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Indice dei canti
Dante e Beatrice stanno al centro di due corone concentriche di luci dorate; sopra, tra le nubi, un frate in abito bianco e nero con la croce presso un torrente che travolge sterpi secchi.
San Bonaventura celebra san Domenico, torrente che si abbatté sugli sterpi dell'eresia.
Paradiso · Cielo del Sole

Paradiso, Canto XII

«Sì tosto come l'ultima parola…»

Dopo che San Tommaso ha terminato parlare, la corona di spiriti sapienti, della quale fa parte, riprende a ruotare intorno a Dante e a Beatrice.

Luogo
Cielo del Sole
Anime
Spiriti sapienti
Versi
145 · 48 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto

Testo e parafrasi del canto XII

Parafrasi
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1

Sì tosto come l'ultima parolaAla benedetta fiamma per dir tolse,Ba rotar cominciò la santa mola;A

Non appena la luce benedetta di San Tommaso ebbe pronunciata l’ultima parola, la santa corona incominciò a volgersi in cerchio;
Non appena la fiamma benedetta (san Tommaso) ebbe pronunciato l'ultima parola, la santa macina (la corona di spiriti) cominciò a ruotare;
4

e nel suo giro tutta non si volseBprima ch'un'altra di cerchio la chiuse,Ce moto a moto e canto a canto colse;B

e non finì di compiere un intero giro che un’altra corona di beati la circondò, e accordò il suo moto e il suo canto al moto e al canto di quella;
e non aveva ancora compiuto un giro intero prima che un'altra corona la circondasse con il suo cerchio, e accordasse il movimento al movimento e il canto al canto;
7

canto che tanto vince nostre muse,Cnostre serene in quelle dolci tube,Dquanto primo splendor quel ch'e' refuse.C

in quei dolci strumenti questo canto supera quello dei nostri poeti e delle nostre donne tanto quanto il raggio diretto supera quello riflesso.
un canto che, in quelle dolci trombe, supera tanto le nostre muse e le nostre sirene, quanto la luce diretta supera quella che essa riflette.
10

Come si volgon per tenera nubeDdue archi paralelli e concolori,Equando Iunone a sua ancella iube,D

13

nascendo di quel d'entro quel di fori,Ea guisa del parlar di quella vagaFch'amor consunse come sol vapori;E

16

e fanno qui la gente esser presaga,Fper lo patto che Dio con Noè puose,Gdel mondo che già mai più non s'allaga:F

19

così di quelle sempiterne roseGvolgiensi circa noi le due ghirlande,He sì l'estrema a l'intima rispuose.G

Come attraverso una nube leggiera e trasparente si volgono due archi (quelli dell’arcobaleno quando è doppio) paralleli e fatti degli stessi colori, quando Giunone comanda alla sua ancella (di scendere sulla terra a portare i suoi messaggi), e l’arco esterno si forma (per riflessione) da quello interno, allo stesso modo in cui (dalla voce) si genera l’eco, che prende nome da colei che l’amore consumò come il sole dissolve la nebbia, e tali archi nel mondo rendono gli uomini sicuri che la terra non sarà mai più allagata, per il patto stipulato da Dio con Noè, così si volgevano intorno a noi le due corone di beati, e così quella esterna si accordò a quella interna.
Come attraverso una nube sottile si piegano due arcobaleni paralleli e dello stesso colore, quando Giunone dà l'ordine alla sua ancella (Iride), e quello esterno nasce da quello interno, a somiglianza della voce di quella ninfa vagante (Eco) che l'amore consumò come il sole consuma i vapori; e fanno sì che qui la gente preveda, per il patto che Dio stabilì con Noè, che il mondo non sarà mai più sommerso dalle acque: così si volgevano intorno a noi le due ghirlande di quelle rose eterne, e così la corona esterna corrispondeva a quella interna.
22

Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande,Hsì del cantare e sì del fiammeggiarsiIluce con luce gaudiose e blande,H

25

insieme a punto e a voler quetarsi,Ipur come li occhi ch'al piacer che i moveJconviene insieme chiudere e levarsi;I

28

del cor de l'una de le luci noveJsi mosse voce, che l'ago a la stellaKparer mi fece in volgermi al suo dove;J

Dopo che la danza e l’altra grande festa che le anime facevano con il cantare e con il rispondersi di ciascuna luce all’altra, piene di gioia e di carità si arrestarono nello stesso istante e con la stessa concorde volontà, proprio come le palpebre degli occhi devono necessariamente abbassarsi o sollevarsi insieme, secondo il desiderio che determina i loro movimenti, dal profondo di una di quelle luci giunte poco prima si levò una voce, che, facendomi volgere verso il luogo da cui proveniva, mi fece assomigliare all’ago (della bussola che si orienta) in direzione della stella polare;
Dopo che la danza e l'altra grande festa, sia del canto sia dello scambiarsi di fiamme, luce con luce, gioiose e soavi, si fermarono nello stesso istante e per la stessa volontà, proprio come gli occhi che, secondo il piacere che li muove, devono chiudersi e aprirsi insieme, dal cuore di una delle nuove luci uscì una voce, che mi fece sembrare l'ago della bussola verso la stella polare nel volgermi verso il punto da cui veniva;
31

e cominciò: «L'amor che mi fa bellaKmi tragge a ragionar de l'altro ducaLper cui del mio sì ben ci si favella.K

e incominciò: “ Lo spirito di carità che rende più luminosa la mia bellezza mi spinge a parlare dell’altra guida (San Domenico), per onorare la quale qui si è parlato così bene della mia (San Francesco).
e cominciò: «L'amore che mi rende bella mi spinge a parlare dell'altra guida (san Domenico), a causa della quale qui si parla così bene della mia (san Francesco).
34

Degno è che, dov'è l'un, l'altro s'induca:Lsì che, com'elli ad una militaro,Mcosì la gloria loro insieme luca.L

E’ giusto che, dove si parla dell’ uno, si ricordi anche l’altro, in modo che, come combatterono per una stessa causa, così risplenda insieme anche la loro gloria.
È giusto che, dove si nomina l'uno, si introduca anche l'altro: così che, come essi combatterono per un unico fine, allo stesso modo la loro gloria risplenda insieme.
37

L'essercito di Cristo, che sì caroMcostò a riarmar, dietro a la 'nsegnaNsi movea tardo, sospeccioso e raro,M

40

quando lo 'mperador che sempre regnaNprovide a la milizia, ch'era in forse,Oper sola grazia, non per esser degna;N

La cristianità, che Cristo, a prezzo del suo sacrificio, fornì dei mezzi adatti per combattere il peccato, seguiva la croce con poco zelo, piena di dubbi e diminuita di numero, quando Dio, che regna per l’eternità, venne in suo soccorso, mentre essa si trovava in pericolo, non perché ne fosse degna, ma soltanto per un atto della sua misericordia;
L'esercito di Cristo, che costò così caro per essere riarmato, seguiva la sua insegna (la croce) lento, dubbioso e scarso di numero, quando l'imperatore che regna in eterno (Dio) provvide alla sua milizia, che era in pericolo, solo per grazia, non perché essa ne fosse degna;
43

e, come è detto, a sua sposa soccorseOcon due campioni, al cui fare, al cui direPlo popol disviato si raccorse.O

e come è stato detto (da San Tommaso; cfr. canto XI, versi 31-36), portò aiuto alla Chiesa, sua sposa, con due difensori (San Francesco e San Domenico), per la cui opera e la cui predicazione il popolo sviato poté ravvedersi.
e, come è stato detto, soccorse la sua sposa (la Chiesa) con due campioni, al cui agire e al cui parlare il popolo che si era smarrito si ravvide.
46

In quella parte ove surge ad aprirePZefiro dolce le novelle frondeQdi che si vede Europa rivestire,P

49

non molto lungi al percuoter de l'ondeQdietro a le quali, per la lunga foga,Rlo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,Q

52

siede la fortunata CalarogaRsotto la protezion del grande scudoSin che soggiace il leone e soggioga:R

In quella parte (la Spagna) dove il dolce Zefiro sorge ad aprire le nuove fronde delle quali si vede rivestita l’Europa (in primavera), non molto lontano dalla spiaggia battuta dalle onde (dell’Atlantico), dietro le quali il sole, come stanco del suo lungo percorso, talvolta (nel solstizio d’estate) tramonta nascondendosi ad ogni uomo, sorge la fortunata (perché patria di San Domenico) Calaruega sotto il governo del re di Castiglia, nel cui stemma (in una parte) il leone sta sotto e (nell’altra) si trova sopra.
In quella regione dove sorge il dolce Zefiro ad aprire le nuove foglie di cui si vede rivestire l'Europa, non molto lontano dal frangersi delle onde dietro le quali, per il suo lungo corso, il sole talvolta si nasconde a ogni uomo, si trova la fortunata Calaroga, sotto la protezione del grande scudo (del re di Castiglia) in cui il leone sta sotto e sta sopra:
55

dentro vi nacque l'amoroso drudoSde la fede cristiana, il santo atletaTbenigno a' suoi e a' nemici crudo;S

Li nacque il fedele amante della fede cristiana, il santo campione benevolo verso i cristiani e implacabile verso i nemici della fede.
lì nacque l'amante appassionato della fede cristiana, il santo atleta, benevolo con i suoi e crudele con i nemici;
58

e come fu creata, fu repletaTsì la sua mente di viva vertute,Uche, ne la madre, lei fece profeta.T

E non appena la sua anima fu creata, venne a tal punto colmata di efficaci virtù, che, stando ancora nel grembo materno, diede alla madre spirito profetico.
e appena fu creata, la sua mente fu così piena di viva virtù che, quando era ancora nel grembo della madre, la rese profetessa.
61

Poi che le sponsalizie fuor compiuteUal sacro fonte intra lui e la Fede,Vu' si dotar di mutua salute,U

64

la donna che per lui l'assenso diede,Vvide nel sonno il mirabile fruttoWch'uscir dovea di lui e de le rede;V

Dopo che furono celebrate le nozze fra lui e la fede davanti al sacro fonte battesimale, dove entrambi si portarono in dote, reciprocamente, la salvezza, la madrina che diede in suo nome il consenso (ad entrare nella fede cristiana), vide in sogno il mirabile frutto che doveva derivare da lui e dai suoi seguaci.
Dopo che furono celebrate le nozze al sacro fonte battesimale tra lui e la Fede, dove si diedero in dote salvezza reciproca, la donna che diede l'assenso per lui (la madrina) vide in sogno il frutto meraviglioso che doveva nascere da lui e dai suoi seguaci;
67

e perché fosse qual era in costrutto,Wquinci si mosse spirito a nomarloXdel possessivo di cui era tutto.W

70

Domenico fu detto; e io ne parloXsì come de l'agricola che CristoYelesse a l'orto suo per aiutarlo.X

E affinché anche nel nome egli fosse quale era di fatto, dal cielo discese una divina ispirazione (ai genitori) perché fosse chiamato con il possessivo di colui al quale egli tutto apparteneva. Fu chiamato Domenico; ed io lo presento come l’agricoltore che Cristo scelse per far fruttificare il suo orto, la Chiesa.
e perché fosse anche nel nome ciò che era nella sostanza, da qui (dal cielo) scese un'ispirazione a chiamarlo con l'aggettivo possessivo di colui al quale apparteneva interamente (Dominus, il Signore). Fu chiamato Domenico; e io ne parlo come del contadino che Cristo scelse per il suo orto, perché lo aiutasse.
73

Ben parve messo e famigliar di Cristo:Yche 'l primo amor che 'n lui fu manifesto,Zfu al primo consiglio che diè Cristo.Y

A buon diritto apparve nunzio e servitore di Cristo, poiché il primo amore che si manifestò in lui, fu per la povertà, il primo precetto che diede Cristo.
Si mostrò davvero messaggero e familiare di Cristo: perché il primo amore che si manifestò in lui fu per il primo consiglio che diede Cristo (la povertà).
76

Spesse fiate fu tacito e destoZtrovato in terra da la sua nutrice,AAcome dicesse: 'Io son venuto a questo'.Z

Spesso fu sorpreso dalla sua nutrice mentre, tacito e desto, stava coricato sulla terra, come se volesse dire: “ Io sono venuto per questo (per vivere in umiltà e povertà)”.
Molte volte fu trovato dalla sua nutrice sveglio e in silenzio, disteso per terra, come se dicesse: “Sono venuto per questo”.
79

Oh padre suo veramente Felice!AAoh madre sua veramente Giovanna,ABse, interpretata, val come si dice!AA

O padre suo veramente Felice! o madre sua veramente Giovanna, se questo nome, inteso nel suo significato etimologico, ha il valore che si dice!
Oh padre suo veramente Felice! Oh madre sua veramente Giovanna, se questo nome, interpretato, significa ciò che si dice (grazia di Dio)!
82

Non per lo mondo, per cui mo s'affannaABdi retro ad Ostiense e a Taddeo,ACma per amor de la verace mannaAB

85

in picciol tempo gran dottor si feo;ACtal che si mise a circuir la vignaADche tosto imbianca, se 'l vignaio è reo.AC

Non per conseguire beni e onori terreni, per i quali ora ci si affanna negli studi di diritto canonico o di medicina (a Taddeo), ma per amore della vera sapienza divenne in breve tempo un dottissimo teologo, così che (con il suo sapere) cominciò a girare intorno, per difenderla e coltivarla, alla vigna (la Chiesa) che subito inaridisce, se il vignaiuolo (il pontefice) non adempie al suo ufficio.
Non per i beni del mondo, per i quali ora ci si affanna dietro all'Ostiense e a Taddeo, ma per amore della vera manna (la sapienza divina), in poco tempo divenne un grande dottore; tanto che si mise a percorrere la vigna (la Chiesa), che presto inaridisce se il vignaiolo è cattivo.
88

E a la sedia che fu già benignaADpiù a' poveri giusti, non per lei,AEma per colui che siede, che traligna,AD

91

non dispensare o due o tre per sei,AEnon la fortuna di prima vacante,AFnon decimas, quae sunt pauperum Dei,AE

E al soglio papale, il quale un tempo fu molto più generoso (di quanto lo sia ora) verso i poveri onesti, non per colpa dell’istituzione pontificia come tale, ma per colpa del papa, che devia dal giusto cammino, non di distribuire (ai poveri) la metà o il terzo (del denaro ad essi destinato, trattenendo per se il rimanente), né di ottenere le rendite del primo beneficio che rimanesse vacante, né di godere le decime, che sono destinate ai bisogni dei poveri di Dio.
E alla sede papale, che un tempo fu più benevola verso i poveri giusti, non per colpa sua, ma di colui che vi siede e che degenera, non chiese di poter dare in elemosina due o tre invece di sei, non il beneficio del primo posto vacante, non le decime, che appartengono ai poveri di Dio,
94

addimandò, ma contro al mondo erranteAFlicenza di combatter per lo semeAGdel qual ti fascian ventiquattro piante.AF

97

Poi, con dottrina e con volere insieme,AGcon l'officio appostolico si mosseAHquasi torrente ch'alta vena preme;AG

chiese, bensì chiese il permesso di combattere contro gli errori del mondo cristiano in difesa di quella fede che è il seme dal quale sono germogliate le ventiquattro piante che ti circondano Poi sostenuto dalla dottrina e dalla forza di volontà e dall’autorità conferitagli dal mandato del pontefice si mosse con la forza di un torrente che sgorga da una sorgente profonda;
ma chiese il permesso di combattere contro il mondo che sbaglia, in difesa del seme (della fede) da cui nascono le ventiquattro piante (anime) che ti circondano. Poi, con la dottrina e con la volontà insieme, si mise in moto con l'autorizzazione apostolica, come un torrente spinto da una sorgente alta;
100

e ne li sterpi eretici percosseAHl'impeto suo, più vivamente quiviAIdove le resistenze eran più grosse.AH

e il suo impeto si abbatté sulle male piante dell’eresia, più vigorosamente là (in Provenza) dove le resistenze erano più forti.
e il suo impeto colpì gli sterpi eretici, con più forza là dove le resistenze erano maggiori.
103

Di lui si fecer poi diversi riviAIonde l'orto catolico si riga,AJsì che i suoi arbuscelli stan più vivi.AI

Da lui (paragonato prima a un torrente) si formarono poi numerosi ruscelli le cui acque irrigarono fecondandolo l’orto della Chiesa, così che i fedeli sono (ora) più vigorosi nella fede.
Da lui nacquero poi diversi ruscelli (i suoi seguaci), con cui l'orto cattolico viene irrigato, così che i suoi arbusti sono più vivi.
106

Se tal fu l'una rota de la bigaAJin che la Santa Chiesa si difeseAKe vinse in campo la sua civil briga,AJ

109

ben ti dovrebbe assai esser paleseAKl'eccellenza de l'altra, di cui TommaALdinanzi al mio venir fu sì cortese.AK

Se tale fu una delle due ruote sulle quali si resse il carro della Santa Chiesa che vinse combattendo apertamente la sua guerra civile (perché la lotta fra eretici e fedeli avviene in seno alla Chiesa stessa), ben ti dovrebbe essere sufficientemente chiara l’eccellenza dell’altra ruota (San Francesco), riguardo alla quale Tommaso fu cosi cortese (facendone l’elogio) prima che io venissi (con la seconda corona di beati).
Se tale fu una delle ruote del carro con cui la Santa Chiesa si difese e vinse sul campo la sua guerra interna, dovrebbe esserti ben chiara l'eccellenza dell'altra ruota (san Francesco), di cui Tommaso fu così cortese prima della mia venuta.
112

Ma l'orbita che fé la parte sommaALdi sua circunferenza, è derelitta,AMsì ch'è la muffa dov'era la gromma.AL

Ma il solco segnato dalla parte esterna della circonferenza di questa ruota, è abbandonato, così che dove c’era virtù e unione c’è (ora) corruzione e disunione.
Ma la traccia lasciata dalla parte più alta della sua circonferenza è abbandonata, così che c'è la muffa dove prima c'era la gromma (il vino buono).
115

La sua famiglia, che si mosse drittaAMcoi piedi a le sue orme, è tanto volta,ANche quel dinanzi a quel di retro gitta;AM

Il suo ordine, che aveva seguito le orme del proprio fondatore, si è tanto volto in direzione opposta, che cammina a ritroso.
La sua famiglia (i francescani), che partì camminando diritta con i piedi sulle sue orme, si è voltata tanto che mette la punta del piede dove l'altro mette il tallone;
118

e tosto si vedrà de la ricoltaANde la mala coltura, quando il loglioAOsi lagnerà che l'arca li sia tolta.AN

E ben presto dal raccolto si vedrà la cattiva coltivazione, quando il loglio con suo dolore si vedrà escluso dall’arca.
e presto si vedrà il raccolto della cattiva coltivazione, quando la zizzania si lamenterà che le venga negato il granaio.
121

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglioAOnostro volume, ancor troveria cartaAPu' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio";AO

Io dico che chi esaminasse ad uno ad uno i frati del nostro ordine, ne troverebbe ancora qualcuno fedele alle virtù francescane, nel quale potrebbe leggere “Io sono quel che un buon francescano soleva essere”;
Certo, dico che chi cercasse foglio per foglio nel nostro volume (l'ordine), troverebbe ancora una pagina dove leggerebbe: “Io sono quello che sono sempre stato”;
124

ma non fia da Casal né d'Acquasparta,APlà onde vegnon tali a la scrittura,AQch'uno la fugge e altro la coarta.AP

ma quello non verrà né da Casale né da Acquasparta, da dove provengono tali interpreti della regola francescana, che uno la fugge, e l’altro cerca di renderla più rigida.
ma non sarà di Casale né di Acquasparta, da dove vengono tali interpreti della regola, che uno la sfugge e l'altro la rende troppo rigida.
127

Io son la vita di BonaventuraAQda Bagnoregio, che ne' grandi officiARsempre pospuosi la sinistra cura.AQ

lo sono l’anima di Bonaventura da Bagnorea, che nei grandi incarichi (da me ricoperti) posposi sempre la cura delle cose mondane (a quella delle cose spirituali).
Io sono l'anima di Bonaventura da Bagnoregio, che nei grandi incarichi misi sempre in secondo piano le cure terrene.
130

Illuminato e Augustin son quici,ARche fuor de' primi scalzi poverelliASche nel capestro a Dio si fero amici.AR

Si trovano in questa corona Illuminato (da Rieti) e Agostino (d’Assisi), che furono fra i primi seguaci di San Francesco, i quali, cingendosi del capestro (accettando, cioè, la regola francescana), si resero cari a Dio.
Illuminato e Agostino sono qui, che furono tra i primi poveri frati scalzi che con il cordone si fecero amici di Dio.
133

Ugo da San Vittore è qui con elli,ASe Pietro Mangiadore e Pietro Spano,ATlo qual giù luce in dodici libelli;AS

Sono qui con loro Ugo da San Vittore, e Pietro Mangiadore e Pietro Ispano, la cui fama splende in terra grazie ai suoi dodici libri;
Ugo da San Vittore è qui con loro, e Pietro Mangiadore e Pietro Ispano, che in terra risplende nei suoi dodici libri;
136

Natàn profeta e 'l metropolitanoATCrisostomo e Anselmo e quel DonatoAUch'a la prim'arte degnò porre mano.AT

(si trovano qui) il profeta Natan e il metropolita Crisostomo e Anselmo e quel Donato che si occupo della scienza grammaticale.
il profeta Natan e l'arcivescovo Crisostomo e Anselmo e quel Donato che si degnò di dedicarsi alla prima arte (la grammatica).
139

Rabano è qui, e lucemi dallatoAUil calavrese abate Giovacchino,AVdi spirito profetico dotato.AU

142

Ad inveggiar cotanto paladinoAVmi mosse l'infiammata cortesiaAWdi fra Tommaso e 'l discreto latino;AV

È qui Rabano, e mi risplende di fianco l’abate calabrese Gioacchino, dotato di spirito profetico. Ad emulare (celebrando le lodi di San Domenico) un così valido paladino (San Tommaso, paladino di San Francesco) mi indusse l’ardente cortesia di frate Tommaso e le sue assennate parole; e mosse insieme con me gli altri spiriti:
Rabano è qui, e mi risplende accanto l'abate calabrese Gioacchino, dotato di spirito profetico. A celebrare un così grande paladino (san Domenico) mi spinsero l'ardente cortesia di frate Tommaso e il suo discorso misurato;
145

e mosse meco questa compagnia».AW

(a manifestare il loro consenso con la danza e il canto).
e spinsero con me questa compagnia».

Riassunto del canto XII

Dopo che San Tommaso ha terminato parlare, la corona di spiriti sapienti, della quale fa parte, riprende a ruotare intorno a Dante e a Beatrice. Prima che essa abbia completato il suo giro, sopraggiunge una seconda corona, che si dispone intorno alla prima, accordandosi ad essa nel canto e nel movimento. Da questa nuova ghirlanda, dopo che il canto e la danza sono cessati, si alza la voce del francescano San Bonaventura, il quale inizia l’apoteosi di San Domenico, l’altro grande riformatore della vita religiosa del secolo XII accanto a San Francesco. San Bonaventura ricorda la nascita e i primi prodigi che accompagnarono la vita di Domenico, il quale mostrò ben presto un ardente amore verso Dio, amore che lo spinse ad approfondire sempre di più gli studi filosofici e teologici per combattere le eresie che minacciavano l’unità della Chiesa. Mentre San Tommaso, nel canto precedente, ha messo in rilievo la corruzione diffusasi fra i seguaci di San Domenico, ora San Bonaventura costata amaramente che l’ordine dei frati minori appare tormentato da discordie e da lotte che gli fanno dimenticare lo scopo primo per cui esso era stato fondato. San Bonaventura termina il suo discorso ricordando i nomi dei dodici spiriti sapienti che si trovano con lui nella seconda corona.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo del Sole: Spiriti sapienti. Corone di luci che cantano.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il canto dodicesimo sembra disposto, a prima vista, con un parallelismo rigido accanto all’undicesimo: il panegirico del fondatore dei francescani è pronunciato, con un tratto di debita riverenza, da un domenicano, ed il panegirico del fondatore dei domenicani è pronunciato da un francescano, quasi per eliminare anche il sospetto di un eccesso di lode; e come la reprimenda dei domenicani corrotti è fatta da uno di loro, così la denuncia delle discordie francescane, specie quella che accende le polemiche fra spirituali e conventuali, è proposta da un francescano. Ma dall’osservazione generale e dal riscontro di un parallelismo reperibile anche in altri punti non si deve scendere a concludere che in questi canti la dottrina è volutamente predisposta alla poesia, né fare del poeta del Paradiso un elaboratore accorto di schemi didattici e di cortesie prammatiche. Fin dal primo entrare nel nuovo canto la poesia schiude immagini di spazi sereni, di musica, di luce: l’epilogo del canto precedente è stato posto come una lezione fra maestro e discepolo, a tu per tu, con la raccomandazione di rimeditare, ma qui la corona degli spiriti sapienti ha una fretta gioiosa di ricominciare la danza ed il canto, con una compattezza di materia e di moto che lascia appena spegnersi la parola sulla lingua di fiamma (gli spiriti attendono non che taccia ma che prenda a dire l’ultima parola, tanto è il desiderio della danza). La diversità del lessico e dei modi stilistici si può verificare attraverso una lettura analitica comparativa: se il canto di Francesco risulta estatico, pur nella robusta plastica di alcuni episodi, se si deve pensarlo, come suggeriva il Pistelli, pronunciato a volto levato in una zona paradisiaca invasa dalla luce, il canto di Domenico è dinamico, anzi violento, come se in esso si riverberassero la durezza e l’implacabilità delle lotte antieretiche del Santo e dei suoi seguaci, anche se non accorriamo certo a condividere, antistoricamente, lo sdegno di taluni moderni contro il fiero persecutore degli eretici: Dante, anche se raccapriccia di umani corti già veduti accesi (Purgatorio XXVII, 18), è troppo politicizzante e fiorentino per nutrire spiriti pacifici. E il ritratto del santo atleta, militarmente amico degli amici e crudele con gli avversari, fra la quiete luminosa della preghiera notturna che lo inizia e l’immagine dell’orto irrigato che lo conclude, è tratteggiato in forme che potremmo definire taglienti, con uno stile che richiama modi della poesia e della pittura e della scultura iberiche. Tale ricchezza di presentazione contraddice ancora una volta la tesi della strutturazione dottrinale ed esortativa imposta ai due canti del dittico, e ci spiega anche il lieto e ardito accendersi delle immagini (il mito di Iride, quello della ninfa Eco, la stessa variante del patto che Dio con Noè pose, e via trascorrendo per tante altre) e il ritmo del ritratto introdotto dal soffio del vento d’Occidente, contrapposto sì alla luce d’Oriente del canto di Francesco, ma per integrazione dialettica, non per inerte contrasto di termini. Anche l’emblema gentilizio di Castiglia, inquartato di leoni e di torri, si distende a coprire un gran tratto di territorio, con un’immagine robusta che si ricollega alle altre del canto, dalle quali, all’inizio, la menzione di Zefiro dolce e delle novelle fronde ci aveva sviato. E’ significativo che il ritratto si componga, con qualche incertezza, intorno alla deprecazione di chi strumentalizza gli studi, tanto quelli di diritto canonico come quelli di medicina, allusi qui con una indicazione generica (versi 82-83). Tuttavia la poesia drammatica dantesca tocca i suoi vertici nel tema sinfoniale della primavera e della forza torrentizia della predicazione. Meno, forse, nei temi evidentemente attratti dal ritratto di Francesco, come le nozze di Domenico con la Fede, al fonte del battesimo. Altri parallelismi, ora più ora meno fortunati, sono la divina visione che irraggia sulla madrina di Domenico, da porre a paragone con la luce di carità che irraggia dagli amanti francescani, e la preghiera di Domenico fanciullo (versi 76-78) che tiene il posto che nel canto di Francesco occupa il tema della Verna. Vuoi dire che, esaurita la virtù suggestiva delle rispondenze, la composizione non riesce più a fare coincidere sapienza strutturale e ispirazione poetica, almeno finché, superato ancora una volta il tema moralistico, quando Domenico si rivolge alla Chiesa e non chiede quello che chiedono tutti gli altri (dispensare o due o tre per sei... la fortuna di prima vacante... decimas, quae sunt pauperum Dei) si torna al tema della lotta (versi 95 sgg.), che è la scoperta animatrice del ritratto. L’ultima parte del canto, debitamente dedicata al rimprovero di cui si sono resi degni i francescani, insiste sulla polemica fra le due fazioni ecclesiastiche dei seguaci di Ubertino da Casale e dei seguaci di Matteo d’Acquasparta. Ma ad un’attenta analisi critica non risulta quello che sostenne con tanto appassionato fervore un grande dantista, Umberto Cosmo, che giustificava la poesia come puntualizzazione di una situazione storica e schierava Dante fra gli estremisti francescani. Invece il Poeta presenta una proposta conciliativa, che non può stupire in chi "ha fatta parte per se stesso": hanno torto gli uni e gli altri, afferma Dante. E su questa decisa presa di posizione si chiude la parte principale del canto, il quale alla fine presenta solo una frettolosa rassegna degli spiriti sapienti che compongono la seconda ghirlanda.

Personaggi del canto XII

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Beato

San Tommaso d'Aquino

Paradiso · cielo del Sole

Teologo domenicano: tesse l'elogio di san Francesco.

Beato

San Bonaventura

Paradiso · cielo del Sole

Francescano: tesse l'elogio di san Domenico, in parallelo con Tommaso.

Beato

Illuminato da Rieti

Paradiso · cielo del Sole

Uno dei primi compagni di san Francesco, che seguì nel viaggio in Oriente.

Beato

Agostino d'Assisi

Paradiso · cielo del Sole

Francescano della prima ora, nominato con Illuminato tra i «primi scalzi poverelli».

Beato

Ugo di San Vittore

Paradiso · cielo del Sole

Teologo e mistico del XII secolo, maestro della scuola parigina di San Vittore.

Beato

Pietro Mangiadore

Paradiso · cielo del Sole

Pietro Comestore, erudito francese del XII secolo, autore della «Historia scholastica».

Beato

Pietro Ispano

Paradiso · cielo del Sole

Logico portoghese, papa Giovanni XXI nel 1276-1277, autore delle «Summulae logicales».

Figura biblica

Natan

Paradiso · cielo del Sole

Profeta della corte di Davide, che ebbe il coraggio di rimproverare il re.

Beato

Giovanni Crisostomo

Paradiso · cielo del Sole

Padre della Chiesa greca, patriarca di Costantinopoli, celebre predicatore.

Beato

Anselmo d'Aosta

Paradiso · cielo del Sole

Monaco benedettino e arcivescovo di Canterbury, autore dell'argomento ontologico.

Beato

Elio Donato

Paradiso · cielo del Sole

Grammatico latino del IV secolo, autore del manuale su cui si imparava il latino.

Beato

Rabano Mauro

Paradiso · cielo del Sole

Monaco benedettino di età carolingia, abate di Fulda e arcivescovo di Magonza.

Approfondimenti

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Storia
Paradiso · Canto XII Approfondito

Domenico e Gioacchino da Fiore

vv. 139-141Rabano è qui, e lucemi dallatoil calavrese abate Giovacchino,di spirito profetico dotato.Leggi nel testo

San Bonaventura, francescano, tesse l'elogio di san Domenico, fondatore dell'ordine dei predicatori. Mentre Francesco era descritto con immagini di dolcezza, Domenico è chiamato «drudo» della fede e «santo atleta», duro con i nemici. La parola drudo, che significa amante devoto, compare solo altre due volte nel poema, sempre accanto alla parola «puttana».

La studiosa Maria Soresina ha visto in questo un segnale di disapprovazione nascosta verso i domenicani, che controllavano il tribunale dell'Inquisizione. Anche il sogno legato alla sua nascita, che la tradizione descriveva come un cane con una torcia accesa in bocca, era un'immagine ambigua: di luce, ma anche di distruzione. Il nome «Domini canes», cani del Signore, giocava sullo stesso doppio senso.

A conferma, alla fine del canto Bonaventura presenta tra i beati Gioacchino da Fiore, l'abate calabrese le cui idee sulla povertà e sul rinnovamento della Chiesa erano state condannate dopo la sua morte. Come Sigieri nel canto X, la sua presenza mostra che per Dante non tutte le decisioni dei tribunali ecclesiastici erano giuste.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

San Domenico

Ne parla la scheda «Sigieri di Brabante, un eretico in Paradiso» (Par. X).

San Domenico

Ne parla la scheda «San Francesco sposa la Povertà» (Par. XI).

San Tommaso d'Aquino

Compare anche in altri 3 canti.