La valle dell'Arno, una galleria di bestie
vv. 46-54Botoli trova poi, venendo giuso,ringhiosi più che non chiede lor possa,e da lor disdegnosa torce il muso.Vassi caggendo; e quant'ella più 'ngrossa,tanto più trova di can farsi lupila maladetta e sventurata fossa.Discesa poi per più pelaghi cupi,trova le volpi sì piene di froda,che non temono ingegno che le occùpi.Leggi nel canto
Tra gli invidiosi, il romagnolo Guido del Duca descrive il corso dell'Arno con un'amarezza terribile: lungo il fiume gli uomini hanno cambiato natura, come se la maga Circe li avesse trasformati in animali.
Scendendo dalla sorgente, l'Arno passa prima tra i «brutti porci» del Casentino, poi tra i «botoli», piccoli cani che abbaiano molto e mordono poco, cioè gli aretini. Poi trova i lupi, i fiorentini avidi, e infine le volpi piene di frode, i pisani. Ogni città diventa una bestia diversa.
Guido parla poi della Romagna, dove le grandi famiglie del passato sono scomparse e la cortesia è perduta. È un altro grande quadro della decadenza politica e morale dell'Italia, legato alla serie dei canti politici. E il lupo dei fiorentini ricorda la lupa del primo canto: la cupidigia di denaro.