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Paradiso · Canto XII Approfondito

Domenico e Gioacchino da Fiore

vv. 139-141Rabano è qui, e lucemi dallatoil calavrese abate Giovacchino,di spirito profetico dotato.Leggi nel canto

San Bonaventura, francescano, tesse l'elogio di san Domenico, fondatore dell'ordine dei predicatori. Mentre Francesco era descritto con immagini di dolcezza, Domenico è chiamato «drudo» della fede e «santo atleta», duro con i nemici. La parola drudo, che significa amante devoto, compare solo altre due volte nel poema, sempre accanto alla parola «puttana».

La studiosa Maria Soresina ha visto in questo un segnale di disapprovazione nascosta verso i domenicani, che controllavano il tribunale dell'Inquisizione. Anche il sogno legato alla sua nascita, che la tradizione descriveva come un cane con una torcia accesa in bocca, era un'immagine ambigua: di luce, ma anche di distruzione. Il nome «Domini canes», cani del Signore, giocava sullo stesso doppio senso.

A conferma, alla fine del canto Bonaventura presenta tra i beati Gioacchino da Fiore, l'abate calabrese le cui idee sulla povertà e sul rinnovamento della Chiesa erano state condannate dopo la sua morte. Come Sigieri nel canto X, la sua presenza mostra che per Dante non tutte le decisioni dei tribunali ecclesiastici erano giuste.

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