Dante cammina chino accanto a Oderisi da Gubbio tra i superbi oppressi dai macigni
Purgatorio · I cornice
Purgatorio, Canto XI
««O Padre nostro, che ne' cieli stai…»
Nel primo girone, dove si sconta il peccato di superbia, i penitenti recitano la preghiera del « Pater Noster », invocando l'aiuto di Dio per sé e per coloro che sono rimasti sulla terra.
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Testo e parafrasi del canto XI
Parafrasi
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1
«O Padre nostro, che ne' cieli stai,Anon circunscritto, ma per più amoreBch'ai primi effetti di là sù tu hai,A
4
laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valoreBda ogni creatura, com'è degnoCdi render grazie al tuo dolce vapore.B
«Padre nostro, che stai nel cielo, non perché limitato da questo, ma per il maggiore amore che tu nutri per i cieli e gli angeli (primi effetti di là su: le prime opere create dà Dio), il tuo nome e la tua potenza siano oggetto di lode da parte di tutte le creature, così come è giusto rendere grazie al tuo amoroso spirito.
«O Padre nostro, che stai nei cieli, non perché ne sei limitato, ma per il maggiore amore che hai per le prime creazioni lassù (i cieli e gli angeli), sia lodato il tuo nome e la tua potenza da ogni creatura, come è giusto rendere grazie al tuo dolce spirito.
7
Vegna ver' noi la pace del tuo regno,Cché noi ad essa non potem da noi,Ds'ella non vien, con tutto nostro ingegno.C
Ci sia concessa la pace del tuo regno, perché noi con le nostre sole forze, per quanto ci adoperiamo, non possiamo pervenire ad essa, se non ci viene incontro.
Venga verso di noi la pace del tuo regno, perché noi da soli non possiamo arrivare ad essa, se non viene lei, con tutto il nostro ingegno.
10
Come del suo voler li angeli tuoiDfan sacrificio a te, cantando osanna,Ecosì facciano li uomini de' suoi.D
Come i tuoi angeli sottomettono a te la loro volontà, acclamandoti, così siano pronti a fare gli uomini della loro.
Come i tuoi angeli ti fanno sacrificio della loro volontà, cantando osanna, così facciano gli uomini della loro.
13
Dà oggi a noi la cotidiana manna,Esanza la qual per questo aspro disertoFa retro va chi più di gir s'affanna.E
16
E come noi lo mal ch'avem soffertoFperdoniamo a ciascuno, e tu perdonaGbenigno, e non guardar lo nostro merto.F
Donaci oggi la grazia divina, senza la quale retrocede colui che più si sforza di procedere attraverso le difficoltà del mondo, E come noi perdoniamo a ciascun nostro nemico il male che abbiamo ricevuto, anche tu perdona a noi con misericordia, senza guardare i nostri meriti insufficienti.
Dacci oggi la manna quotidiana, senza la quale, in questo aspro deserto, va indietro proprio chi più si affanna ad andare avanti. E come noi perdoniamo a ciascuno il male che abbiamo subito, così anche tu perdona benevolo, e non guardare ai nostri meriti.
19
Nostra virtù che di legger s'adona,Gnon spermentar con l'antico avversaro,Hma libera da lui che sì la sprona.G
Non mettere alla prova la nostra forza che facilmente si abbatte, con le tentazioni del demonio, ma liberala da lui che con tanta insistenza la spìnge (al male).
Non mettere alla prova con l'antico avversario (il diavolo) la nostra forza, che facilmente si piega, ma liberala da lui, che tanto la tormenta.
22
Quest'ultima preghiera, segnor caro,Hgià non si fa per noi, ché non bisogna,Ima per color che dietro a noi restaro».H
25
Così a sé e noi buona ramognaIquell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,Jsimile a quel che tal volta si sogna,I
28
disparmente angosciate tutte a tondoJe lasse su per la prima cornice,Kpurgando la caligine del mondo.J
L'ultima parte della preghiera, o dolce Signore, non è più fatta per noi, dal momento che essa per noi non è più necessaria, ma per coloro che abbiamo lasciato sulla terra.» Così quelle ombre innalzando una preghiera di buon augurio per sé e per gli uomini, procedevano sotto il peso dei massi, peso simile a quello che talvolta ci opprime nell'incubo di un sogno, girando tutte intorno al monte lungo la prima cornice, travagliate in modo diverso (disparmente: secondo la gravità del peccato) e sfinite, purificandosi delle brutture del peccato.
Quest'ultima preghiera, caro Signore, non la facciamo per noi, perché non ne abbiamo bisogno, ma per coloro che sono rimasti dietro di noi (i vivi)». Così quelle ombre, pregando un buon augurio per sé e per noi, avanzavano sotto il peso, simile a quello che talvolta si sogna (negli incubi), tormentate in misura diversa, tutte in giro e stanche lungo la prima cornice, purificandosi dalla nebbia del mondo (il peccato).
31
Se di là sempre ben per noi si dice,Kdi qua che dire e far per lor si puoteLda quei ch'hanno al voler buona radice?K
34
Ben si de' loro atar lavar le noteLche portar quinci, sì che, mondi e lievi,Mpossano uscire a le stellate ruote.L
Se nel purgatorio pregano sempre per noi, quali preghiere e quali opere si potrebbero fare nel mondo per le anime penitenti da parte di coloro la cui volontà di suffragio nasce da un cuore in grazia di Dio? E' giusto aiutarle a cancellare le macchie di peccato che hanno portato dal mondo, in modo che, purificate e prive di peccato, possano salire al cielo.
Se di là si prega sempre per noi, che cosa possono dire e fare di qua per loro coloro che hanno la volontà radicata nel bene? Bisogna davvero aiutarli a lavare le macchie che portarono da qui, così che, puri e leggeri, possano salire ai cieli stellati.
37
«Deh, se giustizia e pietà vi disgrieviMtosto, sì che possiate muover l'ala,Nche secondo il disio vostro vi lievi,M
40
mostrate da qual mano inver' la scalaNsi va più corto; e se c'è più d'un varco,Oquel ne 'nsegnate che men erto cala;N
«Possano la giustizia e la misericordia liberarvi presto dal peso, in modo che possiate iniziare il volo, che vi innalzi dove desiderate, (in nome di questo augurio) indicateci da quale parte si giunge prima alla scala (che porta al secondo girone);
«Deh, possano la giustizia e la pietà liberarvi presto dal peso, così che possiate muovere le ali che vi sollevino secondo il vostro desiderio, mostrateci da quale parte si va più rapidamente verso la scala; e se c'è più di un passaggio, insegnateci quello che sale meno ripido;
43
ché questi che vien meco, per lo 'ncarcoOde la carne d'Adamo onde si veste,Pal montar sù, contra sua voglia, è parco».O
46
Le lor parole, che rendero a questePche dette avea colui cu' io seguiva,Qnon fur da cui venisser manifeste;P
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ma fu detto: «A man destra per la rivaQcon noi venite, e troverete il passoRpossibile a salir persona viva.Q
e se esistono più passaggi, mostrateci quello che sale meno ripido, perché questo che procede con me, a causa del peso del corpo di cui è rivestito, è lento nel salire, di contro al suo desiderio.» Le parole, che risposero a quanto aveva detto la mia guida, non si capì da quale anima fossero pronunciate; ma si dìsse: «Seguiteci a destra lungo la parete, e troverete il passaggio che può essere salito da un vivente.
perché costui che viene con me, per il peso della carne di Adamo di cui è rivestito, è lento a salire, contro la sua volontà». Non fu chiaro da chi venissero le parole con cui risposero a queste che aveva detto colui che io seguivo; ma fu detto: «Venite con noi lungo la parete verso destra, e troverete il passaggio che una persona viva può salire.
52
E s'io non fossi impedito dal sassoRche la cervice mia superba doma,Sonde portar convienmi il viso basso,R
55
cotesti, ch'ancor vive e non si noma,Sguardere' io, per veder s'i' 'l conosco,Te per farlo pietoso a questa soma.S
E se io non fossi impedito dal masso che piega il mio capo superbo, per cui sono costretto a tenere il viso abbassato, guarderei costui, che è ancora vivo e non ha detto il proprio nome, per vedere se lo conosco, e per ispirargli pietà di questo peso. Io fui italiano e fui figlio di un grande toscano:
E se non fossi impedito dal masso che piega il mio collo superbo, per cui devo tenere il viso abbassato, guarderei costui, che è ancora vivo e non dice il suo nome, per vedere se lo conosco e per muoverlo a pietà per questo peso.
58
Io fui latino e nato d'un gran Tosco:TGuiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;Unon so se 'l nome suo già mai fu vosco.T
61
L'antico sangue e l'opere leggiadreUd'i miei maggior mi fer sì arrogante,Vche, non pensando a la comune madre,U
mio padre fu Guglielmo Aldobrandesco; non so se il suo nome sia mai arrivato alle vostre orecchie. L'antichità della mia famiglia e le azioni illustri dei miei antenati mi resero così superbo, che, non pensando che unica è la madre di tutti, la terra, disprezzai a tal punto il mio prossimo, che ciò fu causa della mia morte;
Io fui italiano e figlio di un grande toscano: mio padre fu Guglielmo Aldobrandeschi; non so se il suo nome vi sia mai giunto. L'antica nobiltà del sangue e le imprese gloriose dei miei antenati mi resero così arrogante che, non pensando alla madre comune (la terra),
64
ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,Vch'io ne mori', come i Sanesi sannoWe sallo in Campagnatico ogne fante.V
67
Io sono Omberto; e non pur a me dannoWsuperbia fa, ché tutti miei consortiXha ella tratti seco nel malanno.W
e come essa avvenne, lo sanno i Senesi e a Campagnatico lo sa ogni essere parlante. Sono Omberto; e la superbia ha recato danno non solo a me, perché essa ha trascinato con sé nel male (in vita e dopo la morte) tutti i miei consanguinei (consorti: nel significato medievale di membri di famiglie provenienti dallo stesso ceppo).
disprezzai ogni uomo a tal punto che ne morii, come sanno i Senesi e come sa ogni bambino a Campagnatico. Io sono Omberto; e la superbia non fa danno solo a me, perché ha trascinato con sé nella rovina tutti i miei parenti.
70
E qui convien ch'io questo peso portiXper lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,Ypoi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti».X
Ed è necessario che io qui porti questo peso a causa della superbia, fin tanto che la giustizia divina abbia ricevuto soddisfazione, qui tra i morti, dal momento che non l'ho fatto mentre ero vivo».
E qui, per essa, devo portare questo peso, finché si dia soddisfazione a Dio, qui tra i morti, poiché non lo feci tra i vivi».
73
Ascoltando chinai in giù la faccia;Ye un di lor, non questi che parlava,Zsi torse sotto il peso che li 'mpaccia,Y
76
e videmi e conobbemi e chiamava,Ztenendo li occhi con fatica fisiAAa me che tutto chin con loro andava.Z
Per ascoltare abbassai il viso; e una di quelle anime, non quella che parlava, si torse sotto il peso che le opprimeva, e mi vide e mi riconobbe e mi chiamò per nome, tenendo faticosamente fissi gli occhi su di me che procedevo con loro tutto chinato.
Ascoltando abbassai il viso; e uno di loro, non quello che parlava, si torse sotto il peso che lo opprime, e mi vide e mi riconobbe e mi chiamava, tenendo con fatica gli occhi fissi su di me, che camminavo con loro tutto curvo.
79
«Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi,AAl'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arteABch'alluminar chiamata è in Parisi?».AA
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«Frate», diss'elli, «più ridon le carteABche pennelleggia Franco Bolognese;ACl'onore è tutto or suo, e mio in parte.AB
«Oh!» gli dissi, «non sei Oderisi, il vanto di Gubbio e il vanto di quell'arte che a Parigi è chiamata illuminare (alluminar: miniare)?» «Fratello», mi rispose «sono più belle le opere che dipinge il bolognese Franco: la gloria ora è tutta sua, e a me ne resta solo una parte.
«Oh!», gli dissi io, «non sei tu Oderisi, l'onore di Gubbio e l'onore di quell'arte che a Parigi è chiamata miniatura?». «Fratello», disse lui, «sono più ridenti le pagine che dipinge Franco Bolognese; l'onore ora è tutto suo, e mio solo in parte.
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Ben non sare' io stato sì corteseACmentre ch'io vissi, per lo gran disioADde l'eccellenza ove mio core intese.AC
Certamente, mentre ero in vita, (nell'ammettere la superiorità di un altro) non sarei stato così generoso, a causa del grande desiderio di eccellenza al quale il mio animo era tutto rivolto.
Certo non sarei stato così cortese finché ero vivo, a causa del grande desiderio di eccellere a cui mirava il mio cuore.
88
Di tal superbia qui si paga il fio;ADe ancor non sarei qui, se non fosseAEche, possendo peccar, mi volsi a Dio.AD
Qui si sconta la pena di questa superbia; e non mi troverei neppure qui (sarei ancora nell'antipurgatorio), se non fosse che mi pentii, mentre (essendo in vita) potevo ancora peccare.
Di una tale superbia qui si paga la pena; e ancora non sarei qui, se non fosse che, quando potevo ancora peccare, mi rivolsi a Dio.
91
Oh vana gloria de l'umane posse!AEcom'poco verde in su la cima dura,AFse non è giunta da l'etati grosse!AE
Oh quanto è vana la gloria dell'umano valore! quanto poco tempo resta rigogliosa sulla cima del suo albero, se non è seguita da un periodo di decadenza!
Oh vana gloria delle capacità umane! Come dura poco il verde sulla cima, se non è seguita da età di decadenza!
94
Credette Cimabue ne la pitturaAFtener lo campo, e ora ha Giotto il grido,AGsì che la fama di colui è scura:AF
Cimabue credette di essere senza rivali nella pittura, ed ora è di Giotto tutta la fama, cosicché la sua è oscurata:
Cimabue credette di dominare il campo nella pittura, e ora la fama è di Giotto, così che la fama di quello è oscurata:
97
così ha tolto l'uno a l'altro GuidoAGla gloria de la lingua; e forse è natoAHchi l'uno e l'altro caccerà del nido.AG
così Guido Cavalcanti ha strappato a Guido Guinizelli il primato nell'uso della lingua volgare; e forse è nato chi oscurerà la loro fama.
così un Guido (Cavalcanti) ha tolto all'altro (Guinizelli) la gloria della lingua; e forse è nato chi caccerà l'uno e l'altro dal nido.
100
Non è il mondan romore altro ch'un fiatoAHdi vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,AIe muta nome perché muta lato.AH
La gloria umana non è altro che un soffio di vento, che ora spira da una parte ed ora spira dall'altra, e cambia nome ogni volta chi cambia direzione.
La fama mondana non è altro che un soffio di vento, che ora viene da una parte e ora dall'altra, e cambia nome perché cambia direzione.
103
Che voce avrai tu più, se vecchia scindiAIda te la carne, che se fossi mortoAJanzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',AI
Quale fama più grande avrai, se muori vecchio, di quella che avresti se fossi morto prima.di abbandonare il linguaggio dei bimbi (il pappo e il dindì rappresentano la storpiatura infantile di «Pane» e «moneta»), prima che siano trascorsi mille anni?
Che fama avrai di più, se ti separi dal corpo da vecchio, rispetto a se fossi morto prima di smettere di dire «pappa» e «soldini»,
106
pria che passin mill'anni? ch'è più cortoAJspazio a l'etterno, ch'un muover di cigliaAKal cerchio che più tardi in cielo è torto.AJ
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Colui che del cammin sì poco pigliaAKdinanzi a me, Toscana sonò tutta;ALe ora a pena in Siena sen pispiglia,AK
perché (mille anni) rispetto all'eternità costituiscono un periodo di tempo più breve di un battito di ciglia rispetto al movimento del cielo che ruota più lentamente degli altri (al cerchio che più tardi in cielo è torto: il cielo delle stelle fisse che impiega 360 secoli a compiere la sua rivoluzione). Colui che cammina a passi così brevi davanti a me, fece risuonare del suo nome tutta la Toscana;
prima che passino mille anni? Che, rispetto all'eternità, è uno spazio più breve di un battito di ciglia rispetto al cielo che gira più lentamente. Di colui che cammina così lentamente davanti a me risuonò tutta la Toscana; e ora a stento se ne bisbiglia a Siena,
112
ond'era sire quando fu distruttaALla rabbia fiorentina, che superbaAMfu a quel tempo sì com'ora è putta.AL
ed ora a malapena è ricordato a Siena, della quale era signore quando venne distrutta la baldanza fiorentina, che a quel tempo fu superba così come ora è avvilita.
di cui era signore quando fu distrutta la rabbia fiorentina, che in quel tempo fu superba così come ora è prostituita.
115
La vostra nominanza è color d'erba,AMche viene e va, e quei la discoloraANper cui ella esce de la terra acerba».AM
La vostra fama è come il colore dell'erba, che appare e scompare, e viene seccata dal sole ad opera del quale esce dalla terra ancora immatura.» Ed io gli dissi:
La vostra fama è come il colore dell'erba, che viene e va, e la fa sbiadire lo stesso (il sole) per cui essa esce tenera dalla terra».
118
E io a lui: «Tuo vero dir m'incoraANbona umiltà, e gran tumor m'appiani;AOma chi è quei di cui tu parlavi ora?».AN
«Le tue veraci parole mi infondono un sentimento di buona umiltà, e appianano il mio animo gonfio di grande superbia:
E io a lui: «Il tuo parlare veritiero mi mette nel cuore una giusta umiltà, e abbassi la mia grande superbia; ma chi è quello di cui parlavi ora?».
121
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;AOed è qui perché fu presuntuosoAPa recar Siena tutta a le sue mani.AO
ma chi è colui del quale ora stavi parlando?» «Quello» disse «è Provenzano Salvani; e si trova qui perché ebbe la superba presunzione di impadronirsi di tutta Siena.
«Quello è», rispose, «Provenzan Salvani; ed è qui perché fu presuntuoso nel voler mettere tutta Siena nelle sue mani.
124
Ito è così e va, sanza riposo,APpoi che morì; cotal moneta rendeAQa sodisfar chi è di là troppo oso».AP
Così curvo ha camminato e cammina. senza riposo, dal momento in cui è morto: tale pena deve pagare chi nel mondo ha troppo presunto di sé.» Ed io:
È andato così, e va, senza riposo, da quando morì; questa è la moneta con cui paga chi nel mondo fu troppo audace».
127
E io: «Se quello spirito ch'attende,AQpria che si penta, l'orlo de la vita,ARqua giù dimora e qua sù non ascende,AQ
130
se buona orazion lui non aita,ARprima che passi tempo quanto visse,AScome fu la venuta lui largita?».AR
133
«Quando vivea più glorioso», disse,AS«liberamente nel Campo di Siena,ATogne vergogna diposta, s'affisse;AS
«Se l'anima che aspetta, prima di pentirsi l'ultimo istante di vita, resta qui sotto (nell'antipurgatorio) e non può salire il monte se non l'aiuta la preghiera di un cuore in grazia di Dio, prima che sia passato tanto tempo quanto visse, per quale motivo a Provenzano fu concesso di accedere (al purgatorio vero e proprio)?» «Quando era nel momento più glorioso della sua vita» disse, «messo da parte ogni sentimento di vergogna, di sua spontanea volontà si piantò sulla piazza del Campo di Siena (la più importante piazza della città);
E io: «Se lo spirito che aspetta il limite estremo della vita prima di pentirsi rimane laggiù e non sale quassù, a meno che non lo aiuti una buona preghiera, prima che passi tanto tempo quanto visse, come gli è stato concesso di venire qui?». «Quando viveva nella sua maggiore gloria», disse, «si fermò spontaneamente nella Piazza del Campo di Siena, deposta ogni vergogna;
136
e lì, per trar l'amico suo di penaATch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,AUsi condusse a tremar per ogne vena.AT
e lì, per liberare un suo amico dalla pena che soffriva nelle prigioni di Carlo d'Angiò, si ridusse (a mendicare) tremando (per l'umiliazione) in ogni fibra.
e lì, per liberare il suo amico dalla pena che sopportava nella prigione di Carlo (d'Angiò), si ridusse a tremare in ogni vena.
139
Più non dirò, e scuro so che parlo;AUma poco tempo andrà, che ' tuoi viciniAVfaranno sì che tu potrai chiosarlo.AU
Non ti dirò altre cose, e so che le mie parole sono oscure; ma passerà poco tempo, che i tuoi concittadini ti metteranno in condizione di poter in terpretare le mie parole.
Non dirò altro, e so che parlo in modo oscuro; ma passerà poco tempo e i tuoi concittadini faranno in modo che tu possa capirlo.
142
Quest'opera li tolse quei confini».AV
Questa azione gli evitò la sosta nel l'antipurgatorio (li tolse queí confini).»
Quest'opera gli tolse quei confini (dell'Antipurgatorio)».
Riassunto del canto XI
Nel primo girone, dove si sconta il peccato di superbia, i penitenti recitano la preghiera del « Pater Noster », invocando l'aiuto di Dio per sé e per coloro che sono rimasti sulla terra. A Virgilio, che ha chiesto la strada più breve per giungere al passaggio che porta al secondo girone, risponde una delle anime, che, in un secondo tempo, rivela di essere Omberto Aldobrandeschi, appartenente ad una delle più note famiglie nobili della Toscana: l'orgoglio per l'antichità della sua stirpe e la grandezza delle azioni dei suoi antenati gli fecero dimenticare che la terra è la madre comune di tutti, spingendolo a disprezzare il suo prossimo. Intanto un altro penitente, girandosi con penosa fatica sotto il masso che lo opprime, riconosce Dante, che ritrova così, nella prima cornice, l'amico Oderisi da Gubbio, famoso miniatore del tempo, Dopo avere ricordato che la sua fama è ora stata oscurata da un altro artista, il bolognese Franco, Oderisi enuncia una legge alla quale nessuno si può sottrarre: vana è la gloria alla quale gli uomini tendono con tutte le loro forze, perché essa scompare subito se non è seguita da un periodo di decadenza. Così nella pittura Giotto ha sostituito Cimabue, e nella poesia Guido Cavalcanti è ora più famoso di Guido Guinizelli, ed è forse già nato chi sovrapporrà la sua alla loro voce. Un altro esempio storico della brevità del mondan romore è offerto dalla vicenda di Provenzano Salvani, un tempo signore di Siena e ora pressoché dimenticato. Il canto si chiude con il ricordo di una grande azione di umiltà compiuta da Provenzano per salvare la vita di un amico.
In breve
Dove e chi
I cornice: Superbi. Camminano curvi sotto pesanti massi.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
È facile - di fronte a canti che, come l'undicesimo, portano in primo piano la presenza di amicizie, interessi e problemi personali del Poeta - rilevare lo sfondo autobiografico, analizzare l'articolarsi narrativo di una confessione che, con forza irresistibile, rivela l'antinomia fra il Dante reale, proteso ancora nel mondo contingente (nel desiderio della gloria o nella dura critica politica per il caso particolare dell'XI) e il Dante ideale, abbandonato ad un anelito religioso che esige il superamento di quel mondo. Nonostante la vastità e l'intensità di questa esperienza umana, tuttavia, sarebbe sempre un limite necessariamente angusto e povero quello entro cui verrebbe chiuso uno svolgimento poetico, che trova il suo lievito vitale nell'esperienza vissuta e nella sofferta partecipazione di Dante, per trasfigurarle in quel valore universale che all'arte si richiede perché sia tale. "Anche qui - afferma il Grabher che ha dedicato un'acuta analisi al canto XI - il particolare è trasceso da una visione che attinge la sua altezza da un senso eterno e universale dell'umana vita; senso a cui ha dato alimento la personale sofferenza del Poeta, uomo tra gli uomini, peccatore tra i peccatori; ma nella superiore, distaccata rappresentazione dell'arte, l'individuale esperienza dell'uomo non lascia altra traccia che quella di una passione e di un patimento, che danno lo stesso accento umano alla rappresentazione di tutti gli umani peccati". In altri termini, accettando la definizione del Montano, secondo la quale è la vicenda dell'anima l'essenza della poesia del Purgatorio, nel canto XI ogni incontro costituisce una nuova apertura, un altro momento del cammino per la conquista della salvezza, durante il quale l'anima ripassa attraverso l'esperienza del male, ne riconosce la natura e se ne libera, osservando questo suo processo come qualcosa di passato, di staccato, che è rimasto nella sua memoria e che deve essere riprodotto come qualcosa di reale. Infatti "nella nostra mentalità moderna un processo come questo è riconosciuto e ritratto attraverso una analisi interiore, una ricerca più o meno sottile nei vari confusi moti della coscienza. Nel Medioevo le fasi e le forze del dramma personale apparivano e potevano essere obiettivate in figure e conflitti reali" (Montano). Perciò le figure di Omberto, Oderisi e Provenzano hanno una loro vita autonoma, un'interiore coerenza drammatica secondo le manifestazioni della propria indole, configurandosi in gesti, parole, reazioni, che appartengono a loro soltanto, che si presentano come note peculiari della loro personalità, indipendentemente da quella del Poeta, anche se a questa - per il rapporto fra creatore e creatura - strettamente unite. Nell'ambito di questa trama interpretativa è cosi possibile seguire l'alternarsi - con una funzione dialetticamente drammatica dei momenti di rappresentazione vasta e corale con quelli in cui la visione si restringe al particolare e al concreto, cosicché il continuo passaggio dalla legge all'esempio e dall'esempio alla legge si dispone in modo che il particolare conferisce maggiore concretezza all'universale e la legge universale arricchisce di valore e senso eterno il particolare. Al tono generale della preghiera del "Pater Noster" segue l'immagine delle anime disparmente angosciate, all'esortazione perché i vivi preghino per i penitenti succede la richiesta da parte di Virgilio del varco... che men erto cala, al motivo della gloria passeggera degli uomini, la dimostrazione storica. Nelle parole di Omberto si profila, al di là della casata degli Aldobrandeschi, il mondo feudale con il suo orgoglio di stirpe, contrapposto alla grande immagine della terra, madre comune, mentre il senso dell'effimero e dell'eterno si dispiega a sorreggere il grave discorso di Oderisi e la figura di Provenzano, nella quale al di sopra di Siena, di Firenze, delle lotte del mondo, appare la visione della giustizia divina, che, dopo essersi mostrata attraverso la pena dei superbi nel suo aspetto più severo, trapassa in quello della bontà infinita, salvatrice, dopo Manfredi, Bonconte e tanti altri spiriti, anche di Provenzano in virtù di un gesto di carità. Infine il canto termina con una umanissima digressione, nella quale il Poeta si ferma decisamente alla sua storia, al suo particolare dramma. Queste situazioni illustrano, esemplificandola, la distesa tematica della superbia al limite estremo in cui tale motivo si viene convertendo in quello della vanità della gloria, con una cadenza estremamente funzionale e di fortissimo rilievo nell'economia, non solo del canto XI, ma di tutto il Purgatorio: nel procedimento antitetico e nella densità epigrammatica del discorso di Oderisi, che costituisce il centro prospettico del canto, si svolge una costruzione concettuale che nulla perde della sua logica serrata per il fatto di essere, da un lato, un problema drammaticamente attuale nell'animo di Dante e di subire, dall'altro, un travestimento riccamente immaginoso. Il Poeta sviluppa l'affermazione dell'Ecclesiaste - fatta propria dal pensiero medievale a partire da Boezio che "il tutto è vanità e inutile affanno" (I, 14) di fronte all'eterno, apparentemente opponendosi a quanto aveva dichiarato nell'Inferno (canto XXIV, versi 47-51), dove il perseguimento della fama era una delle più nobili mete da raggiungere. Tuttavia là essa era additata, in contrapposto all'ignavia di chi si abbandona ad una vita senza ideali seggendo in piuma o sotto coltre, come testimonianza e misura dell'altezza a cui l'uomo può giungere grazie alla sua azione, mentre nella dimostrazione di Oderisi la gloria terrena è contemplata e negata come valore assoluto ed eterno, senza nulla togliere, in validità, all'opera di chi si sforza, proponendosi una meta, di meglio realizzare le proprie capacità, ma mostrando l'inutilità di tale sforzo allorché la ricerca affannosa del mondan romore sostituisce o nasconde la visione eterna di Dio.
vv. 94-99Credette Cimabue ne la pitturatener lo campo, e ora ha Giotto il grido,sì che la fama di colui è scura:così ha tolto l'uno a l'altro Guidola gloria de la lingua; e forse è natochi l'uno e l'altro caccerà del nido.Leggi nel testo
I superbi camminano curvi sotto enormi massi, che li costringono a guardare la terra. Tra loro Dante riconosce Oderisi da Gubbio, un miniatore famoso, cioè un pittore di codici. Dante lo saluta come «onor d'Agobbio», ma Oderisi lo corregge: ormai è più apprezzato un altro artista, Franco Bolognese.
Poi Oderisi fa un discorso sulla fama. Cimabue credeva di essere il primo nella pittura, e ora tutti parlano di Giotto. Un Guido ha tolto all'altro la gloria della lingua, cioè Cavalcanti a Guinizzelli, e forse è già nato chi li supererà entrambi. È probabilmente un riferimento a Dante stesso.
La fama terrena, conclude Oderisi, è come il vento, che cambia nome a seconda della direzione: un soffio. Dante, che pure sa di essere un grande poeta, mette questa lezione di umiltà proprio nella cornice dove riconosce il proprio peccato principale. Più avanti ammetterà di temere soprattutto la pena dei superbi.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
La superbia
Ne parla la scheda «Sapìa, l'invidiosa che gioì della sconfitta» (Purg. XIII).