Matelda immerge Dante nel Letè e lo conduce alle quattro virtù cardinali
Purgatorio · Paradiso terrestre
Purgatorio, Canto XXXI
««O tu che se' di là dal fiume sacro»…»
Continua, nel XXXI, il rimprovero che Beatrice, nel canto precedente, ha incominciato a rivolgere al Poeta per il traviamento morale al quale egli si era abbandonato dopo la morte della donna amata.
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Testo e parafrasi del canto XXXI
Parafrasi
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1
«O tu che se' di là dal fiume sacro»,Avolgendo suo parlare a me per punta,Bche pur per taglio m'era paruto acro,A
4
ricominciò, seguendo sanza cunta,B«dì, dì se questo è vero: a tanta accusaCtua confession conviene esser congiunta».B
«O tu che sei al di là del sacro fiume (il Letè)», rivolgendo direttamente a me le sue parole, che mi erano sembrate tanto dure pur parlandomi solo indirettamente (cfr. canto XXX, versi 103-145), riprese Beatrice, aggiungendo senza indugio «di', di' se questo (di cui ti rimprovero) è vero: un'accusa tanto grave sia seguita dalla tua confessione».
«O tu che sei al di là del fiume sacro», rivolgendo a me direttamente con la punta il suo discorso, che anche solo di taglio mi era sembrato aspro, ricominciò, proseguendo senza indugio, «di', di' se questo è vero: a un'accusa così grave bisogna che si unisca la tua confessione».
7
Era la mia virtù tanto confusa,Cche la voce si mosse, e pria si spenseDche da li organi suoi fosse dischiusa.C
Le mie facoltà erano tanto sconvolte, che la voce si formò, ma si spense prima che fosse emessa dalla gola e dalla bocca.
Le mie facoltà erano così smarrite che la voce si mosse, ma si spense prima di uscire dai suoi organi.
10
Poco sofferse; poi disse: «Che pense?DRispondi a me; ché le memorie tristeEin te non sono ancor da l'acqua offense».D
(Beatrice) per un poco pazientò; poi disse: «A che cosa pensi? Rispondimi; poiché in te i tristi ricordi del peccato non sono ancora stati cancellati dall'acqua del Letè».
Aspettò poco; poi disse: «Che pensi? Rispondimi; perché i tristi ricordi in te non sono ancora stati cancellati dall'acqua (del Letè)».
13
Confusione e paura insieme misteEmi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,Fal quale intender fuor mestier le viste.E
16
Come balestro frange, quando scoccaFda troppa tesa la sua corda e l'arco,Ge con men foga l'asta il segno tocca,F
19
sì scoppia' io sottesso grave carco,Gfuori sgorgando lagrime e sospiri,He la voce allentò per lo suo varco.G
Vergogna e paura mescolate insieme mi fecero uscire dalla bocca un "sì" talmente fioco, per intendere il quale furono necessari gli occhi (per indovinarlo dal moto delle labbra), Come si spezza la balestra, quando la sua corda e l'arco scoccano con troppa tensione, e la freccia colpisce il bersaglio con minore impeto, così scoppiai io sotto il grave peso (della vergogna e della paura), dando libero sfogo alle lagrime e ai sospiri, e la mia voce si affievolì uscendo attraverso la bocca.
Confusione e paura, mescolate insieme, mi spinsero fuori dalla bocca un «sì» tale che per capirlo fu necessaria la vista. Come la balestra si spezza, quando scocca troppo tesa, nella corda e nell'arco, e la freccia colpisce il bersaglio con minore forza, così io scoppiai sotto quel grave peso, versando fuori lacrime e sospiri, e la voce si affievolì nel suo passaggio.
22
Ond'ella a me: «Per entro i mie' disiri,Hche ti menavano ad amar lo beneIdi là dal qual non è a che s'aspiri,H
25
quai fossi attraversati o quai cateneItrovasti, per che del passare innanziJdovessiti così spogliar la spene?I
Perciò Beatrice mi disse: «In mezzo ai desideri da me ispirati, che ti conducevano ad amare Dio, il bene oltre il quale non c'è cosa a cui si possa aspirare, quali ostacoli posti di traverso sulla via o quali catene di sbarramento hai trovato, per cui tu dovessi in tal modo abbandonare la speranza di progredire (nel cammino verso Dio)?
Per cui lei a me: «Nel seguire i desideri che ti ispiravo, che ti conducevano ad amare il bene al di là del quale non c'è nulla a cui aspirare, quali fossati messi di traverso o quali catene trovasti, per cui dovessi abbandonare così la speranza di andare avanti?
28
E quali agevolezze o quali avanziJne la fronte de li altri si mostraro,Kper che dovessi lor passeggiare anzi?».J
31
Dopo la tratta d'un sospiro amaro,Ka pena ebbi la voce che rispuose,Le le labbra a fatica la formaro.K
34
Piangendo dissi: «Le presenti coseLcol falso lor piacer volser miei passi,Mtosto che 'l vostro viso si nascose».L
E quali godimenti o quali guadagni ti si mostrarono nel l'aspetto degli altri beni, perché tu fossi indotto a desiderarli?» Dopo aver amaramente sospirato, a stento trovai la voce per rispondere e con fatica le labbra riuscirono a tradurla in parole. Piangendo dissi: «I beni terreni con i loro falsi allettamenti indirizzarono i miei passi (sulla via del male), non appena scomparve il vostro volto (cioè: dopo la vostra morte)». Ed ella: «Se tu avessi taciuto, o avessi negato i tuoi peccati, la tua colpa non sarebbe meno palese:
E quali vantaggi o quali attrattive si mostrarono nell'aspetto degli altri beni, per cui dovessi andare a passeggiare davanti a loro?». Dopo aver tratto un sospiro amaro, a stento ebbi la voce per rispondere, e le labbra la formarono con fatica. Piangendo dissi: «Le cose presenti (terrene), con il loro falso piacere, deviarono i miei passi, non appena il vostro viso si nascose».
37
Ed ella: «Se tacessi o se negassiMciò che confessi, non fora men notaNla colpa tua: da tal giudice sassi!M
40
Ma quando scoppia de la propria gotaNl'accusa del peccato, in nostra corteOrivolge sé contra 'l taglio la rota.N
da un tale giudice è conosciuta (cioè da Dio, a cui nulla sfugge). Ma quando la confessione del peccato prorompe dalla bocca stessa del peccatore, nel tribunale del cielo la giustizia divina attenua la sua severità (rivolge sé contra 'I taglio la rota: la mola, che prima ha affilato la lama, gira in direzione contraria al taglio, cosicché invece di affilarla, la smussa).
E lei: «Se tacessi o se negassi ciò che confessi, la tua colpa non sarebbe meno nota: da un tale giudice è conosciuta! Ma quando l'accusa del peccato esce dalla bocca stessa (del peccatore), nel nostro tribunale la mola gira contro il taglio (smussa la spada della giustizia).
43
Tuttavia, perché mo vergogna porteOdel tuo errore, e perché altra volta,Pudendo le serene, sie più forte,O
46
pon giù il seme del piangere e ascolta:Psì udirai come in contraria parteQmover dovieti mia carne sepolta.P
Tuttavia, perché tu ora senta vergogna dei tuoi errori, e perché un'altra volta, vedendo l'allettamento dei beni terreni (udendo le serene; cfr. la nota alla terzina 19 del canto XIX), tu possa mostrarti più forte, deponi le cause del tuo pianto (cioè la confusione e la paura: cfr. versi 13-21) ed ascolta: così potrai udire come la mia morte avrebbe, dovuto rivolgerti in dìrezione opposta a quella da te seguita (cioè verso la via del bene).
Tuttavia, perché tu ora provi vergogna del tuo errore, e perché un'altra volta, sentendo le sirene, tu sia più forte, metti da parte la causa del pianto e ascolta: così sentirai come la mia carne sepolta avrebbe dovuto spingerti in direzione opposta.
49
Mai non t'appresentò natura o arteQpiacer, quanto le belle membra in ch'ioRrinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;Q
Mai la natura o l'arte ti offrirono una bellezza simile a quella delle membra in cui io fui rinchiusa (nel mondo), e che ora si disgregano sotto terra;
Mai la natura o l'arte ti presentarono un piacere grande quanto le belle membra in cui fui racchiusa, e che ora sono disperse in terra;
52
e se 'l sommo piacer sì ti fallioRper la mia morte, qual cosa mortaleSdovea poi trarre te nel suo disio?R
e se la bellezza più grande (cioè il mio corpo, che si rivelò anch'esso caduco e destinato a scomparire) venne così a mancarti a causa della mia morte, quale cosa mortale doveva poi attirarti a desiderarla?
e se il sommo piacere ti venne a mancare così con la mia morte, quale cosa mortale doveva poi attirarti nel desiderio di sé?
55
Ben ti dovevi, per lo primo straleSde le cose fallaci, levar susoTdi retro a me che non era più tale.S
58
Non ti dovea gravar le penne in giuso,Tad aspettar più colpo, o pargolettaUo altra vanità con sì breve uso.T
In seguito al primo colpo ricevuto dalle realtà ingannevoli del mondo (e questo colpo, con la mia morte, ti indicò tutta la caducità terrena), avresti piuttosto dovuto sollevarti verso l'alto, seguendo me che (essendo ora solo anima) non ero più una cosa ingannevole. Non avrebbero dovuto farti battere in basso le ali, ad aspettare altri colpi (di nuovi disinganni), né pargoletta né altre cose vane che si possono godere così brevemente.
Al primo colpo delle cose ingannevoli, avresti dovuto certo levarti in alto dietro a me, che non ero più tale (mortale). Non dovevano appesantirti le ali verso il basso, ad aspettare altri colpi, né una ragazzina né altra vanità di così breve durata.
61
Novo augelletto due o tre aspetta;Uma dinanzi da li occhi d'i pennutiVrete si spiega indarno o si saetta».U
L'uccellino nato da poco aspetta due o tre colpi (cioè due o tre insidie prima di acquistare esperienza); ma invano si tendono reti o si lanciano frecce agli uccelli adulti e quindi già esperti.
L'uccellino giovane aspetta due o tre colpi; ma davanti agli occhi degli uccelli adulti si stende la rete o si scaglia la freccia invano».
64
Quali fanciulli, vergognando, mutiVcon li occhi a terra stannosi, ascoltandoWe sé riconoscendo e ripentuti,V
67
tal mi stav'io; ed ella disse: «QuandoWper udir se' dolente, alza la barba,Xe prenderai più doglia riguardando».W
Come i bambini, per vergogna, se ne stanno muti con gli occhi a terra, ascoltando (il rimprovero) e riconoscendosi colpevoli e profondamente pentiti, nello stesso atteggiamento me ne stavo io; ed ella disse: «Dal momento che ti affliggi per quello che ascolti, solleva il viso, e guardandomi la tua sofferenza diventerà più profonda».
Come i bambini che stanno muti per la vergogna, con gli occhi a terra, ascoltando, riconoscendo la propria colpa e pentiti, così stavo io; e lei disse: «Poiché ti addolori ad ascoltare, alza la barba, e proverai più dolore guardando».
70
Con men di resistenza si dibarbaXrobusto cerro, o vero al nostral ventoYo vero a quel de la terra di Iarba,X
Un robusto cerro si svelle dalle sue radici, sia ai colpi del vento di tramontana sia a quelli del vento australe, opponendo minore resistenza di quella che io dovetti vincere per sollevare il mento al suo comando;
Con meno resistenza si sradica un robusto cerro, sia per il vento nostro (di tramontana) sia per quello della terra di Iarba (l'Africa),
73
ch'io non levai al suo comando il mento;Ye quando per la barba il viso chiese,Zben conobbi il velen de l'argomento.Y
e quando indicò il viso per mezzo della barba, compresi chiaramente l'amarezza contenuta in quella espressione (il velen dell'argomento: Beatrice, infatti, ha voluto ricordargli, con il termine barba, che egli è ormai un uomo e come tale deve comportarsi).
di quanta ne opposi io nell'alzare il mento al suo comando; e quando con la parola barba chiese il viso, capii bene il veleno dell'allusione.
76
E come la mia faccia si distese,Zposarsi quelle prime creatureAAda loro aspersion l'occhio comprese;Z
E non appena il mio volto riprese la sua posizione eretta, il mio sguardo vide che gli angeli (quelle prime creature: perché creati per primi con i cieli) avevano smesso di spargere fiori;
E quando la mia faccia si sollevò, il mio occhio vide che quelle prime creature (gli angeli) avevano smesso di spargere fiori;
79
e le mie luci, ancor poco sicure,AAvider Beatrice volta in su la fieraABch'è sola una persona in due nature.AA
e i miei occhi, ancora incerti, scorsero Beatrice rivolta verso il grifone che è una sola persona in due nature.
e i miei occhi, ancora poco sicuri, videro Beatrice rivolta verso la belva (il grifone) che è una sola persona in due nature.
82
Sotto 'l suo velo e oltre la riveraABvincer pariemi più sé stessa antica,ACvincer che l'altre qui, quand'ella c'era.AB
Pur essendo velata e pur restando al di là del fiume mi sembrava superasse in bellezza quella che era un tempo in terra, più di quanto, mentre era ancora in vita, non superasse nel mondo tutte le altre donne.
Sotto il suo velo e al di là del fiume mi sembrava superare se stessa com'era un tempo più di quanto superava le altre qui (sulla terra), quando c'era.
85
Di penter sì mi punse ivi l'orticaACche di tutte altre cose qual mi torseADpiù nel suo amor, più mi si fé nemica.AC
In quel momento e in quel luogo la tormentosa puntura del pentimento mi trafisse così profondamente, che quella che fra tutte le altre cose più mi aveva attirato nel suo piacere, più mi divenne odiosa.
L'ortica del pentimento mi punse lì così forte che, tra tutte le altre cose, quella che più mi aveva sviato nel suo amore mi divenne più odiosa.
88
Tanta riconoscenza il cor mi morse,ADch'io caddi vinto; e quale allora femmi,AEsalsi colei che la cagion mi porse.AD
91
Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,AEla donna ch'io avea trovata solaAFsopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».AE
Il mio cuore fu a tal punto colpito da una così piena consapevolezza delle mie colpe, che persi conoscenza sopraffatto dal rimorso; e quale allora divenni, lo sa colei che (con i suoi duri rimproveri e la sua celestiale bellezza) fu la causa (del mio smarrimento). Poi, quando il cuore rimise in attività le mie forze vitali, vidi china su di me la donna (Matelda) che avevo incontrato tutta sola, e diceva:
Un tale rimorso mi morse il cuore che caddi vinto; e come divenni allora, lo sa colei che me ne diede il motivo. Poi, quando il cuore mi restituì le facoltà esterne, vidi sopra di me la donna che avevo trovato sola (Matelda), e diceva: «Tienti, tienti a me!».
94
Tratto m'avea nel fiume infin la gola,AFe tirandosi me dietro sen givaAGsovresso l'acqua lieve come scola.AF
«Tieniti stretto a me, tieniti stretto a me!» Mi aveva immerso nel fiume fino al collo, e trascinandomi dietro camminava sulla superficie dell'acqua leggiera come una navicella.
Mi aveva immerso nel fiume fino alla gola e, trascinandomi dietro di sé, se ne andava sopra l'acqua leggera come una spola.
97
Quando fui presso a la beata riva,AG'Asperges me' sì dolcemente udissi,AHche nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.AG
Quando giunsi vicino all'altra riva del Letè, si udì cantare «Aspergimi» con tale dolcezza, che non lo so ricordare, e tanto meno esprimerlo a parole.
Quando fui vicino alla riva beata, si udì «Asperges me» così dolcemente che non so ricordarlo, e tanto meno scriverlo.
100
La bella donna ne le braccia aprissi;AHabbracciommi la testa e mi sommerseAIove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.AH
La bella donna aprì le braccia; mi tenne stretta la testa e mi immerse nel fiume finchéì fui costretto ad inghiottire dell'acqua.
La bella donna aprì le braccia; mi abbracciò la testa e mi immerse fin dove fu necessario che io inghiottissi l'acqua.
103
Indi mi tolse, e bagnato m'offerseAIdentro a la danza de le quattro belle;AJe ciascuna del braccio mi coperse.AI
Mi tolse di lì, e ancora bagnato mi condusse nel cerchio formato dalle quattro virtù cardinali che danzavano; e ciascuna mi coperse (il capo) sollevando il braccio.
Poi mi tirò fuori, e così bagnato mi condusse dentro la danza delle quattro belle donne; e ognuna mi coprì con il braccio.
106
«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:AJpria che Beatrice discendesse al mondo,AKfummo ordinate a lei per sue ancelle.AJ
«Qui nel paradiso terrestre ci presentiamo come ninfe e nel cielo come stelle: prima che Beatrice apparisse nel mondo, fummo destinate da Dio ad essere le sue ancelle. Ti condurremo davanti al suo sguardo;
«Noi qui siamo ninfe e in cielo siamo stelle: prima che Beatrice scendesse nel mondo, fummo destinate a lei come sue ancelle.
109
Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondoAKlume ch'è dentro aguzzeranno i tuoiALle tre di là, che miran più profondo».AK
112
Così cantando cominciaro; e poiALal petto del grifon seco menarmi,AMove Beatrice stava volta a noi.AL
ma renderanno i tuoi occhi capaci di penetrare nella luce beatifica che vi splende dentro, le tre virtù teologali che si trovano sul fianco destro del carro, le quali vedono più a fondo.» Cosi incominciarono cantando; e poi mi guidarono davanti al petto del grifone, dove Beatrice si trovava rivolta verso di noi, e dissero:
Ti condurremo ai suoi occhi; ma nella gioiosa luce che c'è dentro renderanno più acuti i tuoi occhi le tre di là, che vedono più a fondo». Così cominciarono cantando; e poi mi condussero con sé davanti al petto del grifone, dove Beatrice stava rivolta verso di noi.
115
Disser: «Fa che le viste non risparmi;AMposto t'avem dinanzi a li smeraldiANond'Amor già ti trasse le sue armi».AM
«Guarda più attentamente che puoi (fa che le viste non risparmi): ti abbiamo posto, davanti agli occhi splendenti dai quali un tempo Amore. lanciò i suoi dardi contro di te».
Dissero: «Fa' in modo di non risparmiare lo sguardo; ti abbiamo posto davanti agli smeraldi da cui un tempo Amore ti lanciò le sue frecce».
118
Mille disiri più che fiamma caldiANstrinsermi li occhi a li occhi rilucenti,AOche pur sopra 'l grifone stavan saldi.AN
Mille desideri più ardenti di una fiamma costrinsero i miei occhi a fissare quelli luminosi di Beatrice. che continuavano ad essere rivolti solo al grifone.
Mille desideri più ardenti della fiamma legarono i miei occhi agli occhi splendenti, che restavano fissi sul grifone.
121
Come in lo specchio il sol, non altrimentiAOla doppia fiera dentro vi raggiava,APor con altri, or con altri reggimenti.AO
Come il sole (si riflette) in uno specchio, allo stesso modo il grifone dalle due nature si rifletteva negli occhi di Beatrice, ora con gli atti caratteristici dell'aquila, ora con quelli del leone.
Come il sole nello specchio, non diversamente l'animale doppio vi si rifletteva dentro, ora con l'uno, ora con l'altro aspetto.
124
Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,APquando vedea la cosa in sé star queta,AQe ne l'idolo suo si trasmutava.AP
Pensa, o lettore, se io non mi meravigliavo, alla vista del grifone (la cosa) che (se guardato direttamente) restava sempre identico a se stesso, mentre nell'immagine riflessa negli occhi di Beatrice si trasformava (ora nell'uno ora nell'altro dei suoi due aspetti).
Pensa, lettore, se mi meravigliavo, quando vedevo la cosa restare immobile in sé, e nella sua immagine riflessa si trasformava.
127
Mentre che piena di stupore e lietaAQl'anima mia gustava di quel ciboARche, saziando di sé, di sé asseta,AQ
130
sé dimostrando di più alto triboARne li atti, l'altre tre si fero avanti,ASdanzando al loro angelico caribo.AR
Mentre il mio animo pieno di stupore e di gioia gustava il cibo delle verità sovrannaturali che, mentre sazia, suscita nuovo desiderio di sé, le tre virtù teologali, dimostrando nei loro atti di appartenere (rispetto a quelle cardinali) ad un ordine gerarchico più elevato, avanzarono danzando al ritmo del loro angelico canto.
Mentre la mia anima, piena di stupore e lieta, gustava quel cibo che, saziando di sé, fa venire sete di sé, mostrandosi di grado più alto nell'aspetto, le altre tre si fecero avanti, danzando al ritmo del loro canto angelico.
133
«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,ASera la sua canzone, «al tuo fedeleATche, per vederti, ha mossi passi tanti!AS
«Volgi, Beatrice, volgi i tuoi santi occhi» dicevano le parole dei loro canto «al tuo fedele che, per vederti, ha compiuto un così lungo viaggio (ha mossi passi tanti)!
«Volgi, Beatrice, volgi gli occhi santi», era il loro canto, «al tuo fedele, che per vederti ha fatto tanti passi!
136
Per grazia fa noi grazia che disveleATa lui la bocca tua, sì che discernaAUla seconda bellezza che tu cele».AT
139
O isplendor di viva luce etterna,AUchi palido si fece sotto l'ombraAVsì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,AU
142
che non paresse aver la mente ingombra,AVtentando a render te qual tu parestiAWlà dove armonizzando il ciel t'adombra,AV
145
quando ne l'aere aperto ti solvesti?AW
Per tua graziosa concessione facci la grazia di liberare dal velo davanti a lui il tuo volto, in modo che egli possa vedere chiaramente la bellezza celestiale (seconda rispetto a quella terrena e materiale) che nascondi.» O tu che rifletti la viva luce eterna di Dio, quale poeta, anche se si è consumato con tenacia nello studio della poesia (sotto l'ombra... di Parnaso: era il monte sacro ad Apollo e alle muse), o ha bevuto alla fonte Castalia (in sua cisterna: si trova sul Parnaso ed è simbolo dell'ispirazione poetica), non sembrerebbe avere la mente impedita, se tentasse di rappresentare te, o Beatrice, quale apparisti là (nel paradiso terrestre), dove solo il cielo con la sua armonia riesce a dare una immagine adeguata della tua bellezza, quando ti mostrasti libera da ogni velo nell'aria limpida?.
Per grazia, facci la grazia di svelargli la tua bocca, così che possa vedere la seconda bellezza che nascondi». O splendore di viva luce eterna, chi è mai diventato così pallido sotto l'ombra del Parnaso, o ha bevuto tanto alla sua fonte, da non sembrare avere la mente impacciata, tentando di rappresentarti come apparisti là dove il cielo armonioso ti fa da ombra, quando ti svelasti nell'aria aperta?
Riassunto del canto XXXI
Continua, nel XXXI, il rimprovero che Beatrice, nel canto precedente, ha incominciato a rivolgere al Poeta per il traviamento morale al quale egli si era abbandonato dopo la morte della donna amata. Da quali allettamenti, da quali piaceri - vuole sapere Beatrice Dante si è lasciato attrarre, tanto da dimenticare ogni dovere spirituale? Furono - risponde, piangendo, il pellegrino - i beni fallaci del mondo che influenzarono il suo animo dopo la morte di chi in terra rappresentava per lui la bellezza, l'amore, la virtù. Anche se, agli occhi di Dio, è sommamente meritoria la confessione del proprio peccato, è necessario che il Poeta senta fino in fondo la vergogna delle sue colpe: poiché la natura o l'arte non offrirono mai a Dante una bellezza pari a quella di Beatrice e questa bellezza andò distrutta con la morte, nessun'altra realtà materiale - conclude la donna - avrebbe dovuto attirare la sua attenzione, dal momento che ogni bene terreno, anche il più alto, risulta sempre caduco; anzi, proprio in base a questa constatazione, il suo animo avrebbe dovuto volgersi verso l'alto. Ad un invito di Beatrice, Dante solleva lo sguardo per osservarla: la celestiale bellezza della donna, anche se ancora celata dal velo, è tale che il Poeta, avvertendo con estrema intensità il pentimento per le sue colpe, perde conoscenza. Allorché si riprende, si trova immerso nel Letè per opera di Matelda, la quale lo conduce sull'altra riva, dove Dante viene circondato dalle quattro virtù cardinali. Ma sono le tre virtù teologali che hanno il compito di portarlo davanti a Beatrice: gli occhi del Poeta fissano quelli splendenti della donna, il cui sguardo è però rivolto al grifone. Solo in seguito alla preghiera delle tre virtù teologali ella acconsente a liberare il suo volto dal velo che lo ricopre, affinché Dante la possa vedere in tutta la sua bellezza.
In breve
Dove e chi
Paradiso terrestre: Matelda, la processione, Beatrice. Letè ed Eunoè: oblio della colpa e memoria del bene.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Uno dei problemi di maggior interesse di fronte al quale si trova l'esegesi della Commedia è quello del traviamento che Beatrice rimprovera a Dante nei canti XXX e XXXI del Purgatorio. Esso implica a sua volta il problema della natura, in maggiore o minor misura allegorica, del personaggio di Beatrice e, più in generale, quello dell'interpretazione dell'intero poema. Per alcuni studiosi, infatti, il solo significato che conti, ai fini di una valutazione critica della Commedia, è quello suggerito direttamente da una lettura del testo quanto più immediata e scevra di preoccupazioni dottrinali, paga cioè di mettere in luce il concretarsi della fantasia del Poeta in immagini, scene, situazioni. Il Croce, che rappresenta nella sua forma più intransigente questo indirizzo critico, sostiene ad esempio che, per intendere il "dramma umano" avente come suoi protagonisti Dante e Beatrice nel paradiso terrestre, occorre "prescindere da ogni significato allegorico, e dimenticare quello che Beatrice allegoricamente è", per non vedere in questo personaggio se non "la donna amata nella prima giovinezza, l'ideale intorno a cui e in cui si sono esaltati gli altri ideali tutti, di generosità, di vita pura, di felicità, di affetto e bontà, di nobile operosità, di sublime religione". A questa definizione del personaggio di Beatrice, generica e quindi di scarsa utilità per farci penetrare il significato di quello che è considerato, con giudizio quasi unanime, l'episodio alla luce del quale deve essere interpretato l'intero poema, il Croce fa seguire una pagina di commossa eloquenza, la quale, tuttavia, ha anch'essa il difetto di prescindere da qualsiasi prospettiva storica, onde la parola di Dante risulta astratta dalle sue radici biografiche e culturali: "E poi quell'ideale si è distaccato da noi, fortuna o morte o nostra colpa ce l'ha tolto, e la vita nostra è corsa dietro ad altri ideali, angusti, inferiori, mutevoli... Ed ecco che quando la sazietà e la nausea e il rimorso ci ha presi, quando ci sentiamo avvelenati dai veleni che la nostra stessa febbrile azione e passione ha prodotti; quando più ne siamo sviati e lontani, quell'ideale ci torna innanzi: noi mutati e stanchi, esso immutato, anzi fatto più bello e vivo e raggiante nel tempo che è trascorso e per effetto della distanza che è ormai tra noi ed esso. Noi lo riconosciamo e chiniamo il volto tra dolore e vergogna; esso ci riconosce, ci rimprovera, ci compatisce, e si appresta a confortarci e a sorreggerci..." Ad una proposta come quella del Croce, che suggerisce di non prendere in considerazione l'intero piano delle interpretazioni allegoriche, si oppone quella di studiosi che hanno risolto interamente il personaggio di Beatrice in allegoria, privandolo delle sue radici nella immediatezza dei sentimenti del Poeta ed impoverendo di sostanza umana l'incontro di Dante con la donna amata in gioventù, la quale torna a lui come salvatrice e giudice sulla sommità del purgatorio. In realtà, qui come quasi ovunque nel poema; il sovrassenso è incluso nel senso letterale, più che essere a quest'ultimo estrinsecamente sovrapposto, onde più che il termine "allegoria" appare esatto adottare, per la Commedia, il termine "figura" suggerito dall'Auerbach. Cosi la Beatrice che si mostra a Dante nello splendore della sua gloria e come analogo del Cristo giudicante nel paradiso terrestre, è pur sempre la fanciulla cantata nella Vita Nova, arricchita di tratti che sono maturati nel pensiero del Poeta durante la composizione del Convivio e la partecipazione attiva alla vita politica. Al suo primo apparire sul carro della Chiesa, Beatrice, non diversamente dalla giovinetta cantata nella Vita Nova, si propone al Poeta come termine di adorazione non personalizzato, per occulta virtù (canto XXX, verso 38). Ma, come osserva il Montanari - un critico che ha prospettato in maniera molto persuasiva il confluire nel personaggio di Beatrice di successive esperienze del Poeta, ognuna delle quali, lungi dal negare la precedente, la inverava in una visuale più ampia - "nello sviluppo che immediatamente attua la figura di Beatrice nel Purgatorio, tale virtù diventa personale e incarnata, manifestandosi in rimproveri, ammonizioni e conforti non solo verbali, ma attuati in concreti atteggiamenti di tutta la persona». Prendendo l'avvio da un puntuale raffronto istituito fra la Beatrice della Vita Nova e quella della Commedia, il critico giunge ad una caratterizzazione dell'intero sviluppo dell'arte di Dante e mette in luce i rapporti che intercorrono in essa tra presupposti culturali e morali e risoluzioni di stile. Scrive il Montanari: "Nella Vita Nova, quando la "divinità" di Beatrice era tutta metaforica, Dante non la voleva compromettere in gesti umani e la faceva tacere: qui nel Purgatorio e nel Paradiso Beatrice può parlare e muoversi liberamente perché la sua realtà sovrumana è ormai teologicamente ancorata in una realtà che la miseria umana non può "tangere". Con queste osservazioni si giunge a riconoscere... una delle linee maestre dello sviluppo della fantasia di Dante dall'iperbole retorica astratta, a una concreta realtà umana raggiunta attraverso l'impegno di superare l'assolutizzazione del sentimento immediato per raggiungere una giustificazione del sentimento in un piano universale di riferimenti non più retorici, ma teoreticamente impegnativi: capaci di tradursi cioè in una teoria generale filosofica e teologica. Per questa via Dante riesce a recuperare le note più vive ed umane della sua esperienza non più elevando Beatrice per via di iperboli retoriche, ma proprio invece conferendo a Beatrice una piena e compiuta umanità, che fa della Beatrice operante nella Commedia non più una figura soltanto sovrumana e sparente, ma una donna viva e compiutamente incarnata".
vv. 94-102Tratto m'avea nel fiume infin la gola,e tirandosi me dietro sen givasovresso l'acqua lieve come scola.Quando fui presso a la beata riva,'Asperges me' sì dolcemente udissi,che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.La bella donna ne le braccia aprissi;abbracciommi la testa e mi sommerseove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.Leggi nel testo
Beatrice costringe Dante a confessare le sue colpe. Dopo la sua morte, lui si è lasciato attrarre da beni falsi e passeggeri, invece di seguire il ricordo di lei verso le cose eterne. Dante, pieno di vergogna e dolore, risponde con un «sì» appena udibile e sviene.
Quando riprende i sensi, Matelda lo immerge nel fiume Letè fino alla gola e gli spinge la testa sotto, così che beva l'acqua. Il Letè, nome che viene dalla mitologia classica, fa dimenticare i peccati commessi. Dante non dimentica di aver peccato, ma il ricordo perde il suo peso doloroso.
Poi le quattro virtù cardinali lo conducono davanti al grifone, e le tre virtù teologali chiedono a Beatrice di rivelare il suo volto. Dopo dieci anni dalla sua morte, Dante la vede di nuovo. La confessione è stata necessaria: solo con l'anima libera dalla colpa può contemplare la bellezza di Beatrice.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
La confessione
Ne parla la scheda «Beatrice arriva, Virgilio scompare» (Purg. XXX).