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Indice dei canti
Dante, Virgilio e un terzo poeta in veste ocra salgono lungo la cornice verso un albero carico di frutti, sulle cui foglie cade l'acqua di una cascata che scende dalla parete di roccia.
I tre poeti giungono all'albero dei golosi, bagnato dall'acqua che cade dalla roccia
Purgatorio · VI cornice

Purgatorio, Canto XXII

«Già era l'angel dietro a noi rimaso…»

Virgilio interroga Stazio mentre, in compagnia di Dante, stanno salendo verso il sesto girone.

Luogo
VI cornice
Anime e colpe
Golosi
Personaggi
Virgilio, Stazio
Versi
154 · 51 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
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Testo e parafrasi del canto XXII

Parafrasi
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1

Già era l'angel dietro a noi rimaso,Al'angel che n'avea vòlti al sesto giro,Bavendomi dal viso un colpo raso;A

Già era rimasto dietro alle nostre spalle l'angelo, che ci aveva avviati (alla scala che porta) al sesto girone; dopo avermi cancellato dalla fronte la ferita di un altro P;
Ormai l'angelo era rimasto dietro di noi, l'angelo che ci aveva indirizzati verso la sesta cornice, dopo avermi cancellato un segno dalla fronte;
4

e quei c'hanno a giustizia lor disiroBdetto n'avea beati, e le sue vociCcon 'sitiunt', sanz'altro, ciò forniro.B

e per noi aveva proclamati beati quelli che rivolgono il loro desiderio alla giustizia, e la sua voce concluse la recitazione della beatitudine con "hanno sete", senza aggiungere altro.
e ci aveva detto che sono beati coloro che hanno il loro desiderio rivolto alla giustizia, e le sue parole lo completarono con 'hanno sete', senza altro.
7

E io più lieve che per l'altre fociCm'andava, sì che sanz'alcun laboreDseguiva in sù li spiriti veloci;C

10

quando Virgilio incominciò: «Amore,Dacceso di virtù, sempre altro accese,Epur che la fiamma sua paresse fore;D

E io nel salire mi sentivo più leggiero che nei passaggi precedenti (tra una cornice e l'altra), tanto che senza alcuna fatica riuscivo a seguire i due spiriti che salivano rapidi la scala, quando Virgilio cominciò a dire: «L'amore, che nasce dalla virtù, purché la sua fiamma appaia all'esterno, accende sempre un altro amore:
E io camminavo più leggero che negli altri passaggi, così che senza alcuna fatica seguivo in su gli spiriti veloci; quando Virgilio cominciò: «L'amore acceso dalla virtù ha sempre acceso un altro amore, purché la sua fiamma si mostrasse all'esterno;
13

onde da l'ora che tra noi disceseEnel limbo de lo 'nferno Giovenale,Fche la tua affezion mi fé palese,E

16

mia benvoglienza inverso te fu qualeFpiù strinse mai di non vista persona,Gsì ch'or mi parran corte queste scale.F

perciò dal momento in cui nel limbo dell'inferno scese fra noi Giovenale, che mi rivelò il tuo affetto per me, la mia benevolenza verso di te fu tale che mai una più grande strinse una persona ad un'altra non vista, sicché ora (per il desiderio di stare con te) mi sembreranno troppo brevi queste salite ai gironi superiori.
per cui, dal momento in cui scese tra noi, nel limbo dell'inferno, Giovenale, che mi fece conoscere il tuo affetto, la mia benevolenza verso di te fu tanto grande quanto mai ne legò un'altra verso una persona non vista, così che ora queste scale mi sembreranno corte.
19

Ma dimmi, e come amico mi perdonaGse troppa sicurtà m'allarga il freno,He come amico omai meco ragiona:G

Ma dimmi, e da amico perdonami se la troppa franchezza allenta il freno del riserbo (nel chiedere), e come amico ormai parlami:
Ma dimmi, e perdonami come un amico se troppa confidenza mi allenta il freno, e ormai parla con me come un amico:
22

come poté trovar dentro al tuo senoHloco avarizia, tra cotanto sennoIdi quanto per tua cura fosti pieno?».H

25

Queste parole Stazio mover fennoIun poco a riso pria; poscia rispuose:J«Ogne tuo dir d'amor m'è caro cenno.I

come poté albergare nel tuo animo l'avarizia, con tutta la sapienza di cui, per il tuo assiduo sforzo, fosti ripieno?» Queste parole dapprima fecero sorridere Stazio; poi rispose: «Ogni tua parola per me è un caro segno d'amore..
come poté trovare posto nel tuo petto l'avarizia, in mezzo a tanta saggezza quanta ne avevi acquistata con il tuo impegno?». Queste parole fecero prima sorridere un poco Stazio; poi rispose: «Ogni tua parola è per me un caro segno d'affetto.
28

Veramente più volte appaion coseJche danno a dubitar falsa materaKper le vere ragion che son nascose.J

Veramente si vedono spesso cose le quali, per il fatto che restano nascoste le loro vere cause, offrono falso argomento di dubbio.
In verità spesso appaiono cose che danno falsi motivi di dubbio, perché le vere ragioni sono nascoste.
31

La tua dimanda tuo creder m'avveraKesser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,Lforse per quella cerchia dov'io era.K

La tua domanda mi fa certo che è tua opinione che io nell'altra vita sia stato avaro, forse perché mi trovavo nel girone degli avari.
La tua domanda mi dimostra che tu credi che io sia stato avaro nell'altra vita, forse per la cornice in cui mi trovavo.
34

Or sappi ch'avarizia fu partitaLtroppo da me, e questa dismisuraMmigliaia di lunari hanno punita.L

Invece sappi che l'avarizia fu molto lontana da me (che caddi nel peccato opposto), e migliaia di mesi (lunari: lunazioni; infatti Stazio ha trascorso nel quinto girone più di cinquecento anni. Cfr. canto XXI, verso 68) hanno punito questa prodigalità.
Ora sappi che l'avarizia fu troppo lontana da me, e questo eccesso (la prodigalità) lo hanno punito migliaia di mesi.
37

E se non fosse ch'io drizzai mia cura,Mquand'io intesi là dove tu chiame,Ncrucciato quasi a l'umana natura:M

E se non fosse che corressi la mia tendenza, quando compresi appieno quel passo dell'Eneide dove tu gridi, quasi crucciato contro la natura umana:
E se non fosse che io corressi la mia inclinazione, quando compresi il passo in cui tu esclami, quasi sdegnato con la natura umana:
40

'Per che non reggi tu, o sacra fameNde l'oro, l'appetito de' mortali?',Ovoltando sentirei le giostre grame.N

«O sacra fame dell'oro, perché non regoli tu nella giusta misura la brama dei mortali?", ora volterei i pesi e starei a sentire i miserabili scontri di ingiurie (tra gli avari e i prodighi nel quarto cerchio dell'inferno).
'Perché, o santa fame dell'oro, non regoli tu l'appetito dei mortali?', ora, rotolando (i massi), sentirei le dolorose giostre (dell'inferno).
43

Allor m'accorsi che troppo aprir l'aliOpotean le mani a spendere, e pente'miPcosì di quel come de li altri mali.O

Allora m'accorsi che le mani potevano allargarsi troppo nello spendere, e mi pentii tanto della prodigalità quanto degli altri peccati.
Allora mi accorsi che le mani potevano aprire troppo le ali nello spendere, e mi pentii di questo come degli altri peccati.
46

Quanti risurgeran coi crini scemiPper ignoranza, che di questa peccaQtoglie 'l penter vivendo e ne li stremi!P

Quanti prodighi risorgeranno con i capelli tagliati (coi crini scemi) perché ignorano che questo è un peccato (per ignoranza), ignoranza la quale toglie loro la possibilità di pentirsi di questo peccato sia durante la vita che in morte!
Quanti risorgeranno con i capelli rasati per l'ignoranza, che impedisce il pentimento di questo peccato durante la vita e in punto di morte!
49

E sappie che la colpa che rimbeccaQper dritta opposizione alcun peccato,Rcon esso insieme qui suo verde secca;Q

E sappi che la colpa la quale si contrappone (rimbecca) in senso diametralmente opposto ad un peccato, qui in purgatorio viene espiata (suo uerde secca) insieme ad esso:
E sappi che la colpa che si oppone a un peccato come il suo diretto contrario qui consuma il suo verde (si purifica) insieme a esso;
52

però, s'io son tra quella gente statoRche piange l'avarizia, per purgarmi,Sper lo contrario suo m'è incontrato».R

perciò, se io, per purificarmi, sono rimasto tra quella gente che piangendo espia l'avarizía, questo m'è toccato per il peccato ad essa contraria».
perciò, se io sono stato tra quella gente che sconta piangendo l'avarizia, per purificarmi, mi è accaduto per il peccato contrario».
55

«Or quando tu cantasti le crude armiSde la doppia trestizia di Giocasta»,Tdisse 'l cantor de' buccolici carmi,S

58

«per quello che Cliò teco lì tasta,Tnon par che ti facesse ancor fedeleUla fede, sanza qual ben far non basta.T

E Virgilio, l'autore dei carmi pastorali (bucolici carmi: le Bucoliche), disse: «Quando tu cantasti la crudele guerra di Eteocle e Polinice, duplice causa di amarezza per la madre Giocasta», «da quello che tu vi narri con l'assistenza della musa Clio, non appare che ti facesse ancora cristiano la fede, senza la quale non bastano le opere buone.
«Ora, quando tu cantasti le crudeli guerre del doppio dolore di Giocasta (i figli Eteocle e Polinice)», disse il cantore dei canti bucolici (Virgilio), «da ciò che Clio (la Musa) tocca lì con te, non sembra che ti avesse ancora reso fedele la fede, senza la quale non basta fare il bene.
61

Se così è, qual sole o quai candeleUti stenebraron sì, che tu drizzastiVposcia di retro al pescator le vele?».U

Se le cose stanno così, quale divina illuminazione o quali ìnsegnamenti umani ti liberarono dalle tenebre del paganesimo, in modo da farti poi drizzare le vele per seguire (facendoti cristiano) San Pietro (pescator)?» E Stazio rispose a Virgilio:
Se è così, quale sole o quali candele ti illuminarono, così che poi drizzasti le vele dietro al pescatore (san Pietro)?».
64

Ed elli a lui: «Tu prima m'inviastiVverso Parnaso a ber ne le sue grotte,We prima appresso Dio m'alluminasti.V

«Tu per primo mi indirizzasti alla poesia avviandomi al monte Parnaso per bere alla fonte che sgorga dalle sue rocce, e tu per primo mi desti luce per trovar la strada che conduce a Dio.
Ed egli a lui: «Tu per primo mi avviasti verso il Parnaso a bere nelle sue grotte, e tu per primo, dopo Dio, mi illuminasti.
67

Facesti come quei che va di notte,Wche porta il lume dietro e sé non giova,Xma dopo sé fa le persone dotte,W

70

quando dicesti: 'Secol si rinova;Xtorna giustizia e primo tempo umano,Ye progenie scende da ciel nova'.X

Hai fatto come chi cammina di notte, il quale porta il lume dietro e non giova a se stesso, ma rende, esperte del cammino le persone che vengono dietro a lui, quando dicesti: "II mondo si rinnova; torna la giustizia e torna la prima età dell'oro e dell'umanità innocente, e dal cielo scende una nuova progenie".
Facesti come colui che cammina di notte, che porta la lanterna dietro di sé e non aiuta sé stesso, ma rende esperte le persone che lo seguono, quando dicesti: 'Il secolo si rinnova; tornano la giustizia e la prima età dell'uomo, e una nuova progenie scende dal cielo'.
73

Per te poeta fui, per te cristiano:Yma perché veggi mei ciò ch'io disegno,Za colorare stenderò la mano:Y

Per mezzo tuo diventai poeta, per mezzo tuo diventai cristiano: ma affinché tu veda meglio il disegno che ho abbozzato, cercherò di colorirlo (completando il discorso).
Per merito tuo fui poeta, per merito tuo fui cristiano: ma perché tu veda meglio ciò che disegno, stenderò la mano a colorarlo:
76

Già era 'l mondo tutto quanto pregnoZde la vera credenza, seminataAAper li messaggi de l'etterno regno;Z

Il mondo era già tutto impregnato della vera fede, seminata dagli Apostoli, messaggeri dell'eterno regno di Dio:
già il mondo intero era pieno della vera fede, seminata dai messaggeri del regno eterno (gli apostoli);
79

e la parola tua sopra toccataAAsi consonava a' nuovi predicanti;ABond'io a visitarli presi usata.AA

e le tue parole che ho sopra citato s'accordavano con quelle dei predicatori della nuova fede; perciò io presi l'abitudine di frequentarli.
e le tue parole che ho appena ricordato si accordavano con i nuovi predicatori; per cui presi l'abitudine di visitarli.
82

Vennermi poi parendo tanto santi,ABche, quando Domizian li perseguette,ACsanza mio lagrimar non fur lor pianti;AB

85

e mentre che di là per me si stette,ACio li sovvenni, e i lor dritti costumiADfer dispregiare a me tutte altre sette.AC

Essi poi mi si vennero rivelando tanto santi, che quando l'imperatore Domiziano li perseguitò, al loro pianto si unirono le lagrime della mia compassione;.e finché rimasi di là sulla terra, io li aiutai, e i loro onesti costumi mi indussero a disprezzare ogni altra scuola (religiosa e filosofica).
Poi mi sembrarono così santi che, quando Domiziano li perseguitò, i loro pianti non furono senza le mie lacrime; e finché io rimasi di là (in vita), li aiutai, e i loro costumi onesti mi fecero disprezzare tutte le altre sette.
88

E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumiADdi Tebe poetando, ebb'io battesmo;AEma per paura chiuso cristian fu'mi,AD

E prima che scrivessi i versi nei quali conduco i Greci ai fiumi di Tebe (in aiuto di Polinice contro Eteocle), ricevetti il battesimo:
E prima che io, nel mio poema, conducessi i Greci ai fiumi di Tebe, ricevetti il battesimo; ma per paura fui cristiano di nascosto,
91

lungamente mostrando paganesmo;AEe questa tepidezza il quarto cerchioAFcerchiar mi fé più che 'l quarto centesmo.AE

ma per paura (della persecuzione) fui cristiano di nascosto, continuando a lungo a mostrarmi pagano; e questa accidia mi costiinse a percorrere il quarto girone per più di quattrocento anni.
mostrandomi a lungo pagano; e questa tiepidezza mi fece girare intorno alla quarta cornice per più di quattro secoli.
94

Tu dunque, che levato hai il coperchioAFche m'ascondeva quanto bene io dico,AGmentre che del salire avem soverchio,AF

97

dimmi dov'è Terrenzio nostro antico,AGCecilio e Plauto e Varro, se lo sai:AHdimmi se son dannati, e in qual vico».AG

Tu dunque che mi hai tolto il velo che prima mi nascondeva il grande bene (della verità cristiana), di cui parlo, finché ci avanza ancora del tempo durante la salita, dimmi dov'è Terenzio, nostra antica gloria, dimmi dove sono Cecilio e Plauto e Vario, se lo sai: dimmi se sono dannati, e in quale cerchio». La mia guida rispose:
Tu dunque, che hai sollevato il coperchio che mi nascondeva tutto il bene di cui parlo, finché ci resta strada da salire, dimmi dov'è il nostro antico Terenzio, Cecilio e Plauto e Varrone, se lo sai: dimmi se sono dannati, e in quale zona».
100

«Costoro e Persio e io e altri assai»,AHrispuose il duca mio, «siam con quel GrecoAIche le Muse lattar più ch'altri mai,AH

103

nel primo cinghio del carcere cieco:AIspesse fiate ragioniam del monteAJche sempre ha le nutrice nostre seco.AI

«Tutti costoro e Persio e io e molti altri assieme ad Omero (quel greco), che le Muse nutrirono più di qualsiasi altro poeta, siamonel limbo, il primo cerchio dell'inferno (carcere cieco): spesso parliamo del monte Parnaso, dimora abituale delle nutrici dela nostra arte (le Muse).
«Costoro e Persio e io e molti altri», rispose la mia guida, «siamo con quel Greco (Omero) che le Muse allattarono più di chiunque altro, nel primo cerchio del carcere buio: spesso parliamo del monte (Parnaso) che ha sempre con sé le nostre nutrici (le Muse).
106

Euripide v'è nosco e Antifonte,AJSimonide, Agatone e altri piùeAKGreci che già di lauro ornar la fronte.AJ

Con noi sono anche Euripide e Antifonte, Simonide, Agatone e molti altri greci che un tempo meritarono di ornare la loro fronte con l'alloro.
Con noi ci sono Euripide e Antifonte, Simonide, Agatone e molti altri Greci che un tempo si ornarono la fronte di alloro.
109

Quivi si veggion de le genti tueAKAntigone, Deifile e Argia,ALe Ismene sì trista come fue.AK

Nello stesso cerchio si vedono, dei personaggi da te cantati, Antigone, Deifile e Argia, e Ismene, la quale è ancora piena di tristezza come fu in vita.
Lì si vedono, tra i personaggi dei tuoi poemi, Antigone, Deifile e Argia, e Ismene triste com'era (in vita).
112

Védeisi quella che mostrò Langia;ALèvvi la figlia di Tiresia, e TetiAMe con le suore sue Deidamia».AL

Vi si vede Isifile, colei che indicò la fonte Langia: c'è pure la figlia di Tiresia e di Teti, e c'è Deidamia con le sue sorelle».
Vi si vede quella che indicò la fonte Langia (Isifile); c'è la figlia di Tiresia, e Teti, e Deidamia con le sue sorelle».
115

Tacevansi ambedue già li poeti,AMdi novo attenti a riguardar dintorno,ANliberi da saliri e da pareti;AM

Entrambi i poeti se ne stavano ora in silenzio, di nuovo attenti a osservare intorno, essendo ormai liberi dalla fatica della salita e dell'ostacolo delle pareti (che prima impedivano la vista);
Ormai entrambi i poeti tacevano, di nuovo intenti a guardarsi intorno, liberi dalla salita e dalle pareti;
118

e già le quattro ancelle eran del giornoANrimase a dietro, e la quinta era al temo,AOdrizzando pur in sù l'ardente corno,AN

ed erano già passate quattro ore (ancelle) del giorno, e la quinta (sono trascorse le dieci del mattino) era al timone del carro solare e ne drizzava sempre verso l'alto la punta infuocata, quando la mia guida disse:
e già le prime quattro ancelle del giorno (le ore) erano rimaste indietro, e la quinta era al timone (del carro del sole), dirigendone sempre in su la punta ardente,
121

quando il mio duca: «Io credo ch'a lo stremoAOle destre spalle volger ne convegna,APgirando il monte come far solemo».AO

«Credo che dobbiamo volgere il nostro fianco destro verso l'orlo di questa cornice, girando così intorno al monte come siamo soliti fare».
quando la mia guida disse: «Io credo che dobbiamo volgere la spalla destra verso il bordo, girando intorno al monte come siamo abituati a fare».
124

Così l'usanza fu lì nostra insegna,APe prendemmo la via con men sospettoAQper l'assentir di quell'anima degna.AP

Così l'abitudine fu in quel momento la nostra guida nello scegliere la direzione, e prendemmo la via (del sesto girone) con meno timore di sbagliare per il consenso che ci diede l'anima eletta di Stazio.
Così lì l'abitudine fu la nostra guida, e prendemmo la strada con meno incertezza per l'assenso di quell'anima degna (Stazio).
127

Elli givan dinanzi, e io solettoAQdi retro, e ascoltava i lor sermoni,ARch'a poetar mi davano intelletto.AQ

Essi camminavano davanti, ed io dietro tutto solo, e ascoltavo i loro discorsi, che mi davano ammaestramenti nell'arte di poetare.
Essi andavano davanti, e io da solo dietro, e ascoltavo i loro discorsi, che mi davano insegnamenti sul poetare.
130

Ma tosto ruppe le dolci ragioniARun alber che trovammo in mezza strada,AScon pomi a odorar soavi e buoni;AR

Ma presto interruppe i loro dolci ragionamenti la vista di un albero che trovammo in mezzo alla via, carico di frutti dal profumo buono e soave;
Ma presto interruppe i dolci discorsi un albero che trovammo in mezzo alla strada, con frutti dal profumo soave e buono;
133

e come abete in alto si digradaASdi ramo in ramo, così quello in giuso,ATcred'io, perché persona sù non vada.AS

e come l'abete va restringendo la sua chioma di ramo in ramo verso l'alto, così quell'albero restringeva la chioma dall'alto in basso, credo, perché nessuno possa salirvi a cogliere i frutti.
e come un abete si restringe verso l'alto di ramo in ramo, così quello si restringeva verso il basso, credo perché nessuno salga su.
136

Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,ATcadea de l'alta roccia un liquor chiaroAUe si spandeva per le foglie suso.AT

Alla nostra sinistra, dalla parte in cui la parete rocciosa limitava il nostro cammino verso il monte, cadeva dall'alto della roccia un'acqua limpida e si spargeva sulla parte alta delle foglie.
Dal lato da cui il nostro cammino era chiuso (dalla parete), cadeva dall'alta roccia un'acqua limpida e si spargeva sopra le foglie.
139

Li due poeti a l'alber s'appressaro;AUe una voce per entro le frondeAVgridò: «Di questo cibo avrete caro».AU

I due poeti s'avvicinarono all'albero; intanto una voce tra le fronde gridò: «Di questo cibo avrete carestia». Poi continuò:
I due poeti si avvicinarono all'albero; e una voce da dentro le foglie gridò: «Di questo cibo avrete scarsità».
142

Poi disse: «Più pensava Maria ondeAVfosser le nozze orrevoli e intere,AWch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.AV

«Maria pensava più a rendere decorose e complete le nozze, che alla sua bocca, la quale ora prega intercedendo in vostro favore.
Poi disse: «Maria pensava più a fare in modo che le nozze (di Cana) fossero decorose e complete che alla sua bocca, che ora prega per voi.
145

E le Romane antiche, per lor bere,AWcontente furon d'acqua; e DanielloAXdispregiò cibo e acquistò savere.AW

E le antiche donne di Roma, per bere, s'accontentavano di acqua; e il profeta Daniele ricusò il cibo e acquistò la sapienza.
E le antiche Romane si accontentarono di acqua come loro bevanda; e Daniele disprezzò il cibo e acquistò la sapienza.
148

Lo secol primo, quant'oro fu bello,AXfé savorose con fame le ghiande,AYe nettare con sete ogne ruscello.AX

La prima età degli uomini che fu bella quanto l'oro, con la fame rese saporite le ghiande, e con la sete trasformò ogni ruscello in nettare.
La prima età del mondo, che fu bella come l'oro, con la fame rese saporite le ghiande, e con la sete fece di ogni ruscello un nettare.
151

Mele e locuste furon le vivandeAYche nodriro il Batista nel diserto;AZper ch'elli è glorioso e tanto grandeAY

154

quanto per lo Vangelio v'è aperto».AZ

Miele selvatico e locuste furono il cibo che nutrì Giovanni Battista nel deserto; e per questo egli è glorioso e tanto grande quanto vi è rivelato dal Vangelo».
Miele e locuste furono i cibi che nutrirono il Battista nel deserto; per cui egli è glorioso e tanto grande quanto vi è rivelato dal Vangelo».

Riassunto del canto XXII

Virgilio interroga Stazio mentre, in compagnia di Dante, stanno salendo verso il sesto girone. Vuole sapere il motivo per il quale un'anima di grande nobiltà, come la sua, può essersi macchiata della colpa dell'avarizia. In realtà l'autore della Tebaide e dell'Achilleide è rimasto più di cinquecento anni nel quinto girone per essere caduto nel vizio contrario, in quello della prodigalità: infatti - chiarisce Stazio - nel purgatorio vengono puniti nello stesso luogo i due tipi opposti di peccato. La seconda spiegazione richiesta da Virgilio riguarda il modo nel quale avvenne la conversione di Stazio dal paganesimo al cristianesimo. Un passo delle Bucoliche virgiliane, che accennava al rinnovamento del mondo, coincideva con il messaggio della nuova fede che veniva diffusa dovunque proprio in quel tempo; questo fatto spinse Stazio ad avvicinare i predicatori cristiani, che, con la santità della loro vita, lo convinsero ad abbandonare ogni altra posizione religiosa o filosofica per diventare cristiano attraverso il battesimo. Tuttavia, per timore delle persecuzioni, tenne sempre nascosta la sua conversione: per questo motivo dovette rimanere più di quattrocento anni nel girone degli accidiosi. Infine è Stazio che interroga Virgilio, per sapere in quale cerchio dell'inferno si trovano alcuni poeti latini. Il cammino dei tre viandanti continua finché essi incontrano, posto in mezzo alla strada, un albero carico di frutti odorosi, dalle cui fronde una voce ignota grida alcuni esempi di temperanza.

In breve

Dove e chi
  1. VI cornice: Golosi. Magrissimi, davanti ad alberi carichi di frutti.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il momento di maggiore accensione poetica del canto XXI era coinciso con l'appassionata rievocazione del magistero formale ed estetico dell'Eneide. Stazio, nel prorompere di una incontenibile gratitudine, aveva definito il poema virgiliano in primo luogo attraverso un riferimento al mondo della natura, rischiarato tuttavia già da un barlume del sovrannaturale. Divina fiamma gli si mostra nel ricordo l'epopea dell'eroe predestinato a porre in Italia, dopo innumeri peregrinazioni, le fondamenta della gloria romana, e, con ciò, a condurre a termine una fase essenziale del disegno provvidenziale da Dio fissato per il cammino dell'umanità. L'Eneide divampò nel suo animo con la furia barbara di un grande incendio, ma, umanizzandosi, questo incendio non tardò a manifestarsi non devastatore, bensì educatore, maternamente benefico: le sue faville lo scaldar, non diversamente da come una madre scalda, stringendoselo al petto, il suo bambino; e infatti l'Eneide, configurata in un primo momento come vorace fuoco immesso per volontà divina nel mondo, assume, immediatamente dopo, caratteri più affettuosi e umani, nella ripresa chiastica mamma fummi e fummi nutrice (canto XXI, versi 97-98). La portata sovrannaturale dell'insegnamento di Virgilio viene tuttavia esplicitata, in tutte le modalità del suo manifestarsi, nel canto XXII, in cui l'episodio di Stazio trova la sua alta legittimazione nel quadro delle prospettive etico-religiose che hanno presieduto alla composizione del poema. L'aggettivo divina, qualificante l'Eneide in quanto prodotto non del solo operare umano, ma quasi espressione in terra della volontà che presiede - al di là delle singole volontà degli uomini - al maestoso, imperscrutabile decorso della storia, sottintendeva un germe provvidenziale nella creazione di quest'opera. Virgilio, infatti, nella celebrazione che Stazio ne fa nel canto XXII, appare non più quale maestro di sublime poetare, ma, in riferimento ad un passo del terzo libro dell'Eneide, portavoce di una esigenza morale, e infine, con riferimento alla IV Egloga, nelle vesti quasi di un novello Battista, pagano inconsapevole dello splendore della Rivelazione che la sua parola seminerà, germoglio di vita incorrotta, nel declinante, ineluttabile crepuscolo degli dei falsi e bugiardi. La sua opera pertanto non é più presentata, in questa seconda parte dell'episodio di Stazio, in termini anzitutto naturali ed umani - quali erano quelli proposti dallo sviluppo metaforico che traduceva il rogo rigeneratore della parola poetica (la divina fiamma) nell'emozione trepida e calda di una maternità e di una educazione dolcissime - ma in termini che si riallacciano direttamente alle metafore della letteratura cristiana. La divina fiamma del canto XXI si trasforma, nel XXII, in pura luce priva di furore, nel lume (versi 67-69) casto e discreto della fede, quello che rischiarò nelle tenebre pagane gli ancor timidi passi dei primi cristiani, che li portò a riunirsi nell'umiltà sepolcrale ed intima delle catacombe. Nella terzina 82-84, infatti, la serie radiosa dei martiri si configura come l'elemento decisivo che indusse Stazio, attraverso il lavacro battesimale, a rinascere a nuova vita - il tema del battesimo ripropone qui, sul piano di una meditazione dei significati più intimi di questo sacramento, quello della risurrezione (canto XXI, versi 7-9) anticipante, nell'esordio, il senso dell'episodio medesimo nel suo insieme - completando in tal modo, attraverso la sacralità di un rito, quella lenta, graduale conversione al cristianesimo, iniziatasi nelle sue prime, timide fasi nel segreto di una contrastata coscienza, a seguito della illuminante penetrazione della IV Egloga. Tale lume più nulla possiede del tempestoso agitarsi di una fiamma: é incendio calmo e consolatore, che l'imperitura gloria degli umili - quella che splenderà sul capo dei poveri di spirito nel regno dei Cieli - di continuo alimenta e protegge. Il lume che indirizzò, sulle orme del cieco Virgilio, i passi di un'anima ancora esitante verso la vera fede, é un evangelo di pace, non conduce - a differenza della divina fiamma del canto precedente - a fastigi di fama tra gli uomini, ad incoronazioni effimere in terra. Esso infatti non fu volto a far partecipi del proprio fuoco i pochi eletti che le Muse nutrirono di cibi privilegiati, ma illumina il cammino della umanità in ciò che questa possiede di più intimo, di più autentico e, oltre ogni altezza di ingegno o di opere, di imperituro: il dolore, non già quello sublimato nelle linee ritmate di un'opera d'arte, ma l'umile, improbo dolore quotidiano, non riconosciuto né dagli uomini ricompensato. È questo dolore che, nella seconda cantica, trova la propria espressione - trascendendo lo stesso splendore dell'immagine poetica - nel ricorrente e melodico rituale della preghiera, espressione tradizionale e modesta se concepita nelle sue linee generali, ma di una ricchezza inesausta di significati, di limpidi rimandi al futuro, al tempo che concluderà i tempi, se messa in rapporto al soggetto. Questi la assimila a una fede elementare e saldissima, a quel bisogno di certezza circa l'infinito che appare ineliminabile in noi e pone domande non già all'esistenza oggettiva delle cose, al causale susseguirsi degli eventi, ma alla nostra sorte ultima, al mistero del nostro inarrestabile fluire nel tempo, verso il punto che, arrestandoci, dovrà collocarci per sempre in quella che l'Auerbach con felice espressione ha chiamato - in rapporto al suo definirsi nell'ambito della Commedia - la "dignità del giudizio divino".

Personaggi del canto XXII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Guida

Stazio

Purgatorio, dalla V cornice

Poeta latino che ha finito la sua espiazione; accompagna Dante e Virgilio fino al Paradiso terrestre.

Approfondimenti

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Teologia
Purgatorio · Canto XXII Approfondito

«Per te poeta fui, per te cristiano»

vv. 67-73Facesti come quei che va di notte,che porta il lume dietro e sé non giova,ma dopo sé fa le persone dotte,quando dicesti: 'Secol si rinova;torna giustizia e primo tempo umano,e progenie scende da ciel nova'.Per te poeta fui, per te cristiano:Leggi nel testo

Camminando, Virgilio chiede a Stazio come sia diventato cristiano. La risposta è sorprendente: è stato proprio Virgilio a convertirlo. Leggendo la quarta Ecloga, in cui Virgilio annuncia la nascita di un bambino che porterà una nuova età dell'oro, Stazio ha capito che quelle parole parlavano di Cristo.

Stazio paragona Virgilio a chi cammina di notte portando una lanterna dietro di sé: non vede la strada per sé, ma illumina quelli che lo seguono. «Per te poeta fui, per te cristiano». Sotto Domiziano, durante le persecuzioni, si fece battezzare in segreto, ma per paura rimase cristiano di nascosto, e per questa tiepidezza ha passato più di quattro secoli tra gli accidiosi.

Non ci sono prove storiche della conversione di Stazio: è un'invenzione di Dante, forse basata su leggende medievali. Ma l'idea è potente e dolorosa: Virgilio ha salvato altri senza poter salvare se stesso.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Stazio cristiano

Ne parla la scheda «Stazio incontra Virgilio» (Purg. XXI).

La quarta Ecloga

Ne parla la scheda «Matelda e l'età dell'oro» (Purg. XXVIII).

La quarta Ecloga

Ne parla la scheda «Il Timeo: stelle pagane e stelle cristiane» (Par. IV).

Stazio

Ne parla la scheda «Rifeo e Traiano, due pagani salvati» (Par. XX).