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Guida · Purgatorio, dalla V cornice

Stazio

Poeta latino che ha finito la sua espiazione; accompagna Dante e Virgilio fino al Paradiso terrestre.

Detto anche: Papinio Stazio, Publio Papinio Stazio

Publio Papinio Stazio nacque a Napoli intorno al 45 d.C. e visse a Roma, dove ebbe successo sotto Domiziano. Scrisse la Tebaide, poema in dodici libri sulla guerra fra i fratelli Eteocle e Polinice, modellato sull'Eneide, e l'Achilleide, rimasta incompiuta per la morte, verso il 96. Le Silvae, poesie d'occasione, furono riscoperte solo nel 1417: Dante non le conosceva, e per questo lo dice «tolosano», confondendolo con un retore omonimo.

Un terremoto e un canto di gloria annunciano che un'anima ha finito di purificarsi: è Stazio, che raggiunge i due poeti senza sapere chi siano. Si presenta (XXI, vv. 91-93) e dichiara il suo debito verso l'Eneide, «mamma» e «nutrice» della sua poesia (vv. 97-99); quando scopre di avere davanti Virgilio, si china per abbracciargli i piedi. Nel canto XXII spiega di aver scontato la prodigalità, non l'avarizia, e che leggere Virgilio lo portò alla fede: «Per te poeta fui, per te cristiano» (v. 73). Battezzato, rimase cristiano di nascosto per paura (vv. 88-93).

La conversione è un'invenzione di Dante, senza riscontri storici. Serve a mostrare che la poesia antica può condurre alla verità altri senza salvare chi l'ha scritta. Nel canto XXV Stazio spiega la generazione dell'anima; resta con Dante fino all'Eunoè.