La Fortuna, una creatura beata
vv. 91-96Quest'è colei ch'è tanto posta in crocepur da color che le dovrien dar lode,dandole biasmo a torto e mala voce;ma ella s'è beata e ciò non ode:con l'altre prime creature lietavolve sua spera e beata si gode.Leggi nel canto
Tra gli avari e i prodighi Virgilio spiega a Dante che cosa sia la Fortuna. Per gli antichi era una dea capricciosa, raffigurata con una ruota che innalza e abbatte gli uomini a caso. Dante la trasforma in un'intelligenza angelica creata da Dio, una «general ministra e duce» incaricata di far passare i beni terreni da un popolo all'altro, da una famiglia all'altra.
Il suo giudizio sembra cieco, «occulto come in erba l'angue», cioè nascosto come un serpente nell'erba, ma risponde a un disegno provvidenziale che gli uomini non capiscono. Per questo è ingiusto maledirla: lei non ascolta, è beata e gira la sua sfera come gli angeli muovono i cieli.
È un momento sorprendente: nel mezzo dell'Inferno il discorso si alza verso il cielo e verso l'armonia del creato. Dante tornerà sul tema nel Paradiso, quando Cacciaguida spiegherà che anche le città e le famiglie nascono e muoiono secondo la Fortuna.