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Indice dei canti
Dante, seduto a terra con Virgilio alle spalle, ascolta un uomo dagli occhi cuciti che gesticola; un secondo, accanto, piange a capo chino. Altre anime siedono lungo la roccia; in cielo un fulmine.
Guido del Duca parla a Dante accanto a Rinieri da Calboli, tra gli invidiosi
Purgatorio · II cornice

Purgatorio, Canto XIV

««Chi è costui che 'l nostro monte cerchia…»

Il secondo canto dedicato agli invidiosi si apre con un dialogo fra le anime di due nobili romagnoli, vissuti nel secolo XIII, Guido del Duca e Rinieri da Calboli.

Luogo
II cornice
Anime e colpe
Invidiosi
Versi
151 · 50 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I corniceII cornice  V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
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Testo e parafrasi del canto XIV

Parafrasi
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1

«Chi è costui che 'l nostro monte cerchiaAprima che morte li abbia dato il volo,Be apre li occhi a sua voglia e coverchia?».A

«Chi è questo che percorre i gironi del nostro monte prima che la morte abbia liberato la sua anima dal corpo, e può aprire e chiudere gli occhi secondo il suo desiderio?».
«Chi è costui che gira intorno al nostro monte prima che la morte gli abbia dato il volo (abbia liberato l'anima), e apre e chiude gli occhi a suo piacere?».
4

«Non so chi sia, ma so ch'e' non è solo:Bdomandal tu che più li t'avvicini,Ce dolcemente, sì che parli, acco'lo».B

«Non so chi sia, ma so che non è solo: domandaglielo tu che gli seì più vicino, e accoglilo con cortese gentilezza, in modo che egli acconsenta a parlare.».
«Non so chi sia, ma so che non è solo: domandaglielo tu che gli sei più vicino, e accoglilo con dolcezza, così che parli».
7

Così due spirti, l'uno a l'altro chini,Cragionavan di me ivi a man dritta;Dpoi fer li visi, per dirmi, supini;C

Così due spiriti, l'uno chinato verso l'altro, parlavano di me lì a destra; poi, per potermi parlare, reclinarono indietro i loro visi,e uno disse:
Così due spiriti, chinati l'uno verso l'altro, parlavano di me lì alla mia destra; poi alzarono il viso all'insù per parlarmi;
10

e disse l'uno: «O anima che fittaDnel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,Eper carità ne consola e ne dittaD

13

onde vieni e chi se'; ché tu ne faiEtanto maravigliar de la tua grazia,Fquanto vuol cosa che non fu più mai».E

«O anima che procedi verso il cielo ancora legata al corpo; donaci conforto in nome della carità e rivelaci da dove vieni e chi sei, perché tu ci causi tanto stupore per la grazia che ti è stata concessa, quanta ne produce una cosa mai prima accaduta». Ed io:
e uno disse: «O anima che, ancora chiusa nel corpo, te ne vai verso il cielo, per carità consolaci e dicci da dove vieni e chi sei; perché tu ci fai meravigliare tanto della grazia che hai ricevuto, quanto richiede una cosa che non accadde mai».
16

E io: «Per mezza Toscana si spaziaFun fiumicel che nasce in Falterona,Ge cento miglia di corso nol sazia.F

«Nel centro della Toscana scorre un fiumicello che nasce dal monte Falterona, e non gli basta un corso di cento miglia.
E io: «In mezzo alla Toscana si stende un fiumicello che nasce sul Falterona, e cento miglia di corso non gli bastano.
19

Di sovr'esso rech'io questa persona:Gdirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,Hché 'l nome mio ancor molto non suona».G

Io nacqui da un luogo situato lungo le sue rive: rivelarvi chi sono, significherebbe parlare inutilmente, perché il mio nome non è ancora molto noto».
Dalle sue rive io porto questo corpo: dirvi chi sono sarebbe parlare invano, perché il mio nome non è ancora molto famoso».
22

«Se ben lo 'ntendimento tuo accarnoHcon lo 'ntelletto», allora mi rispuoseIquei che diceva pria, «tu parli d'Arno».H

25

E l'altro disse lui: «Perché nascoseIquesti il vocabol di quella riviera,Jpur com'om fa de l'orribili cose?».I

«Se io con la mia mente penetro bene nel contenuto della tua spiegazione» mi rispose allora quello che prima aveva parlato, «tu stai parlando dell'Arno.». E l'altro gli disse: «Perché costui ha nascosto il nome di quel fiume, proprio come si fa a proposito di cose turpi?».
«Se comprendo bene il tuo pensiero con l'intelletto», allora mi rispose quello che aveva parlato prima, «tu parli dell'Arno». E l'altro gli disse: «Perché costui ha nascosto il nome di quel fiume, proprio come si fa con le cose orribili?».
28

E l'ombra che di ciò domandata era,Jsi sdebitò così: «Non so; ma degnoKben è che 'l nome di tal valle pèra;J

E l'anima alla quale era stata rivolta questa domanda si sdebitò (dell'obbligo di rispondere) in questo modo: «Non lo so:
E l'ombra a cui era stato chiesto questo rispose così: «Non so; ma è ben giusto che il nome di tale valle scompaia;
31

ché dal principio suo, ov'è sì pregnoKl'alpestro monte ond'è tronco Peloro,Lche 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,K

34

infin là 've si rende per ristoroLdi quel che 'l ciel de la marina asciuga,Mond'hanno i fiumi ciò che va con loro,L

37

vertù così per nimica si fugaMda tutti come biscia, o per sventuraNdel luogo, o per mal uso che li fruga:M

40

ond'hanno sì mutata lor naturaNli abitator de la misera valle,Oche par che Circe li avesse in pastura.N

ma è giusto che perisca il nome di questa valle, perché dalla sua sorgente (dal principio suo: dal Falterona), dove l'Appennino, dal quale è staccato il monte Peloro, è così gonfio ed elevato, che in pochi luoghi supera l'altezza del Falterona, fino alla foce dove (il fiume) si getta nel mare per ricompensarlo di quelle acque che il sole (con l'evaporazione) gli ha sottratto, dalla quale evaporazione i fiumi (con la pioggia e la neve) derivano le loro acque,a tal punto la virtù è evitata come una nemica da tutti così come un serpe, o per una maledizione che viene dal luogo, o per una malvagia consuetudine che li penetra nel profondo,che gli abitanti della misera valle hanno così mutato la loro natura, che sembrano essere stati nutriti da Circe.
perché dalla sua sorgente, dove la catena montuosa (l'Appennino) da cui fu staccato il capo Peloro è così ricca d'acqua che in pochi luoghi la supera, fino là dove (l'Arno) si getta in mare per restituire ciò che il sole fa evaporare dal mare, da cui i fiumi ricevono l'acqua che scorre con loro, la virtù è scacciata da tutti come un nemico, come una biscia, o per sventura del luogo o per una cattiva abitudine che li spinge: per cui gli abitanti della misera valle hanno cambiato così la loro natura che sembra che Circe li abbia tenuti al pascolo.
43

Tra brutti porci, più degni di galleOche d'altro cibo fatto in uman uso,Pdirizza prima il suo povero calle.O

Dispiega dapprima il suo corso povero d'acqua tra sudici porci, più degni di ghiande che di altri cibi fatti ad uso degli uomini.
Tra brutti porci (gli abitanti del Casentino), più degni di ghiande che di altro cibo adatto agli uomini, (l'Arno) dirige dapprima il suo povero corso.
46

Botoli trova poi, venendo giuso,Pringhiosi più che non chiede lor possa,Qe da lor disdegnosa torce il muso.P

Trova poi, scendendo verso il piano, cani ringhiosi più di quanto richiederebbe la loro forza, e si allontana da loro con disdegno. Procede scendendo;
Poi, scendendo giù, trova dei botoli (gli Aretini), più ringhiosi di quanto permetta la loro forza, e da loro, sdegnoso, devia il suo corso.
49

Vassi caggendo; e quant'ella più 'ngrossa,Qtanto più trova di can farsi lupiRla maladetta e sventurata fossa.Q

e quanto più la maledetta e sventurata valle si va allargando, tanto più trova cani che si trasformano in lupi.
Va scendendo; e quanto più si ingrossa, tanto più la maledetta e sventurata fossa trova cani diventati lupi (i Fiorentini).
52

Discesa poi per più pelaghi cupi,Rtrova le volpi sì piene di froda,Sche non temono ingegno che le occùpi.R

Disceso poi attraverso numerosi profondi passaggi, trova volpi così piene di astuzia, che non temono trappole capaci di sorprenderle.
Poi, scesa attraverso molti profondi bacini, trova le volpi (i Pisani), così piene di frode che non temono alcuna astuzia che le catturi.
55

Né lascerò di dir perch'altri m'oda;Se buon sarà costui, s'ancor s'ammentaTdi ciò che vero spirto mi disnoda.S

Né cesserò di parlare per il fatto che un altro (perch'altri: cioè Rinieri) mi ascolta; e sarà utile a costui (Dante), se si ricorderà anche di ciò che una verace ispirazione mi rivela.
E non smetterò di parlare anche se costui mi ode; e sarà un bene per lui se ricorderà ancora ciò che uno spirito di verità mi rivela.
58

Io veggio tuo nepote che diventaTcacciator di quei lupi in su la rivaUdel fiero fiume, e tutti li sgomenta.T

Vedo tuo nipote diventare cacciatore di quei lupi lungo le rive del crudele fiume, spargendo fra loro il terrore.
Io vedo tuo nipote (Fulcieri da Calboli) che diventa cacciatore di quei lupi sulla riva del fiume crudele, e li terrorizza tutti.
61

Vende la carne loro essendo viva;Uposcia li ancide come antica belva;Vmolti di vita e sé di pregio priva.U

Vende la loro carne ancora viva; poi li uccide come belva inveterata nella sua ferocia: priva molti della vita e se stesso dell'onore.
Vende la loro carne mentre sono ancora vivi; poi li uccide come una vecchia bestia da macello; toglie la vita a molti e a sé stesso l'onore.
64

Sanguinoso esce de la trista selva;Vlasciala tal, che di qui a mille anniWne lo stato primaio non si rinselva».V

Esce macchiato di sangue dalla sciagurata selva (da Firenze); e la lascia in uno stato tale, che neppure fra molti anni potrà risorgere ritornando nella primitiva condizione».
Esce insanguinato dalla triste selva (Firenze); la lascia in uno stato tale che da qui a mille anni non tornerà rigogliosa come prima».
67

Com'a l'annunzio di dogliosi danniWsi turba il viso di colui ch'ascolta,Xda qual che parte il periglio l'assanni,W

70

così vid'io l'altr'anima, che voltaXstava a udir, turbarsi e farsi trista,Ypoi ch'ebbe la parola a sé raccolta.X

73

Lo dir de l'una e de l'altra la vistaYmi fer voglioso di saper lor nomi,Ze dimanda ne fei con prieghi mista;Y

Come all'annunzio di gravi danni si turba il volto di chi ascolta, da qualunque parte il pericolo lo minacci,allo stesso modo io vidi l'altra anima, che era tutta volta ad ascoltare, turbarsi e diventare preoccupata, dopo avere accolto e meditato quella profezia.Le parole della prima anima e l'aspetto dell'altra mi resero desideroso di conoscere i loro nomi, e a questo proposito rivolsi loro una domanda unita a preghiera;per la qual cosa lo spirito che mi aveva parlato in precedenza riprese a dire:
Come all'annuncio di sventure dolorose si turba il viso di colui che ascolta, da qualunque parte il pericolo lo morda, così vidi l'altra anima, che stava voltata ad ascoltare, turbarsi e farsi triste, dopo che ebbe compreso quelle parole. Il discorso dell'una e l'aspetto dell'altra mi fecero venire voglia di sapere i loro nomi, e ne feci domanda insieme a preghiere;
76

per che lo spirto che di pria parlòmiZricominciò: «Tu vuo' ch'io mi deducaAAnel fare a te ciò che tu far non vuo'mi.Z

«Tu vuoi che io m'induca a fare nei tuoi confronti ciò che tu non vuoi fare nei miei (nascondendomi il tuo nome).
per cui lo spirito che mi aveva parlato per primo ricominciò: «Tu vuoi che io mi induca a fare per te ciò che tu non vuoi fare per me.
79

Ma da che Dio in te vuol che tralucaAAtanto sua grazia, non ti sarò scarso;ABperò sappi ch'io fui Guido del Duca.AA

Ma dal momento che Dio vuole che in te traspaia tanto la sua Grazia, non ti sarò avaro delle mie parole; perciò sappi che io sono Guido del Duca.
Ma poiché Dio vuole che in te risplenda tanto la sua grazia, non sarò avaro con te; perciò sappi che io fui Guido del Duca.
82

Fu il sangue mio d'invidia sì riarso,ABche se veduto avesse uom farsi lieto,ACvisto m'avresti di livore sparso.AB

La mia anima arse a tal punto d'invidia, che se avesse visto uno mostrarsi contento, mi avresti visto diventare livido.
Il mio sangue fu così bruciato dall'invidia che, se avessi visto un uomo diventare felice, mi avresti visto diventare livido.
85

Di mia semente cotal paglia mieto;ACo gente umana, perché poni 'l coreADlà 'v'è mestier di consorte divieto?AC

88

Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onoreADde la casa da Calboli, ove nulloAEfatto s'è reda poi del suo valore.AD

Da quello che ho seminato (di mia semente: l'invidia) raccolgo questa paglia: o uomini, perché rivolgete l'anima ai beni terreni dove è necessaria (per poterli godere) l'esclusione di altri che ne siano partecipi? Questo è Rinieri;
Del mio seme raccolgo questa paglia; o genere umano, perché metti il cuore nei beni che non si possono condividere con altri? Questo è Rinieri; questo è il vanto e l'onore della casata dei da Calboli, dove nessuno poi è diventato erede del suo valore.
91

E non pur lo suo sangue è fatto brullo,AEtra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,AFdel ben richesto al vero e al trastullo;AE

94

ché dentro a questi termini è ripienoAFdi venenosi sterpi, sì che tardiAGper coltivare omai verrebber meno.AF

97

Ov'è 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?AGPier Traversaro e Guido di Carpigna?AHOh Romagnuoli tornati in bastardi!AG

questo è il prestigio e l'onore della casata da Calboli, dove in seguito nessuno si è fatto erede della sua virtù.E tra il Po, l'Appennino, il mare e il Reno (cioè nella Romagna) non solo la sua famiglia è diventata priva delle virtù necessarie ai bisogni concreti della vita e ai suoi lati piacevoli,perché (il territorio) entro questi confini è a tal punto pieno di piante velenose, che, per quanto esso si coltivi, si estirperebbero ormai troppo tardi.Dov'è il nobile Lizio e Arrigo Manardi? Piero dei Traversari e Guido di Carpegna?
E non soltanto la sua stirpe è diventata spoglia, tra il Po e il monte (l'Appennino) e il mare e il Reno, delle virtù richieste per la vita seria e per quella cortese; perché dentro questi confini (la Romagna) è tutto pieno di sterpi velenosi, così che ormai sarebbe tardi per estirparli coltivando. Dov'è il buon Lizio e Arrigo Mainardi? Pier Traversaro e Guido di Carpigna? Oh Romagnoli diventati bastardi!
100

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?AHquando in Faenza un Bernardin di Fosco,AIverga gentil di picciola gramigna?AH

Oh Romagnoli cambiati in bastardi! Quando a Bologna tornerà a rivivere un Fabbro? quando a Faenza un Bernardino di Fosco, nobile virgulto venuto da un'umile erba?
Quando a Bologna rinascerà un Fabbro? Quando a Faenza un Bernardin di Fosco, nobile pianta nata da un'umile erba?
103

Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,AIquando rimembro con Guido da Prata,AJUgolin d'Azzo che vivette nosco,AI

106

Federigo Tignoso e sua brigata,AJla casa Traversara e li AnastagiAK(e l'una gente e l'altra è diretata),AJ

109

le donne e ' cavalier, li affanni e li agiAKche ne 'nvogliava amore e cortesiaALlà dove i cuor son fatti sì malvagi.AK

Non ti stupire, se io piango, o Toscano, quando ricordo insieme con Guido da Prada Ugolino d'Azzo, che visse tra noi Romagnoli,Federigo Tignoso e la sua compagnia, la casata dei Traversari e gli Anastagi (ma l'una e l'altra famiglia si sono, estinte), le donne e i cavalieri, le difficili imprese e i raffinati dilettamenti dei quali l'amore e la cortesia suscitavano in noi il desiderio là (in Romagna) dove gli animi sono diventati cosi crudeli.
Non meravigliarti se io piango, Toscano, quando ricordo, con Guido da Prata, Ugolino d'Azzo che visse con noi, Federico Tignoso e la sua compagnia, la casata dei Traversari e gli Anastagi (e l'una e l'altra famiglia sono senza eredi), le donne e i cavalieri, le fatiche e gli svaghi a cui ci invogliavano l'amore e la cortesia, là dove ora i cuori sono diventati così malvagi.
112

O Bretinoro, ché non fuggi via,ALpoi che gita se n'è la tua famigliaAMe molta gente per non esser ria?AL

O Bertinoro, perché non scompari, dal momento che si è estinta la famiglia dei tuoi signori e molte altre famiglie nobili (sono scomparse) per non corrompersi?
O Bertinoro, perché non scompari, dato che se n'è andata la tua famiglia e molta gente per non diventare malvagia?
115

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;AMe mal fa Castrocaro, e peggio Conio,ANche di figliar tai conti più s'impiglia.AM

Fa bene la casata di Bagnacavallo (i conti MalvIcini, signori dei luoghi fra Lugo e Ravenna), che non ha più dìscendenti; e fa male quella di Castrocaro (in Val Montone), e peggio quella di Conio (vicino ad Imola), che si dà ancora briga di mettere al mondo conti così degeneri.
Fa bene Bagnacavallo, che non genera più figli; e fa male Castrocaro, e peggio Conio, che si ostina a generare tali conti.
118

Ben faranno i Pagan, da che 'l demonioANlor sen girà; ma non però che puroAOgià mai rimagna d'essi testimonio.AN

Faranno bene i Pagani (a continuare la loro stirpe), dopo che sarà scomparso il loro diabolico rappresentante; ma non per questo accadrà che di loro possa più rimanere una testimonianza pura.
Faranno bene i Pagani, quando il loro demonio (Maghinardo) se ne sarà andato; ma non tanto che di loro rimanga mai una testimonianza pura.
121

O Ugolin de' Fantolin, sicuroAOè il nome tuo, da che più non s'aspettaAPchi far lo possa, tralignando, scuro.AO

Ugolino dei Fantolini, il tuo nome è sicuro, dal momento che non si aspetta più un discendente che lo possa oscurare, uscendo dalla retta via.
O Ugolino de' Fantolini, il tuo nome è al sicuro, dato che non si aspetta più nessuno che, degenerando, possa oscurarlo.
124

Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi dilettaAPtroppo di pianger più che di parlare,AQsì m'ha nostra ragion la mente stretta».AP

127

Noi sapavam che quell'anime careAQci sentivano andar; però, tacendo,ARfacean noi del cammin confidare.AQ

Ma allontanati ormai, o Toscano, perché ora sento molto desiderio di piangere più che di parlare, a tal punto il nostro colloquio mi ha attanagliato l'animo».Noi sapevamo che quelle anime nobili ci sentivano camminare; perciò, con il loro silenzio, ci rendevano sicuri della nostra.
Ma va' via ormai, Toscano; perché ora mi piace molto più piangere che parlare, tanto il nostro discorso mi ha stretto il cuore». Noi sapevamo che quelle anime care ci sentivano andare; perciò, col loro silenzio, ci facevano essere sicuri della strada.
130

Poi fummo fatti soli procedendo,ARfolgore parve quando l'aere fende,ASvoce che giunse di contra dicendo:AR

133

'Anciderammi qualunque m'apprende';ASe fuggì come tuon che si dilegua,ATse sùbito la nuvola scoscende.AS

strada.Dopo che, continuando a procedere, restammo soli, apparve come una folgore quando squarcia l'aria, una voce che risuonò davanti a noi dicendo:«Mi ucciderà chiunque mi troverà»; e scomparve come un tuono che dilegua, quando all'improvviso squarcia la nuvola.
Dopo che, procedendo, fummo rimasti soli, una voce che venne da davanti sembrò un fulmine quando fende l'aria, dicendo: 'Mi ucciderà chiunque mi troverà'; e fuggì come un tuono che si dilegua quando all'improvviso squarcia la nuvola.
136

Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,ATed ecco l'altra con sì gran fracasso,AUche somigliò tonar che tosto segua:AT

139

«Io sono Aglauro che divenni sasso»;AUe allor, per ristrignermi al poeta,AVin destro feci e non innanzi il passo.AU

Quando non la udimmo più, ecco la seconda voce con tale fragore, che sembrò un tuono che segua subito quello precedente:«lo sono Aglauro che fui trasformata in sasso»; ed allora, per stringermi tutto a Virgilio, mi mossi verso destra invece che avanti.
Appena il nostro udito ebbe tregua da quella voce, ecco l'altra con un così grande fragore che sembrò un tuono che segue subito il primo: «Io sono Aglauro che divenni pietra»; e allora, per stringermi al poeta, feci un passo a destra invece che in avanti.
142

Già era l'aura d'ogne parte queta;AVed el mi disse: «Quel fu 'l duro camoAWche dovria l'uom tener dentro a sua meta.AV

145

Ma voi prendete l'esca, sì che l'amoAWde l'antico avversaro a sé vi tira;AXe però poco val freno o richiamo.AW

Ormai l'aria era tranquilla da ogni parte; ed egli mi disse: «Quello che hai udito è il duro freno che dovrebbe trattenere gli uomini entro i giusti limiti.Ma voi vi lasciate adescare dai beni mondani, così che l'amo del demonio (antico avversaro) vi attira a sé e perciò poco serve il freno o il richiamo.
Ormai l'aria era tranquilla da ogni parte; ed egli mi disse: «Quello fu il duro freno che dovrebbe tenere l'uomo dentro i suoi limiti. Ma voi prendete l'esca, così che l'amo dell'antico avversario (il demonio) vi tira a sé; e perciò servono a poco il freno o il richiamo.
148

Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,AXmostrandovi le sue bellezze etterne,AYe l'occhio vostro pur a terra mira;AX

Il cielo vi chiama e vi ruota intorno, mostrandovi le sue eterne bellezze, eppure i vostri occhi guardano soltanto verso terra;
Il cielo vi chiama e vi gira intorno, mostrandovi le sue bellezze eterne, e il vostro occhio guarda soltanto la terra;
151

onde vi batte chi tutto discerne».AY

e per questo vi punisce Colui che tutto conosce».
per cui vi punisce colui che vede tutto (Dio)».

Riassunto del canto XIV

Il secondo canto dedicato agli invidiosi si apre con un dialogo fra le anime di due nobili romagnoli, vissuti nel secolo XIII, Guido del Duca e Rinieri da Calboli. Il primo, avendo notato che Dante è ancora vivo, lo prega di rivelargli la patria e il nome: il Poeta, per mezzo di una lunga perifrasi, spiega che la sua città di nascita è situata lungo le rive di un fiumicel che per mezza Toscana si spazia, ma tace il suo nome che non è ancora sufficientemente conosciuto. Guido del Duca pronuncia contro gli abitanti delle località (il Casentino e le città di Arezzo, Firenze e Pisa) percorse dall'Arno una dura requisitoria, accusandoli di avere abbandonato ogni virtù e, di avere trasformato la valle del fiume in un covo di malizia. Per sottolineare la gravità della degenerazione dilagante in questi luoghi, il romagnolo inizia una fosca predizione intorno al nipote di Rinieri, Fulcieri da Calboli, che tiranneggerà la città di Firenze spargendovi il terrore. Dopo aver confessato il proprio peccato e dopo aver rivolto una breve apostrofe all'umanità che si lascia traviare dall'invidia, Guido, nell'ultima parte del suo discorso, ricordata la corruzione presente della Romagna, rievoca con nostalgia e rimpianto il tempo passato, nel quale le virtù, il valore e la cortesia guidavano la vita di ciascuno. Quando i pellegrini riprendono il viaggio, voci misteriose ricordano due esempi di invidia punita.

In breve

Dove e chi
  1. II cornice: Invidiosi. Palpebre cucite con il fil di ferro.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Nell'Inferno la polemica politica - anche se, nello stesso momento in cui veniva posta, si allargava in una prospettiva morale, ergendosi a condanna del male diffuso nel mondo, perché ad una costante preoccupazione etica Dante é condotto dalla sua naturale predisposizione e dalla decisa influenza del suo tempo, che tutto sottoponeva al vaglio della morale - si risolveva nel duro giudizio contro il peccatore, nell'inflessibile condanna del vizio, nella situazione drammatica che, attraverso l'orrore della pena, reintegrava la giustizia, quasi che l'animo del Poeta, in continua, recisa antitesi con il suo mondo, in nome di un superiore ideale di virtù e di giustizia, venisse appagato dalla "vendetta" con la quale, trasformando il suo giudizio nel giudizio divino, dannava ai tormenti dell'inferno i responsabili delle lotte e delle discordie civili. Nella seconda cantica, allorché la mutata situazione spirituale schiude l'anima al divino, allontanandola dall'urgenza del peccato, la possibilità di un giudizio sul mondo e di un confronto, doloroso, fra il mondo reale e il mondo ideale, si propongono con ben più vasta ampiezza di prospettiva. "Nel Purgatorio - rileva con acutezza il Grana - il necessario atto giudicativo (insopprimibile affermazione di coscienza del poeta-giudice) supera la dura deliberazione di una condanna delle anime e non incide più inflessibilmente sui - singoli affrancati da una sentenza di espiazione salvifica, di gioia-dolore ansiosa di bene e di vita eterna; ma allora si riversa sui viventi, e però si risolve in una visuale più larga e se si vuole più astratta, nel giudizio morale sulle genti, suIl'umanità peccatrice perciò la condanna del mondo nel Purgatorio infierisce sempre (e sempre assai grave sarà anche nel Paradiso), ma anziché essere «-attuata » nella pena eterna, come nei cerchi del baratro infernale, è pronunciata e conclamata dai giudici-testitnóni (le guide, il pellegrino) e dai personaggi stessi..." L'esemplificazione di queste parole, da cercarsi nel discorso di Guido del Duca, clhe ben presto supera i limitati confini della Toscana e della Romagna, trascendendoli in una inflessibile sentenza morale, spaziando dovunque virtù.. per nimica si fuga, risolvendo il contenuto aspro e mordente della sua invettiva in una tonalità elegiaca che chiede le sue note più vere al rimpianto e alla rievocazione di un mondo ormai trasfigurato in un clima di epopea e di mito (versi 109-111). Una lettura in chiave contenutistica del canto si presenterebbe ricchissima di risultati, poiché nel breve arco di 95 versi é possibile evidenziare tutta una concezione politico-storica densa di problematicîtà (il grande sogno medievale di una palingenesi che, attraverso la purificazione degli animi, dovrebbe riportare nel mondo la felicità, l'urto insanabile fra un presente -corrotto è un- passato pieno, di virtù, fa possibilità di redenzione solo attraverso un ritorno, ai nobili ideali di un tempo), ché si riproporrà in termini ancora più fermi nella meditazione di Marco Lombardo e, nel Paradiso, nei tre canti dedicati a Cacciaguida. Tale lettura, però, trasformerebbe in una pagina di meditazione e di oratoria quella che è soprattutto una creazione di poesia, nella quale la politica diventa, "affetto di tutta l'anima" (Croce). Attraverso, una calcolatissima tripartizione di motivi e di stili, l'invettiva esamina il triplice ritmo del tempo, distendendosi dallo sdegno e dal sarcasmo iniziali, che elaborano un linguaggio simbolico denso di passione morale (versi 294) per flagellare il presente, alla visione apocalittica della parte centrale (versi 55-66), che svolge attraverso un registro profetico la predizione del futuro, alla elegia finale, che conferisce una forma epico-drammatica al vagheggiamento del passato (versi 88-123). Il motivo centrale, l'ispirazione profonda dell'apostrofe - l'invidia configurantesi come superbia e cupidigia fomentatrici di odi e violenze - sorregge la costante tensione emotiva nella quale questa diversità di temi e di cadenze sentimentali trova unitaria disposizione, risolvendo in efficace integrazione i due poli lirici di questi versi: il dolore con il quale il Poeta guarda alla realtà storica del suo tempo e l'amore attraverso il quale vorrebbe redimerla, i due sentimenti che giustificano l'intransigenza del moralista (nella misera valle dell'Arno la virtù per nimica si fuga da tutti come biscia, il paese tra 'I Po e 'l monte e la marina e 'l Reno é tutto ripieno di venenosi sterpi) e il pessimismo dell'indagatore che giunge a negare la continuità stessa della vita (ben fa Bagnacaval, che non rifiglia). Soprattutto giustificano i modi della satira e del sirventese - che percorrono, sia pure son modulazioni più attenuate, anche la parte dedicata al rimpianto del passato "cortese" - riportandoci al gusto realistico della tradizione letteraria europea del tempo, all'uso della metafora vigorosa e concreta che fa pensare al Dante delle Rime petrose o realistiche, che dichiara di volere parlare aspro per esprimere uno stato d'animo iracondo, duro, a volte esasperato. Allorché il pianto spezza le parole di Guido del Duca, chiudendo la sua figura in un virile ed eroico silenzio, la linea drammatica caverà del canto, la sua solennità contenutistica ed espressiva, continua nelle voci degli esempi di invidia punita, che prorompono improvvise con la violenza di un tuono. Contenuti ciascuno in un breve e veloce verso, i due esempi hanno una drammatica concisione epigrafica, "si scoscendono procellosamente per l'aria" (Momigliano), lasciando nel pellegrino un'eco paurosa, finché il commento sentenzioso e il monito di Virgilio, nella ricomposta serenità della scena, in una solitudine circondata di silenzio (già era l'aura d'ogne parte queta), perfezioneranno "il motivo religioso, sollevando il tono passionale e terrestre del cauto, oltre il suo culmine tempestoso, in una sfera di astrazione contemplativa e di ascetica severità, con un richiamo dalla terra alle bellezze dell'universo creato" (Grana).

Personaggi del canto XIV

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Penitente

Guido del Duca

Purgatorio · II cornice, invidiosi

Romagnolo che descrive le città toscane lungo l'Arno come una galleria di bestie.

Penitente

Rinieri da Calboli

Purgatorio · II cornice, invidiosi

Guelfo forlivese, compagno di Guido del Duca: ascolta in silenzio la profezia sul nipote Fulcieri.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Storia
Purgatorio · Canto XIV Liceo

La valle dell'Arno, una galleria di bestie

vv. 46-54Botoli trova poi, venendo giuso,ringhiosi più che non chiede lor possa,e da lor disdegnosa torce il muso.Vassi caggendo; e quant'ella più 'ngrossa,tanto più trova di can farsi lupila maladetta e sventurata fossa.Discesa poi per più pelaghi cupi,trova le volpi sì piene di froda,che non temono ingegno che le occùpi.Leggi nel testo

Tra gli invidiosi, il romagnolo Guido del Duca descrive il corso dell'Arno con un'amarezza terribile: lungo il fiume gli uomini hanno cambiato natura, come se la maga Circe li avesse trasformati in animali.

Scendendo dalla sorgente, l'Arno passa prima tra i «brutti porci» del Casentino, poi tra i «botoli», piccoli cani che abbaiano molto e mordono poco, cioè gli aretini. Poi trova i lupi, i fiorentini avidi, e infine le volpi piene di frode, i pisani. Ogni città diventa una bestia diversa.

Guido parla poi della Romagna, dove le grandi famiglie del passato sono scomparse e la cortesia è perduta. È un altro grande quadro della decadenza politica e morale dell'Italia, legato alla serie dei canti politici. E il lupo dei fiorentini ricorda la lupa del primo canto: la cupidigia di denaro.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

La valle dell'Arno

Ne parla la scheda «Maestro Adamo e i conti Guidi» (Inf. XXX).

La valle dell'Arno

Ne parla la scheda «Sapìa, l'invidiosa che gioì della sconfitta» (Purg. XIII).