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Indice dei canti
Un angelo dalle vesti e ali rosse e ardenti indica la salita ai tre poeti; alle loro spalle, sotto un albero carico di frutti, anime magrissime tendono le braccia verso i rami.
L'angelo della temperanza, rosso come metallo rovente, indica il passaggio
Purgatorio · VI cornice

Purgatorio, Canto XXIV

«Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento…»

I tre poeti percorrono il sesto girone in compagnia di Forese Donati, il quale, rispondendo a Dante, rivela che la sorella Piccarda é già tra le anime beate del paradiso, e che tra i suoi compagni di pena nella cornice dei golosi ci sono alcuni nobili, alcuni ecclesiastici e un poeta lucchese, Bonaggiunta Orbicciani.

Luogo
VI cornice
Anime e colpe
Golosi
Versi
154 · 51 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXIV

Parafrasi
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1

Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lentoAfacea, ma ragionando andavam forte,Bsì come nave pinta da buon vento;A

Il parlare non rallentava il cammino, né il camminare rendeva più lento il discorso; ma, pur conversando, andavamo speditamente, come una nave spinta da vento favorevole.
Né il parlare rallentava il cammino, né il cammino rallentava il parlare, ma, discorrendo, andavamo veloci, come una nave spinta da un buon vento;
4

e l'ombre, che parean cose rimorte,Bper le fosse de li occhi ammirazioneCtraean di me, di mio vivere accorte.B

E le ombre, che sembravano cose più che morte, (guardandomi) attraverso gli occhi infossati si meravigliavano di me, essendosi accorte che io ero ancora vivo.
e le ombre, che sembravano cose morte due volte, attraverso le cavità degli occhi mostravano meraviglia per me, essendosi accorte che ero vivo.
7

E io, continuando al mio sermone,Cdissi: «Ella sen va sù forse più tardaDche non farebbe, per altrui cagione.C

E io, continuando il mio discorso (interrotto alla fine del canto precedente), dissi: «Quell'anima (Stazio) sale al paradiso forse più lentamente di quanto non farebbe (se fosse sola), per amore di Virgilio.
E io, continuando il mio discorso, dissi: «Quella (l'anima di Stazio) sale forse più lentamente di quanto farebbe, a causa di un altro (Virgilio).
10

Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda;Ddimmi s'io veggio da notar personaEtra questa gente che sì mi riguarda».D

Ma se lo sai, dimmi dov'è tua sorella Piccarda (di lei Dante parlerà nel canto IIl del Paradiso, versi 34 sgg.); e dimmi se, tra questa gente che mi osserva in questo modo, posso vedere qualche persona degna di nota».
Ma dimmi, se lo sai, dov'è Piccarda; dimmi se vedo qualche persona degna di nota tra questa gente che mi guarda così».
13

«La mia sorella, che tra bella e buonaEnon so qual fosse più, triunfa lietaFne l'alto Olimpo già di sua corona».E

«Mia sorella, che non so se fosse più bella o più buona, è già trionfante in paradiso, lieta della sua corona di gloria.» Cosi disse prima Forese; poi soggiunse:
«Mia sorella, che non so se fosse più bella o più buona, già trionfa lieta della sua corona nell'alto cielo».
16

Sì disse prima; e poi: «Qui non si vietaFdi nominar ciascun, da ch'è sì muntaGnostra sembianza via per la dieta.F

«In questo girone non è proibito (anzi è necessario) indicare ciascuno per nome, dal momento che, per il digiuno, la nostra fisionomia è così consunta.
Così disse prima; e poi: «Qui non è vietato nominare ciascuno, dato che il nostro aspetto è così prosciugato dal digiuno.
19

Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,GBonagiunta da Lucca; e quella facciaHdi là da lui più che l'altre trapuntaG

22

ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:Hdal Torso fu, e purga per digiunoIl'anguille di Bolsena e la vernaccia».H

Costui» e lo mostrò col dito «è Bonaggiunta, voglio dire Bonaggiunta da Lucca; e quello dietro a lui, con la faccia cosparsa di screpolature più di tutti gli altri, fu sposo della Santa Chiesa (ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia): fu di Tours, e col digiuno sconta le anguille del lago di Bolsena e la vernaccia».
Questi», e lo indicò con il dito, «è Bonagiunta, Bonagiunta da Lucca; e quella faccia al di là di lui, più segnata delle altre, ebbe tra le sue braccia la Santa Chiesa (fu papa): era di Tours, e sconta con il digiuno le anguille di Bolsena e la vernaccia».
25

Molti altri mi nomò ad uno ad uno;Ie del nomar parean tutti contenti,Jsì ch'io però non vidi un atto bruno.I

Forese poi mi nominò a uno a uno molti altri; e tutti apparivano lieti di esser indicati col loro nome, tanto che per questo non vidi nessuno per disappunto rabbuiarsi in volto.
Mi nominò molti altri, a uno a uno; e tutti sembravano contenti di essere nominati, tanto che per questo non vidi nessun gesto scuro.
28

Vidi per fame a vòto usar li dentiJUbaldin da la Pila e BonifazioKche pasturò col rocco molte genti.J

Vidi Ubaldino della Pila muovere invano i denti per la fame e Bonifacio che, insignito del bastone pastorale, fu pastore di molte popolazioni.
Vidi muovere a vuoto i denti per la fame Ubaldino della Pila e Bonifacio, che guidò molte persone con il pastorale.
31

Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazioKgià di bere a Forlì con men secchezza,Le sì fu tal, che non si sentì sazio.K

Vidi messer Marchese degli Argogliosi, che già ebbe agio di bere a Forlì con minor sete di qui, sebbene sia stato così grande bevitore da non sentirsi mai sazio.
Vidi messer Marchese, che un tempo ebbe modo di bere a Forlì con meno arsura, e tuttavia fu tale da non sentirsi mai sazio.
34

Ma come fa chi guarda e poi s'apprezzaLpiù d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,Mche più parea di me aver contezza.L

Ma come fa chi guarda più persone e poi mostra di stimare più l'una che l'altra, così feci io verso Bonaggiunta, che sembrava più degli altri desideroso di conoscermi. Egli parlava sottovoce:
Ma come fa chi guarda e poi dà più importanza a uno che a un altro, così feci io con quello di Lucca, che sembrava conoscermi di più.
37

El mormorava; e non so che «Gentucca»Msentiv'io là, ov'el sentia la piagaNde la giustizia che sì li pilucca.M

e io potevo percepire qualcosa come "Gentucca" dalla sua bocca dove egli sentiva più viva la tortura della fame e della sete che in tal modo li consuma. Io dissi:
Lui mormorava; e io sentivo non so che «Gentucca» là dove lui sentiva la ferita della giustizia che li spolpa così (la bocca).
40

«O anima», diss'io, «che par sì vagaNdi parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,Oe te e me col tuo parlare appaga».N

«O anima che sembri così desiderosa di parlare con me, parla in modo che io ti capisca, e parlandomi appaga il tuo e il mio desiderio». Egli cominciò a dire:
«O anima», dissi io, «che sembri così desiderosa di parlare con me, fa' in modo che io ti capisca, e accontenta te e me con le tue parole».
43

«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,Ocominciò el, «che ti farà piacerePla mia città, come ch'om la riprenda.O

«È già nata una donna, che non porta ancora il velo maritale, la quale ti farà piacere la mia città, nonostante di essa si dica tanto male (come ch'uom la riprenda). E io gli risposi:
«È nata una donna, e non porta ancora il velo (da sposata)», cominciò lui, «che ti farà piacere la mia città, per quanto la si critichi.
46

Tu te n'andrai con questo antivedere:Pse nel mio mormorar prendesti errore,Qdichiareranti ancor le cose vere.P

49

Ma dì s'i' veggio qui colui che foreQtrasse le nove rime, cominciandoR'Donne ch'avete intelletto d'amore'».Q

52

E io a lui: «I' mi son un che, quandoRAmor mi spira, noto, e a quel modoSch'e' ditta dentro vo significando».R

«Io sono semplicemente uno (fra gli altri) che, quando avverto che l"amore mi parla, attentamente prendo nota, e cerco di esprimere fedelmente con le parole (vo significando) quello che esso detta dentro di me». Egli disse:
Tu te ne andrai con questa profezia: se nel mio mormorio hai capito male, te lo chiariranno i fatti veri. Ma dimmi se vedo qui colui che ha creato le nuove rime, cominciando con «Donne ch'avete intelletto d'amore»». E io a lui: «Io sono uno che, quando Amore m'ispira, prendo nota, e scrivo nel modo in cui lui detta dentro di me».
55

«O frate, issa vegg'io», diss'elli, «il nodoSche 'l Notaro e Guittone e me ritenneTdi qua dal dolce stil novo ch'i' odo!S

«O fratello, ora finalmente conosco l'impedimento che tenne il notaio Giacomo da Lentini e Guittone d'Arezzo e me al di fuori del dolce stiI novo, che ora mi spiego.
«O fratello, adesso vedo», disse lui, «il nodo che trattenne il Notaio, Guittone e me al di qua del dolce stil novo che sento!
58

Io veggio ben come le vostre penneTdi retro al dittator sen vanno strette,Uche de le nostre certo non avvenne;T

Ora vedo bene come le vostre penne seguono con stretta fedeltà l'amore che detta, il che non accadde certamente alle nostre;
Io vedo bene come le vostre penne vanno strettamente dietro a chi detta (Amore), cosa che certo non accadde alle nostre;
61

e qual più a gradire oltre si mette,Unon vede più da l'uno a l'altro stilo»;Ve, quasi contentato, si tacette.U

e chiunque si metta a considerare ancor più attentamente, tra l'uno e l'altro stile (il nostro e il vostro) non vede altra differenza oltre quella che abbiamo detto (quella cioè relativa all'argomento d'amore e alla sincerità dell'ispirazione)»; e tacque, come appagato.
e chi si mette a cercare oltre, non vede più alcuna differenza tra l'uno e l'altro stile»; e, come soddisfatto, tacque.
64

Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,Valcuna volta in aere fanno schiera,Wpoi volan più a fretta e vanno in filo,V

67

così tutta la gente che lì era,Wvolgendo 'l viso, raffrettò suo passo,Xe per magrezza e per voler leggera.W

Come gli uccelli (le gru) che svernano lungo il Nilo, talvolta formano in aria una schiera, poi volando più in fretta si dispongono in fila, così tutta la gente che era lì attorno a noi, volgendo gli occhi in direzione del cammino, affrettò il suo passo, resa agile dalla magrezza e dal desiderio di espiare.
Come gli uccelli che passano l'inverno lungo il Nilo talvolta si raccolgono in schiera nell'aria, poi volano più in fretta e vanno in fila, così tutta la gente che era lì, voltando il viso, affrettò il passo, leggera sia per la magrezza sia per il desiderio.
70

E come l'uom che di trottare è lasso,Xlascia andar li compagni, e sì passeggiaYfin che si sfoghi l'affollar del casso,X

73

sì lasciò trapassar la santa greggiaYForese, e dietro meco sen veniva,Zdicendo: «Quando fia ch'io ti riveggia?».Y

E come chi, stanco di correre, lascia andare i compagni, e così riprende il passo normale finché si calmi l'ansimare del petto, così Forese lasciò andar oltre quella santa schiera, e procedeva dietro con me, dicendo: «Quando avverrà che ti riveda?» Gli risposi:
E come l'uomo stanco di correre lascia andare avanti i compagni e cammina piano finché non si calma l'affanno del petto, così Forese lasciò passare oltre il santo gregge, e veniva dietro con me, dicendo: «Quando sarà che ti rivedrò?».
76

«Non so», rispuos'io lui, «quant'io mi viva;Zma già non fia il tornar mio tantosto,AAch'io non sia col voler prima a la riva;Z

79

però che 'l loco u' fui a viver posto,AAdi giorno in giorno più di ben si spolpa,ABe a trista ruina par disposto».AA

«Non so per quanto tempo vivrò ancora; ma certo il mio ritorno qui non sarà così prossimo, che io non anticipi prima col desiderio la mia venuta alla riva del purgatorio, perché il luogo (Firenze) dove fui posto a vivere, ogni giorno più s'impoverisce d'ogni virtù, e appare avviato verso una miseranda rovina».
«Non so», gli risposi, «quanto vivrò; ma il mio ritorno (qui) non sarà così presto che io non sia prima col desiderio alla riva; perché il luogo in cui fui posto a vivere (Firenze) di giorno in giorno si spoglia sempre più di bene, e sembra destinato a una triste rovina».
82

«Or va», diss'el; «che quei che più n'ha colpa,ABvegg'io a coda d'una bestia trattoACinver' la valle ove mai non si scolpa.AB

«Orsù, fatti animo» egli disse, «perché io vedo il maggior colpevole trascinato dalla coda d'un cavallo verso la valle (l'inferno) dove le colpe non vengono mai rimesse.
«Ora va'», disse lui; «perché colui che ne ha più colpa, io lo vedo trascinato alla coda di una bestia verso la valle dove non si viene mai perdonati.
85

La bestia ad ogne passo va più ratto,ACcrescendo sempre, fin ch'ella il percuote,ADe lascia il corpo vilmente disfatto.AC

La bestia che lo trascina accelera la corsa ad ogni passo, e la sua velocità cresce sempre, finché lo percuote, e lascia il cadavere ignominiosamente sfigurato.
La bestia a ogni passo va più veloce, sempre di più, finché lo colpisce e lascia il corpo orrendamente sfigurato.
88

Non hanno molto a volger quelle ruote»,ADe drizzò li ochi al ciel, «che ti fia chiaroAEciò che 'l mio dir più dichiarar non puote.AD

Non dovranno girare a lungo quelle sfere (cioè: non passeranno molti anni)», e alzò gli occhi al cielo, «prima che ti sarà manifesto quello che le mie parole non possono dire più chiaramente.
Quelle ruote (i cieli) non devono girare molto», e alzò gli occhi al cielo, «perché ti sia chiaro ciò che le mie parole non possono spiegare di più.
91

Tu ti rimani omai; ché 'l tempo è caroAEin questo regno, sì ch'io perdo troppoAFvenendo teco sì a paro a paro».AE

Ormai resta pure indietro; perché il tempo è prezioso in questo regno, e io ne perdo troppo procedendo così al passo con te».
Ora tu resta indietro; perché in questo regno il tempo è prezioso, tanto che io ne perdo troppo venendo così al passo con te».
94

Qual esce alcuna volta di gualoppoAFlo cavalier di schiera che cavalchi,AGe va per farsi onor del primo intoppo,AF

97

tal si partì da noi con maggior valchi;AGe io rimasi in via con esso i dueAHche fuor del mondo sì gran marescalchi.AG

Come talvolta da una schiera di soldati a cavallo esce al galoppo un cavaliere, e corre per avere l'onore del primo scontro col nemico, allo stesso modo si allontanò da noi Forese con passi più lunghi dei nostri; e io restai per via insieme con i due poeti, che furono così grandi maestri dell'umanità.
Come talvolta un cavaliere esce al galoppo dalla schiera che cavalca, e va per farsi onore nel primo scontro, così lui si allontanò da noi con passi più lunghi; e io rimasi per la strada con quei due che furono così grandi maestri del mondo.
100

E quando innanzi a noi intrato fue,AHche li occhi miei si fero a lui seguaci,AIcome la mente a le parole sue,AH

103

parvermi i rami gravidi e vivaciAId'un altro pomo, e non molto lontaniAJper esser pur allora vòlto in laci.AI

E quando Forese si fu allontanato davanti a noi, tanto che i miei occhi lo seguirono a stento, così come a stento la mia mente aveva seguito le sue oscure parole profetiche, mi apparvero carichi di frutti e verdi di fogliame i rami d'un altro albero, e non molto lontani da me, essendomi io solo allora voltato verso quella parte.
E quando fu andato tanto avanti a noi che i miei occhi lo seguivano come la mia mente seguiva le sue parole, mi apparvero i rami carichi e rigogliosi di un altro albero da frutto, e non molto lontani, perché solo allora avevo girato da quella parte.
106

Vidi gente sott'esso alzar le maniAJe gridar non so che verso le fronde,AKquasi bramosi fantolini e vani,AJ

109

che pregano, e 'l pregato non risponde,AKma, per fare esser ben la voglia acuta,ALtien alto lor disio e nol nasconde.AK

Sotto l'albero vidi della gente alzare le mani, e gridare non so che cosa verso le fronde, quasi fossero bambinetti golosi e ingenui, che pregano mentre colui che è pregato non risponde, ma tiene alto l'oggetto da essi desiderato e non lo nasconde, per rendere sempre più viva la loro brama.
Vidi gente sotto di esso alzare le mani e gridare non so che cosa verso le fronde, come bambini desiderosi e capricciosi, che pregano, e il pregato non risponde, ma, per rendere il desiderio più acuto, tiene in alto ciò che vogliono e non lo nasconde.
112

Poi si partì sì come ricreduta;ALe noi venimmo al grande arbore adesso,AMche tanti prieghi e lagrime rifiuta.AL

Poi quella gente si allontanò come disingannata; e noi ci avvicinammo subito al grande albero, che rifiuta di esaudire tante preghiere e lagrime.
Poi se ne andò come disillusa; e noi giungemmo subito al grande albero, che rifiuta tante preghiere e lacrime.
115

«Trapassate oltre sanza farvi presso:AMlegno è più sù che fu morso da Eva,ANe questa pianta si levò da esso».AM

118

Sì tra le frasche non so chi diceva;ANper che Virgilio e Stazio e io, ristretti,AOoltre andavam dal lato che si leva.AN

«Passate oltre senza avvicinarvi: più in alto (nel paradiso terrestre) vi è un altro albero il cui frutto fu gustato da Eva, e quest'albero derivò da quello.» Così parlava una voce nascosta tra le fronde; per questo Virgilio, Stazio ed io, tenendoci stretti, procedevamo lungo la parete del monte. Diceva:
«Passate oltre senza avvicinarvi: più in su c'è un albero il cui frutto fu morso da Eva, e questa pianta è nata da esso». Così diceva non so chi tra le fronde; per cui Virgilio, Stazio e io, stretti insieme, andavamo avanti dal lato dove sale la parete.
121

«Ricordivi», dicea, «d'i maladettiAOnei nuvoli formati, che, satolli,APTeseo combatter co' doppi petti;AO

«Ricordatevi dei maledetti Centauri, figli della nuvola, che, ebbri, combatterono contro Teseo con i loro petti umani ed equini;
«Ricordatevi», diceva, «dei maledetti nati dalle nuvole (i centauri) che, ubriachi, combatterono contro Teseo con il loro doppio petto;
124

e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,APper che no i volle Gedeon compagni,AQquando inver' Madian discese i colli».AP

e degli Ebrei che si mostrarono ingordi nel bere, e per questo Gedeone non li volle come compagni, quando discese dai monti contro i Madianiti».
e degli Ebrei che si mostrarono deboli nel bere, per cui Gedeone non li volle come compagni quando scese dai colli contro Madian».
127

Sì accostati a l'un d'i due vivagniAQpassammo, udendo colpe de la golaARseguite già da miseri guadagni.AQ

Cosi accostati a uno dei due orli della cornice passammo oltre, udendo ricordare esempi di golosità, seguiti sempre da tristi castighi.
Così, accostati a uno dei due bordi, passammo, ascoltando le colpe della gola seguite un tempo da tristi guadagni (castighi).
130

Poi, rallargati per la strada sola,ARben mille passi e più ci portar oltre,AScontemplando ciascun sanza parola.AR

Poi, distanziati un po' l'uno daIl'altro nella strada deserta, procedemmo oltre di ben mille passi e più, ciascuno meditando in silenzio.
Poi, distanziati sulla strada deserta, ben mille passi e più ci portarono oltre, ciascuno pensando senza parlare.
133

«Che andate pensando sì voi sol tre?».ASsùbita voce disse; ond'io mi scossiATcome fan bestie spaventate e poltre.AS

Una voce improvvisa ci disse: «Che cosa state pensando voi tre così solitari?»; perciò io mi scossi come fanno le bestie giovani quando vengono spaventate.
«Che cosa andate pensando così, voi tre soli?», disse una voce improvvisa; per cui io trasalii come fanno le bestie spaventate e ombrose.
136

Drizzai la testa per veder chi fossi;ATe già mai non si videro in fornaceAUvetri o metalli sì lucenti e rossi,AT

139

com'io vidi un che dicea: «S'a voi piaceAUmontare in sù, qui si convien dar volta;AVquinci si va chi vuole andar per pace».AU

Alzai il capo per veder chi fosse (colui che aveva parlato); e mai furono visti in una fornace vetri o metalli cosi fulgenti e incandescenti, com'era l'angelo che io vidi mentre diceva: «Se gradite salire, è necessario svoltare qui; da questa parte va chi vuole andare verso la pace del cielo».
Alzai la testa per vedere chi fosse; e mai si videro in una fornace vetri o metalli così lucenti e rossi come vidi uno che diceva: «Se volete salire, qui bisogna voltare; da qui va chi vuole andare verso la pace».
142

L'aspetto suo m'avea la vista tolta;AVper ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,AWcom'om che va secondo ch'elli ascolta.AV

Il suo aspetto mi aveva abbagliato la vista; e per questo io voltai (a sinistra) dietro ai miei due maestri, come un cieco che cammina seguendo la voce che ode.
Il suo aspetto mi aveva tolto la vista; per cui mi voltai dietro ai miei maestri, come uno che cammina guidato da ciò che sente.
145

E quale, annunziatrice de li albori,AWl'aura di maggio movesi e olezza,AXtutta impregnata da l'erba e da' fiori;AW

148

tal mi senti' un vento dar per mezzaAXla fronte, e ben senti' mover la piuma,AYche fé sentir d'ambrosia l'orezza.AX

E quale il venticello di maggio, che annuncia il prossimo albeggiare, si leva ed è olezzante, perché tutto impregnato del profumo dell'erba e dei fiori, tale fu il vento che sentii colpirmi in mezzo alla fronte, e sentii distintamente muoversi l'ala, la quale fece sì che l'aria odorasse d'ambrosia. E udii dire:
E come la brezza di maggio, annunciatrice dell'alba, si muove e profuma, tutta impregnata dell'erba e dei fiori, così sentii un vento colpirmi in mezzo alla fronte, e sentii bene muoversi l'ala, che fece sentire una brezza profumata d'ambrosia.
151

E senti' dir: «Beati cui allumaAYtanto di grazia, che l'amor del gustoAZnel petto lor troppo disir non fuma,AY

154

esuriendo sempre quanto è giusto!».AZ

«Beati quelli ai quali splende tanta grazia, che il piacere della gola non eccita nel loro petto un desiderio eccessivo, provando sempre fame soltanto della giustizia!»
E sentii dire: «Beati coloro che sono illuminati da tanta grazia che il piacere del gusto non accende nel loro petto un desiderio eccessivo, avendo sempre fame di ciò che è giusto!».

Riassunto del canto XXIV

I tre poeti percorrono il sesto girone in compagnia di Forese Donati, il quale, rispondendo a Dante, rivela che la sorella Piccarda é già tra le anime beate del paradiso, e che tra i suoi compagni di pena nella cornice dei golosi ci sono alcuni nobili, alcuni ecclesiastici e un poeta lucchese, Bonaggiunta Orbicciani. Quest'ultimo profetizza a Dante che a Lucca, durante il periodo del suo esilio, una donna di nome Gentucca gli dimostrerà una profonda gentilezza e una delicata amicizia. In un secondo tempo Bonaggiunta affronta con Dante il problema della nuova poesia - quella del dolce stil novo - che si sta diffondendo, la quale ha una sola guida, il sentimento d'amore che fornisce l'ispirazione. Continuando nel cammino, poiché il Poeta ha ricordato la triste situazione in cui si trova la città di Firenze a causa delle lotte interne, Forese preannuncia l'imminente morte violenta del fratello Corso, capo del partito dei Neri e uno dei principali responsabili delle discordie civili. Subito dopo l'ombra del goloso fiorentino si allontana dai tre poeti per rientrare nella sua schiera, mentre appare un albero carico di frutti verso i quali gruppi di anime tendono con impaziente avidità le mani: allorché Dante si avvicina, una voce misteriosa grida dalle fronde alcuni esempi di golosità punita. I due pellegrini e Stazio, tutti assorti nella meditazione di quanto hanno appena udito, giungono alla fine del sesto girone, dove l'angelo della temperanza assolve Dante dal peccato di gola.

In breve

Dove e chi
  1. VI cornice: Golosi. Magrissimi, davanti ad alberi carichi di frutti.

Vedi sulla mappa

Versi famosi di questo canto

«I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto»
vv. 52-54

OggiSi cita per parlare dell'ispirazione poetica sincera.

Significato

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Quel nodo inestricabile di memorie dolci e di spietato antiveder, il quale caratterizza in maniera inconfondibile la poesia dell'incontro di Dante con Forese Donati, trova nei canto XXIV la sua ferma conclusione, in toni non dissimili da quelli che ne avevano definito il dispiegarsi nella cornice del canto precedente, e quasi un'esplicita consacrazione. Quest'ultima risalta in modo particolare nel rapporto istituito fra l'incontro di pochi attimi con l'amico e la necessità, per il Poeta, di dover tornare ad affrontare gli affanni di un vivere sempre più duro e spicca soprattutto nella confessione, ad opera del protagonista, della sua sazietà di vivere non meno che del suo indefettibile attaccamento a Firenze, il loco ove egli fu a viver posto, loco che di giorno in giorno più di ben si spolpa. È una confessione in risposta ad una domanda postagli da Forese Donati (quando fia ch'io ti riveggia?), che introduce di colpo la familiarità di un discorrere quotidiano nelle dimensioni atemporali di un universo dal quale ogni forma di sorpresa, di imprevisto, di rinnovantesi quotidianità è esclusa, e che riassume in sé il significato dell'intero episodio, la religione delle memorie patrie e domestiche santificata nella religione di un volontario, cosciente espiare. Qui la manifestazione di un soggettivo, stanco desiderio di approdare quanto prima alla riva promessa alle tempeste del vivere fa tutt'uno con la constatazione di un dato di fatto che amaramente si ripercuote neIl'animo dell'esule: il progressivo tralignare della città che a lui e a Forese fu madre premurosa e calda d'affetti e ne vide le giovanili inesperienze, gli impeti, gli errori, perdonabili perché dovuti ad un sovrabbondare di inesperto vigore, ad una volontà ancora alla ricerca dei fini alti che ad essa sarebbero stati proposti. Giova a questo proposito osservare come il desiderio di morire non si configuri mai in Dante nei termini dell'assolutezza tenebrosa e disperata di un romantico cupi o dissolvi: Esso - è sempre motivato sia dall'attesa del vivere vero, quello dell'anima ormai insediata in una certezza raggiunta, che nessun moto del mondo potrà più alterare, sia, sul terreno di una concreta esperienza etica, dal trionfo - che appare ai suoi occhi ormai inarrestabile sul piano dei soli mezzi ed interventi umani - del male nel mondo o in quel cuore del mondo e dei suoi affetti che è costituito per lui dalla città fatta oggetto di amore disperato pur nell'odio: quella città che ha sostituito, lui vivente, agli esempi di un agire moderato e semplice, l'esibizione sfrontata delle ricchezze, il prepotere e l'arbitrio resi norma dell'operare di ogni giorno. Inquadrano, rilevandone gli aspetti più salienti; questa seconda' parte dell'episodio, l'accenno fatto da Forese alla sorella Piccarda, vista - quasi in tonale contrapposizione al quadro denso di soli affetti terrestri che aveva avuto, nel canto precedente, il suo punto focale nel pianger dirotto della giovane moglie - cinta della corona che premia le virtù nella luminosa pace dell'alto Olimpo, e l'immagine, squillante di giovanile ardore, nella quale risuonano la fedeltà ed il senso dell'onore che furono propri della Cavalleria, e delineante per un'ultima volta, sullo sfondo anonimo e mite della folla dei golosi, la figura alta dell'amico, nobilitata nei modi di una similitudine (qual esce alcuna volta di gualoppo...). In particolare 'notiamo come nella similitudine che ne accompagna il perdersi nella folla delle anime, Forese grandeggi per il generoso traboccare in lui di un sentimento di incondizionata dedizione ai valori proposti dall'amicizia e dall'amor patrio, smentendo così la dolorosa impressione iniziale che di lui avevamo avuto nel canto precedente (ed ecco del profondo della testa...). Come ha finemente notato il Sapegno, entro la cornice dell'episodio maggiore "si inserisce, secondo un modo consueto della tecnica dantesca", quello minore che vede quali suoi personaggi da un lato Bonaggiunta Orbicciani, il rimatore lucchese rimasto nella sua produzione letteraria di qua dal dolce stil novo che ebbe in Dante la sua più autorevole espressione, dall'altro lo stesso Poeta, registratore fedele dei moti del suo animo, resi persona autonoma, oltrepassante i dati di ogni individuale intendere o volere, nella figura di Amore. Tralasciando ogni più o meno autorizzata inferenza che, in sede di storiografia letteraria, alcuni critici hanno voluto trarre dalla famosa terzina 52, proverbiale ormai per densità di implicazioni - suscettibile ognuna di un divergente svolgimento interpretativo - occorre ricordare che anche in questo caso, non meno che in riferimento all'episodio principale di Forese, l'interpretazione del Sapegno risulta tra le più persuasive. Il critico considera la professione di fede del Poeta nelle qualità sovrannaturali di Amore come "intonata ad umiltà", e la pone in relazione con altri momenti del dispiegarsi della poesia della seconda cantica, tutti incentrati sul problema del valore dell'esperienza artistica. Qui Amore "è certamente inteso in un senso che trascende la comune materia erotica della lirica tradizionale e acquista il valore,di un'esperienza intima e quasi religiosa". In riferimento a quello poi che il Sapegno, con terminologia di derivazione esplicitamente crociana, definisce un "punto di vista strutturale", lo scambio di parole tra il protagonista e Bonaggiunta Orbicciani "avvicina e contrappone due momenti distinti della biografia spirituale del Poeta; dopo l'amareggiata e compunta commemorazione di un periodo di dissipazione e di traviamento, è come se Dante ritrovasse in sé la memoria di una fase più remota di docile abbandono al richiamo di un'ispirazione celeste, quasi preannunzio e presentimento, troppo a lungo trascurato, della sua condizione presente di ripiegamento interiore e di ascesi".

Personaggi del canto XXIV

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Guida

Stazio

Purgatorio, dalla V cornice

Poeta latino che ha finito la sua espiazione; accompagna Dante e Virgilio fino al Paradiso terrestre.

Penitente

Forese Donati

Purgatorio · VI cornice, golosi

Amico di Dante, irriconoscibile per la magrezza; ricorda con affetto la moglie Nella.

Penitente

Bonagiunta Orbicciani

Purgatorio · VI cornice, golosi

Poeta lucchese a cui Dante spiega il «dolce stil novo».

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Lingua
Purgatorio · Canto XXIV Liceo

Il «dolce stil novo»

vv. 49-57Ma dì s'i' veggio qui colui che foretrasse le nove rime, cominciando'Donne ch'avete intelletto d'amore'».E io a lui: «I' mi son un che, quandoAmor mi spira, noto, e a quel modoch'e' ditta dentro vo significando».«O frate, issa vegg'io», diss'elli, «il nodoche 'l Notaro e Guittone e me ritennedi qua dal dolce stil novo ch'i' odo!Leggi nel testo

Sempre tra i golosi, il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani si rivolge a Dante e gli chiede se è lui l'autore della canzone «Donne ch'avete intelletto d'amore». Dante risponde con una definizione della propria poesia: «I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando».

Il poeta, cioè, scrive ascoltando l'amore che gli parla dentro e trascrive fedelmente ciò che sente. Bonagiunta capisce finalmente che cosa separava lui e i poeti della generazione precedente, come Giacomo da Lentini e Guittone d'Arezzo, dal «dolce stil novo» che ora sente.

È qui che nasce il nome con cui ancora oggi chiamiamo quel movimento poetico, di cui facevano parte Guinizzelli, Cavalcanti e il giovane Dante. Il canto è una piccola storia della poesia italiana delle origini, raccontata da uno dei suoi protagonisti.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Bonagiunta e il dolce stil novo

Ne parla la scheda «Forese Donati e la tenzone» (Purg. XXIII).

Il dolce stil novo

Ne parla la scheda «Arnaut Daniel e l'eredità dei trovatori» (Purg. XXVI).

Forese Donati

Compare anche in un altro canto.