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Inferno · III cerchio

Inferno, Canto VI

«Al tornar de la mente, che si chiuse…»

Una pioggia nauseabonda, mista a grandine e neve, tormenta i dannati del terzo cerchio: i golosi.

Luogo
III cerchio
Anime e colpe
Golosi
Personaggi
Virgilio, Ciacco, Cerbero
Versi
115 · 38 terzine e un verso di chiusura
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Dove siamo nel viaggio
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Testo e parafrasi del canto VI

Parafrasi
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1

Al tornar de la mente, che si chiuseAdinanzi a la pietà d'i due cognati,Bche di trestizia tutto mi confuse,A

4

novi tormenti e novi tormentatiBmi veggio intorno, come ch'io mi movaCe ch'io mi volga, e come che io guati.B

Quando riprendo la conoscenza, che era rimasta in me offuscata alla vista del pianto doloroso di Paolo e Francesca, pianto che mi aveva, per la tristezza, completamente sconvolto, vedo intorno a me nuove pene e nuovi puniti, dovunque io vada, o mi rigiri, o volga lo sguardo.
Quando tornai in me, dopo che la mente si era chiusa davanti alla pietà per i due cognati, che mi aveva tutto sconvolto di tristezza, vedo intorno a me nuovi tormenti e nuovi tormentati, ovunque mi muova, mi volti e guardi.
7

Io sono al terzo cerchio, de la piovaCetterna, maladetta, fredda e greve;Dregola e qualità mai non l'è nova.C

Mi trovo nel terzo cerchio, il cerchio della pioggia destinata a non aver termine, tormentatrice, gelida e pesante; mai non cambia il suo ritmo ne la materia di cui è fatta.
Sono nel terzo cerchio, quello della pioggia eterna, maledetta, fredda e pesante; la sua misura e la sua qualità non cambiano mai.
10

Grandine grossa, acqua tinta e neveDper l'aere tenebroso si riversa;Epute la terra che questo riceve.D

Grossi chicchi di grandine, acqua sudicia e neve cadono con violenza attraverso l’ aria buia; la terra che accoglie tutto questo emana un fetido odore.
Grandine grossa, acqua sporca e neve si riversano per l'aria tenebrosa; puzza la terra che riceve tutto questo.
13

Cerbero, fiera crudele e diversa,Econ tre gole caninamente latraFsovra la gente che quivi è sommersa.E

Cerbero, belva crudele e mostruosa, latra, a modo di cane, attraverso tre gole, incombendo sulle turbe che in quest’acqua impura sono immerse.
Cerbero, fiera crudele e mostruosa, latra come un cane con tre gole sopra la gente che lì è sommersa.
16

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,Fe 'l ventre largo, e unghiate le mani;Ggraffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.F

19

Urlar li fa la pioggia come cani;Gde l'un de' lati fanno a l'altro schermo;Hvolgonsi spesso i miseri profani.G

Ha gli occhi iniettati di sangue, la barba unta e nera, il ventre capace, e le mani munite di artigli; graffia le anime dei peccatori, le scuoia e le squarta. Sul piano allegorico, secondo gli antichi commentatori, gli occhi... vermigli stanno a significare l'avidità rabbiosa, la barba unta la ributtante ingordigia, il ventre largo l'insaziabilità, le unghiate mani l'indole rapace. La pioggia li spinge a lamentarsi in modo disumano: con uno dei fianchi proteggono l’altro;
Ha gli occhi rossi, la barba unta e nera, il ventre largo e le mani armate di unghie; graffia gli spiriti, li scuoia e li squarta. La pioggia li fa urlare come cani; con un fianco fanno riparo all'altro; quei miseri empi si girano spesso.
22

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,Hle bocche aperse e mostrocci le sanne;Inon avea membro che tenesse fermo.H

gli infelici peccatori continuano a rivoltarsi (cercando inutilmente di sottrarsi al tormento). Quando Cerbero, l’orribile mostro, ci vide, spalancò le bocche e ci mostrò i denti;
Quando Cerbero, il grande mostro, ci vide, aprì le bocche e ci mostrò le zanne; non aveva membro che tenesse fermo.
25

E 'l duca mio distese le sue spanne,Iprese la terra, e con piene le pugnaJla gittò dentro a le bramose canne.I

un fremito di rabbia lo agitava tutto. Virgilio tese le mani aperte, afferrò della terra, e, riempitosene i pugni, la gettò nelle tre bramose gole.
E la mia guida aprì le mani, prese della terra e, con i pugni pieni, la gettò dentro le gole bramose.
28

Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,Je si racqueta poi che 'l pasto morde,Kché solo a divorarlo intende e pugna,J

31

cotai si fecer quelle facce lordeKde lo demonio Cerbero, che 'ntronaLl'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.K

Come quello del cane che, abbaiando, manifesta il suo desiderio, e si calma solo dopo aver addentato il cibo, poiché è tutto intento nello sforzo di divorarlo, tale divenne il sozzo aspetto del triplice volto del diavolo Cerbero, che (coi suoi latrati) stordisce i peccatori a tal punto, da far loro desiderare la sordità.
Come quel cane che abbaiando è avido di cibo e si calma appena morde il pasto, perché pensa e si sforza solo di divorarlo, così fecero quelle facce sporche del demonio Cerbero, che assorda le anime tanto che vorrebbero essere sorde.
34

Noi passavam su per l'ombre che adonaLla greve pioggia, e ponavam le pianteMsovra lor vanità che par persona.L

(Camminando) calpestavamo le ombre che la pioggia fastidiosa prostra, e mettevamo le piante dei nostri piedi sulla loro inconsistenza materiale, che ha l’apparenza di un corpo umano.
Noi passavamo sopra le ombre che la pioggia pesante abbatte, e mettevamo i piedi sopra le loro parvenze vuote che sembrano corpi.
37

Elle giacean per terra tutte quante,Mfuor d'una ch'a seder si levò, rattoNch'ella ci vide passarsi davante.M

Erano tutte distese per terra, ad eccezione di una che si levò a sedere, non appena ci vide passarle davanti.
Giacevano tutte per terra, tranne una che si alzò a sedere appena ci vide passarle davanti.
40

«O tu che se' per questo 'nferno tratto»,Nmi disse, «riconoscimi, se sai:Otu fosti, prima ch'io disfatto, fatto».N

"O tu che sei condotto per questo inferno", parlò, "vedi se sei in grado di riconoscermi: tu nascesti prima che io morissi." E io:
«O tu che sei condotto attraverso questo inferno», mi disse, «riconoscimi, se puoi: tu fosti fatto (nascesti) prima che io fossi disfatto (morissi)».
43

E io a lui: «L'angoscia che tu haiOforse ti tira fuor de la mia mente,Psì che non par ch'i' ti vedessi mai.O

46

Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolentePloco se' messo e hai sì fatta pena,Qche, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente».P

"La pena che ti tormenta forse ti allontana dalla mia memoria, così che mi sembra di non averti mai veduto. Ma dimmi chi sei, anima collocata in un posto così doloroso ed assegnata ad un tale tormento, che, se pur ve ne sono di più grandi, nessuno è altrettanto fastidioso".
E io a lui: «L'angoscia che hai forse ti cancella dalla mia memoria, così che non mi sembra di averti mai visto. Ma dimmi chi sei, tu che sei messo in un luogo così doloroso e hai una pena tale che, se un'altra è più grande, nessuna è così ripugnante».
49

Ed elli a me: «La tua città, ch'è pienaQd'invidia sì che già trabocca il sacco,Rseco mi tenne in la vita serena.Q

Ed egli "Firenze, che a tal punto è colma di odio da non poterne più contenere, mi ebbe fra i suoi abitanti quando vivevo sulla terra.
E lui a me: «La tua città, che è piena d'invidia tanto che il sacco già trabocca, mi tenne con sé nella vita serena.
52

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:Rper la dannosa colpa de la gola,Scome tu vedi, a la pioggia mi fiacco.R

Voi concittadini mi chiamaste Ciacco: per il peccato rovinoso della gola, come vedi, mi struggo sotto la pioggia.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la colpa dannosa della gola, come vedi, mi fiacco sotto la pioggia.
55

E io anima trista non son sola,Sché tutte queste a simil pena stannoTper simil colpa». E più non fé parola.S

Né io (qui) sono il solo spirito infelice, poiché tutti questi altri sono soggetti ai medesimi tormenti per la medesima colpa". E più non pronunciò parola. Gli risposi:
E io, anima triste, non sono la sola, perché tutte queste stanno nella stessa pena per la stessa colpa». E non disse altro.
58

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affannoTmi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;Uma dimmi, se tu sai, a che verrannoT

"Ciacco, il tuo dolore mi affligge tanto, da indurmi a piangere; ma dimmi, se lo sai, a quali estremi si ridurranno gli abitanti della città divisa in fazioni;
Gli risposi: «Ciacco, la tua sofferenza mi pesa tanto che mi spinge a piangere; ma dimmi, se lo sai, a che cosa arriveranno
61

li cittadin de la città partita;Us'alcun v'è giusto; e dimmi la cagioneVper che l'ha tanta discordia assalita».U

64

E quelli a me: «Dopo lunga tencioneVverranno al sangue, e la parte selvaggiaWcaccerà l'altra con molta offensione.V

se in essa si trova qualcuno che sia giusto; e dimmi anche il motivo per cui tanta discordia ha cominciato a travagliarla". Ed egli: "Dopo una lunga contesa si arriverà a un fatto di sangue, e il partito degli uomini del contado (la parte selvaggia: quella dei Cerchi, i Bianchi) manderà in esilio gli esponenti del partito avversario (quello dei Donati, i Neri) danneggiandoli gravemente.
i cittadini della città divisa; se qualcuno è giusto; e dimmi la ragione per cui tanta discordia l'ha assalita». E lui a me: «Dopo una lunga contesa verranno al sangue, e la parte selvaggia (i Bianchi) caccerà l'altra con molto danno.
67

Poi appresso convien che questa caggiaWinfra tre soli, e che l'altra sormontiXcon la forza di tal che testé piaggia.W

70

Alte terrà lungo tempo le fronti,Xtenendo l'altra sotto gravi pesi,Ycome che di ciò pianga o che n'aonti.X

In seguito è destino che il partito dei Bianchi soccomba prima che siano trascorsi tre anni, e che il partito dei Neri abbia il sopravvento con l’aiuto di qualcuno che attualmente si barcamena (fra le due opposte fazioni). Il partito dei Neri spadroneggerà a lungo. tenendo sottomessa la fazione avversa con provvedimenti iniqui, per quanto questa si lamenti e si sdegni.
Poi bisogna che questa cada entro tre anni, e che l'altra prevalga con la forza di uno (Bonifacio VIII) che ora si barcamena. Terrà a lungo la fronte alta, tenendo l'altra sotto pesi gravi, per quanto questa ne pianga o se ne sdegni.
73

Giusti son due, e non vi sono intesi;Ysuperbia, invidia e avarizia sonoZle tre faville c'hanno i cuori accesi».Y

I cittadini giusti sono due, ma nessuno dà loro ascolto: la superbia, l’invidia e la brama di guadagni sono le tre scintille che hanno appiccato il fuoco agli animi (aizzando i Fiorentini gli uni contro gli altri)".
I giusti sono due, e non vi sono ascoltati; superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno acceso i cuori».
76

Qui puose fine al lagrimabil suono.ZE io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni,AAe che di più parlar mi facci dono.Z

A questo punto pose termine al suo discorso doloroso; e io: "Vorrei avere da te ancora altri schiarimenti, e vorrei che tu mi facessi la grazia di continuare a parlare.
Qui mise fine al suo discorso degno di pianto. E io a lui: «Voglio ancora che tu mi insegni e che mi faccia dono di altre parole.
79

Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,AAIacopo Rusticucci, Arrigo e 'l MoscaABe li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,AA

Farinata e Tegghiaio, che furono così degni di onore, Jacopo Rusticucci, Arrigo e Mosca e gli altri cittadini che si adoperarono per il bene di Firenze, dimmi dove si trovano e fa in modo che io apprenda qualcosa di loro;
Farinata e il Tegghiaio, che furono così degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri che misero l'ingegno nel fare il bene,
82

dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;ABché gran disio mi stringe di savereACse 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca».AB

perché grande è il desiderio che ho di sapere se il paradiso dà loro dolcezza, o l’inferno li amareggia". E Ciacco: "Si trovano tra i dannati più colpevoli:
dimmi dove sono e fa' che io li conosca; perché un grande desiderio mi stringe di sapere se il cielo li addolcisce o l'inferno li avvelena».
85

E quelli: «Ei son tra l'anime più nere:ACdiverse colpe giù li grava al fondo:ADse tanto scendi, là i potrai vedere.AC

peccati diversi (da quello punito in questo cerchio) pesano su di loro in modo da tenerli nella parte bassa dell’inferno: se scenderai fin laggiù, potrai vederli.
E lui: «Sono tra le anime più nere: colpe diverse li spingono giù verso il fondo; se scendi tanto, là li potrai vedere.
88

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,ADpriegoti ch'a la mente altrui mi rechi:AEpiù non ti dico e più non ti rispondo».AD

Ma quando sarai tornato tra i vivi, ti prego di richiamare il mio nome alla loro memoria: più non parlerò né ti risponderò".
Ma quando sarai nel dolce mondo, ti prego di riportarmi alla memoria degli altri: non ti dico più nulla e non ti rispondo più».
91

Li diritti occhi torse allora in biechi;AEguardommi un poco, e poi chinò la testa:AFcadde con essa a par de li altri ciechi.AE

Allora stravolse gli occhi che fino allora avevano guardato diritti davanti a se; per un attimo ancora mi guardò, e poi abbassò la testa: piombò giù con essa allo stesso livello degli altri dannati (ciechi: in quanto privi della luce dell’intelletto). E Virgilio mi disse:
Allora storse gli occhi, prima diritti, in uno sguardo obliquo; mi guardò un poco, poi chinò la testa e cadde con essa al pari degli altri ciechi.
94

E 'l duca disse a me: «Più non si destaAFdi qua dal suon de l'angelica tromba,AGquando verrà la nimica podesta:AF

97

ciascun rivederà la trista tomba,AGripiglierà sua carne e sua figura,AHudirà quel ch'in etterno rimbomba».AG

"Più non si alzerà prima del suono delle trombe degli angeli, quando verrà il giudice nemico del reprobi (Cristo): ogni dannato rivedrà (allora) il suo triste sepolcro, assumerà nuovamente il corpo e l’aspetto che aveva da vivo, ascolterà la sentenza che deciderà la sua sorte per l’ eternità". La solennità di questa rappresentazione del Giudizio Universale non trova riscontro che in alcuni dei più grandi capolavori delle arti figurative.
E la guida mi disse: «Non si alzerà più prima del suono della tromba dell'angelo, quando verrà il potere nemico (Cristo giudice): ciascuno rivedrà la triste tomba, riprenderà la sua carne e il suo aspetto, udirà la sentenza che risuona in eterno».
100

Sì trapassammo per sozza misturaAHde l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,AItoccando un poco la vita futura;AH

Cosi, razionando un poco intorno alla vita d’oltretomba, camminammo lentamente attraverso l’ immondo miscuglio fatto di ombre di peccatori e di acqua;
Così passammo attraverso quella sporca mescolanza di ombre e di pioggia, a passi lenti, parlando un poco della vita futura;
103

per ch'io dissi: «Maestro, esti tormentiAIcrescerann'ei dopo la gran sentenza,AJo fier minori, o saran sì cocenti?».AI

e pertanto mi rivolsi a Virgilio: " Maestro, queste pene aumenteranno o diminuiranno d’intensità dopo Il Giudizio Universale, o saranno dolorose come adesso? " E Virgilio:
per cui dissi: «Maestro, questi tormenti cresceranno dopo la grande sentenza, o diventeranno minori, o saranno ugualmente brucianti?».
106

Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,AJche vuol, quanto la cosa è più perfetta,AKpiù senta il bene, e così la doglienza.AJ

"Ripensa alla tua dottrina, secondo la quale, quanto più una cosa è perfetta, tanto più intensamente sente il piacere non meno del dolore.
E lui a me: «Ritorna alla tua scienza (la filosofia di Aristotele), che dice: quanto più una cosa è perfetta, tanto più sente il bene, e così il dolore.
109

Tutto che questa gente maladettaAKin vera perfezion già mai non vada,ALdi là più che di qua essere aspetta».AK

Benché i dannati non possano mai conseguire la vera perfezione (che si ha solo quando l’uomo e vicino a Dio), attendono di essere perfetti dopo il Giudizio più che non prima".
Benché questa gente maledetta non arrivi mai alla vera perfezione, si aspetta di essere più completa dopo il giudizio che prima».
112

Noi aggirammo a tondo quella strada,ALparlando più assai ch'i' non ridico;AMvenimmo al punto dove si digrada:AL

Percorremmo il cerchio secondo la sua circonferenza, discorrendo assai di più di quanto io non abbia qui riferito; giungemmo nel punto ove da questo cerchio si scende nel successivo:
Noi girammo intorno per quella strada, parlando molto più di quanto io ripeta; arrivammo al punto da cui si scende:
115

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.AM

ivi ci imbattemmo in Pluto, l’orribile diavolo.
lì trovammo Pluto, il grande nemico.

Riassunto del canto VI

Una pioggia nauseabonda, mista a grandine e neve, tormenta i dannati del terzo cerchio: i golosi. Un cane trifauce, Cerbero, li dilania senza tregua. Alla vista dei due poeti il mostro dà sfogo al suo furore, ma Virgilio non ha esitazioni: getta nelle fameliche gole una manciata di fango e la belva, tutta intenta a divorarlo, si placa. Dante, con il maestro, prosegue il suo cammino calpestando la sozza mistura di fango e ombre di peccatori, quando, all’improvviso, una di esse, levatasi a sedere, si rivolge a lui esclamando: «Riconoscimi, se ne sei capace». Ma tanta è la sofferenza che ne deforma i lineamenti, da non consentire al Poeta di ravvisare in essi una fisionomia a lui nota. Allora il dannato rivela il suo nome, Ciacco, e profetizza, richiesto dal suo interlocutore, il prossimo trionfo in Firenze, covo di‘ ingiustizie e di odio, del partito dei Neri. Ad una precisa domanda del pellegrino Ciacco rivela che i grandi personaggi politici della Firenze del passato scontano i loro peccati nel buio dell’inferno. Terminato il suo dire, con un’espressione che non ha più nulla di umano, cade pesantemente a terra, in mezzo agli altri suoi compagni di pena. Virgilio, a questo punto, ricorda al suo discepolo che Ciacco, al pari degli altri dannati, riavrà il suo corpo nel giorno del Giudizio Universale e che, dopo la risurrezione della carne, le sofferenze dei reprobi aumenteranno d’intensità. Giunti nel punto ove è il passaggio dal terzo al quarto cerchio, i due viandanti s’imbattono nel demonio Pluto.

In breve

Dove e chi
  1. III cerchio: Golosi. Distesi nel fango sotto una pioggia gelida.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

I canti quinto e sesto hanno uno svolgimento narrativo sostanzialmente identico. Esso, per comodità di esposizione, può articolarsi in quattro momenti: incontro col demonio posto a guardia del cerchio, descrizione del supplizio inflitto ai dannati (la bufera... che mai non resta e la piova etterna), drammatico colloquio con uno di essi (Francesca, Ciacco), cui fa seguito la reazione del personaggio Dante (nel quinto canto la perdita dei sensi alla vista del pianto di Paolo; nel sesto la domanda rivolta a Virgilio sull’intensità delle pene infernali dopo la risurrezione dei corpi). Ma le analogie non si fermano qui: almeno per i 24 versi iniziali del canto dei lussuriosi anche l’ordito ritmico appare identico a quello del sesto canto: ogni terzina è un mondo a sé; si sostituisce, più che subordinarsi, alla precedente; ne ripropone, al tempo stesso, forme, idee, inflessioni; ha, nella vis espressiva, la sua prima ragione di essere; rifiuta lo sfumato, non meno di quei nessi sintattici che altrove strutturano la robusta logica della Commedia e sono indici di una concezione che nel reale scorge, al di là del problema, la fermezza di un ordine precostituito ed eterno (con felice intuito è stato visto nel ritmo ternario del poema quasi un equivalente dell’argomentare sillogistico). Nel canto di Paolo e Francesca questo rigore finiva tuttavia con lo stemperarsi nella partecipazione affettiva di Dante, si colorava di pathos, di risonanze umanissime. Troviamo invece, lungo tutto l’arco del sesto canto, una tenace insistenza sul tema dell’inumano, del mostruoso, dell’assurdo. La vita, proiettata nell’al di là, sottratta al tempo che ne costituiva il lievito, ci si mostra dapprima come spaesata, aperta a significati inconsueti; appare, ad una considerazione immediata, irrazionale. Solo in un secondo tempo (nel Purgatorio e nel Paradiso: quest’ultimo è tutta una glorificazione dell’ordine del creato) questa irrazionalità si svelerà come una razionalità più alta, abbacinante nel suo fulgore, insostenibile per l’intelletto non visitato dalla Grazia. Ma nell’lnferno questa razionalità non appare ai nostri occhi ancora completamente dispiegata. Nella prima parte del canto dei golosi l’irrazionale, l’assurdo, si esprimono nella figura di Cerbero. Già in Caronte (colpiva in lui la rabbia immotivata, il suo mutismo nel trattare con le anime: per cenni come augel per suo richiamo), e più ancora in Minosse (nel ringhio bestiale, nell’atto di avvolgere la coda per significare la dannazione, nella sommarietà del giudizio: dicono e odono, e poi son giù volte), c’era stato un allontanamento dall’umano, una progressione nel senso della cecità spirituale. Ma queste figure serbavano, nell’atto di rivolgersi a Dante, una certa solennità di eloquio, si servivano di formule quasi rituali. La loro personalità derivava, proprio dal contrasto fra elementi ferini e umani, una compiuta armonia sul piano dell’arte. Cerbero è invece animalità allo stato puro, tanto più viva quanto più ottusa e demente (non avea membro che tenesse fermo). Lo accomunano ai due guardiani precedenti soltanto i tratti ferini. Notiamo, tra l’altro, la rispondenza e, al tempo stesso, il divario, tra i versi che definiscono Minosse e quelli che ci mostrano Cerbero nell’esercizio delle sue funzioni: per fare un esempio, al verso - dicono e odono, e poi son giù volte - fa riscontro, nella raffigurazione del cane trifauce, l’atto non più dell’inquisitore, ma del carnefice - graffia li spiriti, scuoia e disquatra. Analogamente, se ci volgiamo a considerare la descrizione delle pene inflitte rispettivamente ai lussuriosi ed ai golosi, quella dei lussuriosi ci si presenta come nobilitata dallo scenario fosco e drammatico. ingentilita da similitudini che la riconducono nell’ambito di una natura familiare. Nel sesto canto, invece, anche il paesaggio riflette il venir meno dello spirito, quel torpore dell’intelligenza che rende indimenticabile l’apparizione di Cerbero: sotto la pioggia eterna le anime non si distinguono neppure fisicamente le une dalle altre, rapprese come sono nel putrido fango che le macera. Dal canto suo, la figura del goloso che predice a Dante l’avvenire di Firenze, lungi dal contrastare col quadro in cui è inserita, denuncia, nel modo del suo apparire, nella secchezza del suo discorso, nel suo spaventoso ricadere a par delli altri ciechi, la stessa opprimente tristezza che ha lo spettacolo della pioggia, lo stesso desolato automatismo che presiede al manifestarsi del furore di Cerbero. Il Momigliano ha indicato, nelle parole con cui Ciacco ricorda il mondo dei vivi, accanto alla malinconia, il malumore, una condizione dell’animo che appare dunque al limite fra il riflesso fisiologico e il sentimento cosciente. Ma le riserve da lui avanzate a proposito della "parentesi politica", che inserisce come una nota stridente "in questa personalità patetica sbozzata con una sensibilità viva e sicura", per cui il personaggio di Ciacco non risulterebbe bene scelto in rapporto alla profezia che il Poeta gli fa pronunciare (perché, tra l’altro, "non dimostra nessun interesse personale alla politica e ne parla solo per far piacere a Dante"), gli impediscono di vedere come questo disinteresse sta invece una manifestazione del suo « io » più profondo, e rifletta l’atmosfera del canto nel suo complesso. Diversamente da quel che accade per le figure di primo piano dell’Inferno, l’espressione che sembra caratterizzare con maggior compiutezza quella di Ciacco si riferisce ad un atto che non ha più nulla di umano: l’atto in cui egli "stravolge gli occhi, rimane un momento immobile, china la testa, poi ricade sul suolo lastricato di ombre: come se morisse un’altra volta" (Momigliano). Ma le parole con cui Virgilio commenta l’uscita di scena del personaggio ne collocano la figura sotto il crisma di una validità eterna, nella luce di una Potenza avvertita come supremamente giusta.

Personaggi del canto VI

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Dannato

Ciacco

Inferno · III cerchio, golosi

Fiorentino immerso nel fango sotto la pioggia; profetizza le lotte politiche di Firenze.

Custode

Cerbero

Inferno · III cerchio

Il cane a tre teste che graffia i golosi. Virgilio lo placa gettandogli terra in bocca.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Storia
Inferno · Canto VI Liceo

Firenze, la città divisa

vv. 73-75Giusti son due, e non vi sono intesi;superbia, invidia e avarizia sonole tre faville c'hanno i cuori accesi».Leggi nel testo

Nel canto VI, accanto al tema morale del peccato, entra con forza un altro tema: la politica. Il goloso Ciacco, un fiorentino, risponde alle domande di Dante sulla sua città. Profetizza gli scontri tra Bianchi e Neri, la vittoria dei Neri con l'aiuto di Bonifacio VIII, e indica le cause della rovina: «superbia, invidia e avarizia sono / le tre faville c'hanno i cuori accesi».

Non è un caso isolato. Nel canto VI di ogni cantica Dante allarga lo sguardo alla politica, e il cerchio si allarga ogni volta: Firenze nell'Inferno, l'Italia nel Purgatorio con l'invettiva «Ahi serva Italia», l'Impero nel Paradiso con il racconto di Giustiniano. È una delle simmetrie più evidenti del poema.

Ciacco è solo il primo di una lunga serie di fiorentini all'Inferno: verranno Filippo Argenti, Farinata, Cavalcante, Brunetto Latini. Firenze, la città che Dante ama e che lo ha esiliato, diventa quasi una città infernale.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Cerbero

Ne parla la scheda «Caronte, un demone che viene dal mito» (Inf. III).

Ciacco e Firenze

Ne parla la scheda ««Io dico, seguitando»: un nuovo inizio?» (Inf. VIII).

Ciacco chiede di Farinata

Ne parla la scheda «Gli epicurei, che negano l'anima immortale» (Inf. X).

Firenze

Ne parla la scheda «Il gioco della zara» (Purg. VI).

Firenze

Ne parla la scheda «Giustiniano e l'Impero» (Par. VI).