LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto
Testo e parafrasi del canto XXVIII
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Vago già di cercar dentro e dintornoAla divina foresta spessa e viva,Bch'a li occhi temperava il novo giorno,A
4
sanza più aspettar, lasciai la riva,Bprendendo la campagna lento lentoCsu per lo suol che d'ogne parte auliva.B
Già desideroso d'esplorare l'interno e i dintorni della divina foresta, folta e verdeggiante, la quale temperava ai miei occhi i raggi del sole sorto da poco, senza più attendere, lasciai il margine del ripiano, iniziando a camminare lento lento per la distesa erbosa su quel terreno che olezzava da ogni parte.
Desideroso ormai di esplorare dentro e intorno la divina foresta, fitta e rigogliosa, che attenuava agli occhi la luce del nuovo giorno, senza aspettare oltre, lasciai il bordo (della cornice), avanzando lentamente per la pianura sul terreno che profumava da ogni parte.
7
Un'aura dolce, sanza mutamentoCavere in sé, mi feria per la fronteDnon di più colpo che soave vento;C
Un'aria dolce, non soggetta in se stessa ad alcun mutamento, mi colpiva in fronte giungendomi non più forte di un vento soave:
Un'aria dolce, che non cambiava mai, mi colpiva sulla fronte con un colpo non più forte di quello di un vento leggero;
10
per cui le fronde, tremolando, pronteDtutte quante piegavano a la parteEu' la prim'ombra gitta il santo monte;D
per cui le fronde, tremolando, senza resistenza si piegavano tutte quante verso occidente, la parte dove il santo monte getta l'ombra di primo mattino (al sorgere del sole);
per cui le fronde, tremolando, si piegavano tutte docilmente verso la parte dove il santo monte proietta la sua prima ombra (a occidente);
13
non però dal loro esser dritto sparteEtanto, che li augelletti per le cimeFlasciasser d'operare ogne lor arte;E
senza tuttavia essere scostate dalla loro posizione normale tanto, che gli uccelletti (per il fatto di essere disturbati) dovessero tralasciare di cantare e volare su per i rami;
non però tanto scostate dalla loro posizione dritta che gli uccellini sulle cime smettessero di esercitare tutta la loro arte;
16
ma con piena letizia l'ore prime,Fcantando, ricevieno intra le foglie,Gche tenevan bordone a le sue rime,F
19
tal qual di ramo in ramo si raccoglieGper la pineta in su 'l lito di Chiassi,Hquand'Eolo scilocco fuor discioglie.G
ma, cantando, facevano festosa accoglienza alle prime ore del giorno in mezzo alle foglie, che accompagnavano il loro canto, proprio come si forma di ramo in ramo il mormorio dentro la pineta sul litorale di Classe, quando Eolo fa uscire fuori il vento di scirocco.
ma con piena gioia, cantando, accoglievano tra le foglie le prime ore del mattino, e le foglie facevano da accompagnamento alle loro melodie, come quello che si diffonde di ramo in ramo nella pineta sul lido di Classe, quando Eolo libera lo scirocco.
22
Già m'avean trasportato i lenti passiHdentro a la selva antica tanto, ch'ioInon potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;H
I miei lenti passi mi avevano portato già nel folto dell'antica selva tanto, che ormai non potevo più vedere il punto dove io ero entrato;
I passi lenti mi avevano già portato così addentro nella selva antica che non potevo più vedere da dove ero entrato;
25
ed ecco più andar mi tolse un rio,Iche 'nver' sinistra con sue picciole ondeJpiegava l'erba che 'n sua ripa uscìo.I
ed ecco mi impedì di procedere oltre un fiumicello, che (scorrendo) verso sinistra con le sue piccole onde piegava l'erba nata sulle sue rive.
ed ecco che un ruscello mi impedì di proseguire, che verso sinistra con le sue piccole onde piegava l'erba spuntata sulla sua riva.
28
Tutte l'acque che son di qua più monde,Jparrieno avere in sé mistura alcuna,Kverso di quella, che nulla nasconde,J
31
avvegna che si mova bruna brunaKsotto l'ombra perpetua, che maiLraggiar non lascia sole ivi né luna.K
34
Coi piè ristretti e con li occhi passaiLdi là dal fiumicello, per mirareMla gran variazion d'i freschi mai;L
Tutte le acque più limpide che sono sulla terra, a paragone dell'acqua di quel fiumicello, perfettamente trasparente, sembrerebbero contenere qualche impurità, quantunque essa scorra scura scura sotto l'ombra perenne (degli alberi), che mai lascia penetrare un raggio di sole o di luna, Fermai il passo e spinsi gli occhi al di là del fiumicello, per osservare la grande varietà di rami fioriti;
Tutte le acque che di qua (sulla terra) sono più pure sembrerebbero avere in sé qualche impurità, a confronto di quella, che non nasconde nulla, benché scorra scurissima sotto l'ombra perenne, che non lascia mai penetrare lì il raggio del sole né della luna. Mi fermai con i piedi e con gli occhi passai al di là del fiumicello, per guardare la grande varietà dei freschi rami fioriti;
37
e là m'apparve, sì com'elli appareMsubitamente cosa che disviaNper maraviglia tutto altro pensare,M
40
una donna soletta che si giaNe cantando e scegliendo fior da fioreOond'era pinta tutta la sua via.N
e là, così come appare improvvisamente qualcosa che a causa della meraviglia che suscita distoglie da ogni altro pensiero, mi apparve una donna tutta sola, che se ne andava cantando e scegliendo tra i fiori di cui era dipinta tutta la via che ella percorreva.
e là mi apparve, come appare improvvisamente una cosa che per lo stupore distoglie da ogni altro pensiero, una donna tutta sola che camminava cantando e scegliendo fiore tra fiore, di cui era dipinta tutta la sua strada.
43
«Deh, bella donna, che a' raggi d'amoreOti scaldi, s'i' vo' credere a' sembiantiPche soglion esser testimon del core,O
46
vegnati in voglia di trarreti avanti»,Pdiss'io a lei, «verso questa rivera,Qtanto ch'io possa intender che tu canti.P
«Deh, bella donna, che ti riscaldi ai raggi dell'amore divino, a quanto appare dal volto che suole essere testimone del cuore, ti sia gradito procedere innanzi» le dissi «verso questo fiume, tanto che io possa capire che cosa canti.
«Deh, bella donna, che ti scaldi ai raggi dell'amore, se devo credere all'aspetto, che di solito è testimone del cuore, ti venga voglia di avvicinarti», le dissi, «verso questo fiume, tanto che io possa capire che cosa canti.
49
Tu mi fai rimembrar dove e qual eraQProserpina nel tempo che perdetteRla madre lei, ed ella primavera».Q
52
Come si volge, con le piante stretteRa terra e intra sé, donna che balli,Se piede innanzi piede a pena mette,R
55
volsesi in su i vermigli e in su i gialliSfioretti verso me, non altrimentiTche vergine che li occhi onesti avvalli;S
Tu mi fai ricordare il luogo dove si trovava Proserpina e quanto era bella nel momento in cui sua madre perse lei, ed ella perse il mondo della primavera.» Come si volge una donna che danza, con i piedi che quasi non si staccano dal suolo e uniti tra di loro, e impercettibilmente mette un piede avanti all'altro, ella si volse verso di me sopra i fiorellini vermigli e gialli non diversamente da una fanciulla che (per pudore) abbassi i casti occhi;
Tu mi fai ricordare dove e come era Proserpina nel momento in cui la madre perse lei, ed ella perse la primavera». Come si volta una donna che balla, con i piedi stretti a terra e vicini tra loro, e mette appena un piede davanti all'altro, così si voltò verso di me sui fiorellini rossi e gialli, non diversamente da una vergine che abbassa gli occhi pudichi;
58
e fece i prieghi miei esser contenti,Tsì appressando sé, che 'l dolce suonoUveniva a me co' suoi intendimenti.T
e fece in modo che fossero appagate le mie preghiere, avvicinandosi tanto, che il dolce suono del suo canto mi arrivava con il significato delle parole che ella cantava.
e soddisfece le mie preghiere, avvicinandosi tanto che il dolce suono arrivava a me con le sue parole comprensibili.
61
Tosto che fu là dove l'erbe sonoUbagnate già da l'onde del bel fiume,Vdi levar li occhi suoi mi fece dono.U
Appena giunse là dove le erbe venivano già bagnate dalle onde del bel fiume, mi fece la grazia di alzare il suo sguardo verso di me:
Non appena fu là dove l'erba è già bagnata dalle onde del bel fiume, mi fece dono di alzare i suoi occhi.
64
Non credo che splendesse tanto lumeVsotto le ciglia a Venere, trafittaWdal figlio fuor di tutto suo costume.V
non credo che splendesse tanta luce negli occhi di Venere, trafitta dal figlio Cupido contro le abitudini di quest'ultimo.
Non credo che splendesse una luce così grande sotto le ciglia di Venere, quando fu trafitta dal figlio contro ogni sua abitudine.
67
Ella ridea da l'altra riva dritta,Wtrattando più color con le sue mani,Xche l'alta terra sanza seme gitta.W
Ritta sull'altra sponda la donna sorrideva, mentre con le sue mani intrecciava i fiori di vario colore, che la sommità del monte produce senza bisogno di semi.
Lei sorrideva, dritta, dall'altra riva, intrecciando con le mani i molti colori che l'alta terra produce senza seme.
70
Tre passi ci facea il fiume lontani;Xma Elesponto, là 've passò Serse,Yancora freno a tutti orgogli umani,X
73
più odio da Leandro non sofferseYper mareggiare intra Sesto e Abido,Zche quel da me perch'allor non s'aperse.Y
Il fiume ci separava solo di tre passi; ma lo stretto dei Dardanelli là dove passò Serse, la cui sconfitta è ancora un ammonimento per ogni orgoglio umano, non fu maggiormente odiato da Leandro a causa delle sue burrasche (che gli rendevano ìmpossibile il passaggio a nuoto) tra Sesto e Abido, di quanto non fosse odiato da me quel fiumicello perché non si aprì in quel momento per lasciarmi passare. La donna cominciò:
Il fiume ci teneva lontani tre passi; ma l'Ellesponto, là dove passò Serse, ancora oggi freno a ogni superbia umana, non sopportò da Leandro più odio, per le sue onde agitate tra Sesto e Abido, di quanto ne sopportò quel fiume da me, perché allora non si aprì.
76
«Voi siete nuovi, e forse perch'io rido»,Zcominciò ella, «in questo luogo elettoAAa l'umana natura per suo nido,Z
«Voi siete nuovi del luogo, e forse perché io mi mostro sorridente in questo posto scelto da Dio come sede, della specie umana (se fosse rimasta innocente), vi meravigliate e rimanete in dubbio;
«Voi siete nuovi qui», cominciò lei, «e forse, perché io sorrido in questo luogo scelto per la natura umana come suo nido,
79
maravigliando tienvi alcun sospetto;AAma luce rende il salmo Delectasti,ABche puote disnebbiar vostro intelletto.AA
ma gioverà ad illuminarvi il salmo "Mi hai rallegrato" (è il quinto versetto del Salmo XCII, che esalta la gioia della contemplazione delle bellezze create da Dio), il quale può sgombrare ogni nebbia dalla vostra mente.
vi tiene stupiti qualche dubbio; ma il salmo Delectasti offre una luce che può schiarire il vostro intelletto.
82
E tu che se' dinanzi e mi pregasti,ABdì s'altro vuoli udir; ch'i' venni prestaACad ogne tua question tanto che basti».AB
E tu che sei davanti agli altri due e mi hai pregata, dimmi se desideri sapere altro da me; perché sono venuta (verso di te) pronta a rispondere ad ogni tua domanda finché basti a soddisfarti». Io dissi:
E tu che sei davanti e mi hai pregato, di' se vuoi sentire altro; perché sono venuta pronta a ogni tua domanda, quanto basti».
85
«L'acqua», diss'io, «e 'l suon de la forestaACimpugnan dentro a me novella fedeADdi cosa ch'io udi' contraria a questa».AC
«L'acqua di questo fiume e il vento che fa stormire la foresta contrastano dentro di me con la convinzione che mi ero da poco formato riguardo a una cosa che avevo udito e che è contraria a questa che ora vedo». Perciò ella:
«L'acqua», dissi io, «e il suono della foresta contrastano dentro di me una convinzione recente, su una cosa che ho sentito dire contraria a questa».
88
Ond'ella: «Io dicerò come procedeADper sua cagion ciò ch'ammirar ti face,AEe purgherò la nebbia che ti fiede.AD
«Io ti spiegherò come ciò che desta la tua meraviglia derivi da una sua particolare causa, e dissiperò la nebbia (dell'ignoranza) che offende la tua mente.
Allora lei: «Io dirò come deriva dalla sua causa ciò che ti fa meravigliare, e scaccerò la nebbia che ti offusca.
91
Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,AEfé l'uom buono e a bene, e questo locoAFdiede per arr'a lui d'etterna pace.AE
Dio, il sommo Bene, che solo di se stesso prova compiuto piacere, creò l'uomo buono e atto a operare il bene, e gli diede questo luogo (il paradiso terrestre) come anticipazione della beatitudine eterna.
Il sommo Bene, che solo piace a se stesso, fece l'uomo buono e per il bene, e gli diede questo luogo come pegno della pace eterna.
94
Per sua difalta qui dimorò poco;AFper sua difalta in pianto e in affannoAGcambiò onesto riso e dolce gioco.AF
A causa della sua colpa l'uomo dimorò poco (solo sette ore: cfr. Paradiso XXVI, 139-142) nel paradiso terrestre; a causa della sua colpa tramutò l'innocente diletto e la dolce gioia in pianto e in affanno.
Per sua colpa vi rimase poco; per sua colpa cambiò in pianto e in affanno il riso onesto e il dolce piacere.
97
Perché 'l turbar che sotto da sé fannoAGl'essalazion de l'acqua e de la terra,AHche quanto posson dietro al calor vanno,AG
100
a l'uomo non facesse alcuna guerra,AHquesto monte salìo verso 'l ciel tanto,AIe libero n'è d'indi ove si serra.AH
Perché le perturbazioni che al di sotto di questo monte sono prodotte dai vapori dell'acqua e della terra, che tendono a salire quanto più possono seguendo il calore del sole, non potessero recare all'uomo alcuna molestia, questo monte s'innalzò verso il cielo così tanto (come vedi), ed è libero da tali perturbazioni dal punto dove si trova la porta d'accesso. Ora;
Perché i turbamenti che producono sotto di esso le esalazioni dell'acqua e della terra, che vanno dietro al calore per quanto possono, non dessero alcun fastidio all'uomo, questo monte si innalzò così tanto verso il cielo, ed è libero da essi a partire da dove si chiude (la porta).
103
Or perché in circuito tutto quantoAIl'aere si volge con la prima volta,AJse non li è rotto il cerchio d'alcun canto,AI
106
in questa altezza ch'è tutta discioltaAJne l'aere vivo, tal moto percuote,AKe fa sonar la selva perch'è folta;AJ
poiché tutta quanta l'atmosfera gira circolarmente assieme alla prima sfera celeste, se il moto circolare non è interrotto da un ostacolo in qualche parte, sulla sommità di questo monte che spazia liberissima nell'aria pura, questo movimento (dell'aria) percuote, e fa stormire la selva perché è fitta (e oppone resistenza);
Ora, poiché tutta l'aria gira in cerchio insieme al primo cielo, se il suo giro non viene interrotto in qualche punto, su questa altezza, che è tutta libera nell'aria pura, questo movimento colpisce e fa risuonare la selva, perché è fitta;
109
e la percossa pianta tanto puote,AKche de la sua virtute l'aura impregna,ALe quella poi, girando, intorno scuote;AK
e le piante così mosse dal vento hanno tanto potere, che impregnano l'atmosfera della loro virtù fecondatrice, che poi l'aria, girando (attorno alla terra), diffonde intorno;
e la pianta colpita ha tanta forza da impregnare l'aria della sua virtù, e l'aria poi, girando, la sparge intorno;
112
e l'altra terra, secondo ch'è degnaALper sé e per suo ciel, concepe e figliaAMdi diverse virtù diverse legna.AL
e la terra dell'altro emisfero, secondo che è adatta per la propria natura e per il clima, concepisce e fa nascere da diversi semi le diverse piante.
e l'altra terra (quella abitata), secondo quanto è adatta per sé e per il suo clima, concepisce e genera alberi diversi con virtù diverse.
115
Non parrebbe di là poi maraviglia,AMudito questo, quando alcuna piantaANsanza seme palese vi s'appiglia.AM
Dopo questa spiegazione, non dovrebbe poi nascere stupore di là nel vostro mondo, quando qualche pianta germoglia sulla terra senza seme visibile.
Sentito questo, di là non sembrerebbe più una meraviglia quando qualche pianta vi attecchisce senza un seme visibile.
118
E saper dei che la campagna santaANdove tu se', d'ogne semenza è piena,AOe frutto ha in sé che di là non si schianta.AN
E devi sapere che questa santa regione dove ti trovi, è piena di ogni specie di semi vegetali, e produce anche qualche frutto che non si coglie di là sulla terra.
E devi sapere che la santa pianura in cui ti trovi è piena di ogni seme, e ha in sé frutti che di là non si colgono.
121
L'acqua che vedi non surge di venaAOche ristori vapor che gel converta,APcome fiume ch'acquista e perde lena;AO
L'acqua che vedi non scaturisce da una polla che sia alimentata dal vapore acqueo convertito in pioggia dal freddo, come (sulla terra) un fiume il quale accresce e diminuisce la sua portata (a seconda delle piogge);
L'acqua che vedi non sgorga da una sorgente alimentata dal vapore che il freddo trasforma (in pioggia), come un fiume che acquista e perde forza;
124
ma esce di fontana salda e certa,APche tanto dal voler di Dio riprende,AQquant'ella versa da due parti aperta.AP
ma nasce da una fonte costante e inesauribile, che dal volere di Dio attinge tant'acqua, quanta ne versa nei due fiumi aperti in due direzioni opposte.
ma esce da una fonte costante e sicura, che riprende dalla volontà di Dio tanta acqua quanta ne versa, aperta da due parti.
127
Da questa parte con virtù discendeAQche toglie altrui memoria del peccato;ARda l'altra d'ogne ben fatto la rende.AQ
Nel fiume che è da questa parte l'acqua scorre con un potere che toglie il ricordo del peccato in chi la beve; nel fiume che è dall'altra parte l'acqua restituisce il ricordo del bene compiuto.
Da questa parte scende con la virtù di togliere la memoria del peccato; dall'altra restituisce quella di ogni opera buona.
130
Quinci Letè; così da l'altro latoAREunoè si chiama, e non adopraASse quinci e quindi pria non è gustato:AR
Da questo lato il fiume si chiama Letè; così dall'altro si chiama Eunoè, e l'acqua non opera il suo effetto se prima non è bevuta in entrambi i ruscelli.
Da questa parte si chiama Letè; così dall'altro lato si chiama Eunoè, e non ha effetto se non viene prima gustata da una parte e dall'altra:
133
a tutti altri sapori esto è di sopra.ASE avvegna ch'assai possa esser saziaATla sete tua perch'io più non ti scuopra,AS
136
darotti un corollario ancor per grazia;ATné credo che 'l mio dir ti sia men caro,AUse oltre promession teco si spazia.AT
il sapore di quest'acqua è superiore a qualsiasi altro sapore. E sebbene la tua sete di sapere possa essere sufficientemente appagata senza bisogno che ti riveli di più, (tuttavia) spontaneamente ti darò ancora un'ultima informazione; né credo che le mie parole ti siano meno gradite, se a tuo favore si estendono al di là della mia promessa.
questo sapore è superiore a tutti gli altri. E sebbene la tua sete possa essere ormai ben saziata anche se non ti rivelo altro, ti darò ancora per grazia un corollario; e non credo che le mie parole ti saranno meno care se vanno oltre ciò che ti ho promesso.
139
Quelli ch'anticamente poetaroAUl'età de l'oro e suo stato felice,AVforse in Parnaso esto loco sognaro.AU
Coloro che in antico cantarono in poesia l'età dell'oro e la sua condizione felice, forse poetando (in Parnaso: è la montagna della Focide, sede di Apollo e delle muse) intravidero come in sogno questo luogo.
Quelli che anticamente cantarono in poesia l'età dell'oro e il suo stato felice, forse sul Parnaso sognarono questo luogo.
142
Qui fu innocente l'umana radice;AVqui primavera sempre e ogne frutto;AWnettare è questo di che ciascun dice».AV
Nel paradiso terrestre furono innocenti i progenitori del genere umano; qui fu primavera perpetua e vi furono frutti d'ognì specie; l'acqua di questi fiumi è il nettare di cui parlò ognuno di quei poeti».
Qui la radice del genere umano fu innocente; qui è sempre primavera e c'è ogni frutto; questo è il nettare di cui ciascuno parla».
145
Io mi rivolsi 'n dietro allora tuttoAWa' miei poeti, e vidi che con risoAXudito avean l'ultimo costrutto;AW
Allora con tutta la persona io mi volsi indietro verso i miei due poeti, e vidi che avevano accolto l'ultima parte del discorso sorridendo;
Allora mi voltai del tutto indietro verso i miei poeti, e vidi che avevano ascoltato sorridendo l'ultima affermazione;
148
poi a la bella donna torna' il viso.AX
poi rivolsi nuovamente il mio sguardo alla bella donna.
poi rivolsi il viso alla bella donna.
Riassunto del canto XXVIII
Dante, lasciato da Virgilio alla soglia del paradiso terrestre, sì dirige verso il bosco, folto e ricco di verde, che occupa gran parte dell'Eden. Entrato nella selva, il Poeta si trova la strada interrotta da un ruscello, le cui acque, benché prive di ogni impurità, appaiono tutte scure sotto l'ombra perpetua della divina foresta. Sulla sponda opposta appare una figura di straordinaria dolcezza: una donna cammina sulla riva del fiumicello cantando e cogliendo i fiori più belli. Dante la prega di avvicinarsi di più a lui, affinché gli sia possibile udire le parole del suo canto, e la donna, muovendosi con la stessa grazia di una figura danzante, ne esaudisce la richiesta. Matelda, questo è il nome (che sarà rivelato solo nel canto XXXIII, verso 119) della dolce apparizione, dichiara di essere giunta per soddisfare ogni domanda di Dante, il quale subito le chiede una spiegazione: come possono esserci nel paradiso terrestre l'acqua e il vento, dal momento che al di sopra della porta del purgatorio non esistono alterazioni atmosferiche? Il monte del purgatorio - incomincia Matelda - fu scelto da Dio per essere la dimora dell'uomo, il quale ne fu privato dopo il peccato originale; esso fu creato altissimo, affinché le perturbazioni atmosferiche non nuocessero alla creatura umana, ma la sfera dell'aria, che si muove con il muoversi dei cieli, colpisce gli alberi della selva facendoli stormire. Questi ultimi impregnano dei loro semi l'aria intorno, la quale, muovendosi, li sparge dovunque sulla terra. Quanto al ruscello che Dante ha visto, esso non nasce da una sorgente alimentata dalle piogge, ma da una fonte che riceve direttamente da Dio tanta acqua, quanta ne perde. Infatti due sono i fiumi del paradiso terrestre: il primo, già incontrato dal Poeta, è il Letè, la cui acqua dona l'oblio dei peccati commessi, il secondo è l'Eunoè, che fa ricordare solo le opere buone compiute.
In breve
Dove e chi
Paradiso terrestre: Matelda, la processione, Beatrice. Letè ed Eunoè: oblio della colpa e memoria del bene.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Lo stacco che si avverte tra la fine del canto XXVII e il principio del XXVIII esprime il mutamento che si verifica nella vicenda dell'anima del pellegrino e separa, come un complesso a sé, il gruppo dei canti finali del Purgatorio dalla parte precedente della cantica. Le parole con cui Virgilio ha dichiarato assolto il proprio compito (canto XXVII, versi 127-142.). riassumevano il significato dell'intero itinerario del pellegrino nei due primi regni dell'oltretomba. Esse rappresentavano il coronamento degli sforzi da lui compiuti sotto la guida della ragione per riacquistare la sua libertà e, in quanto tali, avevano un tono di trionfo, ma non di serenità. Lungi dall'essere smorzato, vibrava in esse, pienamente consapevole, quel sentimento che aveva caratterizzato l'intero magistero del poeta latino nel corso delle due prime cantiche: un modo di concepire la vita in termini di rinuncia ad ogni indugio contemplativo - giudicato ozioso - di traduzione immediata di ogni dato elaborato dalla teoria in prassi morale, in virtù attiva ed impaziente di trascendersi per un più alto grado di perfezione. Giustamente il Sapegno scrive a proposito di questo ultimo discorso rivolto da Virgilio al suo discepolo: "la nota malinconica e patetica del congedo é appena accennata, con virile pudicizia. L'accento batte sull'importanza dello sforzo compiuto e sulla grandezza dell'acquisto, che ne consegue". L'esordio del canto XXVIII propone invece una condizione dello spirito dalla quale ogni traccia di sforzo, di difficoltà, é sparita. Restaurata nel pellegrino la natura umana quale fu in Adamo prima del peccato di origine, il sentimento che lo anima, di fronte allo spettacolo che gli si apre davanti, non é quello del dolore e della sua necessità, ma quello di un appagamento che nessun cruccio incrina. La divina foresta rappresenta una proiezione sensibile dello stato di innocenza che fu proprio dell'umana radice prima del peccato. Essa si contrapporre esplicitamente nella definizione datane dal Poeta non meno che nella funzione simbolica attribuitale nell'economia generale della Commedia - alla selva del peccato del canto proemiale dell'opera. In entrambe una condizione della presenza umana nel mondo é suggerita in termini i quali, pur adombrando in sé il sovrannaturale, sono ancora di pertinenza della sola natura. Ma il lussureggiare della vegetazione ha, nei due casi, un significato diametralmente opposto. Nella selva selvaggia e aspra e forte esso allude ad un vivere dominata da una pluralità di istinti contrastanti, donde una lacerazione, un conflitto, che oppone l'uomo a se stesso e dal quale non é data liberazione attraverso mezzi puramente umani, laddove questi medesimi istinti manifestano, nel paradiso terrestre, la presenza in essi di un principio di armonia, esprimendo in tal modo la pacificazione dell'uomo con se stesso e il concorrere di tutte le sue facoltà all'adempimento dei compiti assegnatigli da Dio. Nella descrizione della divina foresta spessa e viva é presente il senso di una felicità che pone le manifestazioni del vivere al di là di ogni interrogativo, di ogni angoscia o imprevisto: lo scorrere del tempo, sulla sommità del purgatorio, non é apportatore di vecchiaia, non contiene in sé, implicite, la delusione e la morte. Esso, al contrario, non fa che confermare, nell'attualizzarsi del futuro, un grado di perfezione inalterabile, un fermo presente, una primavera perpetua. Questa costanza nel dispiegarsi del tempo, là dove il tempo sta per essere abolito, é resa efficacemente, in quanto elemento di uno spettacolo naturale, dall'aura... sanza mutamento che percuote le fronde della foresta, senza peraltro piegarle al punto da impedire agli augelletti di manifestare la loro letizia, ad essa accordando il loro canto. Giova osservare, in proposito, come le due successive limitazioni dei versi 9 e 13-14 (non di più colpo che soave vento e non però dal loro esser dritto sparte tanto) assolvano al compito di suggerire il perfetto stato di natura che caratterizza il paradiso terrestre e la condizione dell'uomo in esso: nulla di eccessivo, di esorbitante dai limiti assegnati ad ogni manifestazione del reale dal volere di Dio, può sussistere là dove la natura é riconciliata con se medesima e dove l'uomo ha ritrovato quella pienezza di vita e quella densità di significato, di cui il male, il dubbio, lo avevano reso privo. Ricordiamo in proposito che la classificazione delle pene nel purgatorio é basata, dopo le prime tre cornici, in cui é punito l' "amore" per malo obietto, sul principio di un giusto mezzo razionale, che é stato trasgredito, in un senso o nell'altro, per troppo o per poco di vigore (canto XVII, verso 96). Lo spettacolo offerto agli occhi del protagonista dalla foresta - di cui il vento incurva i rami senza pregiudizio per la vita che in essa alberga e il fine della quale é una glorificazione della gioia stessa di essere in vita - esprime appunto in termini sensibili il raggiungimento di questo equilibrio, la sua restaurazione dopo i disordini che ha introdotti, nella mente e nel volere, il peccato. Il medesimo equilibrio, la medesima armonia sono manifestati dalla figura di Matelda, alla quale é affidato nel paradiso terrestre il compito di preparare Dante ad accogliere in sé la verità rivelata. Matelda adempie quindi ad una funzione non dissimile da quella degli angeli guardiani delle cornici del monte; i suoi atti rivestono un significato liturgico non meno di quelli degli angeli, ai quali é affidata la progressiva cancellazione delle P dalla fronte di Dante. Ma essa non é alata, non é armata di spada ed il suo sguardo non é insostenibile. In questa apparizione felice il sovrannaturale si manifesta nel quadro di una natura che ha raggiunto la propria perfezione, nella quale, cioè, stato di fatto e idea coincidono senza sforzo e senza lasciare residui di insoluta problematicità.
vv. 139-144Quelli ch'anticamente poetarol'età de l'oro e suo stato felice,forse in Parnaso esto loco sognaro.Qui fu innocente l'umana radice;qui primavera sempre e ogne frutto;nettare è questo di che ciascun dice».Leggi nel testo
Entrato nel Paradiso terrestre, Dante cammina in una foresta fresca e profumata e vede, al di là di un ruscello, una giovane donna che canta e raccoglie fiori. È Matelda, il cui nome sarà rivelato solo più avanti. Spiega a Dante la natura del luogo: qui vissero Adamo ed Eva prima del peccato.
Alla fine del canto Matelda aggiunge una riflessione rivolta ai poeti antichi: quelli che cantarono l'età dell'oro e lo stato felice degli uomini forse sognavano proprio questo luogo sul Parnaso. Le storie di primavera eterna e di frutti spontanei erano un ricordo confuso del vero Eden.
Virgilio e Stazio sorridono: entrambi avevano descritto l'età dell'oro nelle loro opere. È un'idea cara a Dante: i poeti pagani hanno intuito, senza saperlo, verità che il cristianesimo avrebbe rivelato. L'identità di Matelda resta discussa: forse una donna reale, forse una figura simbolica della felicità naturale.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Il Paradiso terrestre
Ne parla la scheda «La valletta dei principi» (Purg. VII).