Dante attraversa il muro di fuoco tra Virgilio che lo guida e Stazio che lo segue
Purgatorio · VII cornice
Purgatorio, Canto XXVII
«Sì come quando i primi raggi vibra…»
Il sole sta tramontando sul monte del purgatorio quando l'angelo della castità, dopo aver cantato la sesta beatitudine evangelica « Beati mundo corde! », invita i tre poeti ad entrare nelle fiamme…
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Testo e parafrasi del canto XXVII
Parafrasi
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1
Sì come quando i primi raggi vibraAlà dove il suo fattor lo sangue sparse,Bcadendo Ibero sotto l'alta Libra,A
4
e l'onde in Gange da nona riarse,Bsì stava il sole; onde 'l giorno sen giva,Ccome l'angel di Dio lieto ci apparse.B
In quella posizione nella quale manda i suoi primi raggi sulla città (là: a Gerusalemme) nella quale il suo Creatore sparse il sangue (per la salvezza degli uomini), mentre l'Ebro si trova (cadendo) sotto la costellazione della Libra alta nel cielo, e le acque del Gange sono riarse dal calore del mezzogiorno, in questa posizione si trovava il sole nel purgatorio; per la qual cosa il giorno tramontava, allorché ci apparve l'angelo di Dio splendente di gioia.
Come quando (il sole) manda i primi raggi là dove il suo creatore sparse il sangue (Gerusalemme), mentre l'Ebro cade sotto l'alta Bilancia (a mezzanotte), e le onde del Gange sono riarse dal sole di mezzogiorno, così stava il sole; per cui il giorno se ne andava, quando ci apparve lieto l'angelo di Dio.
7
Fuor de la fiamma stava in su la riva,Ce cantava 'Beati mundo corde!'.Din voce assai più che la nostra viva.C
Stava sull'orlo della cornice al di fuori del fuoco, e cantava «Beati i puri di cuore! (la sesta beatitudine evangelica: cfr. Marteo V, 8)» con una voce assai più chiara di quella umana.
Stava fuori dalla fiamma, sull'orlo, e cantava «Beati mundo corde!» con una voce molto più viva della nostra.
10
Poscia «Più non si va, se pria non morde,Danime sante, il foco: intrate in esso,Ee al cantar di là non siate sorde»,D
Poi «Non si può procedere oltre, anime sante, se prima il fuoco non fa sentire il suo morso: entrate in esso, e ascoltate il canto che si ode al di là delle fiamme», ci disse non appena gli fummo vicino:
Poi: «Non si va più avanti, anime sante, se prima non vi morde il fuoco: entrate in esso, e non siate sorde al canto che viene da là»,
13
ci disse come noi li fummo presso;Eper ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,Fqual è colui che ne la fossa è messo.E
per la qual cosa io, quando intesi le sue parole, divenni pallido e gelido come un cadavere (qual è colui che nella fossa è messo).
ci disse quando gli fummo vicini; per cui io, quando lo sentii, diventai come colui che viene messo nella fossa.
16
In su le man commesse mi protesi,Fguardando il foco e imaginando forteGumani corpi già veduti accesi.F
Tenendo con le mani giunte il mio corpo piegato indietro mi protesi in avanti (con lo sguardo), scrutando il fuoco e immaginando con estrema lucidità corpi umani già veduti bruciare sul rogo.
Mi protesi in avanti sulle mani intrecciate, guardando il fuoco e immaginando vivamente corpi umani che avevo già visto bruciare.
19
Volsersi verso me le buone scorte;Ge Virgilio mi disse: «Figliuol mio,Hqui può esser tormento, ma non morte.G
Le mie valenti guide si volsero verso di me: e Virgilio mi disse: «Figlio mio, nel purgatorio può esserci tormento, ma non morte. Ricordati, ricordati!
Le buone guide si voltarono verso di me; e Virgilio mi disse: «Figlio mio, qui ci può essere tormento, ma non morte.
22
Ricorditi, ricorditi! E se ioHsovresso Gerion ti guidai salvo,Iche farò ora presso più a Dio?H
E se io ti ho guidato in salvo persino sul dorso di Gerione, che cosa non farò ora che sono più vicino al mondo della Grazia?
Ricordati, ricordati! E se io ti guidai salvo sopra Gerione, che cosa farò ora che sono più vicino a Dio?
25
Credi per certo che se dentro a l'alvoIdi questa fiamma stessi ben mille anni,Jnon ti potrebbe far d'un capel calvo.I
Sappi per certo che se anche tu rimanessi ben mille anni in mezzo a questo fuoco, esso non potrebbe privarti neppure di un capello.
Credi con certezza che, se tu stessi ben mille anni nel ventre di questa fiamma, non potrebbe privarti neppure di un capello.
28
E se tu forse credi ch'io t'inganni,Jfatti ver lei, e fatti far credenzaKcon le tue mani al lembo d'i tuoi panni.J
E se tu forse credi che io ti inganni, avvicinati alla fiamma, e fatti dare una prova (della verità delle mie parole) dal lembo della tua veste (accostandolo al fuoco) con le tue mani.
E se forse credi che io ti inganni, avvicinati a lei, e fattene una prova con le tue mani sull'orlo dei tuoi vestiti.
31
Pon giù omai, pon giù ogni temenza;Kvolgiti in qua e vieni: entra sicuro!».LE io pur fermo e contra coscienza.K
Deponi ormai, deponi ogni timore: volgiti da questa parte: vieni ed entra sicuro!» Ed io ostinatamente fermo e ciò contro la voce della coscienza (che mi comandava di ubbidire a Virgilio).
Deponi ormai, deponi ogni paura; voltati da questa parte e vieni: entra sicuro!». E io restavo fermo, contro la mia coscienza.
34
Quando mi vide star pur fermo e duro,Lturbato un poco disse: «Or vedi, figlio:Mtra Beatrice e te è questo muro».L
Quando mi vide continuare a stare fermo e duro, un poco turbato, disse: «Pensa ora, figlio: solo questo ostacolo ti divide da Beatrice».
Quando mi vide stare ancora fermo e ostinato, disse un po' turbato: «Ora vedi, figlio: tra Beatrice e te c'è questo muro».
37
Come al nome di Tisbe aperse il ciglioMPiramo in su la morte, e riguardolla,Nallor che 'l gelso diventò vermiglio;M
40
così, la mia durezza fatta solla,Nmi volsi al savio duca, udendo il nomeOche ne la mente sempre mi rampolla.N
Come Piramo morente aperse gli occhi davanti a Tisbe che gli gridava il proprio nome, e la guardò, nel momento in cui il gelso divenne vermiglio, (rianimandomi) allo stesso modo, mentre la mia ostinazione cedeva, mi volsi verso la mia saggia guida, udendo il nome di Beatrice che mi risorge sempre nella mente.
Come al nome di Tisbe Piramo, in punto di morte, aprì gli occhi e la guardò, quando il gelso diventò rosso; così, ammorbidita la mia ostinazione, mi voltai verso la saggia guida, sentendo il nome che mi rinasce sempre nella mente.
43
Ond'ei crollò la fronte e disse: «Come!Ovolenci star di qua?»; indi sorrisePcome al fanciul si fa ch'è vinto al pome.O
Per questo egli scosse il capo e disse: «Come! ce ne vogliamo ancora star di qua?»; poi sorrise come si sorride al bambino che si lascia convincere con la promessa di un frutto.
Per cui egli scosse la testa e disse: «Come! Vogliamo restare di qua?»; poi sorrise, come si fa al bambino vinto con una mela.
46
Poi dentro al foco innanzi mi si mise,Ppregando Stazio che venisse retro,Qche pria per lunga strada ci divise.P
Poi entrò nel fuoco davanti a me, pregando Stazio di venire dietro, mentre prima ci aveva diviso per un lungo tratto di cammino (procedendo in mezzo a noi).
Poi entrò nel fuoco davanti a me, pregando Stazio, che prima per un lungo tratto ci aveva separati, di venire dietro.
49
Sì com'fui dentro, in un bogliente vetroQgittato mi sarei per rinfrescarmi,Rtant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.Q
Non appena mi trovai in mezzo alle fiamme, mi sarei gettato in un vetro incandescente per rinfrescarmi, tanto smisurato era il calore lì dentro.
Appena fui dentro, mi sarei gettato nel vetro bollente per rinfrescarmi, tanto lì l'incendio era smisurato.
52
Lo dolce padre mio, per confortarmi,Rpur di Beatrice ragionando andava,Sdicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».R
Il dolce padre, per confortarmi, continuava a parlare sempre di Beatrice, dicendo: «Mi sembra già di vedere i suoi occhi».
Il mio dolce padre, per confortarmi, continuava a parlare di Beatrice, dicendo: «Mi sembra già di vedere i suoi occhi».
55
Guidavaci una voce che cantavaSdi là; e noi, attenti pur a lei,Tvenimmo fuor là ove si montava.S
Ci guidava una voce che cantava dall'altra parte del fuoco; e noi, prestando attenzione solo a lei, giungemmo fuori della fiamma nel punto in cui si riprendeva a salire.
Ci guidava una voce che cantava dall'altra parte; e noi, attenti solo a lei, uscimmo là dove si saliva.
58
'Venite, benedicti Patris mei',Tsonò dentro a un lume che lì era,Utal che mi vinse e guardar nol potei.T
«Venite, o benedetti del Padre mio (le parole che Cristo rivolgerà agli eletti: cfr. Matteo XXV, 34)», risuonò dentro una luce lì apparsa, così abbagliante, che sopraffece la mia vista e non la potei guardare.
«Venite, benedicti Patris mei» risuonò dentro una luce che era lì, tale che mi abbagliò e non la potei guardare.
61
«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;Unon v'arrestate, ma studiate il passo,Vmentre che l'occidente non si annera».U
64
Dritta salia la via per entro 'l sassoVverso tal parte ch'io toglieva i raggiWdinanzi a me del sol ch'era già basso.V
«II sole tramonta» soggiunse, «e scende la sera: non vi fermate, ma affrettate il passo, finché la parte occidentale del cielo non diventi completamente buia.» La scala scavata nella roccia saliva diritta verso levante cosicché io interrompevo davanti a me (con la mia ombra) i raggi del sole ormai basso all'orizzonte.
«Il sole se ne va», aggiunse, «e viene la sera; non fermatevi, ma affrettate il passo, finché l'occidente non diventa scuro». La via saliva dritta dentro la roccia verso una direzione tale che io toglievo davanti a me i raggi del sole, che era già basso.
67
E di pochi scaglion levammo i saggi,Wche 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,Xsentimmo dietro e io e li miei saggi.W
E avemmo il tempo di sperimentare pochi gradini di quella scala, che io e le mie guide ci accorgemmo che il sole era tramontato dietro alle nostre spalle, per il fatto che l'ombra (proiettata dal mio corpo) era scomparsa (con lo scomparire del sole).
E avevamo tentato pochi gradini quando io e i miei saggi sentimmo dietro di noi il sole tramontare, perché la mia ombra era sparita.
70
E pria che 'n tutte le sue parti immenseXfosse orizzonte fatto d'uno aspetto,Ye notte avesse tutte sue dispense,X
73
ciascun di noi d'un grado fece letto;Yché la natura del monte ci affranseZla possa del salir più e 'l diletto.Y
E prima che l'orizzonte avesse assunto in tutta la sua estensione, un medesimo colore (diventando scuro), e la notte avesse occupato (con le sue tenebre) tutte le zone a lei assegnate, ciascuno di noi si coricò su un gradino; poiché la legge particolare del monte (in base alla quale è vietato salire dopo il tramonto del sole: cfr. canto VII, 43-57) ci tolse la possibilità e la gioia di salire oltre.
E prima che l'orizzonte, in tutte le sue parti immense, avesse preso un solo colore, e la notte avesse occupato tutto il suo dominio, ciascuno di noi si fece letto di un gradino; perché la legge del monte ci tolse, più che il piacere, la capacità di salire.
76
Quali si stanno ruminando manseZle capre, state rapide e proterveAAsovra le cime avante che sien pranse,Z
79
tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,AAguardate dal pastor, che 'n su la vergaABpoggiato s'è e lor di posa serve;AA
Quali rimangono tranquille a ruminare le capre, che sono apparse scattanti e ardite sulle balze del monte prima di essersi satollate, sorvegliate dal pastore mentre se ne stanno silenziose all'ombra, intanto che il sole arde (ferve: intorno al mezzogiorno), e il pastore si è appoggiato sul suo bastone e, anche stando così appoggiato, continua a fare loro la guardia;
Come le capre, che sono state veloci e sfrenate sulle cime prima di aver mangiato, se ne stanno mansuete a ruminare, silenziose all'ombra, mentre il sole scotta, sorvegliate dal pastore che si è appoggiato al bastone e le assiste mentre riposano;
82
e quale il mandrian che fori alberga,ABlungo il pecuglio suo queto pernotta,ACguardando perché fiera non lo sperga;AB
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tali eravamo tutti e tre allotta,ACio come capra, ed ei come pastori,ADfasciati quinci e quindi d'alta grotta.AC
e quale il custode della mandria che rimane lontano dall'abitato, passa la notte accanto al suo gregge addormentato, vigilando perché qualche animale predatore non lo disperda, allo stesso modo ce ne stavamo allora tutti e tre, io (prossimo al sonno e tranquillo) come una capra, ed essi (pronti a vigilare) come i pastori, chiusi e protetti da una parte e dall'altra dall'alta parete della roccia.
e come il mandriano che dorme all'aperto passa la notte tranquillo accanto al suo gregge, sorvegliando che una belva non lo disperda; così eravamo allora tutti e tre, io come capra ed essi come pastori, chiusi da una parte e dall'altra dall'alta roccia.
88
Poco parer potea lì del di fori;ADma, per quel poco, vedea io le stelleAEdi lor solere e più chiare e maggiori.AD
91
Sì ruminando e sì mirando in quelle,AEmi prese il sonno; il sonno che sovente,AFanzi che 'l fatto sia, sa le novelle.AE
Da lì si poteva scorgere solo una piccola parte di cielo; ma, per quel poco (che era possibile osservare), io vedevo le stelle più luminose (per la trasparenza e la finezza dell'aria a quell'altezza) e più grandi (per il fatto che sono guardate dalla cima dell'alto monte del purgatorio) del solito. Così pensando e fissando lo sguardo sulle stelle, fui preso dal sonno;
Da lì si poteva vedere poco di ciò che era fuori; ma, in quel poco, io vedevo le stelle più chiare e più grandi del solito. Mentre così ruminavo (pensieri) e le guardavo, mi prese il sonno; il sonno che spesso conosce le notizie prima che il fatto avvenga.
94
Ne l'ora, credo, che de l'oriente,AFprima raggiò nel monte Citerea,AGche di foco d'amor par sempre ardente,AF
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giovane e bella in sogno mi pareaAGdonna vedere andar per una landaAHcogliendo fiori; e cantando dicea:AG
quel sonno che spesso preannuncia gli eventi futuri, prima che essi effettivamente accadano. Nell'ora (che precede l'alba), credo, durante la quale dall'oriente cominciò a splendere sul monte del purgatorio il pianeta Venere (Citerea), che pare sempre ardere del fuoco d'amore, in sogno mi pareva di vedere una donna giovane e bella, che andava cogliendo fiori in una distesa erbosa, e che cantando diceva:
Nell'ora, credo, in cui dall'oriente raggiò per la prima volta sul monte Venere, che sembra sempre ardente di fuoco d'amore, mi sembrava di vedere in sogno una donna giovane e bella che camminava per un prato cogliendo fiori; e cantando diceva:
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«Sappia qualunque il mio nome dimandaAHch'i' mi son Lia, e vo movendo intornoAIle belle mani a farmi una ghirlanda.AH
«Chiunque domanda il mio nome sappia che io sono Lia, e vado muovendo intorno a me le mie belle mani per farmi una ghirlanda.
«Sappia chiunque domandi il mio nome che io sono Lia, e vado muovendo intorno le belle mani per farmi una ghirlanda.
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Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;AIma mia suora Rachel mai non si smagaAJdal suo miraglio, e siede tutto giorno.AI
Qui io mi adorno (di fiori) per potermi compiacere guardandomi allo specchio; ma mia sorella Rachele non distoglie mai l'occhio dal suo specchio, e sempre siede davanti ad esso.
Mi adorno qui per piacermi allo specchio; ma mia sorella Rachele non si stacca mai dal suo specchio, e siede tutto il giorno.
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Ell'è d'i suoi belli occhi veder vagaAJcom'io de l'addornarmi con le mani;AKlei lo vedere, e me l'ovrare appaga».AJ
Ella è tanto, desiderosa di contemplare i suoi begli occhi, come io di adornarmi con le mie mani; lei trova il suo appagamento nel contemplare, ed io nell'operare».
Lei è desiderosa di vedere i suoi begli occhi come io di adornarmi con le mani; lei è appagata dal contemplare, e io dall'agire».
109
E già per li splendori antelucani,AKche tanto a' pellegrin surgon più grati,ALquanto, tornando, albergan men lontani,AK
112
le tenebre fuggian da tutti lati,ALe 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,AMveggendo i gran maestri già levati.AL
E già per il chiarore dell'alba, il quale sorge tanto più gradito ai pellegrini, quanto più, nel ritorno, hanno pernottato vicino al luogo natio, le tenebre fuggivano da tutte le parti (lati), e con esse scompariva il mio sonno; per cui io, vedendo i due grandi maestri già in piedi, mi alzai.
E ormai, per i chiarori che precedono l'alba, che sorgono tanto più graditi ai pellegrini quanto più, tornando, dormono vicino a casa, le tenebre fuggivano da ogni parte, e con esse il mio sonno; per cui mi alzai, vedendo i grandi maestri già alzati.
115
«Quel dolce pome che per tanti ramiAMcercando va la cura de' mortali,ANoggi porrà in pace le tue fami».AM
118
Virgilio inverso me queste cotaliANparole usò; e mai non furo strenneAOche fosser di piacere a queste iguali.AN
«Quel dolce frutto della felicità che per tante vie gli uomini vanno cercando affannosamente, oggi placherà tutti i tuoi desideri.» Virgilio disse queste solenni parole rivolto a me; e non ci furono mai buone novelle che mi procurassero un piacere uguale a quello che allora provai.
«Quel dolce frutto che l'affanno dei mortali va cercando su tanti rami, oggi placherà la tua fame». Virgilio usò con me queste parole; e non ci furono mai doni che dessero un piacere uguale a queste.
121
Tanto voler sopra voler mi venneAOde l'esser sù, ch'ad ogne passo poiAPal volo mi sentia crescer le penne.AO
Un così grande desiderio mi si aggiunse al precedente desiderio di pervenire sulla cima, che poi ad ogni passo mi sentivo crescere lo slancio per la salita.
Mi venne così tanto desiderio, uno sopra l'altro, di essere in cima, che poi a ogni passo sentivo crescermi le penne per il volo.
124
Come la scala tutta sotto noiAPfu corsa e fummo in su 'l grado superno,AQin me ficcò Virgilio li occhi suoi,AP
Dopo aver compiuto di corsa tutta la scala sotto di noi ed essere giunti sul gradino più alto, Virgilio fissò intensamente i suoi occhi su di me, e disse:
Quando tutta la scala fu percorsa sotto di noi e fummo sul gradino più alto, Virgilio fissò i suoi occhi su di me,
127
e disse: «Il temporal foco e l'etternoAQveduto hai, figlio; e se' venuto in parteARdov'io per me più oltre non discerno.AQ
«Figlio, hai visto le pene temporanee (del purgatorio) e quelle eterne (dell'inferno); e sei giunto in un luogo dove io con le mie sole forze non distinguo più oltre (il cammino).
e disse: «Hai visto il fuoco temporaneo (del Purgatorio) e quello eterno (dell'Inferno), figlio; e sei giunto in un luogo dove io da solo non vedo più oltre.
130
Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;ARlo tuo piacere omai prendi per duce;ASfuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.AR
Ti ho condotto fin qui con l'intelligenza e con l'applicazione pratica di essa; prendi ormai per guida la tua naturale inclinazione (che ti porterà verso il bene):
Ti ho condotto qui con l'intelligenza e con l'arte; ormai prendi come guida il tuo piacere; sei fuori dalle vie ripide, sei fuori da quelle strette.
133
Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;ASvedi l'erbette, i fiori e li arbuscelliATche qui la terra sol da sé produce.AS
sei fuori dalle vie ripide, sei fuori dalle vie strette (cioè: ogni difficoltà è stata superata). Vedi il sole che ti illumina la fronte; vedi l'erbetta, i fiori e gli arboscelli, che qui la terra produce spontaneamente.
Vedi il sole che ti risplende in fronte; vedi l'erbetta, i fiori e gli arbusti che qui la terra produce da sola.
136
Mentre che vegnan lieti li occhi belliATche, lagrimando, a te venir mi fenno,AUseder ti puoi e puoi andar tra elli.AT
Finché non ti appariranno per farti gioiosa accoglienza i begli occhi di Beatrice, i quali, con le loro lagrime, mi mossero a venire in tuo aiuto, ti puoi sedere e andare tra gli alberi e i fiori.
Finché non arrivino lieti gli occhi belli (di Beatrice) che, piangendo, mi fecero venire da te, puoi sederti e puoi camminare tra essi.
139
Non aspettar mio dir più né mio cenno;AUlibero, dritto e sano è tuo arbitrio,AVe fallo fora non fare a suo senno:AU
Non attendere più le mie parole né i miei gesti: il tuo volere è ormai libero dalle passioni rettamente volto verso il bene e guarito dai suoi mali, e sarebbe errore non assecondarlo:
Non aspettare più una mia parola né un mio cenno; il tuo arbitrio è libero, dritto e sano, e sarebbe un errore non agire secondo il suo giudizio:
142
per ch'io te sovra te corono e mitrio».AV
perciò io ti costituisco signore e guida di te stesso».
perciò io ti incorono e ti do la mitra sopra te stesso (ti faccio signore di te stesso)».
Riassunto del canto XXVII
Il sole sta tramontando sul monte del purgatorio quando l'angelo della castità, dopo aver cantato la sesta beatitudine evangelica « Beati mundo corde! », invita i tre poeti ad entrare nelle fiamme che occupano il settimo girone, per poter proseguire il loro viaggio, Ma Dante esita, pieno di paura, e Virgilio deve intervenire per far presente al discepolo che nel purgatorio le pene possono tormentare, ma non uccidere. Tuttavia solo quando il maestro gli ricorda che al di là di quel muro di fiamme egli potrà finalmente vedere Beatrice, Dante si decide e segue la sua guida nel fuoco, mentre Stazio chiude il piccolo gruppo. Virgilio, per esortare il discepolo e sostenerlo nel difficile momento, continua a parlar di Beatrice finché, guidati da un canto, i tre poeti escono dalle fiamme, trovandosi davanti a un angelo, che li invita a salire prima che sopraggiunga la notte. Poco dopo, tuttavia, essendo tramontato il sole, essi si coricano su tre gradini tagliati nella roccia, per aspettare il nuovo giorno. Il Poeta, mentre osserva il cielo stellato, viene preso dal sonno; quando l'alba è vicina egli sogna una giovane donna, bella e leggiadra, che percorre la campagna cogliendo fiori e che, cantando, rivela il proprio nome: è Lia, che fu la prima moglie di Giacobbe e rappresenta il simbolo della vita attiva, mentre Rachele, che fu la seconda moglie del patriarca ebraico, è simbolo della vita contemplativa. Ogni tenebra è scomparsa quando Dante si riscuote dal sonno; subito dopo il maestro gli spiega che è ormai vicina quella felicità che tutti i mortali cercano ansiosamente e che è simboleggiata dal paradiso terrestre. Virgilio, dopo aver accompagnato Dante fino al termine della scala che conduce all'Eden, si congeda da lui: il suo compito si è concluso, il discepolo ha raggiunto la totale purificazione e non gli resta che attendere la venuta di Beatrice.
In breve
Dove e chi
VII cornice: Lussuriosi. Camminano dentro il fuoco.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Con la vista dei lussuriosi che si purificano nel fuoco ha termine l'esperienza compiuta da Dante nei primi due regni dell'oltretomba. A partire da questo momento fino alla fine della seconda cantica la vicenda itinerale del pellegrino assumerà un colore più decisamente *allegorico, venendo a mancare ad essa lo sfondo storico, determinabile attraverso il riferimento a personaggi e fatti realmente accaduti in terra, che ha sin qui caratterizzato gli incontri del protagonista con le anime dei dannati o dei promessi alla beatitudine. Uno studioso americano, il Singleton, distingue nel personaggio che parla in prima persona nella Commedia un "io-individuo", storicamente identificabile in Dante Alighieri, e un "io" più generale, a carattere simbolico: un "io-umanità" che egli definisce, richiamandosi ad un celebre dramma medievale, "Chiunque". Per il Singleton, i canti proemiali del poema avrebbero quale loro protagonista questo secondo "io", questo "io" che non si identifica storicamente nella concretezza di una persona vissuta, ma che agisce sul lettore con la portata vasta e suggestiva di un riferimento diretto al destino umano. Considerazioni analoghe possono essere svolte anche in rapporto ai canti successivi, poiché sempre, nella presentazione che il Poeta fa di sé in quanto protagonista dell'opera, coesistono queste due forme di intendere la soggettività, prevalendo ora l'una ora l'altra a seconda delle esigenze della narrazione. Così, se nei dialoghi con le anime ha il sopravvento, sul Dante-simbolo, il Dante storico, ricco di una personale esperienza e di un sentire che questa esperienza traduce sempre in travaglio morale, nei momenti in cui l'elemento umano é messo in ombra da quello sovrannaturale il protagonista della Commedia tende a coincidere con l'uomo assunto nella sua tipicità, onde talvolta il suo sentire sembra contraddire quello, esprimente la volontà ferma e il coraggio, del Dante personaggio storico. Basti pensare, ad esempio, al tema ricorrente della paura, il quale chiaramente allude ad una condizione generica, propria dell'uomo non ancora libero dal peccato e bisognoso di un soccorso per diventarlo. Questo tema, trattato dall'autore con effetti a volte di indubbia comicità, come in certe inflessioni dell'episodio davanti alle porte di Dite o della pagina dedicata al volo sulla groppa di Gerione o in tutto il movimentatissimo episodio della bolgia dei barattieri, acquista un notevole risalto nella prima parte del canto XXVII del Purgatorio. Ivi, "cessata la rivista delle anime purganti (o delle dannate e delle purganti), dove domina l'individualità storica e dei visitati e dello stesso visitatore», ricompare "l'intelaiatura affabulatrice del viaggio, dove il protagonista é l'« io » che é altresì «noi»" (Contini). La critica ha cercato per diverse vie di annettere alla poesia solenne che contraddistingue la seconda parte del canto (poesia dei silenzi e delle meditazioni notturne, poesia della piccolezza dell'uomo nelle dimensioni dell'universo, poesia del risveglio in una natura vergine, ignara del peccato) e che culmina nel congedo tragico di Virgilio, anche l'episodio che ne occupa la prima parte: quello che ci mostra Dante - (e io pur fermo e contra coscienza) - riluttante ad affrontare l'ultima prova dolorosa che attende le anime prima che possano accedere al paradiso terrestre. Tentativi del genere non riescono tuttavia a persuadere. Quando il Momigliano, ad esempio, in merito all'espressione sopra riferita, parla di un verso "unico, incrollabile sotto i colpi reiterati delle parole di Virgilio", non tiene conto del contesto indubbiamente orientato verso il comico, in cui tale endecasillabo si trova inserito. L'aspetto bonario di questa rappresentazione della paura del protagonista cui il riferimento alla vista di cadaveri (verso 15) o di bruciati vivi (verso 18) non riesce a conferire la consistenza di un sentimento provato in prima persona - si rende palese nella sua conclusione (terzina 43), a proposito della quale il Contini rileva: "la situazione infantile di Dante sottolineata da quella sottilissima spia linguistica che é il pronome allocutorio di prima plurale, volenci star di qua? (non si dice infatti ai bambini: «Come siamo belli oggi!»?), é indicativa del prevalere in lui dell'istinto contra coscienza". Ora nessuna situazione caratterizzata dall'affermarsi dell'istinto in quanto tale é mai presentata nella Commedia in termini di un dramma che non sia puramente simbolico, e pertanto, là dove questo dramma vuole affermarsi come reale, si determina una sproporzione fra i due piani fondamentali (quello letterale e quello allegorico) della rappresentazione, con esiti tendenti al comico. La seconda parte del canto isola le figure dei tre viandanti sullo sfondo di una notte viva di inespressi presagi, in accordo con la grandiosa determinazione astronomica dei versi dell'esordio, nei quali l'impassibilità del decorso degli eventi naturali inquadra la passione del Dio fatto uomo (verso 2). Rimandare in proposito, come fa il Momigliano, all'atmosfera che caratterizza un componimento come L'infinito del Leopardi, può riuscire utile nei margini di una larghissima approssimazione, ma allora tanti altri riferimenti potrebbero risultare ugualmente validi. Ciò che distingue il respiro cosmico che anima questa pagina commossa, dalle meditazioni notturne degli scrittori più vicini a noi nel tempo, é il senso di fiduciosa attesa che la pervade, l'armonia che si istituisce tra il soggetto contemplante e la natura di cui si sente parte, oltre che osservatore. Dante non esprime un desiderio di « naufragare» nel mare dell'essere, di sfuggire in tal modo al tormento della coscienza, ma, assorto (si ruminando e sì mirando in quelle) nella contemplazione di astri che gli indicano senza errore il cammino che deve seguire, cede ad un sonno apportatore, per via di prefigurazioni simboliche, di verità.
vv. 49-54Sì com'fui dentro, in un bogliente vetrogittato mi sarei per rinfrescarmi,tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.Lo dolce padre mio, per confortarmi,pur di Beatrice ragionando andava,dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».Leggi nel testo
Alla fine della settima cornice, quella dei lussuriosi, la strada verso il Paradiso terrestre passa attraverso un muro di fiamme. Dante si blocca. Virgilio prova con la ragione: gli ricorda di averlo portato sano e salvo in groppa a Gerione, gli assicura che quel fuoco non può bruciargli neanche un capello, lo invita a toccarlo con il lembo della veste. Niente da fare: Dante resta «fermo e contra coscienza». Lo smuove solo un nome: «tra Beatrice e te è questo muro».
Lo studioso Ulrich Leo ha notato che quel fuoco ha un doppio significato. È il fuoco che purifica i lussuriosi, ma è anche il confine del Paradiso terrestre: una tradizione antica immaginava l'Eden circondato da una barriera di fiamme. Leo si chiede poi perché, a un passo dalla meta, Dante abbia una paura così concreta e fisica. La sua risposta: è l'unica volta in tutto il poema in cui il viaggiatore subisce davvero sul proprio corpo la pena delle anime. Per tutto il resto del cammino osserva i tormenti dall'esterno; qui li attraversa.
La paura, quindi, appartiene al corpo vivo di Dante, non alla sua anima, che è ormai sulla via della salvezza. Ed è descritta con un'immagine iperbolica: dentro quel fuoco si sarebbe gettato in un vetro fuso «per rinfrescarsi». In questo modo l'episodio rende credibile il viaggio di un uomo in carne e ossa nell'aldilà e prepara il passaggio decisivo del canto: Virgilio sta per lasciare a Dante il governo di sé stesso.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Il nome che vince la paura
Ne parla la scheda «Beatrice, dalla Vita Nuova alla Commedia» (Inf. II).