Nel cielo di Venere le luci degli spiriti amanti accorrono danzando: tra loro Carlo Martello.
Paradiso · Cielo di Venere
Paradiso, Canto VIII
«Solea creder lo mondo in suo periclo…»
Dante e Beatrice ascendono al terzo cielo, quello di Venere, dove appaiono le anime di coloro che in vita sentirono con particolare intensità l’impulso amoroso, dal quale si lasciarono trascinare al male, finché seppero volgere questa loro inclinazione naturale a nobili azioni.
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Testo e parafrasi del canto VIII
Parafrasi
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1
Solea creder lo mondo in suo pericloAche la bella Ciprigna il folle amoreBraggiasse, volta nel terzo epiciclo;A
I popoli pagani con loro danno ritenevano che il bel pianeta Venere diffondesse con i suoi raggi l’amore sensuale, volgendosi nel terzo epiciclo;
Il mondo, quando era in pericolo (pagano), soleva credere che la bella Ciprigna (Venere), girando nel terzo epiciclo, irradiasse l'amore folle;
4
per che non pur a lei faceano onoreBdi sacrificio e di votivo gridoCle genti antiche ne l'antico errore;B
7
ma Dione onoravano e Cupido,Cquella per madre sua, questo per figlio,De dicean ch'el sedette in grembo a Dido;C
per la qual cosa le genti antiche, chiuse nell’errore del paganesimo, non solo adoravano la dea Venere con sacrifici e con invocazioni accompagnate da voti, ma rendevano onore anche a Diana e Cupido, a quella come madre di Venere, a questo come figlio; e raccontavano che Cupido si era seduto in grembo a Didone;
per cui le genti antiche, nell'antico errore, non solo onoravano lei con sacrifici e con preghiere votive; ma onoravano anche Dione e Cupido, quella come sua madre, questo come suo figlio, e dicevano che egli sedette in grembo a Didone;
10
e da costei ond'io principio piglioDpigliavano il vocabol de la stellaEche 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.D
e da Venere, dal nome della quale inizio questo canto, trae il nome la stella che il sole contempla come un innamorato ora mentre essa si trova alle sue spalle, ora mentre si trova davanti a lui.
e da costei, dalla quale io prendo inizio, prendevano il nome della stella che il sole vagheggia ora da dietro ora da davanti.
13
Io non m'accorsi del salire in ella;Ema d'esservi entro mi fé assai fedeFla donna mia ch'i' vidi far più bella.E
lo non mi accorsi di salire in esso; ma mi resi conto di esservi giunto quando vidi la mia donna farsi più bella.
Io non mi accorsi di salire in essa; ma mi diede piena certezza di esserci dentro la mia donna, che vidi diventare più bella.
16
E come in fiamma favilla si vede,Fe come in voce voce si discerne,Gquand'una è ferma e altra va e riede,F
19
vid'io in essa luce altre lucerneGmuoversi in giro più e men correnti,Hal modo, credo, di lor viste interne.G
E come nella fiamma si vede la scintilla, e come in due voci (che, cantando insieme, sembrano una sola) si distingue l’altra voce, se una sta ferma su una nota e la seconda si alza e si ad bassa, così nella luce del pianeta Venere scorsi altre luci muoversi in giro più o meno veloci, in proporzione, credo, alla maggiore o minore intensità della loro visione di Dio.
E come si vede una scintilla dentro una fiamma, e come si distingue una voce dentro un'altra voce, quando una è ferma e l'altra va e viene, così vidi in quella luce altre luci muoversi in cerchio, più o meno veloci, credo secondo la loro visione interiore (di Dio).
22
Di fredda nube non disceser venti,Ho visibili o no, tanto festini,Iche non paressero impediti e lentiH
25
a chi avesse quei lumi diviniIveduti a noi venir, lasciando il giroJpria cominciato in li alti Serafini;I
Da una fredda nube non discesero mai venti, visibili o no, tanto veloci, che non apparissero ritardati (nel loro procedere) e lenti a chi avesse veduto quelle luci divine affrettarsi verso di noi interrompendo la danza circolare prima iniziata nel cielo degli alti Serafini;
Da una nube fredda non scesero mai venti, visibili o no, così rapidi da non sembrare ostacolati e lenti a chi avesse visto quelle luci divine venire verso di noi, lasciando il giro cominciato prima tra gli alti Serafini;
28
e dentro a quei che più innanzi appariroJsonava 'Osanna' sì, che unque poiKdi riudir non fui sanza disiro.J
e all’ interno di quelle luci che apparvero davanti alle altre risuonava la parola “ Osanna ” con tanta dolcezza, che mai poi rimasi senza il desiderio di riudire quel canto.
e dentro quelle che apparvero più avanti risuonava «Osanna» in modo tale che da allora non sono mai stato senza il desiderio di riascoltarlo.
31
Indi si fece l'un più presso a noiKe solo incominciò: «Tutti sem prestiLal tuo piacer, perché di noi ti gioi.K
Poi una di queste si avvicinò di più a noi ed essa sola cominciò a parlare: “ Tutti siamo pronti a soddisfare ogni tuo desiderio, affinché tu tragga da noi motivo di gioia.
Poi una si fece più vicina a noi e da sola cominciò: «Tutti siamo pronti a ciò che ti piace, perché tu goda di noi.
34
Noi ci volgiam coi principi celestiLd'un giro e d'un girare e d'una sete,Mai quali tu del mondo già dicesti:L
37
'Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete';Me sem sì pien d'amor, che, per piacerti,Nnon fia men dolce un poco di quiete».M
Noi ci muoviamo con il coro angelico dei Principati nello stesso cerchio e con lo stesso movimento eterno e con lo stesso desiderio di Dio; ad essi tu un tempo, quando eri nel mondo, ti rivolgesti con questa canzone: “ Voi che ‘stendendo il terzo ciel movete”; e siamo così pieni d’amore, che, per compiacerti, non ci sarà meno dolce (rispetto alla danza e al canto) fermarci un poco (con te)”.
Noi ruotiamo con i principi celesti (gli angeli Principati) in un solo giro, con un solo ritmo e con una sola sete, ai quali tu nel mondo hai già detto: “Voi che con l'intelletto muovete il terzo cielo”; e siamo così pieni d'amore che, per farti piacere, un po' di sosta non sarà meno dolce».
40
Poscia che li occhi miei si fuoro offertiNa la mia donna reverenti, ed essaOfatti li avea di sé contenti e certi,N
43
rivolsersi a la luce che promessaOtanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fuePla voce mia di grande affetto impressa.O
46
E quanta e quale vid'io lei far piùePper allegrezza nova che s'accrebbe,Qquando parlai, a l'allegrezze sue!P
Dopo che i miei occhi si furono rivolti a Beatrice per chiedere umilmente il permesso di parlare, ed ella li rese paghi e certi del suo consenso, ritornarono allo spirito che con tanta generosità si era offerto (di soddisfare ogni mio desiderio), e le mie parole, pronunciate con tono di profondo affetto, furono: “Deh, chi siete?” Come lo vidi farsi più grande in ampiezza e fulgore per il nuovo gaudio che, quando gli rivolsi la parola, si aggiunse a quello che già provava come anima beata!
Dopo che i miei occhi si furono rivolti con riverenza alla mia donna, ed essa li ebbe resi soddisfatti e sicuri del suo consenso, si volsero di nuovo alla luce che si era tanto offerta, e la mia voce, piena di grande affetto, fu: «Deh, chi siete?». E quanto e come la vidi crescere per la nuova gioia che, quando parlai, si aggiunse alle sue gioie!
49
Così fatta, mi disse: «Il mondo m'ebbeQgiù poco tempo; e se più fosse stato,Rmolto sarà di mal, che non sarebbe.Q
Diventato più luminoso, mi disse: “ Il mondo mi ebbe poco tempo con se; e se fossi vissuto di più, si sarebbe evitato molto male, che invece avverrà.
Divenuta così, mi disse: «Il mondo mi ebbe laggiù per poco tempo; e se fosse stato di più, molto male che ci sarà non ci sarebbe stato.
52
La mia letizia mi ti tien celatoRche mi raggia dintorno e mi nascondeSquasi animal di sua seta fasciato.R
La letizia, che si diffonde intorno a me e mi ricopre come fossi un baco fasciato dal suo bozzolo, mi nasconde ai tuoi occhi.
La mia gioia, che mi irradia intorno e mi nasconde come un animale avvolto nella sua seta (il baco), mi tiene celato a te.
55
Assai m'amasti, e avesti ben onde;Sche s'io fossi giù stato, io ti mostravaTdi mio amor più oltre che le fronde.S
Assai mi amasti, e ben ne avesti ragione, perché se io fossi rimasto (più a lungo) in terra, ti avrei mostrato molto più che le fronde del mio affetto (offrendoti anche i suoi frutti).
Mi hai amato molto, e ne avevi ben ragione; perché, se fossi rimasto laggiù, ti avrei mostrato del mio amore più che le sole foglie.
58
Quella sinistra riva che si lavaTdi Rodano poi ch'è misto con Sorga,Uper suo segnore a tempo m'aspettava,T
61
e quel corno d'Ausonia che s'imborgaUdi Bari e di Gaeta e di CatonaVda ove Tronto e Verde in mare sgorga.U
Mi aspettavano come loro signore a tempo debito (dopo la morte di mio padre) la Provenza, che si stende lungo la riva sinistra del Rodano a sud del luogo in cui esso riceve le acque del Sorga, e quella parte d’Italia fatta a modo di corno che protende i suoi borghi di Bari, Gaeta e Catona a partire dal punto nel quale il Tronto e il Verde sfociano in mare.
Quella riva sinistra che è bagnata dal Rodano dopo che si è mescolato con la Sorga (la Provenza) mi aspettava, a tempo debito, come suo signore, e quel corno d'Italia che ha per città Bari, Gaeta e Catona, da dove il Tronto e il Verde sfociano in mare.
64
Fulgeami già in fronte la coronaVdi quella terra che 'l Danubio rigaWpoi che le ripe tedesche abbandona.V
Mi risplendeva già sulla fronte la corona d’Ungheria, la terra che il Danubio bagna dopo essere uscito dal territorio germanico.
Già mi splendeva in fronte la corona di quella terra (l'Ungheria) che il Danubio bagna dopo aver lasciato le rive tedesche.
67
E la bella Trinacria, che caligaWtra Pachino e Peloro, sopra 'l golfoXche riceve da Euro maggior briga,W
70
non per Tifeo ma per nascente solfo,Xattesi avrebbe li suoi regi ancora,Ynati per me di Carlo e di Ridolfo,X
73
se mala segnoria, che sempre accoraYli popoli suggetti, non avesseZmosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".Y
76
E se mio frate questo antivedesse,Zl'avara povertà di CatalognaAAgià fuggeria, perché non li offendesse;Z
E la bella Sicilia, che si vela di caligine nel tratto di costa fra il capo Passaro e il capo Faro presso il golfo di Catania, che è investito dallo scirocco più che da altri venti, non per colpa di Tifeo ma per le emanazioni sulfuree del terreno, avrebbe tuttora atteso i suoi re legittimi, che sarebbero discesi attraverso me da Cario e da Rodolfo, se il malgoverno, che sempre rattrista i popoli soggetti, non avesse mosso la popolazione di Palermo a ribellarsi al grido: “Morte, morte (ai Francesi)!” E se mio fratello prevedesse le conseguenze del malgoverno, già allontanerebbe da se l’avida povertà dei Catalani, perché non gli potessero nuocere;
E la bella Trinacria (la Sicilia), che si copre di fumo tra Capo Passero e Capo Peloro, sopra il golfo che riceve dallo scirocco il maggior tormento, non per Tifeo ma per lo zolfo che vi si forma, avrebbe ancora aspettato i suoi re, nati da Carlo e da Rodolfo attraverso di me, se il malgoverno, che sempre esaspera i popoli sottomessi, non avesse spinto Palermo a gridare: “Muoia, muoia!”. E se mio fratello (Roberto) prevedesse questo, eviterebbe già l'avida povertà dei Catalani, perché non gli recasse danno;
79
ché veramente proveder bisognaAAper lui, o per altrui, sì ch'a sua barcaABcarcata più d'incarco non si pogna.AA
poiché bisogna veramente che da parte sua, o da parte altrui, si provveda affinché il suo regno già gravato (dalla sua cupidigia) non venga oppresso da nuovi pesi.
perché davvero bisogna provvedere, da parte sua o di altri, che sulla sua barca già carica non si metta altro carico.
82
La sua natura, che di larga parcaABdiscese, avria mestier di tal miliziaACche non curasse di mettere in arca».AB
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«Però ch'i' credo che l'alta letiziaACche 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,ADlà 've ogne ben si termina e s'inizia,AC
La sua indole, che derivo avara da antenati liberali e generosi, avrebbe bisogno di funzionari tali che non si preoccupassero soltanto di riempire le loro borse ”. “ Poiché io credo che la profonda gioia che mi danno le tue parole, o mio signore, in Dio, principio e termine di ogni bene, tu la veda con la stessa chiarezza con la quale io la sento in me, tale gioia mi è più gradita;
La sua natura, che da generosa discese avara, avrebbe bisogno di funzionari che non si preoccupassero di riempire i forzieri». «Poiché io credo che l'alta gioia che le tue parole mi infondono, mio signore, là dove ogni bene finisce e comincia (in Dio),
88
per te si veggia come la vegg'io,ADgrata m'è più; e anco quest'ho caroAEperché 'l discerni rimirando in Dio.AD
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Fatto m'hai lieto, e così mi fa chiaro,AEpoi che, parlando, a dubitar m'hai mossoAFcom'esser può, di dolce seme, amaro».AE
e mi è cara anche per un altro motivo, perché tu la vedi guardando direttamente in Dio (cosi come fanno tutti i beati). Mi hai reso felice, ma ora chiarisci un mio dubbio, poiché, con le tue parole, mi hai spinto a chiedermi in che modo da un seme dolce possa derivare un frutto amaro (cioè: in che modo possano discendere da una nobile stirpe rappresentanti degeneri). ” Io gli dissi queste cose;
tu la veda così come la vedo io, mi è più gradita; e ho caro anche questo, che tu la scorgi guardando in Dio. Mi hai reso lieto, e allo stesso modo rendimi chiaro, poiché parlando mi hai spinto a dubitare, come da un seme dolce possa nascere un frutto amaro».
94
Questo io a lui; ed elli a me: «S'io possoAFmostrarti un vero, a quel che tu dimandiAGterrai lo viso come tien lo dosso.AF
ed egli mi rispose: “ Se riuscirò a dimostrarti una verità fondamentale, tu potrai volgere gli occhi all’oggetto della tua domanda così come ora gli volgi le spalle (cioè: capirai il problema del quale, per il momento, non riesci a renderti conto).
Questo dissi io a lui; ed egli a me: «Se posso mostrarti una verità, avrai davanti agli occhi ciò che chiedi, mentre ora l'hai alle spalle.
97
Lo ben che tutto il regno che tu scandiAGvolge e contenta, fa esser virtuteAHsua provedenza in questi corpi grandi.AG
Dio, il Bene che muove e rende lieti i cieli attraverso i quali tu sali, fa si che la sua provvidenza diventi, in questi grandi corpi celesti, virtù (capace di influire sul mondo sottostante).
Il bene (Dio) che fa girare e appaga tutto il regno che tu sali fa sì che la sua provvidenza diventi una forza in questi grandi corpi (i cieli).
100
E non pur le nature proveduteAHsono in la mente ch'è da sé perfetta,AIma esse insieme con la lor salute:AH
Nella mente divina, di per se perfetta, non solo si provvede all’esistenza delle molteplici nature terrene, ma anche a quanto è loro utile:
E nella mente che è perfetta per sé stessa non sono previste soltanto le nature, ma esse insieme con il loro bene:
103
per che quantunque quest'arco saettaAIdisposto cade a proveduto fine,AJsì come cosa in suo segno diretta.AI
per tale motivo tutto ciò che è generato dall’influenza dei cieli è disposto secondo un fine prestabilito da Dio, come una freccia lanciata verso il suo bersaglio.
per cui qualunque cosa quest'arco scocchi cade disposta verso un fine previsto, come una freccia diretta al suo bersaglio.
106
Se ciò non fosse, il ciel che tu cammineAJproducerebbe sì li suoi effetti,AKche non sarebbero arti, ma ruine;AJ
Se così non fosse, i cieli che tu attraversi produrrebbero effetti tali, che non sarebbero opere ordinate e razionali, ma disordine e distruzione;
Se non fosse così, il cielo che tu percorri produrrebbe i suoi effetti in modo tale che non sarebbero opere d'arte, ma rovine;
109
e ciò esser non può, se li 'ntellettiAKche muovon queste stelle non son manchi,ALe manco il primo, che non li ha perfetti.AK
tuttavia ciò e impossibile, se le intelligenze motrici di questi cieli non sono difettose, e se non è difettoso il primo intelletto (Dio), che, in questo caso, non le avrebbe create perfette.
e ciò non può essere, se le intelligenze che muovono queste stelle non sono difettose, e difettoso il primo motore (Dio), che non le avrebbe fatte perfette.
112
Vuo' tu che questo ver più ti s'imbianchi?».ALE io: «Non già; ché impossibil veggioAMche la natura, in quel ch'è uopo, stanchi».AL
Vuoi che ti illumini maggiormente questa verità che ti ho enunciata? ” Ed io: “ No certamente, perché so che è impossibile che la natura venga meno al fine che si è prefissa”. Perciò egli rispose: “ Ora dimmi:
Vuoi che questa verità ti si chiarisca di più?». E io: «No di certo; perché vedo che è impossibile che la natura venga meno in ciò che è necessario».
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Ond'elli ancora: «Or di': sarebbe il peggioAMper l'omo in terra, se non fosse cive?».AN«Sì», rispuos'io; «e qui ragion non cheggio».AM
118
«E puot'elli esser, se giù non si viveANdiversamente per diversi offici?AONon, se 'l maestro vostro ben vi scrive».AN
121
Sì venne deducendo infino a quici;AOposcia conchiuse: «Dunque esser diverseAPconvien di vostri effetti le radici:AO
sarebbe peggio per l’uomo sulla terra, se non vivesse in convivenza con gli altri? “ Sì ” risposi, “ e di questa verità non chiedo dimostrazione”. “ E potrebbe l’uomo essere cittadino (cioè far parte di un’organizzazione civile), se ciascuno nel mondo non vivesse in condizione diversa (rispetto a quella degli altri), esercitando funzioni diverse? No certo, se Aristotile, il vostro maestro, vi insegna esattamente. ” Cosi venne svolgendo le sue deduzioni fino a questo punto poi concluse: “ Dunque (se gli uomini devono assumersi compiti differenti) è necessario che (in ciascuno di voi) siano diverse le attitudini dalle quali siete indotti a compiere uffici diversi:
Per cui egli ancora: «Ora di': sarebbe peggio per l'uomo sulla terra se non vivesse in società?». «Sì», risposi; «e qui non chiedo la dimostrazione». «E può esserlo, se laggiù non si vive in modo diverso per compiti diversi? No, se il vostro maestro (Aristotele) scrive il giusto». Così venne deducendo fino a questo punto; poi concluse: «Dunque è necessario che le radici delle vostre attività siano diverse:
124
per ch'un nasce Solone e altro Serse,APaltro Melchisedèch e altro quelloAQche, volando per l'aere, il figlio perse.AP
per la qual cosa uno nasce (con l’attitudine del legislatore, come) Solone, e un altro (con quella del condottiero, come) Serse, uno (con la vocazione del sacerdote, come) Melchisedech e un altro (con quella dell’arte, come) Dedalo, l’artefice che, volando nell’aria, perse il figlio.
per cui uno nasce Solone e un altro Serse, un altro Melchisedec e un altro quello (Dedalo) che, volando per l'aria, perse il figlio.
127
La circular natura, ch'è suggelloAQa la cera mortal, fa ben sua arte,ARma non distingue l'un da l'altro ostello.AQ
Con il loro movimento circolare i cieli, che imprimono nelle creature il suggello della loro influenza, svolgono saggiamente la loro opera (distribuendo fra gli uomini attitudini diverse), ma (nel fare ciò) non distinguono tra casa e casa, tra famiglia e famiglia.
La natura dei cieli che girano, che è un sigillo impresso sulla cera mortale, fa bene il suo lavoro, ma non distingue una casa dall'altra (una famiglia dall'altra).
130
Quinci addivien ch'Esaù si diparteARper seme da Iacòb; e vien QuirinoASda sì vil padre, che si rende a Marte.AR
Di qui accade che Esaù si differenzia da Giacobbe già al momento del concepimento, e che Romolo discende da un padre di così umile condizione, che se ne attribuisce la paternità a Marte.
Da qui accade che Esaù si differenzia per natura da Giacobbe; e Quirino (Romolo) nasce da un padre così umile che lo si attribuisce a Marte.
133
Natura generata il suo camminoASsimil farebbe sempre a' generanti,ATse non vincesse il proveder divino.AS
La natura dei figli sarebbe sempre simile a quella dei padri, se la provvidenza divina (per mezzo delle influenze celesti) non vincesse (la naturale tendenza per cui il figlio assomiglia al padre).
La natura generata seguirebbe sempre un cammino simile a quello dei genitori, se non prevalesse la provvidenza divina.
136
Or quel che t'era dietro t'è davanti:ATma perché sappi che di te mi giova,AUun corollario voglio che t'ammanti.AT
Ora la verità che tu non vedevi ti è davanti agli occhi: ma affinché sappia che mi è dolce intrattenermi con te, voglio aggiungerti un corollario.
Ora ciò che ti stava dietro ti sta davanti: ma perché tu sappia che mi fa piacere stare con te, voglio avvolgerti in un corollario.
139
Sempre natura, se fortuna trovaAUdiscorde a sé, com'ogne altra sementeAVfuor di sua region, fa mala prova.AU
Sempre la disposizione naturale, se trova discordanti da se le condizioni esterne, fa cattiva prova, come ogni seme che venga gettato in un terreno non adatto.
Sempre la natura, se trova una sorte discorde da sé, fa cattiva prova, come ogni altro seme fuori dal suo terreno.
142
E se 'l mondo là giù ponesse menteAVal fondamento che natura pone,AWseguendo lui, avria buona la gente.AV
145
Ma voi torcete a la religioneAWtal che fia nato a cignersi la spada,AXe fate re di tal ch'è da sermone;AW
E se il mondo laggiù tenesse conto delle inclinazioni poste dalla natura in ciascuno e le seguisse, avrebbe sempre gente valente (adatta, cioè, ad eseguire i compiti affidati dalle influenze celesti). Ma voi costringete alla vita religiosa chi è nato per la vita militare, ed eleggete re chi è adatto a far prediche:
E se il mondo laggiù facesse attenzione al fondamento che la natura pone, seguendolo, avrebbe gente buona. Ma voi costringete alla vita religiosa uno che è nato per cingere la spada, e fate re uno che è adatto alle prediche;
148
onde la traccia vostra è fuor di strada».AX
per questo il vostro cammino è fuori della retta via ”.
per cui il vostro cammino è fuori strada».
Riassunto del canto VIII
Dante e Beatrice ascendono al terzo cielo, quello di Venere, dove appaiono le anime di coloro che in vita sentirono con particolare intensità l’impulso amoroso, dal quale si lasciarono trascinare al male, finché seppero volgere questa loro inclinazione naturale a nobili azioni. La prima anima che si fa avanti è quella del figlio di Carlo II d’Angiò, Carlo Martello, il quale in vita fu legato a Dante da affettuosa amicizia. Il giovane principe parla delle terre di cui sarebbe diventato sovrano se la morte non lo avesse rapito anzitempo, la Provenza e la regione napoletana. Ricorda che anche la bella Sicilia avrebbe potuto essere uno dei suoi dominii se la casata angioina avesse saputo ben governarla e non avesse provocato con la sua mala segnoria la rivolta dei Vespri Siciliani. Accenna infine al rapace governo esercitato nel regno di Napoli dal fratello Roberto. A questo punto Dante chiede all’amico di sciogliere un suo dubbio: come è possibile che i figli siano di indole diversa da quella dei padri? I cicli - spiega Carlo Martello - agiscono sulla terra con i loro influssi secondo fini preordinati da Dio, tuttavia diffondono la loro virtù, la loro forza plasmatrice, a caso, senza distinguere l’un dall’altro ostello. Se così non fosse, non esisterebbe tra gli uomini una differenziazione nelle attitudini naturali, nelle indoli di ciascuno. Tale differenziazione è indispensabile perché, essendo l’uomo creato per vivere in un organismo sociale, dove le attività e i compiti da svolgere sono molteplici, occorre che ciascuno sia in grado di ricoprire il suo ufficio. Il discorso di Carlo Martello termina con un amaro rimprovero al mondo, che non rispetta le attitudini naturali dei singoli uomini.
In breve
Dove e chi
Cielo di Venere: Spiriti amanti. Luci che danzano in cerchio.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
A partire dal Tommaseo un largo filone critico ha voluto vedere nell’incontro di Dante con Carlo Martello una esaltazione dei valori dell’amicizia, sottolineando la ispirazione lirica dell’episodio. Mentre a questa posizione critica si contrappone il severo giudizio del Momigliano (Carlo Martello è una figura "sbiadita"), molti interpreti recenti tendono a leggere il canto ottavo solo in chiave politica, come ideale continuazione del discorso di Giustiniano: in uno Dante ha affrontato il problema dell’Impero e della sua missione, nell’altro tratteggia la figura del sovrano ideale. È sufficiente una breve analisi di queste conclusioni esegetiche per dimostrare che, al solito, la poesia dei canti della Commedia, e soprattutto di quelli del Paradiso, non può essere irrigidita in una formula parziale, che rischia frequentemente di distruggerne la sostanziale ricchezza poetica. Nel Paradiso tutti i valori umani e tutte le care memorie terrene sono trascesi in una visione superiore, per cui essi appaiono non come elementi a sé stanti, ma come momenti che hanno aiutato e aiutano l’ascesa verso Dio. Per questo l’amicizia tra Carlo Martello e Dante si arricchisce del fervore di carità proprio delle anime beate (tutti sempresti al tuo piacer... per piacerti, non fa men dolce...) e, con uno di quei rapidi passaggi ai quali il poeta della Commedia ci ha abituati, si trasforma in severo magistero filosofico-politico, lasciando al breve e dolce episodio di Casella o di Ugolino Visconti tutta la tenerezza e la familiarità dell’incontro fra due amici. Tuttavia, almeno nella prima parte, l’episodio non rinuncia ad una coloritura lirica, perché il personaggio di Carlo Martello appare ben individuato nella sua specifica interiorità, la quale rivela "una malinconia grave e virile, che scaturisce tutta da cose concrete, vive e palpitanti " (Pézard), perché dietro la figura del giovane principe c’è la personalità " potente e appassionata, di una vittima dello stato di cose deplorato da Carlo, delI’exul immeritus Dante Alighieri". Su questa storia personale si può allora innestare la ispirazione politica del canto ottavo e concordare con quanto afferma il Vallone: "Carlo Martello diviene un ideale momento della vita cortese quale Dante intensamente voleva che fosse, l’unico modo sognato ma irrealizzabile con cui l’umanità, per vivere in pace, meta degli imperatori, doveva comportarsi e reggersi..." Il Poeta ha, cioè, modellato sulla figura dell’amico di un tempo un’ideale figura di sovrano, amorosamente sollecito della felicità di tutti (la preoccupazione del bene altrui, anzi, è il motivo costante del colloquio): la metafisica disquisizione intorno all’organico ordine dell’universo sostenuto dall’amore creatore di Dio non intende essere un inno all’armonia del cosmo, ma ha uno scopo pratico: quello di alleviare i molti mali che affliggono il mondo incapace di comprendere le leggi della natura. La capacità di amare che ha bruciato un tempo l’anima di Carlo Martello dietro il folle amore della bella Ciprigna, si è trasformata nell’amore del sovrano verso i suoi sudditi: "di tutti i rapporti umani che l’amore non folle illumina e riscalda, il più alto è quello tra principe e sudditi che forma la sicura base del consorzio civile; fondato sull’amore, cementato dall’amore, perseguente, nell’amore, il fine della felicità terrena di tutti i consociati" (Vaturi). La figura di Carlo Martello è, dunque, pervasa di motivi inerenti alla natura del cielo di Venere, il quale appare perfettamente individuato attraverso un capovolgimento di posizioni terrene: l’amore sensuale di un tempo è diventato ora fulgore di carità, ardente legame delle anime tra di loro e con Dio; privato delle perversioni della ragione e dell’appetito di concupiscenza esso è diventato una delle vie della santificazione. Dante pare insistere, attraverso i discorsi (si vedano anche quelli di Cunizza e di Folco da Marsiglia nel canto seguente) e la rappresentazione di questi beati, sul paradosso dell’amore cristiano, che ha portato alla beatitudine queste anime proprio in virtù di una loro inespressa o invincibile capacità di amare, rilevando il misterioso legame esistente fra l’amore terreno e la beatitudine. Per questo le anime del terzo cielo non sono più ombre evanescenti o umane figure luminose, ma spiriti fasciati dalla loro stessa luce, essi che sulla terra arsero del fuoco d’amore; sono splendori ardenti che nel corpo fiammeggiante del pianeta si distinguono per la maggiore intensità e mobilità della luce come le faville spiccano per il loro scintillio nel fuoco vivo. Esse interrompono il loro celeste tripudio allorché si accorgono del pellegrino che sale attraverso i cieli e desiderose, nel loro ardente affetto, di compiacere Dante, si affrettano verso di lui più veloci di lampi (ritorna l’immagine del fuoco) o di venti. Giova osservare che anche nel terzo cielo, come nel secondo cerchio dell’inferno, il tema amoroso è ambientato nel mondo cortese e cavalleresco (Carlo Martello, Cunizza, Folco da Marsiglia: un dotto principe, una nobildonna, un trovatore). Il Montanari sintetizza chiaramente il significato di questo canto: "Nel cielo di Venere sono le anime che molto sono state soggette agli influssi d’amore: e che dopo aver seguiti questi influssi nel campo degli amori terreni in una sfera di più o meno idealità cavalleresche giunsero al più profondo e completo amore, quello di Dio: è, in qualche modo, anche l’itinerario di Dante; dalI’amore cortese della Vita Nova alla Donna Gentile Filosofia, alla nuova Beatrice teologica della Commedia. Ed è il riscontro al canto quinto dell’Inferno: là dall’amore cortese e cavalleresco alla tragedia del peccato per il prevalere della passione sulla ragione; qua dall’amore cortese alla scoperta del superiore amore di carità, amore di Dio ".
vv. 34-39Noi ci volgiam coi principi celestid'un giro e d'un girare e d'una sete,ai quali tu del mondo già dicesti:'Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete';e sem sì pien d'amor, che, per piacerti,non fia men dolce un poco di quiete».Leggi nel testo
Nel cielo di Venere un'anima si rivolge a Dante citando il primo verso di una sua canzone, «Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete», commentata nel Convivio. È Carlo Martello d'Angiò, giovane principe che Dante aveva conosciuto a Firenze nel 1294 e che era morto l'anno dopo, a ventiquattro anni.
La citazione ricorda un episodio simile del Purgatorio: l'amico musicista Casella cantava un'altra canzone di Dante. Entrambi i casi mostrano un'abitudine dei poeti del tempo: frequentare musicisti e amici che mettevano in musica i loro testi. Boccaccio racconta che Dante amava molto la musica e il canto.
Carlo Martello spiega poi a Dante perché da padri buoni possano nascere figli malvagi. La natura umana è varia per volontà dei cieli, perché la società ha bisogno di persone diverse, ognuna con la sua inclinazione. L'errore è forzare le persone verso ruoli che non sono adatti a loro, come fare re chi sarebbe nato per predicare.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Perché da padri buoni nascono figli malvagi
Ne parla la scheda «La Fortuna, una creatura beata» (Inf. VII).