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Indice dei canti
Dal bordo roccioso Dante, Virgilio e Stazio guardano una distesa di fiamme in cui le anime si scambiano rapidi baci; un giovane biondo, tra il fuoco, indica col dito un uomo barbuto.
Guido Guinizzelli, tra le fiamme dei lussuriosi, addita a Dante Arnaut Daniel
Purgatorio · VII cornice

Purgatorio, Canto XXVI

«Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro…»

Il settimo e ultimo girone del purgatorio è occupato da un grande fuoco, nel quale purificano il loro peccato le anime dei lussuriosi.

Luogo
VII cornice
Anime e colpe
Lussuriosi
Versi
148 · 49 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXVI

Parafrasi
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1

Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro,Ace n'andavamo, e spesso il buon maestroBdiceami: «Guarda: giovi ch'io ti scaltro»;A

Mentre procedevamo con cautela (cfr. canto XXV, versi 115-117) lungo il margine esterno della cornice, uno davanti all'altro, e spesso il valente maestro mi diceva: «Fa' attenzione:
Mentre camminavamo così lungo l'orlo, uno davanti all'altro, e spesso il buon maestro mi diceva: «Guarda: ti serva che io ti avverta»;
4

feriami il sole in su l'omero destro,Bche già, raggiando, tutto l'occidenteCmutava in bianco aspetto di cilestro;B

ti sia utile il fatto che ti rendo accorto del pericolo», il sole che, diffondendo i suoi raggi, già cambiava in bianco l'aspetto azzurrino della zona occidentale del cielo (avviandosi ormai al tramonto), mi colpiva la parte destra del corpo;
il sole mi colpiva sulla spalla destra, e già, irradiando, faceva diventare bianco tutto l'occidente, prima di colore azzurro;
7

e io facea con l'ombra più roventeCparer la fiamma; e pur a tanto indizioDvidi molt'ombre, andando, poner mente.C

ed io con l'ombra (proiettata dal mio corpo) facevo apparire la fiamma più rosseggiante; e vidi che molte ombre, pur continuando a camminare, prestavano attenzione anche solo a un così piccolo indizio.
e io con la mia ombra facevo sembrare la fiamma più rossa; e anche a un così piccolo segno vidi molte ombre fare attenzione, camminando.
10

Questa fu la cagion che diede inizioDloro a parlar di me; e cominciarsiEa dir: «Colui non par corpo fittizio»;D

Questo fu il motivo che offri loro l'occasione di rivolgermi la parola; e cominciarono tra loro a dire: «Questo non sembra un corpo apparente (fittizio: come quello dei penitenti)».
Questa fu la causa che le spinse a parlare di me; e cominciarono a dirsi: «Quello non sembra un corpo fittizio»;
13

poi verso me, quanto potean farsi,Ecerti si fero, sempre con riguardoFdi non uscir dove non fosser arsi.E

Poi alcuni si spostarono verso di me, quanto fu loro possibile, sempre facendo attenzione a non uscire dalla fiamma.
poi alcune si avvicinarono a me, quanto potevano, sempre con l'attenzione di non uscire dove non sarebbero state bruciate.
16

«O tu che vai, non per esser più tardo,Fma forse reverente, a li altri dopo,Grispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.F

«O tu che cammini dietro agli altri, non per il fatto di essere più pigro, ma forse per manifestare rispetto, rispondi a me che ardo nella sete (di sapere) e nel fuoco (purificatore).
«O tu che vai dietro agli altri, non perché sei più lento, ma forse per rispetto, rispondi a me che brucio di sete e di fuoco.
19

Né solo a me la tua risposta è uopo;Gché tutti questi n'hanno maggior seteHche d'acqua fredda Indo o Etiopo.G

Né la tua risposta è necessaria solo a me; perché tutte queste anime ne hanno maggior sete che non gli Indi o gli Etiopi (i popoli delle due regioni considerate le più calde della terra) di acqua fresca.
La tua risposta non serve solo a me; perché tutti questi ne hanno più sete di quanta ne abbia di acqua fresca un indiano o un etiope.
22

Dinne com'è che fai di te pareteHal sol, pur come tu non fossi ancoraIdi morte intrato dentro da la rete».H

Spiegaci per quale ragione con la tua persona fai ostacolo ai raggi del sole, proprio come se tu non fossi ancora morto.» Così mi parlava uno di loro:
Dicci com'è che con te fai da parete al sole, come se tu non fossi ancora entrato nella rete della morte».
25

Sì mi parlava un d'essi; e io mi foraIgià manifesto, s'io non fossi attesoJad altra novità ch'apparve allora;I

28

ché per lo mezzo del cammino accesoJvenne gente col viso incontro a questa,Kla qual mi fece a rimirar sospeso.J

ed io mi sarei già manifestato, se la mia attenzione non si fosse volta ad uno spettacolo nuovo che apparve in quel momento, poiché attraverso lo spazio occupato dalle fiamme (per lo mezzo del cammino acceso) avanzava una schiera in direzione opposta a quella della prima (alla quale appartiene l'anima che ha ora parlato), la quale concentrò la mia attenzione nell'osservare.
Così mi parlava uno di loro; e io mi sarei già fatto conoscere, se non fossi stato attento a un'altra novità che apparve allora; perché in mezzo al sentiero infuocato venne gente in direzione opposta a questa, e mi fece restare sospeso a guardare.
31

Lì veggio d'ogne parte farsi prestaKciascun'ombra e basciarsi una con unaLsanza restar, contente a brieve festa;K

34

così per entro loro schiera brunaLs'ammusa l'una con l'altra formica,Mforse a spiar lor via e lor fortuna.L

Li vedo (veggio) da ognuna delle due schiere farsi avanti sollecita ciascuna ombra e baciarsi una con l'altra senza fermarsi, contente di questa breve gioia allo stesso modo dentro la loro fila scura le formiche si toccano l'un l'altra con il muso, forse per cercare di sapere la via da percorrere e il cibo che potranno trovare.
Lì vedo ogni ombra, da entrambe le parti, affrettarsi e baciarsi una con l'altra senza fermarsi, contente di quella breve festa; così, dentro la loro schiera scura, una formica tocca il muso dell'altra, forse per informarsi sulla strada e sulla fortuna.
37

Tosto che parton l'accoglienza amica,Mprima che 'l primo passo lì trascorra,Nsopragridar ciascuna s'affatica:M

40

la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;Ne l'altra: «Ne la vacca entra Pasife,Operché 'l torello a sua lussuria corra».N

Non appena le due schiere interrompono l'abbraccio, prima di aver compiuto il primo passo per procedere oltre quel punto, ciascuna si sforza di gridare con voce che superi (quella dell'altro gruppo): la seconda schiera: «Sodoma e Gomorra»; e la prima: «Pasifae si nasconde nella vacca, affinché il toro possa soddisfare il suo istinto».
Non appena interrompono quell'accoglienza amichevole, prima di fare il primo passo per andare via, ciascuna si sforza di gridare più forte: la gente nuova: «Sodoma e Gomorra»; e l'altra: «Pasifae entra nella vacca, perché il torello corra alla sua lussuria».
43

Poi, come grue ch'a le montagne RifeOvolasser parte, e parte inver' l'arene,Pqueste del gel, quelle del sole schife,O

Poi simili a gru che (disponendosi in due gruppi) volino in parte verso le montagne del settentrione e in parte verso i deserti africani, queste desiderose di fuggire il freddo, quelle il caldo.
Poi, come gru che volassero in parte verso i monti Rifei e in parte verso i deserti, le une per evitare il gelo, le altre il sole,
46

l'una gente sen va, l'altra sen vene;Pe tornan, lagrimando, a' primi cantiQe al gridar che più lor si convene;P

Un gruppo si allontana (verso sinistra), l'altro procede (verso destra, nella stessa direzione dei poeti); e ricominciano, piangendo, l'inno «Summae Deus clementiae» (primi canti: cfr. canto XXV, 121) e gli esempi più adatti al loro tipo di lussuria;
un gruppo se ne va, l'altro arriva; e tornano, piangendo, ai canti di prima e al grido che più si adatta a loro;
49

e raccostansi a me, come davanti,Qessi medesmi che m'avean pregato,Rattenti ad ascoltar ne' lor sembianti.Q

e quegli stessi che mi avevano pregato (di parlare) si riaccostano a me, come prima (cfr. versi 13-15). mostrandosi nell'aspetto attenti ad ascoltare.
e si riaccostarono a me, come prima, proprio quelli che mi avevano pregato, con l'aspetto attento ad ascoltare.
52

Io, che due volte avea visto lor grato,Rincominciai: «O anime sicureSd'aver, quando che sia, di pace stato,R

55

non son rimase acerbe né matureSle membra mie di là, ma son qui mecoTcol sangue suo e con le sue giunture.S

Io, che per due volte (ora e prima dell'arrivo dei sodomiti) avevo visto ciò che essi desideravano conoscere, incominciai: «O anime sicure di conseguire, presto o tardi, una condizione di felicità, le mie membra non sono rimaste in terra né giovani (acerbe: per morte precoce) né vecchie (mature: per morte naturale nella vecchiaia), ma esse sono qui con questo corpo che vedete con il loro sangue e con i loro nervi.
Io, che avevo visto due volte il loro desiderio, cominciai: «O anime sicure di raggiungere, quando che sia, uno stato di pace, le mie membra non sono rimaste di là (sulla terra) né giovani né vecchie, ma sono qui con me con il loro sangue e le loro giunture.
58

Quinci sù vo per non esser più cieco;Tdonna è di sopra che m'acquista grazia,Uper che 'l mortal per vostro mondo reco.T

Da questo monte salgo verso il cielo per non essere più ottenebrato (dal peccato e dall'errore): c'è una donna (Beatrice per molti, la Vergine per alcuni) nel paradiso che mi ha impetrato grazia da Dio, per la quale grazia io porto il mio corpo ('l mortal) nel mondo del purgatorio (per vostro mondo).
Vado su di qui per non essere più cieco; lassù c'è una donna che mi ottiene la grazia, per cui porto il mio corpo mortale attraverso il vostro mondo.
61

Ma se la vostra maggior voglia saziaUtosto divegna, sì che 'l ciel v'alberghiVch'è pien d'amore e più ampio si spazia,U

64

ditemi, acciò ch'ancor carte ne verghi,Vchi siete voi, e chi è quella turbaWche se ne va di retro a' vostri terghi».V

Ma possa essere presto appagato il vostro maggior desiderio, cosicché vi accolga l'Empireo, il cielo che è pieno di amore e che racchiude tutti gli altri cieli, ditemi (in nome di questo augurio), affinché anche di questo io possa scrivere, chi siete voi, e chi è quella schiera che procede in direzione opposta alle vostre spalle».
Ma, così possa presto essere soddisfatto il vostro desiderio più grande, così che vi accolga il cielo che è pieno d'amore e si estende più ampio, ditemi, perché io possa ancora scriverne sulle carte, chi siete voi, e chi è quella folla che se ne va dietro alle vostre spalle».
67

Non altrimenti stupido si turbaWlo montanaro, e rimirando ammuta,Xquando rozzo e salvatico s'inurba,W

Come (non altrimenti) si confonde stupefatto il montanaro, e meravigliandosi ammutolisce, quando rozzo e selvatico entra in città, allo stesso modo fece ciascuna anima nel suo aspetto;
Non diversamente il montanaro si turba stupito, e guardando intorno ammutolisce, quando, rozzo e selvatico, arriva in città,
70

che ciascun'ombra fece in sua paruta;Xma poi che furon di stupore scarche,Ylo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,X

73

«Beato te, che de le nostre marche»,Yricominciò colei che pria m'inchiese,Z«per morir meglio, esperienza imbarche!Y

ma dopo che si furono liberate dallo stupore, il quale negli animi elevati presto si attutisce (s'attuta: perché subentra la riflessione), «Beato te» ricominciò l'anima che prima mi aveva interrogato, «che per morire in grazia di Dio (per morir meglio), fai esperienza del nostro mondo!
da come fece ogni ombra nel suo aspetto; ma dopo che furono libere dallo stupore, che nei cuori nobili si calma presto, «Beato te, che delle nostre terre», ricominciò quella che prima mi aveva interrogato, «fai provvista di esperienza per morire meglio!
76

La gente che non vien con noi, offeseZdi ciò per che già Cesar, triunfando,AA"Regina" contra sé chiamar s'intese:Z

Le anime che camminano in direzione opposta alla nostra, hanno offeso (Dio) con il peccato per il quale Cesare una volta, mentre celebrava il trionfo, si sentì ironicamente chiamare regina:
La gente che non viene con noi peccò in ciò per cui una volta Cesare, durante il trionfo, si sentì chiamare “Regina” per scherno:
79

però si parton 'Soddoma' gridando,AArimproverando a sé, com'hai udito,ABe aiutan l'arsura vergognando.AA

per tale peccato si allontanano da noi gridando "Sodoma", rimproverando se stessi, come hai udito, e con la vergogna completano l'opera purificatrice della fiamma.
perciò se ne vanno gridando «Sodoma», rimproverando se stessi, come hai udito, e aumentano l'ardore con la vergogna.
82

Nostro peccato fu ermafrodito;ABma perché non servammo umana legge,ACseguendo come bestie l'appetito,AB

85

in obbrobrio di noi, per noi si legge,ACquando partinci, il nome di coleiADche s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge.AC

Il nostro peccato invece avvenne tra persone di sesso diverso; ma poiché (pur non peccando contro natura) non osservammo la legge della ragione (umana legge: la norma alla quale deve attenersi l'uomo in quanto essere razionale e perciò obbligato a frenare gli istinti), abbandonandoci all'istinto come le bestie, a nostro obbrobrio, gridiamo, quando ci allontaniamo dall'altra schiera, il nome di Pasifae, colei che si fece bestia nel legno fatto in forma di bestia.
Il nostro peccato fu ermafrodito (eterosessuale); ma poiché non rispettammo la legge umana, seguendo come bestie l'istinto, a nostra vergogna, quando ci separiamo, noi stessi pronunciamo il nome di colei che si fece bestia nelle tavole di legno a forma di bestia.
88

Or sai nostri atti e di che fummo rei:ADse forse a nome vuo' saper chi semo,AEtempo non è di dire, e non saprei.AD

Ora puoi capire il nostro comportamento qui e il peccato di cui ci macchiammo: se vuoi forse sapere chi siamo con l'indicazione del nostro nome, non è il momento opportuno per farlo, né saprei indicarti i miei compagni.
Ora conosci le nostre azioni e di che cosa fummo colpevoli: se forse vuoi sapere chi siamo per nome, non c'è il tempo per dirlo, e non saprei farlo.
91

Farotti ben di me volere scemo:AEson Guido Guinizzelli; e già mi purgoAFper ben dolermi prima ch'a lo stremo».AE

Placherò ben volentieri il tuo desiderio (farotti ben... volere scemo) riguardo a me: sono Guido Guinizelli; e (benché sia morto non molti anni fa) mi trovo già a purificarmi nel purgatorio vero e proprio, per essermi pentito prima di giungere al momento estremo della vita.
Ti farò certo smettere il desiderio riguardo a me: sono Guido Guinizzelli; e già mi purifico, perché mi sono pentito bene prima della fine».
94

Quali ne la tristizia di LigurgoAFsi fer due figli a riveder la madre,AGtal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,AF

97

quand'io odo nomar sé stesso il padreAGmio e de li altri miei miglior che maiAHrime d'amore usar dolci e leggiadre;AG

Nello stesso stato d'animo in cui si trovarono nell'episodio di dolore e di ira di Licurgo i due figli quando videro la madre, mi trovai io, ma non osai buttarmi tra le fiamme, allorché udii pronunciare il suo nome da Guido, padre (nel campo poetico) mio e degli altri rimatori migliori di me che scrissero versi d'amore dolci ed eleganti;
Come, nel dolore di Licurgo, fecero i due figli rivedendo la madre, così feci io, ma non mi spingo a tanto, quando sento nominarsi il padre mio e degli altri, migliori di me, che mai usarono rime d'amore dolci e leggiadre;
100

e sanza udire e dir pensoso andaiAHlunga fiata rimirando lui,AIné, per lo foco, in là più m'appressai.AH

e senza udire e parlare procedetti pensoso osservando a lungo Guido, e, a causa del fuoco, non mi avvicinai di più a lui.
e senza udire né parlare camminai pensoso per lungo tempo guardandolo, ma, a causa del fuoco, non mi avvicinai di più.
103

Poi che di riguardar pasciuto fui,AItutto m'offersi pronto al suo servigioAJcon l'affermar che fa credere altrui.AI

Quando fui pago di guardarlo, mi dichiarai tutto pronto a soddisfare le sue richieste con l'affermazione alla quale tutti credono (cioè mediante il giuramento). Ed egli a me:
Dopo che mi fui saziato di guardarlo, mi offrii tutto, pronto, al suo servizio, con il giuramento che fa credere agli altri.
106

Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,AJper quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,AKche Leté nol può tòrre né far bigio.AJ

109

Ma se le tue parole or ver giuraro,AKdimmi che è cagion per che dimostriALnel dire e nel guardar d'avermi caro».AK

«Tu lasci dentro di me, per quello che ho udito (cfr. versi 55-60), una impronta così profonda e così luminosa, che il Letè (il fiume dell'oblio: cfr. canto XXVIII, 127-128) non la potrà cancellare né oscurare, Ma se le tue parole poco fa mi hanno giurato il vero, dimmi quale è il motivo per il quale tu dimostri nelle parole e nello sguardo di avermi caro». Ed io a lui:
E lui a me: «Tu lasci in me un segno tale, per quello che sento, e tanto chiaro, che il Letè non lo può cancellare né sbiadire. Ma se le tue parole hanno appena giurato il vero, dimmi qual è la causa per cui mostri nel parlare e nel guardare di avermi caro».
112

E io a lui: «Li dolci detti vostri,ALche, quanto durerà l'uso moderno,AMfaranno cari ancora i loro incostri».AL

«Le vostre dolci rime, che, finché durerà l'uso di poetare in volgare (quanto durerà l'uso moderno), renderanno preziosi anche i loro inchiostri».
E io a lui: «I vostri dolci versi, che, finché durerà l'uso della lingua moderna, renderanno preziosi anche i loro inchiostri».
115

«O frate», disse, «questi ch'io ti cernoAMcol dito», e additò un spirto innanzi,AN«fu miglior fabbro del parlar materno.AM

«O fratello», disse, «questo che ti indico con il dito», e additò uno spirito davanti, «fu migliore artefice nell'uso della sua lingua materna.
«O fratello», disse, «questo che ti indico col dito», e indicò uno spirito davanti, «fu un artefice migliore della lingua materna.
118

Versi d'amore e prose di romanziANsoverchiò tutti; e lascia dir li stoltiAOche quel di Lemosì credon ch'avanzi.AN

Fu superiore a tutti coloro che scrissero poesie, prose in volgare non badare agli sciocchi i quali affermano che è superiore il poeta del Limosino.
Superò tutti nei versi d'amore e nelle prose dei romanzi; e lascia parlare gli stolti che credono che quello di Limoges sia più bravo.
121

A voce più ch'al ver drizzan li volti,AOe così ferman sua oppinioneAPprima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.AO

(Questi stolti) prestano attenzione a quello che si sente dire più che a quello che è realmente, e così formano la loro opinione prima di ascoltare gli argomenti dell'arte o della ragione.
Rivolgono il viso alla fama più che alla verità, e così fissano la loro opinione prima di ascoltare l'arte o la ragione.
124

Così fer molti antichi di Guittone,APdi grido in grido pur lui dando pregio,AQfin che l'ha vinto il ver con più persone.AP

Così fecero molti della passata generazione letteraria a proposito di Guittone, dando onore soltanto a lui col ripetere di bocca in bocca lo stesso giudizio, finché ha annullato il suo nome il retto giudizio di molti letterati (con più persone che hanno ascoltato la voce dell'arte o della ragion).
Così fecero molti antichi con Guittone, dando solo a lui il pregio, di voce in voce, finché la verità lo ha vinto con la maggior parte delle persone.
127

Or se tu hai sì ampio privilegio,AQche licito ti sia l'andare al chiostroARnel quale è Cristo abate del collegio,AQ

130

falli per me un dir d'un paternostro,ARquanto bisogna a noi di questo mondo,ASdove poter peccar non è più nostro».AR

133

Poi, forse per dar luogo altrui secondoASche presso avea, disparve per lo foco,ATcome per l'acqua il pesce andando al fondo.AS

Ora se tu godi di un così ampio privilegio, che ti è permesso entrare nel paradiso (chiostro che racchiude i beati, come in terra il chiostro racchiude coloro che si dedicano alla vita religiosa) nel quale Cristo è il capo della comunità (abate del collegio), recita davanti a Lui per me un Pater noster, quel tanto che occorre a noi anime del purgatorio, dove non siamo più soggette alla possibilità di peccare (e perciò bisogna sopprimere l'espressione finale "e non ci indutre in tentazione").» Poi, forse per dare luogo a un altro dopo di lui che gli stava vicino, scomparve nel fuoco, come scompare nell'acqua il pesce che si dirige verso il fondo.
Ora, se tu hai un privilegio così grande da esserti permesso di andare al chiostro in cui Cristo è abate della comunità (il Paradiso), digli per me un paternostro, quanto ne serve a noi di questo mondo, dove non abbiamo più la possibilità di peccare». Poi, forse per lasciare posto a un altro che aveva vicino, sparì nel fuoco, come il pesce che va nell'acqua verso il fondo.
136

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,ATe dissi ch'al suo nome il mio disireAUapparecchiava grazioso loco.AT

Io mi avanzai un poco verso lo spirito che mi era stato indicato (al mostrato: cfr. versi 115-116), e dissi che il desiderio di conoscerlo preparava (nella mia anima) una grata accoglienza al suo nome.
Io mi feci un po' avanti verso quello che mi era stato indicato, e dissi che il mio desiderio preparava un posto gradito al suo nome.
139

El cominciò liberamente a dire:AU«Tan m'abellis vostre cortes deman,AVqu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.AU

Egli cominciò a dire senza farsi pregare (liberamente): «Tanto mi è cara la vostra cortese domanda, che io non mi posso né voglio nascondermi a voi.
Lui cominciò a dire spontaneamente: «Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che io non posso né voglio nascondermi a voi.
142

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;AVconsiros vei la passada folor,AWe vei jausen lo joi qu'esper, denan.AV

lo sono Arnaldo, che piango e vado cantando; pensoso contemplo la passata follia e vedo gioendo, davanti a me, il giorno che spero.
Io sono Arnaut, che piango e vado cantando; vedo con dolore la follia passata, e vedo lieto davanti a me la gioia che spero.
145

Ara vos prec, per aquella valorAWque vos guida al som de l'escalina,AXsovenha vos a temps de ma dolor».AW

148

Poi s'ascose nel foco che li affina.AX

Ora vi prego, per quella virtù (cioè Dio) che vi conduce al sommo della scala (del purgatorio), vi sovvenga a tempo del mio dolore!» Poi si nascose nel fuoco che li purifica.
Ora vi prego, per quella virtù che vi guida alla cima della scala, ricordatevi a tempo debito del mio dolore». Poi si nascose nel fuoco che li purifica.

Riassunto del canto XXVI

Il settimo e ultimo girone del purgatorio è occupato da un grande fuoco, nel quale purificano il loro peccato le anime dei lussuriosi. L'attenzione del pellegrino è attirata dal sopraggiungere improvviso di una turba di anime, procedenti in direzione opposta rispetto a quella della prima schiera apparsa ai tre viandanti alla fine del canto XXV. Quando i due gruppi si incontrano, le anime, senza fermarsi, si baciano festosamente fra di loro; allorché si separano, le ombre della seconda schiera gridano il nome delle due città bibliche di Sodoma e Gomorra, quelle della prima ricordano la lussuria della regina cretese Pasifae. Dopo aver rivelato di essere ancora vivo, Dante chiede che gli venga spiegata la duplice divisione delle anime dei lussuriosi. Superato il primo momento di stupore, l'ombra che già precedentemente si era rivolta al Poeta, riprende a parlare: la schiera che si allontana gridando « Sodoma e Gomorra » è quella dei sodomiti, l'altra è quella dei lussuriosi secondo natura, i quali però non seppero frenare con la ragione i loro istinti. Soltanto ora Dante ci fa conoscere il nome del suo interlocutore: Guido Guinizelli, il famoso iniziatore della scuola poetica del, dolce stil novo, il quale presenta il poeta che, a suo giudizio, seppe usare ancora meglio di lui, nei suoi versi, la lingua materna al posto dell'ormai superato latino. Appare così la figura del maggiore trovatore provenzale, Arnaldo Daniello, che, parlando nella lingua della propria terra, chiede a Dante di ricordarlo nelle sue preghiere..

In breve

Dove e chi
  1. VII cornice: Lussuriosi. Camminano dentro il fuoco.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Dopo la sobria energia che ha caratterizzato una delle pagine più ardue, dal punto di vista concettuale, della Commedia - quella riguardante, nel canto XXV, il concepimento dell'essere umano - il canto XXVI si presenta alla nostra attenzione con una ricchezza inusitata di motivi e risoluzioni, per cui riesce problematico il tentare di ridurlo entro una formula critica perentoria ed esclusiva. Ritroviamo in esso il tema dell'amicizia - costante nella seconda cantica, ma di particolare rilievo nel gruppo dei canti che preludono all'incontro del protagonista con Beatrice sulla sommità del sacro monte - al quale appare indissolubilmente legato quello dei problemi attinenti alla poesia, o, più generalmente, all'espressione artistica. Questo tema è affiorato fin dall'inizio del Purgatorio (nell'episodio di Casella) e poi, dopo l'incontro con Sordello, nelle parole pessimistiche, eppur ricche di ritrovata speranza, sulla fragilità di ogni gloria umana (degradata a romore), attribuite a Oderisi da Gubbio. Nella prima parte del canto il tema delle pene redentrici ha un particolare risalto accanto a quelli dell'amicizia e delle memorie letterarie; i quali, nella seconda parte di esso, ripropongono entro una prospettiva più ampia il motivo già introdotto nell'episodio di Bonaggiunta sul conflitto tra i seguaci di un modo di poetare in volgare ancora legato ad una tradizione provinciale, e coloro che, sulle orme del Guinizelli, concepivano, come Dante stesso, il volgare come una lingua non inferiore al latino nella possibilità di modellarlo anche nelle forme dello "stile sublime ". Il motivo delle fiamme che detergono dal peccato di lussuria è denso di implicazioni simboliche (il Roncaglia fa notare come sul tema del fuoco "ch'è tra le metafore più banali dell'ardore amoroso, e che qui in Dante ne diviene l'ovvio contrappasso, insistono... con particolare energia fantastica" sia il Guinizelli sia Arnaldo Daniello nei loro componimenti), ma il Poeta lo sviluppa nel senso di una grande concretezza, conferendo evidenza ad una situazione irreale per mezzo di notazioni che riportano gli aspetti sovrannaturali di questa zona dell'oltretomba all'esperienza più comune che abbiamo della natura. La presentazione iniziale dello spettacolo delle fiamme risulta persuasiva proprio in virtù di particolari realistici (come quelli dei versi 7-8: e io facea con l'ombra più rovente parer la fiamma), mentre, d'altro canto, il mutarsi lento delle tinte del cielo all'ora del tramonto (evocato nei versi 5-6 con quel trionfale raggiando che conferma, nell'attimo della sua imminente sparizione, la forza inesauribile del principio di ogni vita) richiama ai grandi ritmi dell'universo ed impedisce in tal modo che questa poesia, cosi naturale, ceda alle lusinghe del naturalismo. Assolvono sostanzialmente alla medesima funzione - riconducendo alla semplicità di un'esperienza che é di tutti quanto di alto e di elaborato é nelle parole rivolte da una delle anime a Dante (versi 16-24) e in quelle che il pellegrino indirizza alla schiera dei lussuriosi secondo natura (versi.53-66) - anche le similitudini, frequenti nella prima parte del canto: quella delle formiche, cosi lontana dal descrittivismo delle fonti classiche cui il Poeta forse l'attinse, così densa di affetto e carica di rimandi ad una situazione umana (particolarmente nell'ipotesi formulata dall'osservatore circa il motivo dell`ammusarsi": forse ad espiar lor via e lor fortuna); quella che ha per termine di raffronto il volo delle gru, nella quale la tristezza di una separazione traspare in modi che tendono a dar risalto alla coordinazione simmetrica dei movimenti delle due schiere di uccelli (onde, nei versi 44-46, la bilanciata rispondenza, in termini di lessico e di sintassi, dei due emistichi); quella che colpisce in un atteggiamento di vergine stupore il montanaro inurbatosi, e quella esprimente (versi 94-95) in maniera indiretta, "quasi pudicamente, attraverso il filtro d'una reminiscenza letteraria, che, brevemente allusa, permette di non diluire la concentrazione del pathos" (Roncaglia), la devozione filiale di Dante verso il Guinizelli. Nella seconda parte del canto - articolata nei due episodi del Guinizelli e del Daniello - i temi dell'amicizia e della gratitudine per un magistero letterario che agli occhi del pellegrino assunse le dimensioni di un insegnamento morale, di una iniziazione religiosa, si risolvono, dopo le appassionate, intransigenti condanne dei guittoniani, nella limpidità della presentazione che di se stesso fa il trovatore provenzale, nella dolcezza di un inserto arcaico. Quest'ultimo, mentre da un lato testimonia di un tributo di riconoscenza da parte del Poeta verso il rappresentante più cospicuo di quel « trobar clus » che ebbe forse la sua più alta consacrazione nelle sestine delle Rime petrose, dall'altro rende insussistente, in presenza di un dilagante sentimento di carità, il senso dell'isolamento sdegnoso perseguito nella sottigliezza dei costrutti e delle rime che caratterizzò il « trobar clus » medesimo: ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. "Perciò - scrive il Roncaglia - la aspra sensualità e il chiuso stile propri del trovatore perigordino, che Dante ben conosceva ed aveva imitato nelle Rime petrose, cedono il posto a semplici parole di canto e di pianto." Il Sapegno dal canto suo osserva: "L'uso del linguaggio forestiero e aulico, sottolinea il tono distaccato della risposta del trovatore, serve a stilizzare in una formula vaga il contrasto fra l'esperienza terrena e lo stato presente di penitenza, fra le contrite memorie e le luminose speranze; mentre al ripudio delle passioni mondane (la passada folor) s'accompagna, appena accennato, il rifiuto anche di un gusto già caro di rime arcane e chiuse (ieu no me puesc ni voill a vos cobrire)".

Personaggi del canto XXVI

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Guida

Stazio

Purgatorio, dalla V cornice

Poeta latino che ha finito la sua espiazione; accompagna Dante e Virgilio fino al Paradiso terrestre.

Penitente

Guido Guinizzelli

Purgatorio · VII cornice, lussuriosi

Padre dello Stilnovo, chiamato da Dante «padre mio e de li altri miei miglior».

Penitente

Arnaut Daniel

Purgatorio · VII cornice, lussuriosi

Trovatore provenzale, «miglior fabbro del parlar materno»: risponde in provenzale.

Approfondimenti

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Critica
Purgatorio · Canto XXVI Approfondito

Arnaut Daniel e l'eredità dei trovatori

vv. 140-147«Tan m'abellis vostre cortes deman,qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;consiros vei la passada folor,e vei jausen lo joi qu'esper, denan.Ara vos prec, per aquella valorque vos guida al som de l'escalina,sovenha vos a temps de ma dolor».Leggi nel testo

Tra i lussuriosi, nel fuoco, Dante incontra Guido Guinizzelli e lo chiama «padre / mio e de li altri miei miglior». Guinizzelli però indica un altro spirito, che considera «miglior fabbro del parlar materno»: è Arnaut Daniel, trovatore provenzale del XII secolo, maestro di uno stile difficile e raffinato.

Arnaut è l'unico personaggio della Commedia che parla in una lingua diversa dall'italiano: risponde in provenzale con otto versi. È un omaggio straordinario. Arnaut aveva inventato la sestina, una forma poetica molto complessa, e Dante ne aveva composte di sue.

Costanzo Di Girolamo ha mostrato che la lirica provenzale fu il modello di quella italiana del Duecento: le forme metriche, il lessico dell'amore cortese, la figura del poeta innamorato. Ma i poeti italiani non la imitarono passivamente: la trasformarono, ognuno a modo suo. Dante, mettendo Arnaut in Purgatorio, riconosce il debito e indica la strada percorsa.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Arnaut Daniel

Ne parla la scheda «Bertran de Born e la poesia della guerra» (Inf. XXVIII).

Guinizzelli

Ne parla la scheda «Oderisi e la vanità della fama» (Purg. XI).

Guinizzelli

Ne parla la scheda «Il «dolce stil novo»» (Purg. XXIV).

I lussuriosi

Ne parla la scheda «Il muro di fuoco: l'unica pena che Dante deve attraversare» (Purg. XXVII).