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Indice dei canti
Dal folto del bosco Dante e due poeti guardano un carro coperto di piume, da cui spuntano teste mostruose con le corna; sopra siedono una donna discinta e un gigante che la bacia impugnando una frusta.
Il carro della Chiesa mutato in mostro, con la meretrice e il gigante
Purgatorio · Paradiso terrestre

Purgatorio, Canto XXXII

«Tant'eran li occhi miei fissi e attenti…»

Le figure femminili che simboleggiano le sette virtù invitano Dante a distogliere il suo sguardo da Beatrice per volgerlo alla processione, la quale, in questo momento, riprende a muoversi in direzione opposta rispetto a quella prima seguita;

Luogo
Paradiso terrestre
Anime e colpe
Matelda, la processione, Beatrice
Personaggi
Beatrice, Stazio, Matelda
Versi
160 · 53 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXXII

Parafrasi
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1

Tant'eran li occhi miei fissi e attentiAa disbramarsi la decenne sete,Bche li altri sensi m'eran tutti spenti.A

I miei occhi erano così fissi e attenti a saziare la decennale sete (che nasceva dal desiderio di rivedere Beatrice, ormai morta da dieci anni), che tutti gli altri miei sensi avevano cessato la loro attività.
I miei occhi erano così fissi e attenti a soddisfare la sete di dieci anni che gli altri sensi in me erano tutti spenti.
4

Ed essi quinci e quindi avien pareteBdi non caler - così lo santo risoCa sé traéli con l'antica rete! -;B

7

quando per forza mi fu vòlto il visoCver' la sinistra mia da quelle dee,Dperch'io udi' da loro un «Troppo fiso!»;C

Ed essi venivano separati con un muro di noncuranza (avean parete di non valer) dalla realtà circostante (quinci e quindi: da una parte e dall'altra) - con tale forza il santo sorriso di Beatrice li attirava a sé con la rete dell'amore di un tempo (antica)! -, quando il mio sguardo fu costretto a volgersi verso la mia sinistra da un imperioso richiamo delle divine creature (quelle dee: le virtù teologali), perché io le udii esclamare "Troppo fissamente (guardi Beatrice)! ";
E gli occhi da una parte e dall'altra avevano una parete di indifferenza (verso tutto il resto), tanto il santo sorriso li attirava a sé con l'antica rete!; quando il mio viso fu girato a forza verso la mia sinistra da quelle dee, perché udii da loro un «Troppo fisso!»;
10

e la disposizion ch'a veder èeDne li occhi pur testé dal sol percossi,Esanza la vista alquanto esser mi fée.D

e quella debole capacità visiva che rimane (èe: è) negli occhi appena abbagliati dal sole, mi fece restare per qualche momento senza poter vedere.
e la condizione in cui si trova la vista negli occhi appena colpiti dal sole mi lasciò per un po' senza vista.
13

Ma poi ch'al poco il viso riformossiE(e dico 'al poco' per rispetto al moltoFsensibile onde a forza mi rimossi),E

16

vidi 'n sul braccio destro esser rivoltoFlo glorioso essercito, e tornarsiGcol sole e con le sette fiamme al volto.F

Ma dopo che la vista diventò di nuovo capace di percepire la luce minore della processione (io dico "minore" in confronto al grande splendore [al molto sensibile] del volto di Beatrice dal quale mi distolsi forzatamente), vidi che il trionfale corteo si era voltato verso destra, e tornava indietro avendo davanti a sé il sole e le luci (fiamme) dei sette candelabri.
Ma dopo che la vista si riabituò al poco (e dico «al poco» rispetto al molto splendore da cui mi ero staccato a forza), vidi che il glorioso esercito si era girato sul fianco destro, e tornava indietro con il sole e con le sette fiamme in faccia.
19

Come sotto li scudi per salvarsiGvolgesi schiera, e sé gira col segno,Hprima che possa tutta in sé mutarsi;G

22

quella milizia del celeste regnoHche procedeva, tutta trapassonneIpria che piegasse il carro il primo legno.H

Come una schiera di soldati proteggendosi con gli scudi opera una conversione per salvarsi (dal nemico), e si volge indietro seguendo il vessillo, (formando un semicerchio) prima che tutta la schiera cambi direzione, allo stesso modo quella avanguardia (milizia... che procedeva) del regno celeste (formata dai ventiquattro seniori) ci passò davanti tutta quanta prima che il carro voltasse il timone (incominciando anch'esso, la sua conversione).
Come una schiera, per mettersi in salvo, si volta sotto gli scudi e gira con l'insegna, prima di potersi rigirare tutta, quella milizia del regno celeste che stava davanti ci passò tutta oltre prima che il timone facesse girare il carro.
25

Indi a le rote si tornar le donne,Ie 'l grifon mosse il benedetto carcoJsì, che però nulla penna crollonne.I

28

La bella donna che mi trasse al varcoJe Stazio e io seguitavam la rotaKche fé l'orbita sua con minore arco.J

Poi le virtù ritornarono accanto alle ruote, e il grifone mosse il carro (benedetto varco: benedetto carico, perché portava Beatrice), senza che, per questo, alcuna sua penna si agitasse, Matelda, la bella donna che mi aveva fatto varcare (il Letè) e Stazio e io seguivamo la ruota che (volgendosi il carro verso destra) segnò la sua curva con un arco minore (di quello compiuto dall'altra ruota).
Poi le donne tornarono accanto alle ruote, e il grifone mosse il carico benedetto senza che per questo gli si scuotesse alcuna penna. La bella donna che mi aveva fatto passare il guado, Stazio e io seguivamo la ruota che fece la sua orbita con l'arco minore (la destra).
31

Sì passeggiando l'alta selva vòta,Kcolpa di quella ch'al serpente crese,Ltemprava i passi un'angelica nota.K

Così percorrendo la profonda foresta disabitata, per colpa di colei (Eva) che credette al serpente, un canto angelico regolava i nostri passi.
Così, camminando per l'alta selva vuota, per colpa di colei che credette al serpente, un canto angelico regolava i nostri passi.
34

Forse in tre voli tanto spazio preseLdisfrenata saetta, quanto eramoMrimossi, quando Beatrice scese.L

Ci eravamo allontanati (dal punto di partenza) di uno spazio forse triplo di quello che percorre una saetta scoccata dall'arco, quando Beatrice scese dal carro.
Una freccia scoccata avrebbe forse coperto in tre voli tanto spazio quanto ci eravamo allontanati, quando Beatrice scese.
37

Io senti' mormorare a tutti «Adamo»;Mpoi cerchiaro una pianta dispogliataNdi foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.M

Io udii mormorare da tutti "Adamo"; poi si disposero in cerchio attorno ad una pianta priva di foglie e di ogni fronda in tutti i suoi rami.
Io sentii tutti mormorare «Adamo»; poi circondarono una pianta spoglia di foglie e di ogni altra fronda in ogni ramo.
40

La coma sua, che tanto si dilataNpiù quanto più è sù, fora da l'IndiOne' boschi lor per altezza ammirata.N

La sua chioma, che tanto più si allarga quanto più si innalza, per la sua altezza sarebbe ammirata anche dagli Indiani nei loro boschi.
La sua chioma, che si allarga tanto di più quanto più sale, sarebbe ammirata per la sua altezza dagli Indiani nei loro boschi.
43

«Beato se', grifon, che non discindiOcol becco d'esto legno dolce al gusto,Pposcia che mal si torce il ventre quindi».O

46

Così dintorno a l'albero robustoPgridaron li altri; e l'animal binato:Q«Sì si conserva il seme d'ogne giusto».P

«Beato sei tu, o grifone, che con il becco non strappi da questa pianta il frutto dolce al gusto, poiché il veritre di chi ne mangia si contorce dal dolore a causa di esso.» Così attorno all'albero robusto gridarono i componenti della processione; e l'animale dalla duplice natura: «Così si conserva il principio di ogni giustizia».
«Beato sei tu, grifone, che non strappi col becco nulla di questo albero dolce al gusto, perché poi il ventre si contorce dal male a causa sua». Così gridarono gli altri intorno all'albero robusto; e l'animale dalla doppia natura: «Così si conserva il seme di ogni giustizia».
49

E vòlto al temo ch'elli avea tirato,Qtrasselo al piè de la vedova frasca,Re quel di lei a lei lasciò legato.Q

E voltosi al timone che egli aveva tirato, lo portò ai piedi della pianta spoglia, e lo lasciò legato a lei per mezzo di un ramoscello.
E rivoltosi al timone che aveva tirato, lo trascinò ai piedi della pianta spoglia, e lasciò legato a lei ciò che era fatto di lei.
52

Come le nostre piante, quando cascaRgiù la gran luce mischiata con quellaSche raggia dietro a la celeste lasca,R

55

turgide fansi, e poi si rinovellaSdi suo color ciascuna, pria che 'l soleTgiunga li suoi corsier sotto altra stella;S

Come le piante della terra (in primavera), quando scende la grande luce (del sole) congiunta a quella della costellazione dell'Ariete che splende seguendo la costellazione dei Pesci, diventano turgide di gemme, e poi ciascuna rinnova il colore dei propri fiori, prima che il sole passi (giunga li del tempo di Dante con il significato di "pesce"). Il rinnovamento della natura si completa nel breve giro di un mese, prima cioè che il sole, lasciata la costellazione dell'Ariete, entri in congiunzione con quella del Toro (che segue l'ariete).
Come le nostre piante, quando scende giù la grande luce (del sole) mescolata con quella che risplende dietro la costellazione dei Pesci, si gonfiano di gemme, e poi ciascuna si rinnova del suo colore, prima che il sole attacchi i suoi cavalli sotto un'altra costellazione;
58

men che di rose e più che di violeTcolore aprendo, s'innovò la pianta,Uche prima avea le ramora sì sole.T

così la pianta che prima aveva i rami tanto spogli, si rinnivò, facendo sbocciare fiori di un colore meno vivo di quello delle rose e più acceso di quello delle viole.
così, aprendo un colore meno vivo di quello delle rose e più di quello delle viole, si rinnovò la pianta, che prima aveva i rami così spogli.
61

Io non lo 'ntesi, né qui non si cantaUl'inno che quella gente allor cantaro,Vné la nota soffersi tutta quanta.U

lo non ne compresi le parole, né sulla terra si canta l'inno che in quel momento cantò quella gente, né fui capace di ascoltare fino alla fine il dolce canto.
Io non lo capii, né qui (sulla terra) si canta l'inno che quella gente cantò allora, e non riuscii a sopportarne il canto fino alla fine.
64

S'io potessi ritrar come assonnaroVli occhi spietati udendo di Siringa,Wli occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;V

Se io potessi descrivere come gli spietati occhi (di Argo) cedettero al sonno udendo cantare (da Mercurio) gli amori della ninfa Siringa, quegli occhi ai quali costò così caro il vegliare continuamente;
Se io potessi descrivere come si addormentarono, sentendo la storia di Siringa, gli occhi spietati (di Argo), gli occhi a cui vegliare costò così caro;
67

come pintor che con essempro pinga,Wdisegnerei com'io m'addormentai;Xma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.W

riuscirei a rappresentare in che modo mi addormentai, come un pittore che dipinga tenendo davanti un modello; ma un altro, se vorrà, provi a ben descrivere l'addormentarsi.
come un pittore che dipinge da un modello, disegnerei come mi addormentai; ma sia chi vuole a rappresentare bene l'addormentarsi.
70

Però trascorro a quando mi svegliai,Xe dico ch'un splendor mi squarciò 'l veloYdel sonno e un chiamar: «Surgi: che fai?».X

Perciò passo senz'altro al momento in cui mi svegliai, e dico che uno splendore mi squarciò il velo del sonno e che una voce (quella di Matelda) mi chiamò dicendo: «Alzati:
Perciò passo a quando mi svegliai, e dico che uno splendore mi strappò il velo del sonno, insieme a un richiamo: «Alzati: che fai?».
73

Quali a veder de' fioretti del meloYche del suo pome li angeli fa ghiottiZe perpetue nozze fa nel cielo,Y

76

Pietro e Giovanni e Iacopo condottiZe vinti, ritornaro a la parolaAAda la qual furon maggior sonni rotti,Z

79

e videro scemata loro scuolaAAcosì di Moisè come d'Elia,ABe al maestro suo cangiata stola;AA

82

tal torna' io, e vidi quella piaABsovra me starsi che conducitriceACfu de' miei passi lungo 'l fiume pria.AB

che fai?» Come nel vedere il primo saggio di quell'albero (Cristo), il quale in cielo rende gli angeli bramosi della sua visione, e li fornisce di cibo come in una perpetua festa nuziale, Pietro e Giovanni e Giacomo quando furono condotti (sul Tabor) e furono tramortiti (dallo splendore della trasfigurazione di Gesù), ritornarono in sé al suono della voce di Cristo la quale ruppe sonni ben più profondi, e si accorsero che dal loro gruppo erano scomparsi tanto Mosè quanto Elia, e che il Maestro aveva cambiato la veste (con la quale era apparso durante la trasfigurazione), allo stesso modo ripresi io i sensi, e vidi china su di me Matelda che prima aveva guidato i miei passi lungo la riva del Letè.
Come Pietro, Giovanni e Giacomo, condotti a vedere i fiori del melo (Cristo) che rende gli angeli golosi del suo frutto e fa nozze eterne nel cielo, e sopraffatti, tornarono in sé alla parola dalla quale furono interrotti sonni più profondi (della morte), e videro la loro compagnia diminuita sia di Mosè sia di Elia, e la veste del loro maestro cambiata; così tornai in me io, e vidi stare sopra di me quella donna pietosa che prima era stata la guida dei miei passi lungo il fiume.
85

E tutto in dubbio dissi: «Ov'è Beatrice?».ACOnd'ella: «Vedi lei sotto la frondaADnova sedere in su la sua radice.AC

E tutto timoroso (di essere stato abbandonato da Beatrice) dissi: «Dov'è Beatrice?» Per questo Matelda rispose: «La puoi vedere sotto l'albero che ha rinnovato le fronde seduta sulla sua radice:
E tutto incerto dissi: «Dov'è Beatrice?». Per cui lei: «Vedila seduta sulla radice, sotto le fronde nuove.
88

Vedi la compagnia che la circonda:ADli altri dopo 'l grifon sen vanno susoAEcon più dolce canzone e più profonda».AD

91

E se più fu lo suo parlar diffuso,AEnon so, però che già ne li occhi m'eraAFquella ch'ad altro intender m'avea chiuso.AE

vedi il gruppo che la circonda (le virtù cardinali e teologali): gli altri personaggi della processione risalgono in cielo dietro al grifone intonando un canto più dolce (per la melodia) e più profondo (per il significato) (di quelli che tu hai potuto ascoltare sulla terra)». E se Matelda disse altre cose, non lo so, poiché ero già tutto intento ad osservare Beatrice, la cui vista mi impediva di prestare attenzione ad altre cose.
Vedi la compagnia che la circonda: gli altri se ne vanno su dietro al grifone, con un canto più dolce e più profondo». E se il suo discorso fu più lungo, non lo so, perché avevo ormai davanti agli occhi colei che mi aveva chiuso a ogni altro pensiero.
94

Sola sedeasi in su la terra vera,AFcome guardia lasciata lì del plaustroAGche legar vidi a la biforme fera.AF

Sedeva sola sulla nuda terra, lasciata lì a guardia del carro che avevo visto legare (all'albero) dal grifone (biforme fera: la fiera dalle due nature).
Sedeva sola sulla nuda terra, come lasciata lì a guardia del carro che avevo visto legare dalla belva di due forme.
97

In cerchio le facean di sé claustroAGle sette ninfe, con quei lumi in manoAHche son sicuri d'Aquilone e d'Austro.AG

Le sette virtù la chiudevano come in un cerchio, tenendo in mano i candelabri che non possono essere spenti da nessun vento (d'Aquilone e d'Austro: sono qui indicati i due venti più impetuosi).
Le sette ninfe le facevano intorno un recinto con se stesse, con in mano quelle luci che sono al sicuro dall'Aquilone e dall'Austro.
100

«Qui sarai tu poco tempo silvano;AHe sarai meco sanza fine civeAIdi quella Roma onde Cristo è romano.AH

«Qui resterai nella selva per poco tempo: e poi sarai insieme con me per sempre cittadino di quella Roma celeste (cioè: del paradiso) della quale Cristo è cittadino.
«Qui sarai per poco tempo abitante della selva; e sarai con me per sempre cittadino di quella Roma di cui Cristo è romano.
103

Però, in pro del mondo che mal vive,AIal carro tieni or li occhi, e quel che vedi,AJritornato di là, fa che tu scrive».AI

Perciò, ad ammaestramento dell'umanità traviata, osserva ora il carro, e fa in modo di descrivere quello che vedi, dopo sere ritornato nel mondo.» Così disse Beatrice;
Perciò, a vantaggio del mondo che vive male, tieni ora gli occhi sul carro, e ciò che vedi, tornato di là, fa' in modo di scriverlo».
106

Così Beatrice; e io, che tutto ai piediAJd'i suoi comandamenti era divoto,AKla mente e li occhi ov'ella volle diedi.AJ

109

Non scese mai con sì veloce motoAKfoco di spessa nube, quando pioveALda quel confine che più va remoto,AK

ed io, che ero del tutto disposto a seguire con umiltà i suoi comandi, rivolsi la mente e gli occhi dove ella voleva. Un fulmine non scende mai da una densa nube con un moto così veloce, quando precipita dalle più alte regioni dell'aria, come quello con il quale l'aquila calava verso l'albero, squarciandone la corteccia, oltre che i fiori e le nuove foglie;
Così Beatrice; e io, che ero tutto devoto ai piedi dei suoi comandi, rivolsi la mente e gli occhi dove lei volle. Mai il fulmine scese da una nube densa con un moto così veloce, quando piove da quella regione che è più lontana,
112

com'io vidi calar l'uccel di GioveALper l'alber giù, rompendo de la scorza,AMnon che d'i fiori e de le foglie nove;AL

115

e ferì 'l carro di tutta sua forza;AMond'el piegò come nave in fortuna,ANvinta da l'onda, or da poggia, or da orza.AM

e colpì il carro con tutta la sua forza; per la qual cosa esso sbandò come una nave (sbanda) ora su un fianco (da poggia: la poggia è la fune che regge l'antenna sul fianco destro della nave), ora sull'altro (da orza: l'orza è la fune che regge l'antenna sul fianco sinistro della nave) durante la tempesta, quando è in balia delle onde.
come vidi calare giù attraverso l'albero l'uccello di Giove (l'aquila), strappando la corteccia, oltre ai fiori e alle foglie nuove; e colpì il carro con tutta la sua forza; per cui esso si piegò come una nave nella tempesta, vinta dalle onde, ora a destra, ora a sinistra.
118

Poscia vidi avventarsi ne la cunaANdel triunfal veiculo una volpeAOche d'ogne pasto buon parea digiuna;AN

Poi vidi avventarsi sulla parte interna del carro trionfale una volpe che sembrava digiuna di ogni cibo che potesse ben nutrirla.
Poi vidi lanciarsi nel cassone del veicolo trionfale una volpe che sembrava digiuna di ogni buon cibo;
121

ma, riprendendo lei di laide colpe,AOla donna mia la volse in tanta futaAPquanto sofferser l'ossa sanza polpe.AO

Ma Beatrice, rimproverandola per le sue colpe vergognose, la costrinse ad una fuga tanto veloce quanto lo consentivano le sue smagrite membra.
ma la mia donna, rimproverandola per le sue sozze colpe, la mise in una fuga tanto rapida quanto lo permisero le ossa senza carne.
124

Poscia per indi ond'era pria venuta,APl'aguglia vidi scender giù ne l'arcaAQdel carro e lasciar lei di sé pennuta;AP

Poi per la stessa via dalla quale era venuta la prima volta, vidi l'aquila scendere nella parte interna del carro e lasciarla cosparsa delle sue penne;
Poi, da dove era venuta prima, vidi l'aquila scendere giù nella cassa del carro e lasciarla coperta delle sue penne;
127

e qual esce di cuor che si rammarca,AQtal voce uscì del cielo e cotal disse:AR«O navicella mia, com'mal se' carca!».AQ

e con lo stesso tono di una voce accorata (esce di cuor che si rammarca), uscì dal cielo una voce e disse:
e come esce da un cuore che si rammarica, tale voce uscì dal cielo e disse così: «O navicella mia, come sei caricata male!».
130

Poi parve a me che la terra s'aprisseARtr'ambo le ruote, e vidi uscirne un dragoASche per lo carro sù la coda fisse;AR

«O navicella mia, di quale cattiva merce sei carica!» Poi mi sembrò che la terra fra l'una e l'altra ruota si aprisse, e vidi uscirne un drago che conficcò la coda nel carro;
Poi mi sembrò che la terra si aprisse tra le due ruote, e vidi uscirne un drago che piantò la coda su attraverso il carro;
133

e come vespa che ritragge l'ago,ASa sé traendo la coda maligna,ATtrasse del fondo, e gissen vago vago.AS

e come la vespa che ritira il pungiglione, ritraendo a sé la sua coda pericolosa, asportò una parte del fondo del carro, e se ne andò tutto soddisfatto.
e come una vespa che ritira il pungiglione, tirando a sé la coda maligna, strappò via una parte del fondo e se ne andò tutto contento.
136

Quel che rimase, come da gramignaATvivace terra, da la piuma, offertaAUforse con intenzion sana e benigna,AT

139

si ricoperse, e funne ricopertaAUe l'una e l'altra rota e 'l temo, in tantoAVche più tiene un sospir la bocca aperta.AU

Quella parte del carro che rimase, come accade per la terra fertile che si ricopre di gramigna (se è lasciata incolta), dalle penne, offerte forse con intenzione retta e generosa, fu ricoperta, e ne furono ricoperte entrambe le ruote e il timone, in un tempo più breve di quello che impiega la bocca ad emettere un sospiro.
Ciò che rimase, come una terra fertile si copre di gramigna, si ricoprì della piuma, offerta forse con intenzione sana e benevola, e se ne ricoprirono l'una e l'altra ruota e il timone, in meno tempo di quanto un sospiro tiene aperta la bocca.
142

Trasformato così 'l dificio santoAVmise fuor teste per le parti sue,AWtre sovra 'l temo e una in ciascun canto.AV

Il carro sacro così trasformato mise fuori delle teste nelle singole parti, tre sopra il timone e una in ciascuno degli angoli:
Trasformato così, l'edificio santo mise fuori delle teste dalle sue parti, tre sopra il timone e una in ogni angolo.
145

Le prime eran cornute come bue,AWma le quattro un sol corno avean per fronte:AXsimile mostro visto ancor non fue.AW

le prime erano fornite di due corna come quelle dei buoi, ma le altre quattro avevano un corno solo nella parte mediana della fronte: mai fu visto un mostro simile.
Le prime avevano le corna come i buoi, ma le altre quattro avevano un solo corno sulla fronte: un mostro simile non fu mai visto.
148

Sicura, quasi rocca in alto monte,AXseder sovresso una puttana scioltaAYm'apparve con le ciglia intorno pronte;AX

Seduta sopra di esso, sicura, come una rocca sulla cima di un monte, mi apparve una sfrontata meretrice, che guardava intorno con occhi impudichi;
Sicura, come una rocca su un alto monte, mi apparve seduta sopra di esso una prostituta sfacciata, con gli sguardi pronti tutt'intorno;
151

e come perché non li fosse tolta,AYvidi di costa a lei dritto un gigante;AZe baciavansi insieme alcuna volta.AY

e quasi (a vigilare) affinché nessuno gliela rapisse, vidi ritto di fianco a lei un gigante; e si baciavano l'un l'altra di tanto in tanto.
e, come perché non gli fosse portata via, vidi accanto a lei, in piedi, un gigante; e ogni tanto si baciavano.
154

Ma perché l'occhio cupido e vaganteAZa me rivolse, quel feroce drudoBAla flagellò dal capo infin le piante;AZ

Ma poiché volse verso di me i suoi occhi desiderosi e vaganti, quel crudele amante la flagellò dalla testa ai piedi;
Ma poiché lei rivolse a me l'occhio avido e vagante, quel feroce amante la frustò dalla testa fino ai piedi;
157

poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,BAdisciolse il mostro, e trassel per la selva,BBtanto che sol di lei mi fece scudoBA

160

a la puttana e a la nova belva.BB

poi, pieno di sospetto e reso crudele dall'ira, slegò il mostro, e lo condusse nella selva, tanto che soltanto con gli alberi (sol di lei: riferito a selva) mi impedì (di vedere) la meretrice e la bestia mostruosa.
poi, pieno di sospetto e crudele per l'ira, sciolse il mostro (dall'albero) e lo trascinò per la selva, tanto che solo questa mi fece da schermo alla prostituta e alla nuova belva.

Riassunto del canto XXXII

Le figure femminili che simboleggiano le sette virtù invitano Dante a distogliere il suo sguardo da Beatrice per volgerlo alla processione, la quale, in questo momento, riprende a muoversi in direzione opposta rispetto a quella prima seguita; finché tutti i suoi membri si fermano intorno a un albero altissimo e spoglio di fronde. Dopo che il grifone vi ha legato il suo carro, la pianta rinasce a nuova vita, coprendosi di fiori e di foglie. Il canto dolcissimo innalzato dai personaggi del corteo provoca in Dante una specie di tramortimento, e, quando si risveglia, Matelda gli indica Beatrice che siede sotto l'albero circondata dalle sette virtù, mentre i ventiquattro seniori, il grifone e gli altri componenti del corteo risalgono al cielo. La seconda parte del canto è occupata dalla rappresentazione delle vicende del carro della Chiesa attraverso successive allegorie. Dante ricorda - con la figura dell'aquila - le persecuzioni portate contro i primi cristiani e con l'immagine della volpe il diffondersi delle eresie; in un secondo tempo l'aquila - simbolo dell'Impero - ritorna e lascia sul carro una parte delle sue penne, per indicare il potere temporale di cui fu investita la Chiesa dopo la donazione territoriale fatta dall'imperatore Costantino a papa Silvestro. Poi un drago, che rappresenta Satana, esce improvvisamente dalla terra e, dopo aver colpito con la coda maligna il carro, si allontana pieno di soddisfazione. L'immagine della Chiesa si trasforma infine in una figura mostruosa, dotata di sette teste e dieci corna: su di lei siede una sfrontata meretrice, a fianco della quale compare un gigante, che flagella ferocemente la donna subito dopo che questa ha volto il suo sguardo verso Dante. Il canto termina mostrando il gigante che stacca dall'albero il carro della Chiesa per trascinarlo nella selva.

In breve

Dove e chi
  1. Paradiso terrestre: Matelda, la processione, Beatrice. Letè ed Eunoè: oblio della colpa e memoria del bene.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il discorso esegetico intorno al canto XXXII potrebbe allargarsi indefinitamente, perché esso si trova di fronte, ancora una volta, al problema dei rapporti fra allegoria e storia - entrambe presenti in modo preponderante in questo canto - e a quello della loro trasformazione in termini poetici. La vastità e la complessità di una simile indagine possono, tuttavia, spiegare i risultati diversi, per non dire opposti, ai quali é pervenuta la critica. É evidente, infatti, che la sola analisi estetica, di ascendenza romantica, non possa trovare che brevi momenti di « poeticità », considerando il resto del canto una confusa e macchinosa costruzione. D'altra parte risponde ad un saggio criterio di lettura evitare una eccessiva storicizzazione del carro XXXII, giudicandolo solo una manifestazione dell'ansia di rinnovamento - in campo ecclesiastico e politico - assai diffusa ai tempi di Dante o, peggio, confinandolo al rango di una delle tante pagine visionarie delle quali il Medioevo si é mostrato fecondo. Quanto si compie nell'alta selva vota ripropone l'atmosfera gravida di tensione della selva oscura del I canto dell'Inferno, perché vi riecheggia lo stesso stimolo ad una azione vigorosa contro il peccato, lo stesso senso di attesa di fatti futuri destinati a sconvolgere il corso degli eventi, le stesse immagini di male (alla lupa che di tutte brame sembiava carca nella sua magrezza e molte genti fe' già viver grame si contrappone la volpe che «si avventa» e che d'ogni pasto buon parea digiuna), ma soprattutto perché vi si ribadisce la missione profetica dal Poeta assunta in pro del mondo che mal vive fin dalle prime battute della Commedia. In esse Dante prendeva coscienza della colpa che gli aveva meritatala morte spirituale, ma la misericordia di Dio provocava un capovolgimento nella situazione: "il peccatore - nota il Montanari - sarà salvato e proprio perché è stato peccatore, già condannato a morte, sarà fatto strumento di salvezza per tutti gli altri uomini.... Sarà un nuovo Paolo fermato sulla via di Damasco e fatto profeta della verità che lui perseguitava", perché il profeta non é mai "scelto per i meriti suoi, ma anzi viene scelto nonostante il suo peccato o almeno nonostante i suoi gravi difetti..." Coerentemente alla mentalità medievale - per la quale la relazione fra salvezza eterna e salvezza terrena é sostanziale, non potendo l'uomo tendere alla prima senza avere realizzato la seconda, attraverso l'efficiente azione dell'Impero - la missione profetica di Dante si impone e sul piano spirituale e sul piano temporale. Per questo non é possibile sostenere uno stacco netto fra i canti XXX-XXXI, dominati dal colloquio fra il Poeta e Beatrice, in qualità rispettivamente di penitente e di giudice, e il canto XXXII, occupato dalla presentazione delle vicende principali dei rapporti fra Chiesa e Impero: anzi essi indicano chiaramente come l'opera di Dante sia il frutto di una sintesi, poetica e sistematica nello stesso tempo, di tutta la realtà universale. Per lui, giunto sulla vetta del purgatorio, il tema storico-politico può vivere solo come interpretazione della volontà di Dio, avendo Dio manifestato la sua volontà proprio attraverso la storia e le sue vicende: si tratta solo di trovare il criterio esatto per spiegare gli avvenimenti terreni presi come espressione della provvidenza divina, e per trovare in essi, attraverso gli sconvolgimenti causati dalle azioni peccaminose degli uomini, il principio razionale che li guida alla meta ultima. "Dante non fu il primo a presentare la sua interpretazione come autentica, essendo l'appello all'autorità divina il modo naturale e normale nella civiltà medievale come ai tempi della profezia ebraica, di esprimere forti convinzioni politiche. Certo, pochissimi fra i predecessori di Dante si erano spinti fino a pretendere che una rivelazione speciale era stata loro largita, e mai prima di lui una tale pretesa era stata manifestata con altrettanta unità enciclopedica di visione e con altrettanta forza d'espressione poetica." (Auerbach) A partire dal verso 37 e fino alla fine del canto si riversa su ogni allegoria e su ogni metamorfosi la presenza del sovrannaturale, che non può non esserci allorché una storia di secoli viene contratta in pochi attimi e vissuta in movimenti simbolici che colgono il valore spirituale, il significato etico-religioso degli eventi, che presentano i fatti come già sottoposti al giudizio finale di Dio e quindi già collocati nel luogo che a loro compete nell'ordine divino, che distinguono nelle azioni umane i disegni segreti che preparano l'adempimento di una giustizia riparatrice. Dante ha sentito con appassionata intensità questo "dramma sacro" e lo ha risolto in un "dramma figurato", che non a torto molti critici hanno accostato alle sacre rappresentazioni medievali. La trama del canto XXXII, infatti, non può non richiamare tutta la letteratura allegorica, profetica, apocalittica che fu propria del Medioevo e che trovò la sua espressione più famosa negli scritti di Gioacchino da Fiore, soprattutto nel momento in cui, di fronte alla dilagante corruzione morale della Chiesa, al venir meno di ogni ordine civile e alla mancanza di una salda guida politica, da ogni parte si invocava un rinnovamento dei costumi ecclesiastici e una rinascita del potere imperiale. Dante, dalla ricchissima simbologia del suo tempo, che investiva non solo la letteratura ortodossa e riformatrice, ma anche le figurazioni artistiche, ha scelto forse gli archetipi più rappresentativi, dai quali deriva il "carattere, oltre che drammatico, anche spiccatamente « visivo » e descrittivo di questa poesia, con cui si accorda l'idea e l'efficacia figurale, pittorica e plastica della parola, quella disposizione a fissare immagini, linee e colori, in movimento, che in questo canto XXXII s'intensifica in virtù animatrice, in vicenda di drammaticità allucinante, in rapida magia di azioni sceniche" (Grana).

Personaggi del canto XXXII

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Guida

Stazio

Purgatorio, dalla V cornice

Poeta latino che ha finito la sua espiazione; accompagna Dante e Virgilio fino al Paradiso terrestre.

Guida

Matelda

Paradiso terrestre

Figura luminosa che accoglie Dante nell'Eden e lo immerge nel Letè e nell'Eunoè.

Approfondimenti

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Storia
Purgatorio · Canto XXXII Approfondito

Le trasformazioni del carro

vv. 148-153Sicura, quasi rocca in alto monte,seder sovresso una puttana scioltam'apparve con le ciglia intorno pronte;e come perché non li fosse tolta,vidi di costa a lei dritto un gigante;e baciavansi insieme alcuna volta.Leggi nel testo

Dopo l'apparizione di Beatrice, Dante assiste a una serie di scene violente che colpiscono il carro della processione. Un'aquila si avventa su di esso, poi una volpe, poi l'aquila torna e lo copre delle sue piume; un drago esce dalla terra e ne strappa una parte. Infine il carro si trasforma in un mostro con sette teste.

Sul carro siede una prostituta, accanto a un gigante che la bacia e poi la frusta, e infine scioglie il mostro e lo trascina nella foresta. Si tratta di un'allegoria della storia della Chiesa: le persecuzioni degli imperatori, le eresie, la donazione di Costantino che arricchì la Chiesa, gli scismi.

La prostituta rappresenta la Curia corrotta, il gigante la monarchia francese, in particolare Filippo il Bello. L'ultima scena, il gigante che trascina il carro nella selva, allude al trasferimento del papato ad Avignone, avvenuto nel 1309. È uno dei passi più politici e più aspri del poema.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Le trasformazioni del carro

Ne parla la scheda «La processione e il grifone» (Purg. XXIX).