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Indice dei canti
Dannati nudi camminano lentamente lungo un sentiero di roccia con la testa girata all'indietro sopra le spalle; a sinistra Dante, appoggiato alla parete, si copre il viso con la mano e Virgilio gli sta vicino.
Dante piange davanti agli indovini, costretti a camminare con il capo stravolto all'indietro
Inferno · VIII cerchio · Malebolge

Inferno, Canto XX

«Di nova pena mi conven far versi…»

Dall’alto del ponte Dante dirige il suo sguardo verso il fondo della quarta bolgia, dove una moltitudine di anime - quelle degli indovini - avanza in silenzio piangendo.

Luogo
VIII cerchio · Malebolge
Anime e colpe
Fraudolenti, in dieci bolge
Personaggi
Virgilio
Versi
130 · 43 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XX

Parafrasi
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1

Di nova pena mi conven far versiAe dar matera al ventesimo cantoBde la prima canzon ch'è d'i sommersi.A

Devo ora scrivere versi intorno ad una pena mai prima vista e fornire argomento al ventesimo canto della prima cantica, che è quella dei dannati sprofondati (nell’inferno).
Di una nuova pena devo fare versi e dare materia al ventesimo canto della prima cantica, che è quella dei dannati.
4

Io era già disposto tutto quantoBa riguardar ne lo scoperto fondo,Cche si bagnava d'angoscioso pianto;B

Io ero già del tutto pronto a scrutare nel fondo visibile (della bolgia), che era bagnato da lagrime d’angoscia;
Io ero già tutto pronto a guardare nel fondo che mi si era rivelato, che si bagnava di pianto angoscioso;
7

e vidi gente per lo vallon tondoCvenir, tacendo e lagrimando, al passoDche fanno le letane in questo mondo.C

e notai una folla che avanzava nella gran valle circolare, silenziosa e piangente, col passo che tengono nel nostro mondo le processioni.
e vidi gente venire per la valle rotonda, in silenzio e piangendo, al passo che fanno le processioni in questo mondo.
10

Come 'l viso mi scese in lor più basso,Dmirabilmente apparve esser travoltoEciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;D

Quando il mio sguardo scese più in basso su di loro, ognuno mi apparve essere rivolto all’indietro in modo mostruoso tra il mento e l’inizio del petto;
Quando il mio sguardo scese più in basso su di loro, apparve, in modo stupefacente, che ciascuno era stravolto tra il mento e l'inizio del torace;
13

ché da le reni era tornato 'l volto,Ee in dietro venir li convenia,Fperché 'l veder dinanzi era lor tolto.E

poiché il viso era girato verso le reni, e dovevano camminare all’indietro, in quanto davanti la vista era loro preclusa.
perché il volto era girato verso la schiena, e dovevano camminare all'indietro, perché era loro tolta la possibilità di vedere davanti.
16

Forse per forza già di parlasiaFsi travolse così alcun del tutto;Gma io nol vidi, né credo che sia.F

Forse già qualcuno si stravolse così completamente a causa di una paralisi; ma io non lo vidi mai, né credo che ciò avvenga.
Forse a causa di una paralisi qualcuno si è già stravolto così completamente; ma io non l'ho visto, né credo che possa accadere.
19

Se Dio ti lasci, lettor, prender fruttoGdi tua lezione, or pensa per te stessoHcom'io potea tener lo viso asciutto,G

22

quando la nostra imagine di pressoHvidi sì torta, che 'l pianto de li occhiIle natiche bagnava per lo fesso.H

Lettore, voglia Dio lasciarti trarre profitto dalla tua lettura, (in nome di questo augurio) pensa adesso da te come avrei potuto trattenermi dal piangere, allorché vidi da vicino la nostra figura umana così stravolta, che le lagrime bagnavano la fenditura che si apre tra le natiche.
Così Dio ti permetta, lettore, di trarre frutto dalla tua lettura, ora pensa da te come io potessi tenere il viso asciutto, quando vidi da vicino la nostra figura umana così stravolta che il pianto degli occhi bagnava le natiche scendendo per la loro fessura.
25

Certo io piangea, poggiato a un de' rocchiIdel duro scoglio, sì che la mia scortaJmi disse: «Ancor se' tu de li altri sciocchi?I

In verità io piangevo, appoggiato ad una delle sporgenze dello scoglio pietroso, così che il mio accompagnatore mi disse: " Fai ancora parte degli altri stolti (che si commuovono di fronte alla punizione dei malvagi)?
Certo io piangevo, appoggiato a una delle sporgenze del duro ponte di roccia, tanto che la mia guida mi disse: «Sei anche tu sciocco come gli altri?
28

Qui vive la pietà quand'è ben morta;Jchi è più scellerato che coluiKche al giudicio divin passion comporta?J

Qui la pietà ha valore quando è del tutto spenta: chi é più empio di colui che mostra compassione là dove Dio ha giudicato?
Qui la pietà vive quando è del tutto morta; chi è più scellerato di colui che prova compassione di fronte al giudizio divino?
31

Drizza la testa, drizza, e vedi a cuiKs'aperse a li occhi d'i Teban la terra;Lper ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,K

Alza il capo, alzalo, e guarda colui al quale sotto gli occhi dei Tebani si spalancò la terra, così che tutti gridavano:
Alza la testa, alzala, e vedi colui per il quale, davanti agli occhi dei Tebani, si aprì la terra; per cui tutti gridavano: “Dove precipiti,
34

Anfiarao? perché lasci la guerra?".LE non restò di ruinare a valleMfino a Minòs che ciascheduno afferra.L

"Dove precipiti, Anfiarao? perché abbandoni la guerra?" E non smise di precipitare in basso fino a Minosse che ghermisce tutti.
Anfiarao? Perché lasci la guerra?”. E non smise di precipitare in basso fino a Minosse, che afferra ciascuno.
37

Mira c'ha fatto petto de le spalle:Mperché volle veder troppo davante,Ndi retro guarda e fa retroso calle.M

Osserva come ha trasformato in petto le spalle: poiché volle veder troppo davanti a sé, (ora) guarda all’indietro e cammina a ritroso.
Guarda come ha fatto delle spalle il petto: poiché volle vedere troppo avanti, guarda indietro e cammina a ritroso.
40

Vedi Tiresia, che mutò sembianteNquando di maschio femmina divenneOcangiandosi le membra tutte quante;N

Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando si tramutò da maschio in femmina mentre tutte le membra si trasformavano;
Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando da maschio divenne femmina, trasformandosi in tutte le membra;
43

e prima, poi, ribatter li convenneOli duo serpenti avvolti, con la verga,Pche riavesse le maschili penne.O

e dovette poi percuotere nuovamente, con la verga, i due serpenti avvinti prima di riavere le forme maschili.
e poi, in seguito, dovette colpire di nuovo con la bacchetta i due serpenti avvinghiati, prima di riavere le sembianze maschili.
46

Aronta è quel ch'al ventre li s'atterga,Pche ne' monti di Luni, dove roncaQlo Carrarese che di sotto alberga,P

49

ebbe tra ' bianchi marmi la speloncaQper sua dimora; onde a guardar le stelleRe 'l mar no li era la veduta tronca.Q

Quello che volge la schiena al ventre di Tiresia è Arunte, il quale nei monti di Luni, dove i Carraresi che abitano in basso dissodano la terra, ebbe come sua dimora la grotta tra i marmi bianchi; dalla quale la vista rivolta alle stelle e al mare non gli era impedita.
Quello che appoggia la schiena al ventre di lui è Arunte, che sui monti di Luni, dove dissoda la terra il Carrarese che abita più in basso, ebbe come sua dimora una grotta tra i marmi bianchi; per cui la vista non gli era impedita nel guardare le stelle e il mare.
52

E quella che ricuopre le mammelle,Rche tu non vedi, con le trecce sciolte,Se ha di là ogne pilosa pelle,R

55

Manto fu, che cercò per terre molte;Sposcia si puose là dove nacqu'io;Tonde un poco mi piace che m'ascolte.S

E colei che si copre il seno, che tu non puoi vedere, con le trecce sciolte, e ha dall’altra parte tutte le parti pelose del corpo, fu Manto, che peregrinò per molti paesi; poi si fermò là dove io nacqui: per cui sarei lieto che tu mi prestassi un po’ d’attenzione.
E quella che con le trecce sciolte copre le mammelle, che tu non vedi, e ha da quella parte tutte le parti pelose del corpo, fu Manto, che cercò per molte terre; poi si stabilì là dove nacqui io; per cui mi piace che tu mi ascolti un poco.
58

Poscia che 'l padre suo di vita uscìo,Te venne serva la città di Baco,Uquesta gran tempo per lo mondo gio.T

Dopo che il padre morì, e la città di Tebe (di Baco: di Bacco, sacra a Bacco) fu asservita, costei andò per il mondo lungamente.
Dopo che suo padre morì, e la città di Bacco (Tebe) divenne schiava, costei andò per lungo tempo per il mondo.
61

Suso in Italia bella giace un laco,Ua piè de l'Alpe che serra LamagnaVsovra Tiralli, c'ha nome Benaco.U

Lassù nella bella Italia vi è un lago, ai piedi dei monti che segnano i confini della Germania sopra il Tirolo, il quale si chiama Benaco.
Lassù nella bella Italia c'è un lago, ai piedi delle Alpi che chiudono la Germania sopra il Tirolo, che si chiama Benaco (lago di Garda).
64

Per mille fonti, credo, e più si bagnaVtra Garda e Val Camonica e PenninoWde l'acqua che nel detto laco stagna.V

Attraverso mille e più sorgenti, credo, la regione tra il Garda, la Val Camonica e l’Appennino, è irrigata dall’acqua che poi ristagna nel lago suddetto.
Da mille sorgenti, credo, e anche più, la regione tra Garda, la Val Camonica e le Alpi Pennine è bagnata dall'acqua che ristagna in quel lago.
67

Loco è nel mezzo là dove 'l trentinoWpastore e quel di Brescia e 'l veroneseXsegnar poria, s'e' fesse quel cammino.W

In mezzo ad esso è un posto dove il vescovo di Trento, quello di Brescia e quello di Verona potrebbero dare la benedizione, se facessero quel percorso.
C'è un luogo nel mezzo dove il vescovo di Trento, quello di Brescia e quello di Verona potrebbero benedire, se facessero quel cammino.
70

Siede Peschiera, bello e forte arneseXda fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,Yove la riva 'ntorno più discese.X

Peschiera, bella e robusta fortezza atta a fronteggiare Bresciani e Bergamaschi, è posta dove la riva intorno è più bassa.
Là dove la riva intorno è più bassa sorge Peschiera, fortezza bella e robusta per fronteggiare Bresciani e Bergamaschi.
73

Ivi convien che tutto quanto caschiYciò che 'n grembo a Benaco star non può,Ze fassi fiume giù per verdi paschi.Y

Lì (presso Peschiera) necessariamente trabocca tutto quello che non può essere contenuto nel Benaco, e diventa fiume giù per i pascoli verdeggianti.
Lì deve riversarsi tutto quanto ciò che non può stare in grembo al Benaco, e diventa fiume giù per verdi pascoli.
76

Tosto che l'acqua a correr mette co,Znon più Benaco, ma Mencio si chiamaAAfino a Governol, dove cade in Po.Z

Appena l’acqua ricomincia a correre, non si chiama più Benaco, ma Mincio, fino a Governolo, ove si getta nel Po.
Appena l'acqua comincia a correre, non si chiama più Benaco, ma Mincio fino a Governolo, dove si getta nel Po.
79

Non molto ha corso, ch'el trova una lama,AAne la qual si distende e la 'mpaluda;ABe suol di state talor essere grama.AA

Dopo un percorso non lungo, esso trova un avvallamento, nel quale straripa trasformandolo in palude; e talvolta durante l’estate diventa malsano.
Non ha corso molto, che trova una pianura bassa, nella quale si distende e la trasforma in palude; e d'estate a volte suole essere malsana.
82

Quindi passando la vergine crudaABvide terra, nel mezzo del pantano,ACsanza coltura e d'abitanti nuda.AB

Passando di lì la vergine crudele scorse della terra, in mezzo alla palude, non coltivata e priva di abitanti.
Passando di lì la vergine crudele vide, in mezzo al pantano, una terra senza coltivazioni e priva di abitanti.
85

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,ACristette con suoi servi a far sue arti,ADe visse, e vi lasciò suo corpo vano.AC

Lì, per evitare ogni contatto umano, si fermò con i suoi servitori ad esercitare le sue pratiche magiche, e lì visse, e vi lasciò il suo corpo esanime.
Lì, per fuggire ogni compagnia umana, si fermò con i suoi servi a praticare le sue arti magiche, e visse, e vi lasciò il suo corpo senza vita.
88

Li uomini poi che 'ntorno erano spartiADs'accolsero a quel loco, ch'era forteAEper lo pantan ch'avea da tutte parti.AD

In seguito gli uomini che erano sparsi nei dintorni si radunarono in quel luogo, che era ben fortificato avendo da ogni lato la palude.
Gli uomini che poi erano sparsi intorno si raccolsero in quel luogo, che era ben difeso per il pantano che aveva da ogni parte.
91

Fer la città sovra quell'ossa morte;AEe per colei che 'l loco prima elesse,AFMantua l'appellar sanz'altra sorte.AE

Costruirono la città dove erano sepolte le ossa di Manto; e in onore di colei che per prima aveva scelto quel luogo, la chiamarono Mantova senza bisogno di ricorrere ad alcun sortilegio.
Costruirono la città sopra quelle ossa morte; e da colei che per prima scelse il luogo la chiamarono Mantova, senza ricorrere ad altri sortilegi.
94

Già fuor le genti sue dentro più spesse,AFprima che la mattia da CasalodiAGda Pinamonte inganno ricevesse.AF

Un tempo i suoi abitanti furono più numerosi nella cerchia delle sue mura, prima che la stoltezza di Alberto da Casalodi fosse tratta in inganno da Pinamonte.
Un tempo i suoi abitanti erano più numerosi, prima che la stoltezza del conte di Casalodi ricevesse l'inganno da Pinamonte.
97

Però t'assenno che, se tu mai odiAGoriginar la mia terra altrimenti,AHla verità nulla menzogna frodi».AG

Perciò ti avverto che qualora tu udissi spiegare in modo diverso l’origine della mia città, nessuna menzogna deve alterare la verità ". Ed io:
Perciò ti avverto che, se mai senti attribuire alla mia città un'origine diversa, nessuna menzogna inganni la verità».
100

E io: «Maestro, i tuoi ragionamentiAHmi son sì certi e prendon sì mia fede,AIche li altri mi sarien carboni spenti.AH

103

Ma dimmi, de la gente che procede,AIse tu ne vedi alcun degno di nota;AJché solo a ciò la mia mente rifiede».AI

" Maestro, i tuoi ragionamenti sono per me a tal punto veritieri e conquistano talmente il mio assenso, che gli altri (ragionamenti) sarebbero per me inefficaci (tizzoni spenti, cioè privi di luce e di calore). Ma dimmi. dei dannati che camminano, se ne scorgi qualcuno degno di considerazione;
E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti sono per me così certi e conquistano così tanto la mia fiducia, che gli altri sarebbero per me come carboni spenti. Ma dimmi, della gente che avanza, se ne vedi qualcuno degno di essere notato; perché la mia mente torna solo a questo».
106

Allor mi disse: «Quel che da la gotaAJporge la barba in su le spalle brune,AKfu - quando Grecia fu di maschi vòta,AJ

109

sì ch'a pena rimaser per le cune -AKaugure, e diede 'l punto con CalcantaALin Aulide a tagliar la prima fune.AK

perché la mia mente si indirizza di nuovo soltanto a ciò ". Allora mi disse: " Colui che lascia scendere dalle guance la barba sulle spalle abbronzate (invece che sul petto), fu, quando la Grecia rimase priva di uomini in modo che ne restarono soltanto nelle culle, un indovino, e in Aulide indicò insieme con Calcante, il momento propizio per recidere la prima gomena.
Allora mi disse: «Quello che dalle guance stende la barba sulle spalle scure fu, quando la Grecia fu vuota di maschi, tanto che ne rimasero appena nelle culle, indovino, e indicò con Calcante, in Aulide, il momento di tagliare la prima fune (delle navi).
112

Euripilo ebbe nome, e così 'l cantaALl'alta mia tragedìa in alcun loco:AMben lo sai tu che la sai tutta quanta.AL

Si chiamò Euripilo, e sotto questo nome lo celebra il mio sublime poema in un suo passo: lo sai bene tu che lo conosci tutto.
Si chiamò Euripilo, e così lo canta in un certo punto la mia alta tragedia (l'Eneide): lo sai bene tu che la conosci tutta.
115

Quell'altro che ne' fianchi è così poco,AMMichele Scotto fu, che veramenteANde le magiche frode seppe 'l gioco.AM

Quell’altro che è così magro nei fianchi, fu Michele Scotto, il quale fu davvero abile nelle frodi della magia. Vedi Guido Bonatti;
Quell'altro che è così magro nei fianchi fu Michele Scotto, che conobbe davvero il gioco degli inganni magici.
118

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,ANch'avere inteso al cuoio e a lo spagoAOora vorrebbe, ma tardi si pente.AN

vedi Asdente, il quale adesso vorrebbe essersi occupato del cuoio e dello spago, ma si pente troppo tardi.
Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, che ora vorrebbe essersi occupato del cuoio e dello spago, ma si pente troppo tardi.
121

Vedi le triste che lasciaron l'ago,AOla spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;APfecer malie con erbe e con imago.AO

Vedi le sciagurate che abbandonarono l’ago, la spola e il fuso, e si fecero indovine; fecero incantesimi con erbe e con simulacri.
Vedi le sciagurate che lasciarono l'ago, la spola e il fuso, e si fecero indovine; fecero malefici con erbe e con figurine.
124

Ma vienne omai, ché già tiene 'l confineAPd'amendue li emisperi e tocca l'ondaAQsotto Sobilia Caino e le spine;AP

Ma vieni via di qui ormai; poiché già la luna occupa il confine dei due emisferi (boreale e australe) e si immerge nel mare nelle vicinanze di Siviglia;
Ma vieni ormai, perché già Caino con le spine (la luna) occupa il confine di entrambi gli emisferi e tocca il mare sotto Siviglia;
127

e già iernotte fu la luna tonda:AQben ten de' ricordar, ché non ti nocqueARalcuna volta per la selva fonda».AQ

e già ieri notte la luna fu piena: te ne devi ben ricordare, poiché ti fu utile una volta nella selva buia ".
e già ieri notte la luna era piena: te ne devi ricordare bene, perché non ti fu di danno qualche volta nella selva profonda».
130

Sì mi parlava, e andavamo introcque.AR

Così mi parlava, ed intanto camminavamo.
Così mi parlava, e intanto camminavamo.

Riassunto del canto XX

Dall’alto del ponte Dante dirige il suo sguardo verso il fondo della quarta bolgia, dove una moltitudine di anime - quelle degli indovini - avanza in silenzio piangendo. Ciascuna di esse ha il viso completamente rivolto all’indietro, in modo che le lagrime bagnano la parte posteriore del corpo. Nel vedere la figura umana così stravolta Dante non riesce a trattenere un moto di commozione, ma Virgilio lo rimprovera aspramente, facendogli notare che essere pietosi verso siffatti peccatori significa ignorare la vera pietà. Poi gli rivela il nome di alcuni di loro: Anfiarao, che la terra inghiotti sotto le mura di Tebe assediata, Tiresia, che un arcano prodigio trasformò in donna e che poi riprese le sembianze maschili, Arunte, che contemplava il cielo e il mare da una spelonca nel monti dell’Etruria, Manto, la figlia di Tiresia, la quale, dopo aver errato a lungo per il mondo, si stabilì in una regione deserta dell’Italia, nel punto in cui il Mincio, alimentato dalle acque del Garda, formava una palude.

Qui l’indovina morì e qui gli abitanti sparsi nei luoghi vicini fondarono, dopo la sua morte, una città che chiamarono Mantova. Tra gli indovini dell’antichità Virgilio addita ancora al suo discepolo Euripilo, che insieme a Calcante dette alla flotta greca ancorata in Aulíde il segnale della partenza per Troia, poi menziona alcuni tra i dannati che si resero celebri nel Medioevo per aver esercitato l’arte della magia.

In breve

Dove e chi
  1. VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

E’ sul personaggio di Virgilio che la critica di indirizzo positivistico (D’Ovidio, Porena), analizzando il canto XX dell’Inferno, si è soffermata con particolare attenzione. Essa ha rilevato, nella durezza del tutto insolita con la quale il poeta latino contrappone il proprio scherno alla pietà manifestata da Dante alla vista della pena degli indovini, e nella lunga digressione che egli fa sulle origini di Mantova, i motivi di maggior interesse del canto. Per il Porena nell’episodio degli indovini Dante "fa indirettamente l’apologia di Virgilio, mostrandolo tanto alieno dalle arti magiche da essere fin troppo severo con quella specie di peccatori, e spaventato all’idea che si potessero credere i mantovani discendenti da un’indovina famosa". Nel saggio del Croce sulla poesia di Dante i motivi addotti a sostegno di questa interpretazione vengono dichiarati del tutto insussistenti, e la difesa che in esso Dante farebbe della fama di Virgilio considerata una mera invenzione dei critici: "di questa presunta difesa, di questo calcolo, e dell’orrore per la magia e stregoneria, non è nulla nel canto degli indovini e maliardi, che è per eccellenza il canto delle leggende e dei personaggi strani e misteriosi". Analogo è il punto di vista del Momigliano: Dante, nell’esprimere la propria condanna per l’arte degli indovini, non sarebbe riuscito a sottrarsi al fascino che da quest’arte emana, per cui "le figure di Anfiarao, di Arunte, di Manto, e un po’ anche di Tiresia, sono avvolte da un’aura d’incantesimo, che non allontana il lettore ma lo attrae". Se il canto non raggiunge una sua persuasiva unità, ciò sarebbe dovuto al sovrapporsi, sul momento contemplativo ("il fascino di quelle figure"), di un momento pratico, consistente nel "proposito di ripudiare la credenza che esse rappresentano". Questa interpretazione del canto, tendente, sulle orme del Croce, a scindere in Dante il momento poetico da quello dell’impegno morale ed intellettuale fino a considerarli interamente estranei l’uno all’altro ed a bloccare in una astratta incomunicabilità reciproca le zone dichiarate poetiche da quelle della non-poesia, viene decisamente respinta dal Sanguineti, il quale insiste sul fatto che, nella Commedia, il momento contemplativo è sempre riassorbito nel momento etico, per cui, nel XX canto, "né la caduta infernale di Anfiarao, né il cangiamento di membra di Tiresia, né le successive evocazioni virgiliane... si dispongono quali liberi recuperi di una affascinante aura di mito, ma come saggi esemplari... di uno Stazio e di un Ovidio (e di un Lucano e di un Virgilio) moralizzati". Ciascuna di queste posizioni critiche ha approfondito la lettura di questa pagina del poema.

Se ora ci volgiamo a considerare nella loro concretezza le soluzioni dal Poeta adottate nel canto degli indovini, vediamo come in esso l’intrecciarsi del motivo dichiarato poetico dal Croce e dal Momigliano con quello della "moralizzazione" prospettato dal Sanguineti, anziché irrigidire la pagina in un inerte giustapporsi di frammenti, la arricchisca di nuove suggestioni e ponga le basi per un discorso critico più complesso. Così, per quel che riguarda lo stile, alla precisione tecnica, amaramente definitoria, che caratterizza il motivo del contrappasso, si oppone l’indefinita ampiezza di orizzonti che circonda le figure degli antichi indovini. Ciò che Dante vede, ha i confini netti di un incubo della ragione, ci colpisce per la paradossalità con la quale il male si propone in figure visibili: la processione dei dannati ricorda un corteo religioso, la falsa fede che li impegnò a scrutare nei disegni della Provvidenza si converte, nell’immagine della parlasia, in ammonimento e dolore.

Il tema dello stravolgimento si riflette nei versi 23-24 - ove la specificazione degli occhi si contrappone con brutale evidenza a le natiche - fin nella struttura più minuta dell’immagine, per emergere poi nuovamente in definizioni taglienti nei versi 37 (mira c’ha fatto petto delle spalle) e 46 (Aronta è quei ch’al ventre li s’atterga).

Quanto invece Dante intorno alle figure degli antichi indovini immagina o rievoca, sfugge a quel senso di costrizione che caratterizza l’apparizione dei dannati nella bolgia. Un’affermazione di libertà e solitudine intatte, di raccoglimento nella natura selvaggia, si trova alla base delle loro leggendarie biografie, rapidamente colte, in uno o più tratti significativi, attraverso la parola di Virgilio. Arunte ebbe la sua spelonca là dove il Carrarese non si attenta di salire; l’oasi della meditazione è alta, tra rupi durissime e vergini, dove il tempo propone immobile, nelle forme del cielo e del mare, nel ritmo dei giorni e delle notti, la suggestione dell’eterno; l’operare dell’uomo, la fatica di chi umanamente nobilita, in un umile impegno quotidiano, la condizione del dolore, sono superbamente ignorati. Manto si apparta con la sua vocazione in una terra abbandonata dal vivi, dove le acque del Mincio ristagnano in una quiete assorta, sognante.

La morte di Anfiarao riveste dimensioni sovrumane di cataclisma geologico (s’aperse... la terra), è un precipitare nelle tenebre (rui, ruinare a valle) fino al momento del dichiararsi univoco, senza appello, della giustizia di Dio (Minòs).

Tiresia sconta una maledizione misteriosa e da essa misteriosamente si riscatta.

La figura di Euripilo spicca sullo sfondo di una Grecia desolata, resa più vasta dalla partenza di tanti eserciti e dal prospettarsi di un avvenire ignoto.

Il tema degli spazi illimitati e del mistero culmina nella determinazione astronomica con la quale il canto si conclude: si inquadra grandiosamente nell’atmosfera tragica e rarefatta della quarta bolgia la figura di Caino, che, oppresso dal suo fascio di spine - nelle quali è difficile non scorgere un’allusione alla sterilità del peccato - tocca, quasi sfiorandola appena, l’onda del Mediterraneo, contrapposta al suo carico dì spine come principio di vita, dì mobilità perenne.

Personaggi del canto XX

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Struttura
Inferno · Canto XX Liceo

Un paesaggio d'Italia nell'Inferno

vv. 61-66Suso in Italia bella giace un laco,a piè de l'Alpe che serra Lamagnasovra Tiralli, c'ha nome Benaco.Per mille fonti, credo, e più si bagnatra Garda e Val Camonica e Penninode l'acqua che nel detto laco stagna.Leggi nel testo

Tra gli indovini, che camminano con la testa girata all'indietro, Virgilio indica la maga Manto e racconta l'origine della sua città, Mantova. È una digressione lunga e sorprendente: in mezzo alla quarta bolgia compare un paesaggio luminoso, il lago di Garda ai piedi delle Alpi, le acque che diventano il Mincio e scendono fino alla palude dove sorse la città.

Non è l'unica volta. Dante, che nell'esilio conobbe bene l'Italia, inserisce spesso nell'Inferno descrizioni precise di luoghi reali: il Bulicame di Viterbo, le paludi della Maremma, la frana dei Lavini di Marco vicino a Trento, le acque del Casentino. Sono paesaggi familiari ai lettori, che rendono concreto un mondo immaginario.

Qui il paesaggio ha anche un significato affettivo: è un omaggio a Virgilio e alle sue origini. Virgilio corregge la leggenda che legava Mantova alla magia e la riporta a una fondazione umana, quasi a proteggere la sua patria e la propria fama di poeta, che nel Medioevo era anche fama di mago.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Mantova

Ne parla la scheda «Il gioco della zara» (Purg. VI).