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Indice dei canti
Al sole basso sul mare un uomo in veste dorata e corona d'alloro si inginocchia per abbracciare le ginocchia di Virgilio, che lo ferma con la mano; dietro, Dante sorride.
Stazio si china ad abbracciare i piedi di Virgilio dopo che Dante ne ha svelato il nome
Purgatorio · V cornice

Purgatorio, Canto XXI

«La sete natural che mai non sazia…»

Dante prosegue il viaggio nel quinto girone, ma è tutto preso dal desiderio di conoscere la causa del terremoto che ha scosso il monte del purgatorio e del canto del «Gloria » che le anime hanno innalzato subito dopo.

Luogo
V cornice
Anime e colpe
Avari e prodighi
Personaggi
Virgilio, Stazio
Versi
136 · 45 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXI

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

La sete natural che mai non saziaAse non con l'acqua onde la femminettaBsamaritana domandò la grazia,A

4

mi travagliava, e pungeami la frettaBper la 'mpacciata via dietro al mio duca,Ce condoleami a la giusta vendetta.B

La sete naturale di sapere che mai si sazia se non con quell'acqua della verità, della quale l'umile donna samaritana chiese a Gesù la grazia (di potersi dissetare), mi tormentava, e intanto la fretta mi stimolava a salire dietro alla mia guida per la via ingombra di anime, e sentivo compassione della loro pena, pur riconoscendola giusta.
La sete naturale (di sapere), che non si sazia mai se non con l'acqua di cui la donna samaritana chiese la grazia, mi tormentava, e mi pungeva la fretta, lungo la strada ingombra (di anime), dietro alla mia guida, e provavo compassione per la giusta punizione.
7

Ed ecco, sì come ne scrive LucaCche Cristo apparve a' due ch'erano in via,Dgià surto fuor de la sepulcral buca,C

10

ci apparve un'ombra, e dietro a noi venìa,Ddal piè guardando la turba che giace;Ené ci addemmo di lei, sì parlò pria,D

Ed ecco improvvisamente, così come ci racconta San Luca di Cristo, il quale apparve ai due discepoli che erano sulla via di Emmaus, dopo che era già risorto e uscito dal sepolcro scavato nella roccia, ci apparve uno spirito, e veniva dietro a noi, attenti a non calpestare con i piedi le anime che giacevano a terra; e non ci accorgemmo di lui, finché non parlò per primo, dicendoci:
Ed ecco, proprio come Luca scrive che Cristo, già risorto dalla buca del sepolcro, apparve ai due che erano in cammino, ci apparve un'ombra, e veniva dietro di noi, guardando a terra la folla che giace; e non ci accorgemmo di lei, finché parlò per prima,
13

dicendo; «O frati miei, Dio vi dea pace».ENoi ci volgemmo sùbiti, e VirgilioFrendéli 'l cenno ch'a ciò si conface.E

«Fratelli miei, Dio vi conceda la pace». Noi ci voltammo di scatto, e Virgilio gli restituì un cenno di saluto che era intonato alla stessa cortesia. Poi prese a dire:
dicendo: «O fratelli miei, Dio vi dia pace». Noi ci voltammo subito, e Virgilio le rese il saluto che si addice a queste parole.
16

Poi cominciò: «Nel beato concilioFti ponga in pace la verace corteGche me rilega ne l'etterno essilio».F

«Il tribunale infallibile di Dio (la verace corte), che relega me nell'eterno esilio del limbo, ti ponga nella beatitudine del paradiso».
Poi cominciò: «Ti accolga in pace nell'assemblea dei beati la corte infallibile (di Dio) che relega me nell'esilio eterno».
19

«Come!», diss'elli, e parte andavam forte:G«se voi siete ombre che Dio sù non degni,Hchi v'ha per la sua scala tanto scorte?».G

«Come!» ci rispose, e intanto camminavamo in fretta: «se voi siete anime che Dio non crede degne di salire in paradiso, chi vi ha guidate così in alto su questa scala (del purgatorio)?» E il mio maestro:
«Come!», disse quello, mentre camminavamo svelti: «Se voi siete ombre che Dio non ritiene degne di salire lassù, chi vi ha guidato tanto in alto per la sua scala?».
22

E 'l dottor mio: «Se tu riguardi a' segniHche questi porta e che l'angel profila,Iben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.H

«Se tu osservi bene i segni che costui in parte ancora porta e che l'angelo suole tracciare sulla fronte dei penitenti, potrai vedere chiaramente che dovrà essere beato.
E il mio maestro: «Se guardi i segni che costui porta e che l'angelo traccia, vedrai bene che è destinato a regnare con i buoni.
25

Ma perché lei che dì e notte filaInon li avea tratta ancora la conocchiaJche Cloto impone a ciascuno e compila,I

28

l'anima sua, ch'è tua e mia serocchia,Jvenendo sù, non potea venir sola,Kperò ch'al nostro modo non adocchia.J

Ma poiché la parca Lachesi, colei che fila giorno e notte (lo stame della vita umana), non aveva ancora finito di filare traendo giù per lui il filo che Cloto pone e avvolge (sulla rocca) per ciascuno, la sua anima, che è sorella tua e mia, salendo fin quassù, non poteva venire senza guida, perché (essendo ancora unita al corpo) non vede chiaramente il vero come noi.
Ma poiché colei che fila giorno e notte (Lachesi) non aveva ancora finito di filare la conocchia che Cloto prepara e carica per ciascuno, la sua anima, che è sorella tua e mia, venendo su, non poteva venire da sola, perché non vede come noi.
31

Ond'io fui tratto fuor de l'ampia golaKd'inferno per mostrarli, e mosterrolliLoltre, quanto 'l potrà menar mia scola.K

Per questo venni tratto fuori dal limbo, il primo e più ampio cerchio dell'inferno, per indicargli il cammino, e glielo indicherò anche più avanti, fin dove lo potrà guidare il mio insegnamento.
Per cui io fui tratto fuori dall'ampia gola dell'inferno per fargli da guida, e lo guiderò oltre, fin dove potrà condurlo il mio insegnamento.
34

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolliLdiè dianzi 'l monte, e perché tutto ad unaMparve gridare infino a' suoi piè molli».L

Ma se lo sai, dimmi perché poco fa il monte sussultò con tali scosse, e perché tutte le anime insieme parvero cantare a gran voce dalla cima del monte alla sua base bagnata dal mare».
Ma dimmi, se lo sai, perché poco fa il monte ha dato tali scosse, e perché tutto insieme è sembrato gridare fino ai suoi piedi bagnati (dal mare)».
37

Sì mi diè, dimandando, per la crunaMdel mio disio, che pur con la speranzaNsi fece la mia sete men digiuna.M

Facendo questa domanda, Virgilio indovinò così bene il mio desiderio (sì mi dié... per la cruna del mio disio: come se avesse infilato con precisione il filo nella cruna di un ago), che solo per la speranza di una risposta la mia sete di sapere divenne meno ardente.
Così, domandando, colpì nella cruna del mio desiderio, che soltanto con la speranza la mia sete divenne meno digiuna.
40

Quei cominciò: «Cosa non è che sanzaNordine senta la religioneOde la montagna, o che sia fuor d'usanza.N

E quell'anima cominciò a dire: «Il santo monte non è soggetto ad alcuna mutazione che non sia prestabilita da leggi, o che sia insolita.
Quello cominciò: «Non c'è nulla che la santa legge della montagna permetta senza ordine, o che sia fuori dalla consuetudine.
43

Libero è qui da ogne alterazione:Odi quel che 'l ciel da sé in sé ricevePesser ci puote, e non d'altro, cagione.O

Questo luogo è esente da ogni perturbazione terrestre: di quanto avviene qui possono essere causa solo le forze intrinseche al cielo, e non ciò che il cielo riceve dal di fuori.
Questo luogo è libero da ogni alterazione: può esserci causa (di fenomeni) soltanto ciò che il cielo riceve da sé in sé, e nient'altro.
46

Per che non pioggia, non grando, non neve,Pnon rugiada, non brina più sù cadeQche la scaletta di tre gradi breve;P

49

nuvole spesse non paion né rade,Qné coruscar, né figlia di Taumante,Rche di là cangia sovente contrade;Q

Per questa ragione al disopra della breve scaletta di tre gradini (all'ingresso del purgatorio), non cade pioggia, grandine, neve, rugiada, brina;non appaiono nubi, né dense né tenui, non lampi, e neppure l'arcobaleno (figlia di Taumante), che di là sulla terra (essendo opposto al sole) muta spesso zona nel cielo: Iride, figlia di Taumante e di Elettra, secondo il mito era la messaggera degli dei, specialmente di Giunone;
Per cui non cade più su della breve scaletta di tre gradini né pioggia, né grandine, né neve, né rugiada, né brina; non appaiono nuvole né dense né rade, né lampi, né la figlia di Taumante (l'arcobaleno), che di là cambia spesso posizione;
52

secco vapor non surge più avanteRch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,Sdov'ha 'l vicario di Pietro le piante.R

scendeva sulla terra a portare i suoi messaggi camminando sull'arcobaleno che segnava il suo percorso in cielo e nemmeno il vapore secco supera la sommità dei tre gradini di cui parlai, dove posa i piedi l'angelo por tiere, vicario di San Pietro.
il vapore secco non sale oltre la cima dei tre gradini di cui ho parlato, dove il vicario di Pietro (l'angelo portiere) poggia i piedi.
55

Trema forse più giù poco o assai;Sma per vento che 'n terra si nasconda,Tnon so come, qua sù non tremò mai.S

Al di sotto dei tre gradini il monte forse trema poco o molto; ma (pur poggiando sopra una base soggetta ai terremoti) quassù, non so come, non tremò mai per il vento che si nasconde dentro la terra (e causa i terremoti).
Più giù forse trema poco o molto; ma per il vento che si nasconde sotto terra, non so come, quassù non ha mai tremato.
58

Tremaci quando alcuna anima mondaTsentesi, sì che surga o che si movaUper salir sù; e tal grido seconda.T

Qui il monte trema quando qualche anima si sente purificata, al punto di levarsi in piedi (se è in questo girone) o di muoversi per ascendere (se è negli altri);
Qui trema quando un'anima si sente purificata, così da alzarsi o da muoversi per salire su; e quel grido l'accompagna.
61

De la mondizia sol voler fa prova,Uche, tutto libero a mutar convento,Vl'alma sorprende, e di voler le giova.U

e al terremoto segue il canto del «Gloria». Della compiuta purificazione è prova soltanto la volontà, la quale, sentendosi del tutto libera di mutar dimora, colpisce improvvisa l'anima, e tale volontà è efficace.
Della purificazione dà prova soltanto la volontà, che, del tutto libera di cambiare dimora, sorprende l'anima e le giova volerlo.
64

Prima vuol ben, ma non lascia il talentoVche divina giustizia, contra voglia,Wcome fu al peccar, pone al tormento.V

Prima (di sentirsi monda) l'anima vuole bensì ascendere, ma non glielo permette quel desiderio che, in contrasto con la volontà di salire, la divina giustizia pone in lei rivolto all'espiazione, come fu già rivolto al peccato.
Anche prima vuole (salire), ma non glielo permette il desiderio che la giustizia divina, contro la volontà, rivolge alla pena, come prima era rivolto al peccato.
67

E io, che son giaciuto a questa dogliaWcinquecent'anni e più, pur mo sentiiXlibera volontà di miglior soglia:W

70

però sentisti il tremoto e li piiXspiriti per lo monte render lodeYa quel Segnor, che tosto sù li 'nvii».X

E io, che per espiare giacqui cinquecento anni e più in questo girone, solo ora sentii tutta libera la volontà di muovermi verso la dimora del paradiso per questo hai sentito il terremoto e hai udito gli spiriti pii rendere lode per tutto il monte del purgatorio a quel Signore che mi auguro voglia inviarli presto in paradiso». Così ci parlò:
E io, che sono rimasto disteso in questa pena per cinquecento anni e più, soltanto ora ho sentito la libera volontà di una sede migliore: perciò hai sentito il terremoto e gli spiriti pietosi lungo il monte rendere lode a quel Signore, che presto li mandi su».
73

Così ne disse; e però ch'el si godeYtanto del ber quant'è grande la sete.Znon saprei dir quant'el mi fece prode.Y

e poiché bevendo si gode tanto quanto grande è la sete, non saprei dire quanto egli mi giovò (soddisfacendo con questa risposta la mia ardente brama di conoscere). E la mia saggia guida:
Così ci disse; e poiché si gode del bere tanto quanto è grande la sete, non saprei dire quanto mi fece bene.
76

E 'l savio duca: «Omai veggio la reteZche qui v'impiglia e come si scalappia,AAperché ci trema e di che congaudete.Z

«Ormai intendo chiaramente che cosa (il desiderio guidato dalla volontà divina: cfr. versi 64-66) vi tiene qui impigliati come una rete e come (con la penitenza) ci si scioglie da essa, perché qui il monte trema, e perché col canto vi rallegrate tutti insieme.
E la saggia guida: «Ormai vedo la rete che qui vi trattiene e come ci si libera, perché qui trema e di che cosa gioite insieme.
79

Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,AAe perché tanti secoli giaciutoABqui se', ne le parole tue mi cappia».AA

Ora ti piaccia farmi sapere chi fosti, e le tue parole mi rivelino perché hai dovuto giacere tanti secoli in questo girone».
Ora ti piaccia che io sappia chi fosti, e fammi capire dalle tue parole perché sei rimasto disteso qui per tanti secoli».
82

«Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiutoABdel sommo rege, vendicò le fóraACond'uscì 'l sangue per Giuda venduto,AB

85

col nome che più dura e più onoraACera io di là», rispuose quello spirto,AD«famoso assai, ma non con fede ancora.AC

«Nel tempo in cui il valoroso Tito, con l'aiuto di Dio, vendicò le piaghe di Cristo dalle quali usci il sangue venduto da Giuda,io ero di là sulla terra col nome di poeta, il più duraturo e onorifico di tutti i nomi» rispose quello spirito «assai famoso, ma non ancora con la fede cristiana.
«Al tempo in cui il buon Tito, con l'aiuto del sommo re (Dio), vendicò le ferite da cui uscì il sangue venduto da Giuda, io ero di là con il nome che dura di più e che più onora (quello di poeta)», rispose quello spirito, «molto famoso, ma non ancora con la fede.
88

Tanto fu dolce mio vocale spirto,ADche, tolosano, a sé mi trasse Roma,AEdove mertai le tempie ornar di mirto.AD

Il mio canto fu così dolce che, sebbene fossi di Tolosa, Roma mi chiamò a sé, e lì meritai di cingere la fronte con la corona di mirto (con il mirto, infatti, oltre che con l'alloro, si coronavano i poeti).
Il mio canto fu così dolce che, pur essendo di Tolosa, Roma mi attirò a sé, dove meritai di ornarmi le tempie di mirto.
91

Stazio la gente ancor di là mi noma:AEcantai di Tebe, e poi del grande Achille;AFma caddi in via con la seconda soma.AE

La gente nel mondo dei mortali mi chiama ancora Stazio: prima cantai le vicende della guerra tebana, poi quelle del grande Achille: ma morii in piena attività quando la fatica del secondo poema non era ancora compiuta.
La gente di là mi chiama ancora Stazio: cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma caddi per la strada con il secondo carico.
94

Al mio ardor fuor seme le faville,AFche mi scaldar, de la divina fiammaAGonde sono allumati più di mille;AF

II fuoco della mia poesia prese alimento dalle scintille, che sempre mi scaldarono, di quella fiamma divina, al cui calore moltissimi altri poeti si sono accesi;
Il seme del mio ardore (poetico) furono le scintille della fiamma divina che mi scaldarono, dalla quale sono stati accesi più di mille poeti;
97

de l'Eneida dico, la qual mammaAGfummi e fummi nutrice poetando:AHsanz'essa non fermai peso di dramma.AG

intendo dire la fiamma dell'Eneide, che mentre poetavo mi fu madre (generando in me l'amore alla poesia) e mi fu nutrice (educando quell'amore): senza tenerla a modello non creai nei miei versi nulla che avesse un valore anche minimo (peso di dramma: l'ottava parte di un'oncia).
parlo dell'Eneide, che per me fu madre e fu nutrice nel poetare: senza di essa non scrissi nulla che pesasse anche solo una dramma.
100

E per esser vivuto di là quandoAHvisse Virgilio, assentirei un soleAIpiù che non deggio al mio uscir di bando».AH

103

Volser Virgilio a me queste paroleAIcon viso che, tacendo, disse 'Taci';AJma non può tutto la virtù che vuole;AI

E se fosse stato possibile esser vissuto sulla terra al tempo di Virgilio, accetterei di ritardare di un anno solare oltre il tempo dovuto la mia liberazione da questo esilio (uscir di bando) del purgatorio.» Queste parole fecero voltare Virgilio verso di me con un volto che, pur senza parole, diceva: "Taci";
E per essere vissuto di là quando visse Virgilio, accetterei di restare un anno in più di quanto devo prima di uscire dall'esilio». Queste parole fecero voltare Virgilio verso di me con un viso che, tacendo, disse 'Taci'; ma la volontà non può tutto ciò che vuole;
106

ché riso e pianto son tanto seguaciAJa la passion di che ciascun si spicca,AKche men seguon voler ne' più veraci.AJ

ma la volontà non può tutto, perché il riso e il pianto seguono con tanta prontezza i sentimenti della gioia e del dolore, da cui ciascuno dei due deriva, che obbediscono ancor meno al freno della volontà nei caratteri più schietti.
perché il riso e il pianto seguono così da vicino il sentimento da cui ciascuno nasce, che nelle persone più sincere obbediscono meno alla volontà.
109

Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;AKper che l'ombra si tacque, e riguardommiALne li occhi ove 'l sembiante più si ficca;AK

Io sorrisi soltanto come chi accenna solo con l'occhio; per questo Stazio tacque, e mi fissò negli occhi, dove la espressione dell'animo traspare più che in ogni altra parte; e:
Io sorrisi appena, come chi fa un cenno d'intesa; per cui l'ombra tacque, e mi guardò negli occhi, dove l'espressione si manifesta di più;
112

e «Se tanto labore in bene assommi»,ALdisse, «perché la tua faccia testesoAMun lampeggiar di riso dimostrommi?».AL

115

Or son io d'una parte e d'altra preso:AMl'una mi fa tacer, l'altra scongiuraANch'io dica; ond'io sospiro, e sono intesoAM

«Possa tu condurre a buon termine la cosi ardua fatica del viaggio» disse, «ama perché or ora il tuo volto mi ha lasciato vedere un lampo di sorriso?» A questo punto io sono prigioniero fra due volontà contrarie: una (quella di Virgilio) mi fa tacere, l'altra (quella di Stazio) mi scongiura di parlare;
e disse: «Così tu possa portare a buon fine una così grande fatica, perché il tuo viso poco fa mi ha mostrato un lampo di sorriso?». Ora io sono preso da una parte e dall'altra: l'una mi fa tacere, l'altra mi scongiura di parlare; per cui sospiro, e sono capito
118

dal mio maestro, e «Non aver paura»,ANmi dice, «di parlar; ma parla e digliAOquel ch'e' dimanda con cotanta cura».AN

per questo io sospiro, e vengo compreso dal mio maestro, che mi dice: «Non aver paura a parlare; ma parla e digli quello che chiede con tanto interesse». Per ciò io dissi:
dal mio maestro, e mi dice: «Non aver paura di parlare; ma parla e digli ciò che domanda con tanta premura».
121

Ond'io: «Forse che tu ti maravigli,AOantico spirto, del rider ch'io fei;APma più d'ammirazion vo' che ti pigli.AO

«Forse, o antico spìrito, ti meravigli del mio sorridere; ma voglio che tu sia preso da una meraviglia anche maggiore.
Per cui io: «Forse ti meravigli, antico spirito, del sorriso che ho fatto; ma voglio che ti prenda una meraviglia ancora maggiore.
124

Questi che guida in alto li occhi miei,APè quel Virgilio dal qual tu togliestiAQforza a cantar de li uomini e d'i dèi.AP

Questi che mi guida a vedere l'alta cima del monte, è proprio quel Virgilio dal quale attingesti la virtù di cantare nei tuoi poemi gli uomini e gli dei.
Costui che guida in alto i miei occhi è proprio quel Virgilio da cui tu traesti la forza per cantare gli uomini e gli dèi.
127

Se cagion altra al mio rider credesti,AQlasciala per non vera, ed esser crediARquelle parole che di lui dicesti».AQ

Se hai creduto che fosse un'altra la causa del mio sorriso, lasciala da parte come falsa, e credi che a farmi sorridere furono proprio quelle parole che dicesti di lui».
Se hai creduto che il mio sorriso avesse un'altra causa, lasciala perché non è vera, e credi che siano state quelle parole che hai detto di lui».
130

Già s'inchinava ad abbracciar li piediARal mio dottor, ma el li disse: «Frate,ASnon far, ché tu se' ombra e ombra vedi».AR

Stazio già stava chinandosi per abbracciare i piedi al mio maestro, ma questi gli disse: «Fratello, non fare questo, perché tu sei un'ombra e in me non vedi che un'ombra». E Stazio rialzandosi:
Già si chinava ad abbracciare i piedi del mio maestro, ma egli gli disse: «Fratello, non farlo, perché tu sei un'ombra e vedi un'ombra».
133

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitateAScomprender de l'amor ch'a te mi scalda,ATquand'io dismento nostra vanitate,AS

136

trattando l'ombre come cosa salda».AT

«Ora puoi comprendere quanto sia grande l'amore che mi infiamma per te, dal momento che dimentico la nostra inconsistenza corporea, e tratto le ombre come fossero corpi solidi».
Ed egli, alzandosi: «Ora puoi capire la grandezza dell'amore che mi scalda per te, quando dimentico la nostra inconsistenza, trattando le ombre come una cosa solida».

Riassunto del canto XXI

Dante prosegue il viaggio nel quinto girone, ma è tutto preso dal desiderio di conoscere la causa del terremoto che ha scosso il monte del purgatorio e del canto del «Gloria » che le anime hanno innalzato subito dopo. All'improvviso compare alle spalle dei due pellegrini un'ombra che rivolge loro un augurio di pace: a quest'anima Virgilio chiede spiegazione dei fatti misteriosi prima avvenuti. Il monte del purgatorio - spiega quello spirito è soggetto a leggi ben precise, diverse da quelle che regolano la vita della natura sulla terra, perché, al di sopra dei tre gradini sui quali si apre la porta del mondo della penitenza, non si formano più grandine, neve, rugiada, brina, nuvole, lampi, arcobaleni, né tanto meno, terremoti. Il monte del purgatorio viene scosso solo in una occasione: quando una anima ha compiuto la sua purificazione ed è diventata degna di entrare in paradiso; contemporaneamente tutti gli spiriti penitenti ringraziano Dio con il canto del «Gloria». L'ombra, a una domanda di Virgilio, rivela finalmente il suo nome: è Stazio, il famoso poeta latino, autore della Tebaide e della Achilleide, vissuto nel I secolo d. C. Subito dopo aver spiegato che a Roma ebbe la consacrazione a poeta, Stazio inizia una commossa esaltazione di Virgilio e della sua opera, affermando che l'Eneide non solo alimentò ed educò il suo spirito poetico, ma ne f u anche mamma: ignaro di essere davanti a colui che considera il suo maestro, dichiara che egli acconsentirebbe a restare un anno di più nel purgatorio, pur di essere vissuto al tempo del grande mantovano. Dopo queste parole Dante, vincendo l'umiltà e la ritrosia di Virgilio, rivela il nome della sua guida.

In breve

Dove e chi
  1. V cornice: Avari e prodighi. Distesi a terra con la faccia in giù.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

L'episodio che ha per protagonista Stazio è il più lungo della Commedia: esso si distende, infatti, per ben due canti, il XXI e il XXII del Purgatorio. È per questo (ricordiamo inoltre che Stazio compirà, dalla cornice degli avari in poi, il cammino insieme ai due pellegrini) che alcuni critici hanno creduto di dover individuare in questo episodio una tappa fondamentale dell'itinerario spirituale di Dante, quando non addirittura la chiave di volta dell'intero poema, e nel personaggio dell'autore della Tebaide, secondo una precisa indicazione del Porena, "una guida intermedia fra Virgilio e Beatrice una specie di anello di congiunzione fra la scorta umana e quella divina". Per il Montanari, uno dei critici che con maggior acume ha saputo delineare il senso dell'itinerario spirituale che portò Dante dal misticismo vago ed ancora decisamente orientato, verso una realtà profana della Vita Nova, attraverso l'esperienza razionalistica del Convivio, alla decisa preminenza accordata al sacro nel capolavoro della maturità, l'unica spiegazione plausibile dell'ampio sviluppo dato all'episodio di Stazio dal Poeta è "che, giunto all'ultimo terzo del Purgatorio, in prossimità del momento in cui dovrà separarsi da Virgilio (alla fine del canto XXVII) Dante vuole glorificare nel modo più ampio ed organico il suo maestro, rappresentando, in persona di Stazio, quella che era stata una vicenda personale sua, di Dante... ". Perciò la "funzione gradualmente redentrice di Virgilio è in realtà la rappresentazione di come Dante interpretò il suo incontro con la poesia di Virgilio, che si rivelò via via a Dante prima come maestro di stile poetico, poi come maestro di morale naturale, da ultimo come profeta inconscio e sacrificato della Rivelazione cristiana". Per quel che concerne il significato simbolico di Stazio, in quanto guida del protagonista, il Montanari concorda con molti dei più autorevoli interpreti contemporanei nell'accogliere le conclusioni del Landi, secondo le quali "Stazio, di fronte a Virgilio che è la ragione (o forse meglio la sapienza) puramente naturale, sarebbe la ragione naturale, ma illuminata e aiutata dalla Rivelazione per ciò che riguarda la sfera del sapere naturale, dove, in conseguenza del peccato originale, così facile è l'errore, se la ragione non sia aiutata dalla vigilanza della Rivelazione". Aggiunge tuttavia il critico che tale interpretazione della funzione svolta da Stazio nell'economia del poema "nulla toglie alla natura precipuamente autobiografica dell'episodio. Si inserisce anzi nella rievocazione dell'esperienza culturale di Dante come figura [da intendersi qui nel senso dato a questo termine dall'Auerbach, sul fondamento di uno dei significati da esso assunti nel Medioevo: in quanto evento reale, storicamente documentabile, adombrante in sé il significato di un altro evento, esso pure reale e storicamente avvenuto] del superamento della sola filosofia (o meglio della filosofia come indistinta dalla teologia), quale era stata sentita da Dante durante la composizione del Convivio: non la filosofia da sola, e neppure la filosofia in quanto utilizzi la Rivelazione senza tener conto delle due ben distinte sfere di competenza, può salvare il mondo; ma solo la teologia in quanto solo essa può dare risposta ai supremi principi, e può illustrare la necessità che resti un margine di insuperabile mistero" L'intera vicenda dell'iter dell'anima promessa alla beatitudine è come emblematicamente ricostituita nella duplice vicenda terrena occorsa a Stazio (nelle due successive « conversioni » operatesi in lui, sotto l'influsso di Virgilio, e nel passaggio drammatico dalla prima di esse, ancora puramente letteraria e mondana, che gli meritò in terra il nome che più dura e più onora e che è oggetto del suo discorso nel canto XXI alla seconda, di cui Stazio tratta nel canto XXII, dalla idolatria al cristianesimo). Essa è anche riscontrabile nella presentazione della sua figura - in termini di un miracolo che accorda il motivo della nascita corporale (attraverso il mito di Apollo e Diana) a quello della risurrezione (attraverso la risurrezione di Cristo), che è la nascita seconda e definitiva - al momento esatto in cui si mostra degna di sciogliersi, espiato il male compiuto, dai vincoli della penitenza. Il tema del libero arbitrio - dottrinariamente affrontato fra maestro e discepolo, in questi canti centrali del Purgatorio, nel corso di discussioni appassionate, ma vibranti di un pathos in primo luogo ancora intellettuale - diventa, nell'episodio di Stazio, il movente segreto e decisivo, quello che dall'interno anima (pur mo sentii libera volontà di miglior soglia) l'azione, il distendersi stesso naturalissimo e piano del racconto in cadenze di attonito stupore di fronte alla più glorificante manifestazione del sovrannaturale fin qui apparsa ai due pellegrini, non meno che il successivo ascendere della narrazione medesima in una più accesa drammaticità, nell'ansioso interrogare del pellegrino in carne ed ossa, nella contrastata vicenda che alle sue domande viene opposta dall'anima liberata. Ed è vicenda contrastata per il coesistere, nelle parole di questo spirito redento, del tema della cultura - di cui suprema espressione è la poesia - e della gloria terrena che da essa discende (dove mertai le tempie ornar di mirto) e del tema (affrontato nel canto XXII) dell'insoddisfazione nei riguardi di qualsiasi perfezione meramente umana, di un'aspirazione a beni i quali, ponendosi decisamente al di là della sfera in cui si conchiude qualsiasi acquisto poetico o culturale (quella stessa aspirazione che indusse la femminetta sammaritana - menzionata in apertura di canto - a « dimandar » la grazia), sfolgorano in quanto patrimonio dei soli poveri di spirito o di coloro che hanno saputo intravedere, come Stazio - oltre i tesori accumulati dallo spirito umano - le scaturigini inesauste di quelli sovrannaturali.

Personaggi del canto XXI

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Guida

Stazio

Purgatorio, dalla V cornice

Poeta latino che ha finito la sua espiazione; accompagna Dante e Virgilio fino al Paradiso terrestre.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Personaggi
Purgatorio · Canto XXI Liceo

Stazio incontra Virgilio

vv. 130-136Già s'inchinava ad abbracciar li piedial mio dottor, ma el li disse: «Frate,non far, ché tu se' ombra e ombra vedi».Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitatecomprender de l'amor ch'a te mi scalda,quand'io dismento nostra vanitate,trattando l'ombre come cosa salda».Leggi nel testo

Il terremoto del canto precedente si spiega: un'anima, il poeta latino Stazio, ha finito la sua purificazione dopo più di cinquecento anni e si sente libera di salire. Stazio, autore della Tebaide, racconta di essere stato ispirato dall'Eneide, che per lui fu madre e nutrice della poesia, e dice che avrebbe accettato un anno in più di Purgatorio pur di vivere al tempo di Virgilio.

Non sa che Virgilio gli sta davanti. Dante non riesce a trattenere un sorriso, e quando si scopre l'identità, Stazio si inchina per abbracciargli i piedi. Virgilio lo ferma con delicatezza: «Frate, non far, ché tu se' ombra e ombra vedi».

La scena è una delle più tenere del poema. Stazio dimentica per un momento che le anime non hanno corpo, tanto è forte l'affetto per il suo maestro. È anche un omaggio di Dante a Virgilio attraverso un altro poeta: la poesia crea legami che superano i secoli.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Il terremoto

Ne parla la scheda «Ugo Capeto e la «mala pianta»» (Purg. XX).

L'incontro

Ne parla la scheda ««Per te poeta fui, per te cristiano»» (Purg. XXII).

Stazio

Ne parla la scheda «Come nasce l'anima» (Purg. XXV).