I poeti camminano sull'orlo della settima cornice, tra il fuoco e il precipizio
Purgatorio · VII cornice
Purgatorio, Canto XXV
«Ora era onde 'l salir non volea storpio…»
Sono circa le due pomeridiane mentre Dante, Virgilio e Stazio continuano l'ascesa dal sesto girone, quello dei golosi, all'ultimo, dove subiscono la loro pena i lussuriosi.
LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto
Testo e parafrasi del canto XXV
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Ora era onde 'l salir non volea storpio;Aché 'l sole avea il cerchio di meriggeBlasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:A
L'ora era così tarda che la salita non comportava indugio, perché il sole aveva già lasciato il meridiano di mezzogiorno presso la costellazione del Toro e la notte presso quella dello Scorpione:
Era ormai l'ora in cui la salita non permetteva ritardi; perché il sole aveva lasciato il cerchio del mezzogiorno al Toro e la notte (lo aveva lasciato) allo Scorpione:
4
per che, come fa l'uom che non s'affiggeBma vassi a la via sua, che che li appaia,Cse di bisogno stimolo il trafigge,B
7
così intrammo noi per la callaia,Cuno innanzi altro prendendo la scalaDche per artezza i salitor dispaia.C
per la qual cosa, come fa colui che non si ferma, ma s'affretta per la sua strada, qualunque cosa gli appaia, se lo punge lo stimolo del bisogno, così noi entrammo nella spaccatura della roccia, incamminandoci uno dopo l'altro sulla scala, che per la sua strettezza costringe quelli che salgono a mettersi in fila.
per cui, come fa l'uomo che non si ferma ma va per la sua strada, qualunque cosa gli appaia, se lo spinge lo stimolo del bisogno, così entrammo noi nel passaggio, uno davanti all'altro, prendendo la scala che per la sua strettezza separa chi sale.
10
E quale il cicognin che leva l'alaDper voglia di volare, e non s'attentaEd'abbandonar lo nido, e giù la cala;D
13
tal era io con voglia accesa e spentaEdi dimandar, venendo infino a l'attoFche fa colui ch'a dicer s'argomenta.E
E come il cicognino che alza l'ala per la voglia di volare, e non osa abbandonare il nido, e quindi l'abbassa, così mi comportavo io per il desiderio di chiedere (una spiegazione), desiderio acceso (dal bisogno di sapere) e spento (dal timore di riuscire molesto), e giungevo fino all'atto (di aprir la bocca) come fa chi tenta di parlare.
E come il piccolo della cicogna che alza l'ala per voglia di volare, e non osa abbandonare il nido, e la riabbassa; così ero io, con la voglia di domandare che si accendeva e si spegneva, arrivando fino al gesto che fa chi si prepara a parlare.
16
Non lasciò, per l'andar che fosse ratto,Flo dolce padre mio, ma disse: «ScoccaGl'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto».F
Il mio dolce padre Virgilio, per quanto il nostro procedere fosse rapido, non tralasciò di parlare, ma disse: «Scocca l'arco del dire, che hai teso fino al massimo (e parla pure liberamente)».
Il mio dolce padre, benché l'andatura fosse veloce, non tralasciò (di accorgersene), ma disse: «Scocca l'arco della parola, che hai teso fino alla punta della freccia».
19
Allor sicuramente apri' la boccaGe cominciai: «Come si può far magroHlà dove l'uopo di nodrir non tocca?».G
Allora aprii la bocca senza esitazione e cominciai a dire: «Come possono le ombre diventare magre mentre non sono soggette al bisogno di nutrirsi?» Mi rispose:
Allora aprii la bocca con sicurezza e cominciai: «Come si può dimagrire là dove non c'è bisogno di nutrirsi?».
22
«Se t'ammentassi come MeleagroHsi consumò al consumar d'un stizzo,Inon fora», disse, «a te questo sì agro;H
«Se ti rammentassi come Meleagro si consumò al consumarsi d'un tizzone ardente, questo problema non ti sarebbe così difficile da risolvere;
«Se ti ricordassi come Meleagro si consumò mentre si consumava un tizzone», disse, «questo non ti sarebbe così difficile;
25
e se pensassi come, al vostro guizzo,Iguizza dentro a lo specchio vostra image,Jciò che par duro ti parrebbe vizzo.I
e se pensassi come, ad ogni vostro pur rapido movimento, guizza la vostra immagine nello specchio, quello che ora ti sembra arduo a comprendersi ti riuscirebbe facile.
e se pensassi come, a ogni vostro movimento, si muove nello specchio la vostra immagine, ciò che sembra duro ti parrebbe facile.
28
Ma perché dentro a tuo voler t'adage,Jecco qui Stazio; e io lui chiamo e pregoKche sia or sanator de le tue piage».J
Ma perché t'acquieti nella soddisfazione del tuo desiderio, ecco qui Stazio; ed io mi appello a lui e lo prego di farsi ora risanatore delle piaghe del tuo dubbio».
Ma perché tu possa acquietarti nel tuo desiderio, ecco qui Stazio; e io lo chiamo e lo prego di essere ora il guaritore delle tue ferite (dei tuoi dubbi)».
31
«Se la veduta etterna li dislego»,Krispuose Stazio, «là dove tu sie,Ldiscolpi me non potert'io far nego».K
34
Poi cominciò: «Se le parole mie,Lfiglio, la mente tua guarda e riceve,Mlume ti fiero al come che tu die.L
«Se gli spiego il misterioso agire di Dio» rispose Stazio «mentre sei presente tu (che potresti farlo meglio di me), mi valga come scusa (per l'apparente irriverenza) il fatto che non posso respingere il tuo invito.» Poi incominciò: «Se la tua mente, figlio, accoglierà e custodirà le mie parole, esse ti chiariranno il dubbio (al come: verso 20) di cui tu parli.
«Se gli spiego la visione eterna (le verità divine)», rispose Stazio, «mentre ci sei tu, mi scusi il fatto che non posso dirti di no». Poi cominciò: «Se la tua mente, figlio, osserva e accoglie le mie parole, esse ti illumineranno sul come che tu chiedi.
37
Sangue perfetto, che poi non si beveMda l'assetate vene, e si rimaneNquasi alimento che di mensa leve,M
40
prende nel core a tutte membra umaneNvirtute informativa, come quelloOch'a farsi quelle per le vene vane.N
La parte più purificata e perfetta del sangue, che non è mai assorbita dalle vene sempre assetate (perché devono continuamente alimentare le membra del corpo), e rimane in sovrappiù come un cibo che viene levato intatto dalla mensa, riceve nel cuore (dove passa) il potere di formare e organizzare tutte le membra del corpo, così come avviene per l'altro sangue (come quello: è il sangue che nutre le membra) che va per le vene a trasformarsi nelle membra.
Il sangue perfetto, che non viene poi assorbito dalle vene assetate, e rimane come il cibo che si toglie dalla tavola, riceve nel cuore la virtù di dare forma a tutte le membra umane, come quello (il sangue) che scorre nelle vene per diventare quelle membra.
43
Ancor digesto, scende ov'è più belloOtacer che dire; e quindi poscia gemePsovr'altrui sangue in natural vasello.O
Dopo essersi ancora modificato, scende negli organi genitali maschili (ov'è più bello tacer che dire: che è più conveniente non nominare): e di qui poi stilla sul sangue femminile nella matrice.
Ancora raffinato, scende nel luogo che è meglio tacere che nominare; e da lì poi stilla sopra il sangue di un altro (della donna) nel recipiente naturale (l'utero).
46
Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,Pl'un disposto a patire, e l'altro a fareQper lo perfetto loco onde si preme;P
Qui il sangue maschile e quello femminile si congiungono, l'uno (il sangue della donna) disposto a subire l'azione fecondatrice, e l'altro (il seme maschile) ad operare grazie all'organo perfetto (per lo perfetto loco: il cuore) dal quale esso è spremuto (e dal quale riceve la capacità di agire):
Lì si raccolgono insieme l'uno e l'altro, uno disposto a ricevere, l'altro ad agire, grazie al luogo perfetto (il cuore) da cui proviene;
49
e, giunto lui, comincia ad operareQcoagulando prima, e poi avvivaRciò che per sua matera fé constare.Q
e, dopo che lo sperma si è congiunto al sangue femminile, comincia a svolgere la sua azione formando dapprima un coagulo di entrambi, e poi immette la vita in ciò che esso ha prodotto come materia su cui poter operare.
e, una volta giunto, comincia ad agire coagulando prima, e poi dà vita a ciò che ha reso consistente come sua materia.
52
Anima fatta la virtute attivaRqual d'una pianta, in tanto differente,Sche questa è in via e quella è già a riva,R
55
tanto ovra poi, che già si move e sente,Scome spungo marino; e indi imprendeTad organar le posse ond'è semente.S
La virtù attiva del seme maschile, diventata (nel feto) anima vegetativa quale è quella di una pianta, con la sola differenza rispetto a quest'ultima, che l'anima vegetativa del feto è ancora in svolgimento (è in via: e quindi è suscettibile di modificazioni, non essendo ancora pervenuta alla sua perfezione) e quella della pianta è già completa, continua poi ad operare, tanto che diventa già capace di moto e di sensibilità (che già si move e sente: diventa così anima sensitiva), ma ancora incompleta come un organismo animale inferiore (come fungo marino: probabilmente Dante intende alludere a una medusa, che si pensava sprovvista di organi differenziati); e in un secondo momento incomincia a sviluppare gli organi delle facoltà sensitive alle quali ha dato origine.
La virtù attiva, divenuta anima simile a quella di una pianta, ma diversa in questo, che questa è ancora in cammino e quella è già arrivata, poi opera tanto che ormai si muove e sente, come una spugna marina; e quindi comincia a formare gli organi delle facoltà di cui è il seme.
58
Or si spiega, figliuolo, or si distendeTla virtù ch'è dal cor del generante,Udove natura a tutte membra intende.T
61
Ma come d'animal divegna fante,Unon vedi tu ancor: quest'è tal punto,Vche più savio di te fé già errante,U
A questo punto, figliolo, la virtù attiva (organizzatrice di tutte le membra) che deriva dal cuore del padre si dilata, a questo punto fluisce nel feto dove la natura (che ha come suo strumento la «virtù attiva») lavora al totale compimento di tutte le membra necessarie alla vita dell'organismo. Ma tu non vedi ancora come un essere finora solo animale possa diventare un uomo (fante: essere parlante, e quindi dotato di ragione):
Ora si spiega, figliolo, ora si distende la virtù che viene dal cuore del padre, dove la natura provvede a tutte le membra. Ma come da animale diventi essere parlante (uomo), tu non lo vedi ancora: questo è un punto tale che già fece sbagliare uno più sapiente di te,
64
sì che per sua dottrina fé disgiuntoVda l'anima il possibile intelletto,Wperché da lui non vide organo assunto.V
questo punto del problema è così complesso, che già indusse in errore un pensatore più dotto di te, cosicché secondo la sua dottrina considerò separato dall'anima individuale dell'uomo l'intelletto possibile, perché non vide nessun organo materiale assunto dall'intelletto possibile per esplicare la propria attività (come invece è l'orecchio per l'udito, il naso per l'odorato ecc.).
tanto che con la sua dottrina separò dall'anima l'intelletto possibile, perché non vide un organo a cui esso fosse legato.
67
Apri a la verità che viene il petto;We sappi che, sì tosto come al fetoXl'articular del cerebro è perfetto,W
70
lo motor primo a lui si volge lietoXsovra tant'arte di natura, e spiraYspirito novo, di vertù repleto,X
73
che ciò che trova attivo quivi, tiraYin sua sustanzia, e fassi un'alma sola,Zche vive e sente e sé in sé rigira.Y
Apri il tuo animo alla verità che sto per affermare: e sappi che, non appena nel feto è compiuta la formazione del cervello, Dio, colui che imprime il movimento a tutte le cose si rivolge al feto compiacendosi di questa mirabile opera della natura, e vi infonde (spira: con un diretto atto creativo) uno spirito nuovo (l'anima razionale), dotato di virtù, il quale assimila alla sua stessa sostanza ciò che trova attivo nel feto (ciò che trova attivo quivi: cioè l'anima vegetativa e quella sensitiva), e fa una sola anima (di sé e delle altre due), e questa vive (come la pianta), sente (come l'animale) e riflette su se stessa prendendo coscienza di sé.
Apri il cuore alla verità che sta arrivando; e sappi che, non appena nel feto la formazione del cervello è completa, il primo motore (Dio) si volge lieto verso di lui, davanti a una così grande opera della natura, e vi soffia uno spirito nuovo, pieno di virtù, che attira nella sua sostanza ciò che trova lì di attivo, e diventa un'anima sola, che vive, sente e riflette su se stessa.
76
E perché meno ammiri la parola,Zguarda il calor del sole che si fa vino,AAgiunto a l'omor che de la vite cola.Z
E affinché tu non debba stupirti troppo delle mie parole (perché esse hanno affermato che l'anima razionale infusa da Dio si è unita con elementi naturali, quali l'anima vegetativa e quella sensitiva), pensa al calore del sole che si fa vino, quando è congiunto alla linfa che scende dalla vite.
E perché la mia parola ti stupisca meno, guarda il calore del sole, che diventa vino unendosi al succo che cola dalla vite.
79
Quando Lachesìs non ha più del lino,AAsolvesi da la carne, e in virtuteABne porta seco e l'umano e 'l divino:AA
82
l'altre potenze tutte quante mute;ABmemoria, intelligenza e volontadeACin atto molto più che prima agute.AB
Quando Lachesi (la Parca che fila lo stame della vita umana) non ha più lino da filare (quando cioè l'individuo muore), l'anima si scioglie dalla carne, e (a causa del legame con il corpo e della fusione con i due elementi naturali, vegetativo e sensitivo) porta con sé potenzialmente (in virtute: cioè con possibilità di esplicarle) la parte vegetativa e sensitiva (l'umano: che ha trovato nel corpo) e quella intellettiva ('l divino: quella infusa direttamente da Dio) le facoltà inerenti all'anima vegetativa e sensitiva restano tutte quante inerti (essendo state private, con la morte, degli organi corporei attraverso i quali agivano); invece in attività e molto più vive di prima sono le facoltà spirituali, memoria, intelligenza e volontà (essendo ora sciolte dall'impaccio del corpo).
Quando Lachesi non ha più filo, (l'anima) si scioglie dalla carne, e porta con sé in potenza sia la parte umana sia quella divina: le altre facoltà tutte quante mute; memoria, intelligenza e volontà, in atto, molto più acute di prima.
85
Sanza restarsi per sé stessa cadeACmirabilmente a l'una de le rive;ADquivi conosce prima le sue strade.AC
Immediatamente, per un mirabile impulso interiore (per se stessa... mirabilmente: è l'impulso che viene dalla coscienza dei meriti o delle colpe suscitata in lei dalla giustizia divina) l'anima cade ad una delle due rive: qui per la prima volta viene a sapere il suo futuro destino.
Senza fermarsi cade da sé, in modo meraviglioso, su una delle due rive; lì conosce per la prima volta la sua strada.
88
Tosto che loco lì la circunscrive,ADla virtù formativa raggia intornoAEcosì e quanto ne le membra vive.AD
91
E come l'aere, quand'è ben piorno,AEper l'altrui raggio che 'n sé si reflette,AFdi diversi color diventa addorno;AE
94
così l'aere vicin quivi si metteAFin quella forma ch'è in lui suggellaAGvirtualmente l'alma che ristette;AF
(Dopo che l'anima è giunta al luogo assegnato) non appena lì uno spazio aereo l'accoglie e la circoscrive, la virtù informativa (cfr. verso 41; quella stessa che nel feto aveva determinato l'anima vegetativa e quella sensitiva e che poi era stata assimilata dall'anima razionale) incomincia ad operare nell'aria circostante, nello stesso modo e nella stessa misura in cui aveva operato a formare le membra del feto: e come l'aria, quando è pregna di umidità, per effetto dei raggi solari che si riflettono in lei, si adorna dei colori dell'iride, così l'aria che circonda l'anima qui assume quella forma che in essa imprime l'anima che vi si è fermata dopo la caduta grazie alla sua virtù informativa diffusa intorno;
Non appena il luogo lì la circonda, la virtù formativa irradia intorno, nello stesso modo e nella stessa misura che nelle membra vive. E come l'aria, quand'è molto piovosa, per i raggi di un altro (il sole) che si riflettono in essa, si adorna di diversi colori; così l'aria vicina si dispone in quella forma che vi imprime con la sua virtù l'anima che lì si è fermata;
97
e simigliante poi a la fiammellaAGche segue il foco là 'vunque si muta,AHsegue lo spirto sua forma novella.AG
e poi come la fiamma (che è la forma aerea del fuoco) segue il fuoco dovunque esso si sposta, così il nuovo corpo aereo segue lo spirito (che lo ha prodotto).
e poi, simile alla fiammella che segue il fuoco dovunque esso si sposti, la nuova forma segue lo spirito.
100
Però che quindi ha poscia sua paruta,AHè chiamata ombra; e quindi organa poiAIciascun sentire infino a la veduta.AH
Poiché da questo corpo aereo l'anima acquista poi la sua parvenza esteriore, questo corpo aereo si chiama ombra; e da questo corpo aereo poi l'anima forma gli organi di ciascun senso fino a quello della vista (veduta: cioè fino al senso più complesso e perfetto).
Poiché da questo riceve poi il suo aspetto visibile, è chiamata ombra; e da questo poi forma gli organi di ogni senso, fino alla vista.
103
Quindi parliamo e quindi ridiam noi;AIquindi facciam le lagrime e ' sospiriAJche per lo monte aver sentiti puoi.AI
106
Secondo che ci affiggono i disiriAJe li altri affetti, l'ombra si figura;AKe quest'è la cagion di che tu miri».AJ
Per mezzo di questo corpo parliamo e ridiamo; per mezzo di questo corpo piangiamo e sospiriamo come puoi aver udito su per il monte. Secondo che ci stimolano i desideri e gli altri moti dell'animo, l'ombra prende l'atteggiamento corrispondente a quei sentimenti;
Per questo noi parliamo e per questo ridiamo; per questo facciamo le lacrime e i sospiri che puoi aver sentito per il monte. Secondo come ci colpiscono i desideri e gli altri sentimenti, l'ombra prende forma; e questa è la causa di ciò di cui ti meravigli».
109
E già venuto a l'ultima torturaAKs'era per noi, e vòlto a la man destra,ALed eravamo attenti ad altra cura.AK
e questo è il motivo per cui tu ti meravigli del nostro dimagrimento». E già eravamo giunti in vista del tormento dell'ultimo girone, e avevamo voltato a destra, ed eravamo assorti in un altro interesse.
E ormai eravamo giunti all'ultimo tormento (cornice), e avevamo girato verso destra, ed eravamo attenti a un'altra preoccupazione.
112
Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,ALe la cornice spira fiato in susoAMche la reflette e via da lei sequestra;AL
In questo girone la costa del monte sprigiona in fuori con violenza delle fiamme, mentre dall'orlo esterno della cornice spira verso l'alto un vento che le fa ripiegare indietro e le allontana da questo lembo estremo;
Qui la parete scaglia fuori fiamme, e dal bordo della cornice soffia verso l'alto un vento che le respinge e le tiene lontane da essa;
115
ond'ir ne convenia dal lato schiusoAMad uno ad uno; e io temea 'l focoANquinci, e quindi temeva cader giuso.AM
per questo dovevamo camminare uno dopo l' altro dal lato senza riparo; ed io alla mia sinistra temevo il fuoco, e alla mia destra temevo di precipitare nel vuoto. La mia guida diceva:
per cui dovevamo andare dal lato aperto, uno alla volta; e io avevo paura del fuoco da una parte, e dall'altra temevo di cadere giù.
118
Lo duca mio dicea: «Per questo locoANsi vuol tenere a li occhi stretto il freno,AOperò ch'errar potrebbesi per poco».AN
«Per questo sentiero si devono tenere a freno gli occhi, perché potrebbe bastare un piccolo errore per precipitare».
La mia guida diceva: «In questo luogo bisogna tenere ben stretto il freno agli occhi, perché si potrebbe sbagliare per poco».
121
'Summae Deus clementiae' nel senoAOal grande ardore allora udi' cantando,APche di volger mi fé caler non meno;AO
Allora udii spiriti che cantavano in mezzo al grande fuoco «Dio di somma clemenza», la qual cosa mi rese desideroso di volgermi (verso la fiamma) non meno di quanto fossi desideroso di badare a non mettere il piede in fallo;
Allora udii cantare «Summae Deus clementiae» in mezzo al grande ardore, e questo mi fece venir voglia di voltarmi non meno (del pericolo);
124
e vidi spirti per la fiamma andando;APper ch'io guardava a loro e a' miei passiAQcompartendo la vista a quando a quando.AP
e vidi spiriti che camminavano in mezzo alle fiamme; e per questo io guardavo alternando di volta in volta gli sguardi ora a loro e ora ai miei passi.
e vidi spiriti che camminavano nella fiamma; per cui guardavo loro e i miei passi, dividendo lo sguardo di volta in volta.
127
Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,AQgridavano alto: 'Virum non cognosco';ARindi ricominciavan l'inno bassi.AQ
Dopo aver cantato le parole finali di quell'inno, gridavano a voce alta: «Non conosco uomo»; poi ricominciavano l'inno con voce più bassa.
Dopo la fine di quell'inno, gridavano forte: «Virum non cognosco»; poi ricominciavano l'inno a bassa voce.
130
Finitolo, anco gridavano: «Al boscoARsi tenne Diana, ed Elice caccionneASche di Venere avea sentito il tòsco».AR
Finito nuovamente l'inno, gridavano: «Diana (per serbarsi casta) visse nei boschi, e ne cacciò Elice che aveva assaporato il veleno di Venere».
Finito l'inno, gridavano ancora: «Diana rimase nel bosco, e ne cacciò Elice, che aveva sentito il veleno di Venere».
133
Indi al cantar tornavano; indi donneASgridavano e mariti che fuor castiATcome virtute e matrimonio imponne.AS
Poi tornavano a cantare l'inno; quindi gridavano i nomi di mogli e mariti che furono casti come impone di essere la virtù della temperanza e il sacro vincolo del matrimonio.
Poi tornavano a cantare; poi gridavano i nomi di donne e di mariti che furono casti, come impongono la virtù e il matrimonio.
136
E questo modo credo che lor bastiATper tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:AUcon tal cura conviene e con tai pastiAT
139
che la piaga da sezzo si ricuscia.AU
E credo che per loro questo modo di espiazione duri per tutto il tempo che il fuoco li brucia: con la cura del fuoco e con tale nutrimento spirituale degli esempi e del canto bisogna che alla fine si rimargini la piaga (della lussuria).
E credo che questo modo duri per loro per tutto il tempo in cui il fuoco li brucia: con questa cura e con questi cibi bisogna che la ferita (del peccato) sia infine ricucita.
Riassunto del canto XXV
Sono circa le due pomeridiane mentre Dante, Virgilio e Stazio continuano l'ascesa dal sesto girone, quello dei golosi, all'ultimo, dove subiscono la loro pena i lussuriosi. Il Poeta, tuttavia, è tormentato da un dubbio, che il timore di riuscire fastidioso ai suoi due maestri gli vieta di esprimere. Ma, in seguito a una paterna esortazione di Virgilio, egli chiede come avviene il dimagrimento delle anime dei golosi, se esse non hanno bisogno di cibo. Virgilio, dopo un primo tentativo di chiarire questo problema attraverso due esempi, prega Stazio di fornire una dimostrazione più completa e convincente del fenomeno. Questi accosta il problema in modo ampio e generale, iniziando una sistematica dissertazione che possiamo dividere in quattro parti. 1) Teoria della generazione umana: formazione dell'embrione dall'unione dell'uomo e della donna e, nell'embrione, formazione dell'anima vegetativa e sensitiva (versi 37-60). 2) Infusione dell'anima razionale nel corpo: quando nel feto la struttura del cervello è completa, Dio, con un atto creativo diretto, vi infonde l'anima razionale, che assimila le altre due, formando una sola anima (versi 61-78). 3) Modo dell'esistenza dell'anima dopo la morte: l'anima, uscendo dal corpo dopo la morte di questo, porta con sé le tre facoltà - vegetativa, sensitiva, razionale - e si dirige alle rive dell'Acheronte, se è dannata, o alla foce del Tevere, se è destinata alla salvezza (versi 79-87). 4) Genesi e condizione delle ombre: l'anima, giunta nel luogo assegnatole, opera nell'aria che la circonda e si costruisce con questa aria una specie di forma corporea, che è dotata degli organi dei sensi e può esprimere tutta la gamma dei sentimenti. Questa è la ragione per cui può avvenire nei golosi il dimagrimento. Appaiono poi, in mezzo a un grande fuoco, le anime dei lussuriosi, che cantano « Summae Deus clementiae » e gridano alcuni esempi di castità.
In breve
Dove e chi
VII cornice: Lussuriosi. Camminano dentro il fuoco.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Non fu in primo luogo una esigenza artistica quella che indusse Dante a trattare, nel canto XXV del Purgatorio, il difficile problema della consistenza fisica delle anime nell'al di là, problema nel quale l'elemento attinto alla nostra esperienza richiede di essere interpretato al lume di un dato della fede, per cui l'embriologia appare sottoposta ad una giurisdizione la quale, pur non essendo contenuta nell'insieme delle leggi naturali, su di esse opera, modificandole ed imprimendovi il soffio di una superiore volontà. Scrive in proposito acutamente il Mattalia che l'intera spiegazione di Stazio ascende, come verso il proprio culmine, verso la commozione solenne delle espressioni che ci mostrano lo motor primo nell'atto in cui, lieto, volge la sua attenzione alla complessa organizzazione che la natura, attraverso l'operare della virtù ch'è dal cor del generante ha mirabilmente predisposto ad accogliere un principio - l'anima razionale - che sfugge ad ogni qualificazione in termini naturalistici: per questo "il processo naturale-formativo dell'essere umano ha la sua suprema risoluzione e integrazione nel sempre rinnovantesi prodigio della creazione del primo uomo, mediante il diretto intervento di Dio". Per quel che riguarda in particolare la motivazione che ha indotto Dante ad inserire nel suo poema una spiegazione intorno alla possibilità della sofferenza o della gioia fisica nelle anime, cioè intorno al fondamento oggettivo e scientifico dell'invenzione che è alla base della Commedia, il critico così si esprime: "L'esigenza da cui muove Dante, del quale Stazio assume qui la rappresentanza, è la massima conciliazione tra razionalità scientifica e dato teologico o di fede, che significa poi, se mal non intendiamo, la maggior possibile riduzione del secondo alla prima. Dante, infatti, non è pago della semplice spiegazione analogica ed extra-razionale offertagli da Virgilio... Né la dottrina ufficiale della Chiesa, pur affermando che le anime nell'oltretomba possano patire o godere fisicamente, impegnava poi il cristiano a credere de fide che la cosa avvenisse in un certo modo e per una ragione particolare piuttosto che per l'altra. Né era necessario limitarsi a una spiegazione trascendentale; che si trattava di «corpi» cosi disposti da Dio e che le vie di Dio sono razionalmente imperscrutabili: se c'era una spiegazione scientifica della generazione dell'uomo, non era detto che da questa non si potesse e dovesse dedurre, entro i limiti delle possibilità dell'intelletto umano, una ragionata spiegazione del fenomeno. Poiché l'anima dell'uomo, ad esempio, è infusa da Dio nel corpo a vivere simbioticamente con esso, come suo principio attivante ed organizzatore, e le anime patiscono fisicamente, è logico e necessario inferirne che il separarsi dell'anima dal corpo, al momento della morte, non è un suo ridursi a sostanza « separata dalla materia » come gli angeli; e che l'originario nesso anima-corpo, posto e voluto da Dio, deve in un modo o nell'altro continuare a sussistere, ed essere concepito in termini tali da poter razionalmente spiegare tanto la momentanea separazione dell'anima dal corpo, quanto il loro ricongiungersi il giorno del Giudizio Universale ". Non quindi essenzialmente da "ovvie esigenze di rappresentazione e di racconto" (Sapegno) deriva in Dante la necessità di render conto della condizione che, dotandole di un'apparenza corporea, assoggetta le anime nell'al di là ai tormenti della dannazione e dell'espiazione non meno che alle gioie della beatitudine (per quanto riguarda lo stato delle anime del paradiso, tuttavia, il Poeta insisterà sul fatto che la loro consistenza di ombre è mero riflesso, nei nove cieli ancora sottoposti agli imperativi della natura, della loro spiritualità raggiunta nel pensabile, ma non rappresentabile Empireo): in tale necessità si trova in quanto autore, a causa dell'approssimarsi ai domini della verità rivelata, che a lui, come personaggio, si mostrerà in tutta la sua severa luce sulla sommità del monte della penitenza nella persona di Beatrice. Questo aspetto del problema è fondamentale ai fini di cogliere la tonalità di queste pagine severe, in cui il ritmo della vita umana è abbracciato con vigore di scorci e lucidità di espressioni dal suo primo originarsi negli antecedenti biologici (i generatori) al suo destino finale, caratterizzato da un deciso prevalere delle facoltà spirituali su quelle meramente fisiche (terzina 82) ed espresso in versi che accentuano il lato miracoloso dell'esistenza individuale, messo in pieno risalto dalla separazione dell'anima dal corpo (terzina 85). Il Nardi rileva tale aspetto con una penetrante osservazione, volta a cogliere in tutta la sua estensione il divario che separa una poesia concepita in termini di mera finzione - quale fu quella che caratterizzò la produzione letteraria dell'antichità pagana - da una poesia che ha le sue basi nella più assoluta oggettività, come in Dante: "E qui si noti anche un'altra cosa: un problema come quello che qui Dante si è posto, Virgilio nell'Eneide non avrebbe potuto porselo; perché tutto quello che l'eroe troiano vede sotto la guida della Sibilla, del tracio Orfeo e dello stesso padre Anchise, è pura rappresentazione poetica, per il poeta romano, finzione immaginaria, anzi « falsa insomnia » che i Mani ci mandano dall'oltretomba per la porta d'avorio dei sogni. Per Dante invece quello che gli appare è realtà e non finzione. La sua non è visione di cose favolose, ma di cose che egli ritiene vere. Si che il dubbio che egli si pone, e il tentativo di trovarne una soluzione che lo appaghi, non sono vana disquisizione intorno a un problema inesistente, ma vero dubbio suscitato nella sua mente di filosofo da quel che ha veduto, e sforzo di appagare il suo desiderio di conoscere la verità sulla vita nell'oltretomba, alla quale non solo egli crede al pari di ogni vero credente, ma che Dio gli ha concesso di vedere coi propri occhi mortali prima della morte ".
vv. 67-75Apri a la verità che viene il petto;e sappi che, sì tosto come al fetol'articular del cerebro è perfetto,lo motor primo a lui si volge lietosovra tant'arte di natura, e spiraspirito novo, di vertù repleto,che ciò che trova attivo quivi, tirain sua sustanzia, e fassi un'alma sola,che vive e sente e sé in sé rigira.Leggi nel testo
Dante si chiede come possano dimagrire le anime dei golosi, che non hanno bisogno di mangiare. Per rispondere, Stazio fa una lunga lezione su come nasce l'essere umano e su che cosa accade dopo la morte.
Spiega che il corpo si forma nel grembo materno passando per stadi successivi, prima simile a una pianta, poi a un animale. Quando il cervello è completo, Dio stesso infonde l'anima razionale, che unisce in sé le funzioni vegetative e sensitive e diventa «un'alma sola, / che vive e sente e sé in sé rigira», cioè capace di riflettere su se stessa.
Dopo la morte, l'anima conserva le sue facoltà e, giunta nell'aldilà, forma intorno a sé un corpo d'aria, come l'arcobaleno si forma nell'aria umida. Questo corpo d'aria rispecchia i sentimenti, e per questo le anime possono piangere, ridere e dimagrire. È la risposta di Dante a una domanda che il lettore si fa dall'inizio del poema.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Come nasce l'anima
Ne parla la scheda «La creazione secondo Dante» (Par. VII).