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Indice dei canti
Un uomo dal ventre enormemente gonfio giace a terra mentre un altro, magro, dalla pelle piagata e fumante, gli colpisce la pancia con un pugno; Dante e Virgilio osservano chini, sullo sfondo altri dannati si azzuffano.
La rissa fra maestro Adamo, gonfio d'idropisia, e Sinone che arde di febbre
Inferno · VIII cerchio · Malebolge

Inferno, Canto XXX

«Nel tempo che Iunone era crucciata…»

Appena Capocchio ha finito di parlare, Gianni Schicchi, un peccatore che si trova nella decima bolgia per essersi sostituito, fingendosi infermo e moribondo, a Buoso Donati già morto ed aver dettato il testamento di quest’ultimo in proprio favore, lo addenta furiosamente.

Luogo
VIII cerchio · Malebolge
Anime e colpe
Fraudolenti, in dieci bolge
Versi
148 · 49 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXX

Parafrasi
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1

Nel tempo che Iunone era crucciataAper Semelè contra 'l sangue tebano,Bcome mostrò una e altra fiata,A

4

Atamante divenne tanto insano,Bche veggendo la moglie con due figliCandar carcata da ciascuna mano,B

Nel tempo in cui Giunone era adirata a causa di Semele contro la stirpe tebana, come dimostrò più volte, Atamante impazzì a tal punto che, vedendo la moglie camminare con i due figli in braccio, gridò.
Nel tempo in cui Giunone era adirata per Semele contro la stirpe tebana, come mostrò più di una volta, Atamante divenne così pazzo che, vedendo la moglie andare con i due figli in braccio, uno per mano,
7

gridò: «Tendiam le reti, sì ch'io pigliCla leonessa e ' leoncini al varco»;De poi distese i dispietati artigli,C

10

prendendo l'un ch'avea nome Learco,De rotollo e percosselo ad un sasso;Ee quella s'annegò con l'altro carco.D

" Tendiamo le reti, così ch’io possa catturare mentre passa la leonessa e i suoi leoncini "; poi protese i crudeli artigli, afferrando il figlio che si chiamava Learco, e lo roteò per l’aria e lo scagliò con forza contro una roccia;. e la madre si gettò in mare, annegando con l’altro figlio che portava in braccio.
gridò: «Tendiamo le reti, così che io prenda la leonessa e i leoncini al passaggio»; e poi stese le mani spietate, prendendo quello che si chiamava Learco, e lo fece roteare e lo sbatté contro un sasso; e lei si annegò con l'altro peso.
13

E quando la fortuna volse in bassoEl'altezza de' Troian che tutto ardiva,Fsì che 'nsieme col regno il re fu casso,E

16

Ecuba trista, misera e cattiva,Fposcia che vide Polissena morta,Ge del suo Polidoro in su la rivaF

19

del mar si fu la dolorosa accorta,Gforsennata latrò sì come cane;Htanto il dolor le fé la mente torta.G

E quando la fortuna abbatté la superbia dei Troiani che osava ogni cosa, di modo che il re (Priamo) fu distrutto col suo regno, Ecuba addolorata, infelice e prigioniera, dopo che vide Polissena morta, e del corpo del suo Polidoro sulla riva del mare (in Tracia, dove Polidoro era stato ucciso dal re Polinestore) piena di angoscia si accorse, fuor di senno latrò come un cane; a tal punto il dolore le sconvolse la mente.
E quando la fortuna abbatté la grandezza dei Troiani, che osava tutto, così che insieme col regno fu annientato il re, Ecuba triste, misera e prigioniera, dopo che vide Polissena morta, e dopo che, addolorata, si fu accorta del suo Polidoro sulla riva del mare, impazzita latrò come un cane; tanto il dolore le sconvolse la mente.
22

Ma né di Tebe furie né troianeHsi vider mai in alcun tanto crude,Inon punger bestie, nonché membra umane,H

Ma non si videro mai furie tebane o troiane slanciarsi con tanta crudeltà contro qualcuno, né colpire animali, né tanto meno esseri umani.
Ma né le furie di Tebe né quelle di Troia si videro mai così crudeli in nessuno, nel colpire bestie e tanto meno membra umane,
25

quant'io vidi in due ombre smorte e nude,Iche mordendo correvan di quel modoJche 'l porco quando del porcil si schiude.I

28

L'una giunse a Capocchio, e in sul nodoJdel collo l'assannò, sì che, tirando,Kgrattar li fece il ventre al fondo sodo.J

come io vidi slanciarsi due anime pallide e nude, che, dando morsi, correvano come fa il maiale quando esce fuori dal porcile, L’una raggiunse Capocchio, e l’azzannò alla nuca, così che, trascinandolo per terra, gli fece grattare il ventre sul duro terreno.
quanto io vidi in due ombre pallide e nude, che correvano mordendo nello stesso modo del porco quando esce dal porcile. Una raggiunse Capocchio e lo azzannò sulla nuca, così che, trascinandolo, gli fece grattare la pancia sul fondo duro.
31

E l'Aretin che rimase, tremandoKmi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,Le va rabbioso altrui così conciando».K

E l’Aretino, che restò lì, tremante di paura, mi disse. "Quello spiritello è Gianni Schicchi, e va rabbiosamente riducendo in questo stato gli altri". " Oh!
E l'Aretino che rimase mi disse tremando: «Quello spirito furioso è Gianni Schicchi, e va così rabbioso conciando gli altri».
34

«Oh!», diss'io lui, «se l'altro non ti ficchiLli denti a dosso, non ti sia faticaMa dir chi è, pria che di qui si spicchi».L

" gli dissi, " augurandoti che quell’altro spiritello non ti addenti, non ti dispiaccia dirmi chi esso sia prima che si allontani di qui " Mi rispose:
«Oh!», gli dissi, «così l'altro non ti ficchi i denti addosso, non ti sia di peso dire chi è, prima che se ne vada di qui».
37

Ed elli a me: «Quell'è l'anima anticaMdi Mirra scellerata, che divenneNal padre fuor del dritto amore amica.M

" Quello è l’antico spirito della sciagurata Mirra, che diventò contro ogni lecito amore la amante del padre.
E lui a me: «Quella è l'anima antica della scellerata Mirra, che divenne amante del padre oltre il giusto amore.
40

Questa a peccar con esso così venne,Nfalsificando sé in altrui forma,Ocome l'altro che là sen va, sostenne,N

43

per guadagnar la donna de la torma,Ofalsificare in sé Buoso Donati,Ptestando e dando al testamento norma».O

Costei giunse a peccare con quello, mutando le proprie sembianze in quelle di un’altra, così come Gianni Schicchi che là cammina, osò, per prendersi la cavalla migliore della mandria, fingersi Buoso Donati, facendo testamento e dando a questo testamento valore, legale ".
Costei arrivò a peccare con lui così, falsificando sé stessa in un altro aspetto, come l'altro che se ne va là osò, per guadagnare la regina della mandria (una cavalla), falsificare in sé Buoso Donati, facendo testamento e dandogli forma legale».
46

E poi che i due rabbiosi fuor passatiPsovra cu' io avea l'occhio tenuto,Qrivolsilo a guardar li altri mal nati.P

E dopo che i due furenti sui quali avevo soffermato lo sguardo, passarono oltre, rivolsi l’attenzione agli altri sventurati.
E dopo che furono passati i due rabbiosi, sui quali avevo tenuto gli occhi, li rivolsi a guardare gli altri dannati.
49

Io vidi un, fatto a guisa di leuto,Qpur ch'elli avesse avuta l'anguinaiaRtronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.Q

Ne vidi uno, simile a un liuto, se soltanto avesse avuto l’ inguine separato dalle gambe.
Io vidi uno fatto a forma di liuto, se solo avesse avuto l'inguine tagliato dalla parte in cui l'uomo è biforcuto (le gambe).
52

La grave idropesì, che sì dispaiaRle membra con l'omor che mal converte,Sche 'l viso non risponde a la ventraia,R

55

facea lui tener le labbra aperteScome l'etico fa, che per la seteTl'un verso 'l mento e l'altro in sù rinverte.S

La pesante idropisia, la quale deforma a tal punto le membra a causa degli umori naturali che non riesce ad assimilare, che la faccia non é proporzionata al ventre, gli faceva tenere le labbra aperte come fa il tisico, che per la sete rivolta un labbro verso il mento e l’altro verso l’alto.
La grave idropisia, che rende così sproporzionate le membra con gli umori che trasforma male, tanto che il viso non corrisponde alla pancia, gli faceva tenere le labbra aperte come fa il tisico, che per la sete ne rovescia uno verso il mento e l'altro in su.
58

«O voi che sanz'alcuna pena siete,Te non so io perché, nel mondo gramo»,Udiss'elli a noi, «guardate e attendeteT

61

a la miseria del maestro Adamo:Uio ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,Ve ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.U

" O voi che vi trovate nel mondo del dolore senza alcuna pena, e non ne conosco la ragione ", ci disse quello, " osservate e fate attenzione all’infelicità del maestro Adamo: io ebbi, da vivo, tutto ciò che desiderai, e ora misero me! ardentemente desidero una sola goccia di acqua.
«O voi che siete senza alcuna pena, e non so perché, nel mondo doloroso», ci disse, «guardate e fate attenzione alla miseria di maestro Adamo: da vivo ebbi in abbondanza ciò che volli, e ora, ahimè!, desidero una goccia d'acqua.
64

Li ruscelletti che d'i verdi colliVdel Casentin discendon giuso in Arno,Wfaccendo i lor canali freddi e molli,V

67

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,Wché l'imagine lor vie più m'asciugaXche 'l male ond'io nel volto mi discarno.W

i piccoli ruscelli che dai verdi colli del Casentino scendono giù nell’Arno, rendendo freschi e umidi i loro alvei, mi sono sempre davanti agli occhi, e non invano, poiché il ricordo che ho di essi m’inaridisce ben più che il male a causa del quale mi assottiglio nel volto.
I ruscelli che dai verdi colli del Casentino scendono giù nell'Arno, rendendo freddi e umidi i loro letti, mi stanno sempre davanti, e non inutilmente, perché la loro immagine mi asciuga molto più del male per cui il volto mi si scarnisce.
70

La rigida giustizia che mi frugaXtragge cagion del loco ov'io peccaiYa metter più li miei sospiri in fuga.X

73

Ivi è Romena, là dov'io falsaiYla lega suggellata del Batista;Zper ch'io il corpo sù arso lasciai.Y

L’inflessibile, giustizia che mi tormenta trae motivo dal luogo dove io peccai per farmi emettere più frequenti sospiri. Lì si trova Romena, dove falsificai la moneta che porta impressa l’immagine di San Giovanni Battista (il fiorino di Firenze); per questo abbandonai sulla terra il mio corpo bruciato.
La rigida giustizia che mi tormenta trae motivo dal luogo dove peccai per far uscire più in fretta i miei sospiri. Lì c'è Romena, dove io falsificai la lega con l'impronta del Battista (il fiorino); per cui lassù lasciai il corpo bruciato.
76

Ma s'io vedessi qui l'anima tristaZdi Guido o d'Alessandro o di lor frate,AAper Fonte Branda non darei la vista.Z

Ma se mi fosse concesso di vedere qui l’anima malvagia di Guido (Guido Il dei conti Guidi) o di Alessandro o dei loro fratello (Aghinolfo o Ildebrandino), non cambierei tale vista con (tutta l’acqua di) fonte Branda (la celebre fontana senese o, secondo alcuni, una fonte nei pressi di Romena).
Ma se io vedessi qui l'anima malvagia di Guido o di Alessandro o del loro fratello, non cambierei quella vista con Fonte Branda.
79

Dentro c'è l'una già, se l'arrabbiateAAombre che vanno intorno dicon vero;ABma che mi val, c'ho le membra legate?AA

In questa bolgia si trova già una (di queste anime), se gli spiriti rabbiosi che s’aggirano qui intorno dicono la verità; ma a che mi giova, dal momento che non posso muovermi?
Una è già qui dentro, se le ombre rabbiose che vanno intorno dicono il vero; ma a che mi serve, che ho le membra legate?
82

S'io fossi pur di tanto ancor leggeroABch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,ACio sarei messo già per lo sentiero,AB

85

cercando lui tra questa gente sconcia,ACcon tutto ch'ella volge undici miglia,ADe men d'un mezzo di traverso non ci ha.AC

Se io fossi ancora agile soltanto quanto basta per percorrere un’oncia (circa due centimetri e mezzo) in cent’anni, mi sarei messo gia in cammino, cercandolo in questa moltitudine deforme, nonostante che la bolgia abbia una circonferenza di undici miglia, e non sia larga meno di mezzo miglio.
Se fossi ancora tanto leggero da poter avanzare di un pollice in cent'anni, mi sarei già messo per il sentiero, cercandolo tra questa gente deforme, sebbene la bolgia giri per undici miglia e non sia larga meno di mezzo miglio.
88

Io son per lor tra sì fatta famiglia:ADe' m'indussero a batter li fioriniAEch'avevan tre carati di mondiglia».AD

Per causa loro mi trovo in tale compagnia: essi mi costrinsero a coniare i fiorini che avevano tre carati di metallo vile. " E io a lui:
Per colpa loro sono in mezzo a una simile famiglia: mi indussero a coniare i fiorini che avevano tre carati di metallo vile».
91

E io a lui: «Chi son li due tapiniAEche fumman come man bagnate 'l verno,AFgiacendo stretti a' tuoi destri confini?».AE

"Chi sono i due infelici che fumano come d’inverno una mano bagnata, giacendo accostati l’uno all’altro alla tua destra?
E io a lui: «Chi sono i due poveretti che fumano come mani bagnate d'inverno, distesi vicino al tuo lato destro?».
94

«Qui li trovai - e poi volta non dierno - »,AFrispuose, «quando piovvi in questo greppo,AGe non credo che dieno in sempiterno.AF

" " Li trovai qui " rispose, " quando caddi in questo precipizio, e da allora non si sono più mossi, né credo che si muoveranno mai più.
«Li ho trovati qui – e poi non si sono più girati –», rispose, «quando piovvi in questo dirupo, e non credo che si gireranno in eterno.
97

L'una è la falsa ch'accusò Gioseppo;AGl'altr'è 'l falso Sinon greco di Troia:AHper febbre aguta gittan tanto leppo».AG

Una di quelle anime è la bugiarda che accusò Giuseppe; l’altra è il menzognero Sinone, il greco che ingannò i Troiani: emanano tanto puzzo di untume bruciato a causa della febbre ardente.
Una è la bugiarda che accusò Giuseppe (la moglie di Putifarre); l'altro è il bugiardo Sinone, il greco di Troia: per la febbre acuta mandano tanto fetore».
100

E l'un di lor, che si recò a noiaAHforse d'esser nomato sì oscuro,AIcol pugno li percosse l'epa croia.AH

" E uno di loro, che s’ebbe a male forse d’essere menzionato con tanto disonore, gli colpì col pugno il teso ventre.
E uno di loro, che forse si offese di essere nominato in modo così spregevole, col pugno gli colpì la pancia gonfia.
103

Quella sonò come fosse un tamburo;AIe mastro Adamo li percosse il voltoAJcol braccio suo, che non parve men duro,AI

Quello risuonò come fosse stato un tamburo; e maestro Adamo gli colpì la faccia col suo braccio, che non sembrò meno duro (del pugno di Sinone), dicendogli:
Quella risuonò come se fosse un tamburo; e maestro Adamo lo colpì al volto col suo braccio, che non sembrò meno duro,
106

dicendo a lui: «Ancor che mi sia toltoAJlo muover per le membra che son gravi,AKho io il braccio a tal mestiere sciolto».AJ

" Anche se non posso muovermi a causa delle membra che sono pesanti, ho il braccio agile per colpire ". Allora l’altro rispose:
dicendogli: «Anche se mi è tolto il muovermi a causa delle membra che sono pesanti, ho il braccio libero per un tale servizio».
109

Ond'ei rispuose: «Quando tu andaviAKal fuoco, non l'avei tu così presto;ALma sì e più l'avei quando coniavi».AK

"Quando tu.andavi al rogo, non l’avevi tanto pronto (cioè: eri legato): ma così pronto e anche di più l’avevi quando coniavi le monete false ". E l’idropico:
Per cui l'altro rispose: «Quando andavi al rogo non l'avevi così pronto; ma così e anche di più l'avevi quando coniavi».
112

E l'idropico: «Tu di' ver di questo:ALma tu non fosti sì ver testimonioAMlà 've del ver fosti a Troia richesto».AL

" In ciò tu dici il vero; ma non fosti altrettanto verace testimonio quando a Troia ti chiesero la verità (a proposito del cavallo di legno) ".
E l'idropico: «In questo dici il vero: ma non fosti un testimone così sincero là a Troia, dove ti fu chiesta la verità».
115

«S'io dissi falso, e tu falsasti il conio»,AMdisse Sinon; «e son qui per un fallo,ANe tu per più ch'alcun altro demonio!».AM

" Se io dissi il falso, ebbene tu hai falsificato il denaro " disse Sinone; " e se io sono qui per una sola colpa, tu, invece (ti trovi qui) per aver commesso più colpe (ogni fiorino, da te falsificato, è una colpa) che qualsiasi altro dannato!
«Se io dissi il falso, tu falsificasti la moneta», disse Sinone; «e io sono qui per una sola colpa, e tu per più colpe di qualsiasi altro demonio!».
118

«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,ANrispuose quel ch'avea infiata l'epa;AO«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».AN

" "Ricordati, o spergiuro, del cavallo " rispose quello che aveva la pancia gonfia; " e ti sia motivo d’amarezza che tutti lo sappiano!
«Ricordati del cavallo, spergiuro», rispose quello che aveva la pancia gonfia; «e ti sia di tormento che tutto il mondo lo sa!».
121

«E te sia rea la sete onde ti crepa»,AOdisse 'l Greco, «la lingua, e l'acqua marciaAPche 'l ventre innanzi a li occhi sì t'assiepa!».AO

" " E a te sia motivo d’amarezza la sete che ti screpola la lingua " disse il greco " e gli umori putridi che gonfiano il tuo ventre a tal punto da trasformarlo in una siepe che t’impedisce la vista! " E quello delle monete.
«E a te sia di tormento la sete che ti fa screpolare la lingua», disse il Greco, «e l'acqua putrida che ti fa crescere la pancia come una siepe davanti agli occhi!».
124

Allora il monetier: «Così si squarciaAPla bocca tua per tuo mal come suole;AQché s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,AP

" In modo non diverso ti si lacera la bocca a causa della tua malattia (che ti costringe a tenerla spalancata), come al solito; poiché se io ho sete e l’idropisia mi gonfia, tu hai il bruciore e il mai di testa;
Allora il falsario di monete: «Così la tua bocca si spalanca per dire male, come al solito; perché se io ho sete e gli umori mi gonfiano,
127

tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,AQe per leccar lo specchio di Narcisso,ARnon vorresti a 'nvitar molte parole».AQ

e per leccare lo specchio in cui Narciso affogò (cioè l’acqua; Narciso è il mitico giovane che si invaghì della propria immagine riflessa in uno stagno e che, volendo afferrarla, annegò), non chiederesti di essere invitato con molte parole ".
tu hai la febbre e la testa che ti fa male, e per leccare lo specchio di Narciso (l'acqua) non vorresti molte parole d'invito».
130

Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,ARquando 'l maestro mi disse: «Or pur mira,ASche per poco che teco non mi risso!».AR

Ero tutto intento ad ascoltarli, quando Virgilio mi disse: " Continua pure a guardare! manca poco infatti che io non venga a lite con te ".
Io ero tutto intento ad ascoltarli, quando il maestro mi disse: «Continua pure a guardare, che per poco non litigo con te!».
133

Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,ASvolsimi verso lui con tal vergogna,ATch'ancor per la memoria mi si gira.AS

Allorché udii che mi parlava con ira, mi volsi verso di lui con tale vergogna, che ancora ne serbo un vivo ricordo.
Quando lo sentii parlarmi con ira, mi voltai verso di lui con una tale vergogna che ancora mi torna nella memoria.
136

Qual è colui che suo dannaggio sogna,ATche sognando desidera sognare,AUsì che quel ch'è, come non fosse, agogna,AT

139

tal mi fec'io, non possendo parlare,AUche disiava scusarmi, e scusavaAVme tuttavia, e nol mi credea fare.AU

Non diversamente da chi sogna di ricevere un danno, il quale mentre sogna desidera che il suo sia soltanto un sogno, per cui aspira a ciò che è (il sogno, che è reale, in quanto sta realmente sognando), come se non fosse, mi comportai, non essendo capace di parlare, io che desideravo scusarmi, e di fatto mi scusavo (proprio per il fatto che la vergogna mi impediva di esprimermi), e non ne ero consapevole.
Come colui che sogna una propria disgrazia, e sognando desidera che sia un sogno, così che desidera ciò che è come se non fosse, così diventai io, non riuscendo a parlare, perché desideravo scusarmi, e intanto mi scusavo, e non credevo di farlo.
142

«Maggior difetto men vergogna lava»,AVdisse 'l maestro, «che 'l tuo non è stato;AWperò d'ogne trestizia ti disgrava.AV

"Una vergogna minore (di quella che stai provando) cancella una colpa maggiore di quanto non sia stata la tua" disse Virgilio; " liberati pertanto da ogni afflizione. E fa.
«Una vergogna minore lava una colpa più grande di quanto sia stata la tua», disse il maestro; «perciò liberati da ogni tristezza.
145

E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,AWse più avvien che fortuna t'accogliaAXdove sien genti in simigliante piato:AW

conto che io mi trovi sempre al tuo fianco, se mai debba ancora accadere che le circostanze, ti facciano capitare in luoghi dove siano persone impegnate in un tal genere di contesa:
E pensa che io ti sia sempre accanto, se ancora accade che la sorte ti porti dove ci siano genti in un simile litigio:
148

ché voler ciò udire è bassa voglia».AX

poiché è un desiderio meschino voler ascoltare simili alterchi. "
perché voler ascoltare queste cose è un desiderio meschino».

Riassunto del canto XXX

Appena Capocchio ha finito di parlare, Gianni Schicchi, un peccatore che si trova nella decima bolgia per essersi sostituito, fingendosi infermo e moribondo, a Buoso Donati già morto ed aver dettato il testamento di quest’ultimo in proprio favore, lo addenta furiosamente. Insieme a Gianni Schicchi percorre la bolgia correndo, Mirra, colpevole di aver alterato le proprie sembianze per soddisfare una insana passione. Dopo che le due ombre rabbiose si sono dileguate, Dante scorge un dannato il cui corpo, deformato dall’idropisia, ha la forma di un liuto. E’ maestro Adamo, che coniò, per incarico dei conti Guidi di Romena, forini di Firenze aventi tre carati di metallo vile. Questo suo reato gli valse la condanna al rogo e la dannazione eterna. Pregato da Dante, fa il nome di due suoi compagni di pena che una febbre altissima tormenta. Sono la moglie dell’egiziano Putifar, che accusò ingiustamente Giuseppe di averla insidiata, e il greco Sinone, reo di aver persuaso Priamo a fare entrare in Troia il cavallo di legno escogitato da Ulisse. Sinone, forse indispettito per la menzione poco onorevole che di lui ha fatto maestro Adamo, sferra sul ventre dell’idropico un pugno vigoroso, ma il coniatore di falsi fiorini non tarda a rispondergli colpendolo violentemente sul volto. I due cominciano allora a rinfacciarsi a vicenda sia le colpe passate, sia i morbi che attualmente deformano le loro fattezze. Virgilio interviene infine a distogliere il discepolo dall’assistere a un così plebeo spettacolo.

In breve

Dove e chi
  1. VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il canto XXX può considerarsi paradigmatico in rapporto all’intera descrizione di Malebolge, che in esso si conclude. L’alterco fra maestro Adamo e Sinone, in particolare, esemplifica, in chiave di commedia plebea, il degradarsi dell’intelligenza in coloro che l’hanno usata a fin di male, il suo esteriorizzarsi, perduto ogni contatto con le vive sorgenti della moralità, in argomentazioni non meno scintillanti che incapaci di articolarsi in discorso. Di assai maggiore efficacia da questo punto di vista, in quanto direttamente espressivi dell’odio che li anima, i colpi che i due dannati si scambiano; né maestro Adamo né Sinone tuttavia resistono alla tentazione di commentare, in tono di autoglorificazione, e di denigrazione dell’antagonista, il proprio odio, di definirlo: il risultato è ameno e tragico ad un tempo. L’artificio retorico sottolinea brutalmente la squallida sostanza delle loro denunce; basti pensare alla collocazione - al termine di una serie di insulti aventi per oggetto il deforme, sia fisico che morale (l’uno valendo, nell’al di là, come la trasposizione simbolica dell’altro) - di una perifrasi come lo specchio di Narcisso, accennante ad una perfezione remota, salda, inattingibile. Sfugge ai due falsari che, di fronte all’eternità della loro pena, ogni recriminazione è inutile e che la loro cecità spirituale risalta in pieno proprio attraverso l’interessata presentazione che entrambi fanno dei demeriti dell’avversario, ma sfugge loro soprattutto che nessuno ha il diritto di giudicare prima di essersi a sua volta giudicato. Il riscatto della loro intelligenza in un orizzonte razionale e morale resta in tal modo precluso: nessun dubbio li sfiora, nessun rimorso incrina la loro monocorde presunzione. Ciascuno di questi due eroi da opera buffa si avventa sicuro ad accusare l’antagonista, il comprimario della cui colpa si compiace, onde meglio risplendere, l’ostentata sufficienza di ognuno. La vita morale, non meno dell’intelligenza autentica, non ha spazio ove manifestarsi, ciascuno credendo nel proprio intimo di essere immune da pecche. Allorché a Sinone o a maestro Adamo viene inconfutabilmente esibita la prova della loro imperfezione, se ne scusano come della cosa più ovvia - e della quale non mette nemmeno conto parlare - col puntare il dito sull’imperfezione del denunciatore; il dolore e la contrizione sono ignorati, tripudia nei loro scherni l’amaro furore di umiliare. L’intelligenza della quale i due falsari fanno così immoderato sfoggio è tutta volta ai particolari, e, in quanto tale, si mostra penetrante e sicura; essa appare tuttavia inetta a cogliere la verità da cui questi particolari traggono risalto, non integrandosi in una considerazione del loro significato complessivo: né Sinone né maestro Adamo si interrogano infatti sulla realtà che immediatamente dovrebbe imporsi alla loro riflessione: la propria condizione di dannati. La coscienza, presente in personaggi tragici come Vanni Fucci o Guido da Montefeltro, è in loro del tutto soffocata. Non diversamente da come si era obliato nella contemplazione del gioco dei Malebranche con Ciampolo, Dante dimentica se stesso - il suo compito - di fronte al dispiegarsi di questa vitalità tenace. In essa un barlume di positività sembra sussistere: la robusta energia con la quale ciascuno dei due falsari accampa le pretese della propria soggettività, il proprio diritto di essere, di giudicare; ma è una positività la quale, non convergendo in una visione che contempli, almeno allo stesso titolo, anche la validità del diritto altrui, decade in una brutale caricatura di se stessa. Il canto XXX non è soltanto esemplare per l’esplicita formulazione, nella farsa dei due falsari, della degradazione di Malebolge, bensì anche per la ininterrotta densità del suo ordito stilistico - il quale, dagli autorevoli exempla dell’esordio alla sentenza che conclude il perorare di Virgilio, solleva costantemente il particolare ignobile, per nulla attenuato da un aggiustamento idealizzante, nella "dignità del giudizio divino" (Auerbach) - nonché per la presenza, nella parte centrale di esso, del personaggio di primo piano, la cui umanità non è cioè concepita unicamente in funzione del peccato e della pena, ma fruisce anche, seppure incidentalmente e pro tempore, di una propria espressione autonoma. Maestro Adamo, prima di ridursi, nel contrasto col disprezzato greco da Troia (Sinone appare, nella definizione del falsario medievale, sinonimo di frode: è sufficiente, per designarlo - sembra sottintendere maestro Adamo - il nome del luogo in cui consumò il suo fatale inganno), a semplice manifestazione di un modo d’essere generico (la malizia del fraudolento), rivela una personalità ricca e sfumata. In lui tuttavia non affiora mai la consapevolezza del male compiuto, ma soltanto - unitamente alla sete adorante che risolve l’intero creato nel miraggio di un solo gocciol d’acqua - il vivo sentimento di un’ingiustizia subita; questo si concreta in una iperbole non meno allucinante di quella del gocciol d’acqua, alla quale simmetricamente, nell’espressione dell’odio, risponde: ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia. Nella misura in cui si chiude alla gravità delle proprie colpe, maestro Adamo tende a mettere continuamente in luce la propria eccellenza, a distinguersi dai compagni di pena, contrapponendo un io superbo alla loro famiglia senza volto, che uno spregiativo sì fatta qualifica (verso 88), a presentare se stesso «come una nobile vittima di una "rigida", troppo rigida, giustizia divina » (Bigi). Ma proprio questo rifiuto della comune miseria, e il non volersi considerare alla stregua degli altri falsari, faranno precipitare l’appassionato calore di maestro Adamo nella sua grottesca contraffazione finale (che rappresenta poi la sua autentica natura di dannato, la sua umanità irrigidita ed incapace di redenzione).

Personaggi del canto XXX

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Dannato

Griffolino d'Arezzo

Inferno · VIII cerchio, falsari

Alchimista aretino arso a Siena per avere promesso per scherzo ad Albero di insegnargli a volare.

Dannato

Capocchio

Inferno · VIII cerchio, falsari

Alchimista arso vivo a Siena nel 1293, «buona scimia» della natura; conosceva Dante.

Dannato

Maestro Adamo

Inferno · VIII cerchio, falsari

Falsificatore di fiorini, gonfio di idropisia e tormentato da una sete eterna.

Dannato

Gianni Schicchi

Inferno · VIII cerchio, falsari

Fiorentino che si finse Buoso Donati morente per dettare un falso testamento: corre rabbioso mordendo gli altri.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Storia
Inferno · Canto XXX Liceo

Maestro Adamo e i conti Guidi

vv. 73-78Ivi è Romena, là dov'io falsaila lega suggellata del Batista;per ch'io il corpo sù arso lasciai.Ma s'io vedessi qui l'anima tristadi Guido o d'Alessandro o di lor frate,per Fonte Branda non darei la vista.Leggi nel testo

Tra i falsari di moneta c'è maestro Adamo, gonfio di idropisia e tormentato da una sete infinita. Per conto dei conti Guidi di Romena aveva coniato fiorini falsi con oro di qualità inferiore, e per questo fu bruciato vivo nel 1281. Ora sogna i ruscelli del Casentino, e vorrebbe vedere all'Inferno i signori che lo avevano spinto a falsificare: per vederli non cambierebbe neppure la fonte più fresca.

I conti Guidi erano una potente famiglia toscana. Dante ne chiama in causa tre fratelli: Guido II, Alessandro e Aghinolfo. Eppure in esilio Dante era stato ospite di altri rami della stessa famiglia, e alla morte di Alessandro scrisse una lettera di condoglianze che esprimeva stima nei suoi confronti.

Questa contraddizione si può spiegare in vari modi: forse Dante scoprì solo più tardi il ruolo dei Guidi nella falsificazione, o forse sentiva il dovere di denunciare una colpa nota a tutti, anche se toccava persone vicine. Il fiorino era la moneta di Firenze e falsificarlo significava colpire la città.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Maestro Adamo

Ne parla la scheda «L'alchimia, una scienza o una frode?» (Inf. XXIX).

Il Casentino

Ne parla la scheda «La valle dell'Arno, una galleria di bestie» (Purg. XIV).

Griffolino d'Arezzo

Compare anche in un altro canto.

Capocchio

Compare anche in un altro canto.