Il gioco della zara
vv. 1-9Quando si parte il gioco de la zara,colui che perde si riman dolente,repetendo le volte, e tristo impara;con l'altro se ne va tutta la gente;qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,e qual dallato li si reca a mente;el non s'arresta, e questo e quello intende;a cui porge la man, più non fa pressa;e così da la calca si difende.Leggi nel canto
Il canto VI si apre con un'immagine di vita quotidiana. Quando finisce una partita a zara, chi ha perso resta lì a ripetere i lanci per capire dove ha sbagliato, mentre il vincitore se ne va circondato dalla folla, che lo tira per la giacca sperando in una mancia. Allo stesso modo Dante si libera a fatica delle anime che gli chiedono preghiere.
La zara era un gioco d'azzardo con tre dadi, molto diffuso nel Medioevo. Il nome viene dall'arabo, da una parola che significa dado, e si ritrova nello spagnolo azar e nel francese hasard, da cui l'italiano azzardo. Le combinazioni più basse e più alte, difficili da ottenere, non contavano: il giocatore gridava «zara» per annullare il tiro.
Il giurista bolognese Odofredo testimonia proprio l'abitudine dei curiosi di chiedere una parte della vincita. Questo inizio quotidiano contrasta con la parte centrale del canto: l'abbraccio tra Virgilio e Sordello, entrambi mantovani, e la lunga invettiva di Dante contro l'Italia divisa: «Ahi serva Italia, di dolore ostello».