reagire dell’intelletto volto al bene contro le insidie dell’intelletto sviato. Basti pensare alla conclusione che Dante sa trarre, con il rigore di una deduzione sillogistica, dalla dolorosa presentazione che di sé fa Mosca dei Lamberti; e morte di tua schiatta rappresenta il colpo di grazia che degrada - senza peraltro privarla di una sua tragica statura - questo personaggio da essere capace di esprimersi ad essere chiuso alla parola e alla ragione, a persona trista e matta. Ma i traditori per Dante rappresentano - a differenza dei dannati dei cerchi superiori - l’assoluta identificazione della persona viva con la categoria del peccato, la chiusura completa dell’ « io » nell’isolamento dai suoi simili, nel ripudio delle leggi che emanano da Dio. Con essi nessun dialogo - nemmeno se condotto sul tono di un’aspra requisitoria, di un’impietosa polemica - risulta plausibile: dove ogni residuo di coscienza appare sommerso in una inoperante negazione, in una fedeltà al male compiuto che non ha più nulla di umano, ogni forma di intelligente proposizione di valori, ogni senso delle sfumature vengono da parte del Poeta deliberatamente abbandonati. Alla battuta recisa che nettamente definiva, in termini di opposizione etica ed intellettuale, gli scontri verbali del Poeta con le anime use a malizia di Malebolge, subentra nel nono cerchio, sia da parte di Dante che dei suoi antagonisti, il gesto impulsivo, la carica d’odio incurante di legittimarsi esplicitamente sul piano della ragione. Dante dà per scontato che i traditori meritano solo quest’odio, non l’analisi dei motivi che li indussero a tradire, non il risveglio - doloroso ma nobilitante - in essi, della coscienza. Tale è il significato dell’episodio che con maggior forza s’impone alla nostra attenzione nel canto XXXII (quello di Bocca degli Abati), tale è anche il significato della scelta lessicale e stilistica dal Poeta operata in questo canto. Alla pittura di anime che il rimorso implacabilmente devasta, alla presentazione di situazioni incentrate su una problematica etica fortemente individualizzata, si sostituisce qui un atto d’accusa che coinvolge i traditori considerati, nel loro insieme, assai più come classe degradata (plebe) che come individui in grado di giustificare - sia pure con argomenti fallaci o capziosi - le loro azioni, un’ironia spessa ed opaca (passeggiando tra le teste), una crudeltà allucinante e fredda (il "cozzo" di Napoleone ed Alessandro degli Alberti, paragonati nella loro immobilità a "spranghe", nel loro destarsi al movimento a becchi), in cui l’animus comico e realistico di Dante trova le sue espressioni più impenetrabili e dure.
vv. 22-24Per ch'io mi volsi, e vidimi davantee sotto i piedi un lago che per geloavea di vetro e non d'acqua sembiante.Leggi nel testo
Nell'ultimo cerchio i traditori sono imprigionati nel Cocito, un lago ghiacciato che sembra di vetro. È il punto più lontano da Dio, e il freddo rappresenta l'assenza di amore: il tradimento è il peccato che spegne ogni legame tra le persone.
Gli ultimi canti dell'Inferno e del Paradiso sono costruiti in modo simmetrico. Alla fine di entrambi i viaggi c'è un lago: in basso il ghiaccio del Cocito, prodotto dal male; in alto il lago di luce in cui si specchiano tutti i beati, creato dalla bontà di Dio. E in entrambe le cantiche il canto XXXII è una rassegna di nomi e di volti: i traditori qui, i beati della rosa là.
I legami continuano: il canto XXXII dell'Inferno si chiude con l'incontro con Ugolino, e il XXXIII si apre con il suo racconto; nel Paradiso il XXXII si chiude con san Bernardo pronto a pregare la Vergine, e il XXXIII si apre con la preghiera. In entrambi i casi l'ultimo canto parla di qualcosa che è quasi impossibile da raccontare.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Cocito
Ne parla la scheda «Il Veglio di Creta» (Inf. XIV).