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Testo e parafrasi del canto XVI
Parafrasi
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1
O poca nostra nobiltà di sangue,Ase gloriar di te la gente faiBqua giù dove l'affetto nostro langue,A
4
mirabil cosa non mi sarà mai:Bché là dove appetito non si torce,Cdico nel cielo, io me ne gloriai.B
O nostra nobiltà di sangue, che sei cosa di si poco conto, se induci gli uomini a gloriarsi di te quaggiù sulla terra, dove il nostro amore (verso Dio) ha scarsa forza (poiché si lascia attrarre dai beni mondani), per me ormai non sarai più causa di meraviglia, perché lassù, voglio dire in cielo, dove il nostro desiderio non può mai essere deviato dalla retta via, io pure mi gloriai di te.
O nostra misera nobiltà di sangue, se tu fai vantare di te la gente quaggiù, dove il nostro desiderio è debole, non sarà mai per me una cosa da stupirsi: perché là dove il desiderio non devia, cioè nel cielo, io me ne vantai.
7
Ben se' tu manto che tosto raccorce:Csì che, se non s'appon di dì in die,Dlo tempo va dintorno con le force.C
Certo tu sei come un mantello che presto diventa corto, così che, se non si aggiunge ogni giorno qualcosa ad esso (cioè alla virtù degli antenati), il tempo accorcia questo mantello girandovi intorno con le forbici.
Sei proprio un mantello che si accorcia presto: così che, se non vi si aggiunge stoffa di giorno in giorno, il tempo gli gira intorno con le forbici.
10
Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,Din che la sua famiglia men persevra,Ericominciaron le parole mie;D
Io ripresi il mio discorso (con Cacciaguida) usando il “voi” che Roma per prima permise, uso nel quale (ora) la sua popolazione persevera meno delle altre;
Con il “voi”, che Roma per prima accettò e in cui ora i suoi abitanti perseverano meno, ricominciarono le mie parole;
13
onde Beatrice, ch'era un poco scevra,Eridendo, parve quella che tossioFal primo fallo scritto di Ginevra.E
perciò Beatrice, che stava un poco discosta da me, sorridendo, parve fare come la dama di Malehaut, quella che tossì in occasione del primo colloquio d’amore di Giinevra raccontato nei romanzi francesi.
per cui Beatrice, che stava un po' in disparte, sorridendo, sembrò quella dama che tossì al primo errore di Ginevra narrato nel libro.
16
Io cominciai: «Voi siete il padre mio;Fvoi mi date a parlar tutta baldezza;Gvoi mi levate sì, ch'i' son più ch'io.F
Io cominciai: “Voi siete il padre mio; voi mi date un confidente ardire nel parlarvi; voi mi elevate così in alto, che io mi sento più di quello che sono in realtà.
Io cominciai: «Voi siete il padre mio; voi mi date tutta la sicurezza di parlare; voi mi innalzate tanto che sono più di me stesso.
19
Per tanti rivi s'empie d'allegrezzaGla mente mia, che di sé fa letiziaHperché può sostener che non si spezza.G
(Ascoltandovi) il mio animo si riempie di gioia per così tante vie, che si rallegra con se stesso perché può sostenerla senza esserne sopraffatto.
La mia mente si riempie di gioia da tanti ruscelli, che è lieta di se stessa perché può sopportarla senza spezzarsi.
22
Ditemi dunque, cara mia primizia,Hquai fuor li vostri antichi e quai fuor li anniIche si segnaro in vostra puerizia;H
Ditemi, dunque, amato capostipite della mia famiglia, chi furono i vostri antenati, e in quali anni si svolse la vostra fanciullezza (letteralmente: quali furono gli anni che si segnarono nei calendari durante la vostra fanciullezza:
Ditemi dunque, mio caro capostipite, chi furono i vostri antenati e quali furono gli anni che si contarono nella vostra fanciullezza;
25
ditemi de l'ovil di San GiovanniIquanto era allora, e chi eran le gentiJtra esso degne di più alti scanni».I
ditemi quanti erano allora gli abitanti di Firenze (ovil di San Giovanni, in quanto San Giovanni Battista è il patrono della città), e quali in essa le famiglie degne di salire alle più alte dignità”.
ditemi dell'ovile di San Giovanni (Firenze) quanto era grande allora, e chi erano le famiglie in esso degne delle cariche più alte».
28
Come s'avviva a lo spirar d'i ventiJcarbone in fiamma, così vid'io quellaKluce risplendere a' miei blandimenti;J
Come per lo spirare del vento si ravviva un carbone acceso, così vidi la luce di Cacciaguida risplendere più intensamente alle mie parole affettuose;
Come un carbone si ravviva in fiamma al soffiare dei venti, così vidi quella luce risplendere alle mie parole affettuose;
31
e come a li occhi miei si fé più bella,Kcosì con voce più dolce e soave,Lma non con questa moderna favella,K
34
dissemi: «Da quel dì che fu detto 'Ave'Lal parto in che mia madre, ch'è or santa,Ms'alleviò di me ond'era grave,L
37
al suo Leon cinquecento cinquantaMe trenta fiate venne questo focoNa rinfiammarsi sotto la sua pianta.M
e come essa si fece più bella ai miei occhi, così con voce più dolce e soave (di prima), ma non nella lingua che usiamo ora, mi disse: “ Dal giorno in cui l’arcangelo disse “Ave” alla Vergine Maria fino al momento del parto con il quale mia madre, che ora è beata in cielo, si sgravò di me di cui era incinta, il rosso pianeta Marte venne 580 volte ad attingere nuovo calore sotto il piede del Leone, la costellazione che ha la sua stessa natura.
e come ai miei occhi diventò più bella, così, con voce più dolce e soave, ma non con questa lingua moderna, mi disse: «Dal giorno in cui fu detto “Ave” (l'Annunciazione) fino al parto in cui mia madre, che ora è santa, si liberò di me di cui era incinta, questo fuoco (il pianeta Marte) tornò al suo Leone cinquecentocinquanta e trenta volte, per riaccendersi sotto la sua zampa.
40
Li antichi miei e io nacqui nel locoNdove si truova pria l'ultimo sestoOda quei che corre il vostro annual gioco.N
I miei avi ed io nascemmo in quel puntodi Firenze dove per chi corre il vostro palio annuale incomincia l’ultimo sestiere.
I miei antenati e io nascemmo nel luogo dove l'ultimo sestiere viene raggiunto per primo da chi corre il vostro palio annuale.
43
Basti d'i miei maggiori udirne questo:Ochi ei si fosser e onde venner quivi,Ppiù è tacer che ragionare onesto.O
Dei miei antenati ti basti sapere questo: chi essi fossero e da dove siano venuti qui a Firenze, è più opportuno tacere che dire.
Dei miei antenati ti basti sapere questo: chi fossero e da dove vennero lì è più dignitoso tacerlo che parlarne.
46
Tutti color ch'a quel tempo eran iviPda poter arme tra Marte e 'l Batista,Qeran il quinto di quei ch'or son vivi.P
Tutti coloro che in quel tempo erano atti alle armi a Firenze nella zona compresa tra la statua di Marte (sul Ponte Vecchio) e il Battistero, erano la quinta parte di quelli che ora sono nella città.
Tutti quelli che a quel tempo erano lì in grado di portare le armi, tra la statua di Marte e il Battistero, erano la quinta parte di quelli che vivono ora.
49
Ma la cittadinanza, ch'è or mistaQdi Campi, di Certaldo e di Fegghine,Rpura vediesi ne l'ultimo artista.Q
Ma la popolazione, che ora è mescolata con famiglie del contado venute da Campi, da Certaldo e da Figline, appariva di puro sangue fiorentino fino al più umile artigiano.
Ma la cittadinanza, che ora è mescolata con gente di Campi, di Certaldo e di Figline, era allora pura fino all'ultimo artigiano.
52
Oh quanto fora meglio esser vicineRquelle genti ch'io dico, e al GalluzzoSe a Trespiano aver vostro confine,R
55
che averle dentro e sostener lo puzzoSdel villan d'Aguglion, di quel da Signa,Tche già per barattare ha l'occhio aguzzo!S
Oh quanto sarebbe meglio che quelle genti di cui ho parlato fossero solo vostre confinanti, e che voi aveste il confine della vostra città a Galluzzo e a Trespiano, anziché averle dentro le mura e sostenere il tanfo contadinesco di Baldo d’Aguglione, di Fazio da Signa, che certo ha l’occhio pronto a cogliere ogni occasione di baratteria!
Oh quanto sarebbe meglio che quelle genti di cui parlo fossero vicine, e avere il vostro confine al Galluzzo e a Trespiano, piuttosto che averle dentro le mura e sopportare il puzzo del villano di Aguglione e di quello di Signa, che ha già l'occhio acuto per fare imbrogli!
58
Se la gente ch'al mondo più tralignaTnon fosse stata a Cesare noverca,Uma come madre a suo figlio benigna,T
61
tal fatto è fiorentino e cambia e merca,Uche si sarebbe vòlto a Simifonti,Vlà dove andava l'avolo a la cerca;U
Se la gente di Chiesa, che oggi nel mondo è quella che più devia dal retto cammino, non fosse stata avversa all’imperatore (a Cesare) come una matrigna, ma si fosse comportata (nei suoi confronti) come una madre piena d’amore verso il figlio, taluni che sono diventati fiorentini ed esercitano l’arte del cambio e della mercatura, avrebbero invece continuato a vivere nel contado di Semifonte, là dove i loro antenati facevano la ronda di notte (attorno alle mura):
Se la gente che nel mondo più degenera (il clero) non fosse stata matrigna verso Cesare (l'imperatore), ma benevola come una madre con il figlio, c'è chi è diventato fiorentino e fa il cambiavalute e il mercante, che sarebbe tornato a Semifonte, dove suo nonno andava a chiedere l'elemosina;
64
sariesi Montemurlo ancor de' Conti;Vsarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,We forse in Valdigrieve i Buondelmonti.V
il castello di Montemurlo sarebbe ancora dei conti Guidi; i Cerchi sarebbero ancora nella pieve di Acone, e forse i Buondelmonti ancora in Val di Greve.
Montemurlo apparterrebbe ancora ai conti (Guidi); i Cerchi sarebbero nella pieve di Acone, e forse i Buondelmonti in Valdigreve.
67
Sempre la confusion de le personeWprincipio fu del mal de la cittade,Xcome del vostro il cibo che s'appone;W
La mescolanza di stirpi diverse fu sempre causa di rovina per lo stato, come (è causa di malattia) per il vostro corpo il cibo che si sovrappone (nello stomaco ad un altro non ancora digerito);
La mescolanza delle persone fu sempre l'inizio del male della città, come per il vostro corpo lo è il cibo che si aggiunge a quello già mangiato;
70
e cieco toro più avaccio cadeXche cieco agnello; e molte volte tagliaYpiù e meglio una che le cinque spade.X
e un toro cieco cade più presto di un agnello cieco; e spesso una spada sola ferisce più e meglio che non cinque spade.
e un toro cieco cade prima di un agnello cieco; e molte volte una sola spada taglia di più e meglio di cinque spade.
73
Se tu riguardi Luni e OrbisagliaYcome sono ite, e come se ne vannoZdi retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,Y
76
udir come le schiatte si disfannoZnon ti parrà nova cosa né forte,AAposcia che le cittadi termine hanno.Z
Se tu consideri come sono andate in rovina Luni e Urbisaglia, e come si stanno spegnendo sulle loro orme Chiusi e Sinigaglia, non ti sembrerà cosa strana né difficile a capirsi che si spengono (anche) le famiglie, dal momento che la vita delle città è soggetta alla rovina.
Se guardi come sono finite Luni e Urbisaglia, e come stanno andando dietro di loro Chiusi e Senigallia, sentire come le famiglie si estinguono non ti sembrerà una cosa nuova né difficile da credere, poiché anche le città hanno una fine.
79
Le vostre cose tutte hanno lor morte,AAsì come voi; ma celasi in alcunaABche dura molto, e le vite son corte.AA
Le cose terrene, così come (avviene per) voi uomini, sono tutte soggette alla morte, ma essa sembra non manifestarsi in alcune cose che durano a lungo (come le città o le schiatte);
Tutte le vostre cose hanno la loro morte, come voi; ma essa resta nascosta in alcune che durano a lungo, mentre le vite sono brevi.
82
E come 'l volger del ciel de la lunaABcuopre e discuopre i liti sanza posa,ACcosì fa di Fiorenza la Fortuna:AB
d’altra parte la vita umana è cosi breve (che non permette di vedere la loro fine). E come il girare del cielo della Luna (generando i flussi e i riflussi della marea) copre e lascia scoperte alternativamente le spiagge del mare, così la Fortuna ora innalza, ora abbassa le sorti di Firenze:
E come il girare del cielo della luna copre e scopre le spiagge senza sosta, così fa la Fortuna con Firenze:
85
per che non dee parer mirabil cosaACciò ch'io dirò de li alti FiorentiniADonde è la fama nel tempo nascosa.AC
per questo motivo non deve stupire ciò che io dirò dei Fiorentini di antica nobiltà, la fama dei quali è coperta dall’oblio del tempo.
per cui non deve sembrare una cosa sorprendente ciò che dirò degli illustri fiorentini, la cui fama è nascosta dal tempo.
88
Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,ADFilippi, Greci, Ormanni e Alberichi,AEgià nel calare, illustri cittadini;AD
Io vidi gli Ughi, e vidi i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni e gli Alberichi, già in decadenza e in via di estinzione, sebbene ancora illustri cittadini;
Io vidi gli Ughi e vidi i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni e gli Alberichi, cittadini illustri già in decadenza;
91
e vidi così grandi come antichi,AEcon quel de la Sannella, quel de l'Arca,AFe Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.AE
e vidi famiglie la cui potenza era pari all’antichità, con gli appartenenti alla famiglia dei della Sannella, dei dell’Arce, e i Soldanieri e gli Ardinghi e i Bostichi.
e vidi famiglie tanto grandi quanto antiche: quelli della Sannella, quelli dell'Arca, e i Soldanieri, gli Ardinghi e i Bostichi.
94
Sovra la porta ch'al presente è carcaAFdi nova fellonia di tanto pesoAGche tosto fia iattura de la barca,AF
97
erano i Ravignani, ond'è discesoAGil conte Guido e qualunque del nomeAHde l'alto Bellincione ha poscia preso.AG
Presso porta San Piero, che ora è piena di felloneria portata da gente appena arrivata, felloneria così grave che presto causerà la rovina della città che l’accoglie, abitavano i Ravignani, dai quali sono discesi il conte Guido e tutti coloro che hanno poi preso il nome dal nobile Bellincione.
Sopra la porta (di San Piero) che oggi è carica di un nuovo tradimento di tale peso che presto sarà la rovina della nave (della città), c'erano i Ravignani, da cui è disceso il conte Guido e chiunque in seguito ha preso il nome dell'illustre Bellincione.
100
Quel de la Pressa sapeva già comeAHregger si vuole, e avea GaligaioAIdorata in casa sua già l'elsa e 'l pome.AH
Gli appartenenti alla famiglia della Pressa avevano già esperienza di governo, e i Galigai erano già stati insigniti della dignità di cavalieri.
Quello della Pressa sapeva già come si deve governare, e Galigaio aveva già in casa sua l'elsa e il pomo della spada dorati (era cavaliere).
103
Grand'era già la colonna del Vaio,AISacchetti, Giuochi, Fifanti e BarucciAJe Galli e quei ch'arrossan per lo staio.AI
Erano già grandi la famiglia dei Pigli, quella dei Sacchetti. dei Giuochi. dei Fifanti e dei Barucci e dei Galli e dei Chiaramontesi, coloro che arrossiscono di vergogna per la frode dello staio di sale.
Erano già grandi la famiglia della colonna di vaio (i Pigli), i Sacchetti, i Giuochi, i Fifanti e i Barucci, e i Galli e quelli che arrossiscono per lo staio (i Chiaramontesi).
106
Lo ceppo di che nacquero i CalfucciAJera già grande, e già eran trattiAKa le curule Sizii e Arrigucci.AJ
La schiatta da cui discese la famiglia dei Calfucci era già grande, e già erano stati chiamati alle più alte cariche pubbliche i Sizii e gli Arrigucci.
Il ceppo da cui nacquero i Calfucci era già grande, e i Sizii e gli Arrigucci erano già stati chiamati alle cariche più alte.
109
Oh quali io vidi quei che son disfattiAKper lor superbia! e le palle de l'oroALfiorian Fiorenza in tutt'i suoi gran fatti.AK
112
Così facieno i padri di coloroALche, sempre che la vostra chiesa vaca,AMsi fanno grassi stando a consistoro.AL
Oh quanto potenti io vidi gli Uberti, che (ora) sono caduti in rovina per la loro superbia! e l’insegna dei Lamberti dava lustro a Firenze in tutte le sue grandi imprese. Allo stesso modo (dei Lamberti) onoravano Firenze gli antenati dei Visdomini e dei Tosinghi, i quali, quando la vostra sede vescovile è vacante, ne approfittano per arricchirsi allorché si riuniscono insieme per amministrarla.
Oh come erano grandi quelli che vidi, ora rovinati dalla loro superbia (gli Uberti)! E le palle d'oro (dei Lamberti) davano lustro a Firenze in tutte le sue grandi imprese. Così facevano i padri di quelli (i Visdomini e i Tosinghi) che, ogni volta che la vostra sede vescovile è vacante, si ingrassano restando riuniti in consiglio.
115
L'oltracotata schiatta che s'indracaAMdietro a chi fugge, e a chi mostra 'l denteANo ver la borsa, com'agnel si placa,AM
118
già venìa sù, ma di picciola gente;ANsì che non piacque ad Ubertin DonatoAOche poi il suocero il fé lor parente.AN
La prepotente schiatta (degli Adimari) che infierisce (s’indraca: si fa feroce come drago) su chi fugge, e diventa umile come un agnello davanti a chi le mostra i denti o le offre la borsa, già iniziava l’ascesa, ma modesta era la sua origine tanto che a Ubertino Donati non piacque che il suocero (Bellincione Berti) lo facesse poi diventare loro parente.
La famiglia arrogante (gli Adimari) che si fa feroce come un drago contro chi fugge, e con chi mostra i denti o la borsa si placa come un agnello, stava già salendo, ma era di gente umile; tanto che a Ubertino Donati non piacque che suo suocero lo facesse loro parente.
121
Già era 'l Caponsacco nel mercatoAOdisceso giù da Fiesole, e già eraAPbuon cittadino Giuda e Infangato.AO
I Caponsacchi erano già scesi da Fiesole ed abitavano nei pressi del Mercato Vecchio, ed eran già diventati cittadini ragguardevoli i Giudi e gli Infangati.
Il Caponsacco era già sceso da Fiesole al Mercato, e Giuda e Infangato erano già buoni cittadini.
124
Io dirò cosa incredibile e vera:APnel picciol cerchio s'entrava per portaAQche si nomava da quei de la Pera.AP
Dirò una cosa incredibile eppure vera nella cerchia antica si entrava per una porta che prendeva nome dalla famiglia dei della Pera.
Dirò una cosa incredibile e vera: nella piccola cerchia di mura si entrava per una porta che prendeva il nome da quelli della Pera.
127
Ciascun che de la bella insegna portaAQdel gran barone il cui nome e 'l cui pregioARla festa di Tommaso riconforta,AQ
130
da esso ebbe milizia e privilegio;ARavvegna che con popol si rauniASoggi colui che la fascia col fregio.AR
Tutte le famiglie che portano (nel loro stemma) la bella insegna di Ugo il Grande, la cui fama e le cui opere sono commemorate nel giorno festivo di San Tommaso, ricevettero da lui la dignità cavalleresca e il privilegio (di portare il suo stemma), sebbene oggi uno che adorna quell’insegna col fregio (di una fascia d’oro) si sia schierato dalla parte del popolo.
Ciascuno di quelli che portano lo stemma del grande barone (Ugo di Toscana) il cui nome e il cui valore vengono ricordati nella festa di san Tommaso, ebbe da lui la dignità di cavaliere e i privilegi; anche se oggi si unisce al popolo colui (Giano della Bella) che circonda quello stemma con un fregio.
133
Già eran Gualterotti e Importuni;ASe ancor saria Borgo più quieto,ATse di novi vicin fosser digiuni.AS
Fiorivano già le famiglie dei Gualterotti e degli Importuni; e il quartiere di Borgo Santi Apostoli sarebbe ancor oggi più tranquillo, se esse non avessero avuto i nuovi vicini.
C'erano già i Gualterotti e gli Importuni; e il Borgo (Santi Apostoli) sarebbe ancora più tranquillo, se fossero rimasti privi di nuovi vicini.
136
La casa di che nacque il vostro fleto,ATper lo giusto disdegno che v'ha morti,AUe puose fine al vostro viver lieto,AT
139
era onorata, essa e suoi consorti:AUo Buondelmonte, quanto mal fuggistiAVle nozze sue per li altrui conforti!AU
La casa (degli Amidei) da cui nacque il pianto di Firenze, a causa del loro legittimo sdegno che (però) vi ha portati alla rovina, e ha posto fine alla vostra vita serena e pacifica, era tenuta in onore, essa e la sua consorteria (i Gherardini e gli Uccellini): o Buondelmonte, quanto facesti male a venir meno alla promessa di nozze con una donna di quella famiglia per istigazione altrui!
La casata (gli Amidei) da cui nacque il vostro pianto, per il giusto sdegno che vi ha portato la morte e ha posto fine alla vostra vita serena, era onorata, essa e le famiglie alleate: o Buondelmonte, quanto male facesti a fuggire le nozze con lei per i consigli di altri!
142
Molti sarebber lieti, che son tristi,AVse Dio t'avesse conceduto ad EmaAWla prima volta ch'a città venisti.AV
Molti, che ora sono tristi (per i lutti causati dalla divisione della città), sarebbero invece lieti, se Dio ti avesse fatto annegare nel fiume Ema la prima volta che venisti a Firenze.
Molti che ora sono tristi sarebbero lieti, se Dio ti avesse fatto annegare nell'Ema la prima volta che venisti in città.
145
Ma conveniesi a quella pietra scemaAWche guarda 'l ponte, che Fiorenza fesseAXvittima ne la sua pace postrema.AW
Ma era necessario che Firenze, giunta alla fine del suo periodo di pace interna, immolasse una vittima alla statua mutila di Marte che è in capo al Ponte Vecchio.
Ma era destino che Firenze, nei suoi ultimi giorni di pace, offrisse una vittima a quella statua mutilata (di Marte) che guarda il ponte.
148
Con queste genti, e con altre con esse,AXvid'io Fiorenza in sì fatto riposo,AYche non avea cagione onde piangesse:AX
Con queste famiglie e con altre insieme a loro, vidi Firenze in una pace cosiì profonda, che non c’era nulla da cui ricevesse motivo di sofferenza:
Con queste famiglie, e con altre insieme a loro, io vidi Firenze in una tale tranquillità che non aveva motivo di piangere:
151
con queste genti vid'io gloriosoAYe giusto il popol suo, tanto che 'l giglioAZnon era ad asta mai posto a ritroso,AY
154
né per division fatto vermiglio».AZ
con queste famiglie io vidi il suo popolo così glorioso e concorde, che l’insegna del giglio non era mai stata capovolta in cima all’asta, né il giglio bianco era mai stato sostituito con quello rosso per le lotte di partito”.
con queste famiglie vidi il suo popolo glorioso e giusto, tanto che il giglio non era mai stato messo capovolto sull'asta (in segno di sconfitta), né era stato fatto diventare rosso dalle divisioni».
Riassunto del canto XVI
Continua il dialogo fra Dante e Cacciaguida, che nel canto precedente ha tratteggiato l’immagine della Firenze del passato. Ora il Poeta gli rivolge una serie di domande precise: chi furono i comuni antenati, in quale periodo il trisavolo visse, quali furono le caratteristiche dell’ovil di San Giovanni nei tempi passati e quali le famiglie più ragguardevoli. Illuminandosi di gioia nel rispondergli, Cacciaguida rivela di essere nato alla fine del secolo XI, aggiungendo che le case della sua famiglia si trovavano dentro la prima cerchia di mura: garanzia, questa, di antica nobiltà. La popolazione fiorentina era assai meno numerosa di quella dei tempi del Poeta, ma di sangue più puro. Ora, invece, essa è contaminata dalla presenza di famiglie venute dal contado, che la città, nella sua progressiva espansione, è giunta ad assorbire. Anche il numero dei nobili è aumentato, poiché molti feudatari, vinti dal comune fiorentino, sono stati costretti ad abbandonare il contado e a trasferirsi in città. Origine di questi sconvolgimenti sociali e politici è l’intervento della Chiesa in campo temporale a danno degli interessi dell’lmpero, che non può più opporsi all’espansione dei centri cittadini. Tuttavia questa mescolanza di stirpi e di famiglie porterà ad un aumento delle discordie e delle lotte civili e, quindi, ad una rapida decadenza delle città. Nella seconda parte del canto Cacciaguida enumera moltissime famiglie nobili della Firenze antica, ormai scomparse o in via di decadimento e conclude il suo discorso ricordando le famiglie degli Adimari e dei Buondelmonti, il cui dissidio causò le prime divisioni della città.
In breve
Dove e chi
Cielo di Marte: Combattenti per la fede. Una croce luminosa.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Canto dei fiorentini antichi: così viene definito il XVI, in contrapposto a quello di Firenze antica, il XV, e a quello dell’esilio, il XVII. Chiuso fra due momenti centrali della Commedia - il ritorno al passato per presentare quello che dovrebbe essere il volto nuovo e rigenerato della società futura e la consacrazione ultima e definitiva della missione di Dante - esso è apparso al Momigliano "troppo irto di nomi", quasi una nuda cronaca, per cui farebbe l’effetto di "una delle pagine un po’ secche e aride di Dino Compagni, dove non mancano profili taglienti di personaggi e di fatti, ma questi sono non di rado dispersi in un complesso poco animato, e non sono frequenti i quadri dal taglio sicuro". Il Poeta è troppo "municipale" in questo canto, che "è l’unico... della Divina Commedia in cui la fiorentinità di Dante confini con l’angustia spirituale e poetica ". Tuttavia il giudizio dell’illustre critico è troppo parziale, limitato a quelle terzine che presentano una rassegna di nomi nella quale la vena poetica scade. Più esatta appare la seguente puntualizzazione del Parodi: " L’enumerazione, che fa Cacciaguida, delle più antiche e illustri famiglie fiorentine è uno stupendo pezzo di poesia; solo qualche verso, composto di puri nomi, che non dicono più nulla alla fantasia del lettore moderno, pare una foglia morta in mezzo al fresco e fitto fogliame d’un albero rigoglioso ". Così anche il Maier, che sottolinea la presenza, nel canto, di un forte motivo lirico, quello della "rimembranza": Dante "ci dà qui, in nuce una storia araldica a volo d’aquila, della sua città; e si sofferma con commozione su ognuna delle stirpi gloriose, ne scandisce compiaciuto i bei nomi italici trascolorati dalla guerra del tempo, s’indugia sui particolari che più possono interessare e si prestino ad eloquenti e, direi, scultorie caratterizzazioni". Nel suo atteggiamento di rievocatore dei fasti fiorentini Dante, ancora una volta, fonda il mito e l’ideale su un dato obiettivo, un cenno biografico, un segno concreto, come, in questo canto, la domanda rivolta a Cacciaguida: ditemi... quai fuor li vostri antichi, e quai fuor li anni che si segnare in nostra puerizia. Dalla nobiltà della propria stirpe e dalla storia della propria famiglia il Poeta trapassa poi alla visione della nobiltà e della storia di Firenze, finché la prospettiva poetica si allarga ancora. Le notizie d’interesse puramente locale sono viste dentro un più alto ordine di cose e i versi acquistano, come ben nota il Maier, "un senso di fatalità storica ed un tono solenne, come di profezia (sarìesi Montemurlo... sarìeno i Cerchi...)" che si conclude in una grave sentenza (sempre la confusion delle persone principio fu del mal della cittade...), quasi una sintetica proposizione di filosofia della storia. Anche i versi seguenti mantengono questo tono austero e sentenzioso, nel quale esemplificazioni circostanziate (la sorte di Luni, Urbisaglia, Chiusi, Sinigaglia) si concludono in riflessioni profonde e universali, dove torna il senso, tanto vivo in Dante, dell’effimero e fugace trascorrere dei beni mondani affidati al misterioso giudizio e alle incessanti permutazioni della Fortuna: le cose umane passano e muoiono, le schiatte scompaiono, le città hanno termine. Dopo queste cosmiche considerazioni il discorso di Cacciaguida si volge nuovamente a Firenze e alla fatalità della sua sorte, cosicché la città, nella sua vicenda di splendore e di decadenza, diventa la concreta incarnazione delle oscure leggi del destino, della capricciosa azione della Fortuna. Da una questione di genealogia (ditemi... qual fuor li vostri antichi) Dante è dunque assurto alla lirica e all’epopea, perché, dopo essere stato "il cantore dell’epopea propria, dalle glorie vetuste de’ suoi avi alla gloria del proprio incontaminato esilio", fonde nel suo "poema personale... in una stupenda e indivisibile unità il poema di Firenze, e il fato di Firenze si lega col fato degli Alighieri e la tragedia della sventura di Dante è la tragedia dell’intera città" (Parodi) e del mondo intero, dove tutto si corrompe e tramonta sotto la silenziosa e impenetrabile figura della Fortuna. L’intonazione fondamentale del canto, infatti, è drammatica, nonostante l’immagine iniziale della sorridente e divertita Beatrice (versi 13-15). Dante, sulla base della rassegna che Anchise fa ad Enea dei suoi grandi pronipoti nel sesto libro dell’Eneide, imposta il sirventese degli alti Fiorentini, unendo, con improvvise mosse satiriche, la commozione suscitata dai grandi nomi del passato all’invettiva e al sarcasmo più violento, che non disdegna di scendere al pettegolezzo di famiglia e di vicinato (versi 112-120) e Cacciaguida, il crociato martire della fede, diventa veramente l’eco, nel realismo di questi ricordi, dello sdegno e della collera di Dante. Il canto si affretta alla conclusione con un crescendo di cupe visioni, in un pianto senza lagrime sull’inevitabile rovina di Firenze, voluta dalla sorte, che non soffocò, nei gorghi di un fiume impetuoso chi sarebbe stato causa di quella rovina (versi 142-144), e che fece piovere sulla sventurata città i malefici influssi delle stelle e di una sinistra statua pagana, alla quale fu offerto un sacrilego sacrificio (versi 145-147). Il canto di gloria degli alti Fiorentini si chiude, "in una potente e originale fusione di leggende popolari e di alti pensieri civili" (Parodi), con un tragico rosseggiare di sangue (il cadavere di Buondelmonte ai piedi del rozzo e monco idolo e il rosso giglio levato alto sulla nuova Firenze): una plastica contrapposizione alla mitica immagine della Firenze di Cacciaguida, I’ovil di San Giovanni.
vv. 79-84Le vostre cose tutte hanno lor morte,sì come voi; ma celasi in alcunache dura molto, e le vite son corte.E come 'l volger del ciel de la lunacuopre e discuopre i liti sanza posa,così fa di Fiorenza la Fortuna:Leggi nel testo
Cacciaguida continua il suo racconto delle famiglie antiche di Firenze, molte delle quali sono ormai scomparse o decadute. Per spiegarlo usa una riflessione generale: «Le vostre cose tutte hanno lor morte, / sì come voi». Le famiglie e le città nascono e finiscono come le persone, solo in tempi più lunghi, e la loro fine sfugge alla vista perché le vite umane sono brevi.
Come il cielo della Luna, girando, copre e scopre le spiagge con le maree, così la Fortuna fa con Firenze. È la stessa Fortuna di cui Virgilio aveva parlato nel canto VII dell'Inferno: un'intelligenza voluta da Dio che fa passare i beni da una famiglia all'altra.
Il canto si chiude con un episodio decisivo: l'uccisione di Buondelmonte nel 1216, all'origine della divisione di Firenze in guelfi e ghibellini. Firenze, dice Cacciaguida, avrebbe dovuto offrire una vittima alla statua di Marte. Il passato idealizzato contiene già il germe della discordia.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Le vostre cose tutte hanno lor morte
Ne parla la scheda «La Fortuna, una creatura beata» (Inf. VII).