Matelda fa bere a Dante l'acqua dell'Eunoè, sotto lo sguardo di Beatrice
Purgatorio · Paradiso terrestre
Purgatorio, Canto XXXIII
«'Deus, venerunt gentes', alternando…»
Le quattro virtù cardinali e le tre teologali iniziano, di fronte alle tristi vicende del carro della Chiesa, il canto del Salmo LXXIX: «Deus, venerunt gentes », al quale Beatrice risponde con le stesse parole rivolte da Gesù ai discepoli per annunziare loro la sua morte e la sua risurrezione: « Modicum, et non videbitis me...
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Testo e parafrasi del canto XXXIII
Parafrasi
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1
'Deus, venerunt gentes', alternandoAor tre or quattro dolce salmodia,Ble donne incominciaro, e lagrimando;A
Le sette donne (le virtù cardinali e quelle teologali), piangendo, cominciarono dolcemente a cantare, alternandosi ora il gruppo delle tre ora quello delle quattro, i versetti del salmo "O Dio, invaso hanno le genti (il tuo possesso)":
«Deus, venerunt gentes», alternandosi ora tre ora quattro in una dolce salmodia, cominciarono le donne, e piangendo;
4
e Beatrice sospirosa e pia,Bquelle ascoltava sì fatta, che pocoCpiù a la croce si cambiò Maria.B
e Beatrice, sospirando piena di pietà, le ascoltava con aspetto tale, che Maria ai piedi della croce si sbiancò in volto poco più di lei.
e Beatrice, sospirosa e pietosa, le ascoltava così trasformata che Maria ai piedi della croce si trasformò poco di più.
7
Ma poi che l'altre vergini dier locoCa lei di dir, levata dritta in pè,Drispuose, colorata come foco:C
Ma quando le altre giovani donne (finito il canto) le diedero la possibilità di parlare, levatasi in piedi, divenuta in volto del colore del fuoco, rispose:
Ma dopo che le altre vergini le lasciarono il posto per parlare, alzatasi dritta in piedi, rispose, accesa come il fuoco:
10
'Modicum, et non videbitis me;Det iterum sorelle mie dilette,Emodicum, et vos videbitis me'.D
"Ancora un poco, e più non mi vedrete: e un altro poco poi mi vedrete di nuovo, o mie dilette sorelle".
«Modicum, et non videbitis me; et iterum, sorelle mie dilette, modicum, et vos videbitis me».
13
Poi le si mise innanzi tutte e sette,Ee dopo sé, solo accennando, mosseFme e la donna e 'l savio che ristette.E
Poi le dispose davanti a sé tutte e sette, e dietro di sé, solo con un cenno, fece muovere me e Matelda e il savio (Stazio) che (alla partenza di Virgilio) era rimasto con noi. Così procedeva;
Poi si mise davanti tutte e sette, e dietro di sé, solo con un cenno, fece muovere me, la donna (Matelda) e il saggio che era rimasto (Stazio).
16
Così sen giva; e non credo che fosseFlo decimo suo passo in terra posto,Gquando con li occhi li occhi mi percosse;F
ma non credo avesse fatto dieci passi (che fosse lo decimo suo passo in terra posto), quando ferì i miei occhi con il fulgore dei suoi;e con aspetto sereno mi disse:
Così se ne andava; e non credo che avesse posato a terra il suo decimo passo, quando con i suoi occhi colpì i miei;
19
e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,Gmi disse, «tanto che, s'io parlo teco,Had ascoltarmi tu sie ben disposto».G
«Vieni più in fretta (più tosto), in modo che, se io ti parlo, tu (stando al mio fianco) abbia la possibilità di udirmi bene». Non appena io le fui accanto, com'era mio dovere (dopo l'invito), mi disse:
e con aspetto tranquillo mi disse: «Vieni più in fretta, così che, se parlo con te, tu sia ben disposto ad ascoltarmi».
22
Sì com'io fui, com'io dovea, seco,Hdissemi: «Frate, perché non t'attentiIa domandarmi omai venendo meco?».H
25
Come a color che troppo reverentiIdinanzi a suo maggior parlando sono,Jche non traggon la voce viva ai denti.I
28
avvenne a me, che sanza intero suonoJincominciai: «Madonna, mia bisognaKvoi conoscete, e ciò ch'ad essa è buono».J
«Fratello, perché ora che vieni con me non osi pormi alcuna domanda?» Come avviene a coloro i quali parlando davanti ai loro superiori sono dominati da un eccessivo senso di soggezione, per cui non riescono ad emettere chiaramente la voce, cosi accadde a me, che incominciai (a parlare), ma senza articolare distintamente i suoni «Madonna, voi conoscete la mia necessità, e quello che mi serve per soddisfarla». Ed ella mi rispose:
Non appena fui con lei, come dovevo, mi disse: «Fratello, perché, ora che vieni con me, non osi farmi domande?». Come a coloro che, parlando davanti a un superiore, sono troppo rispettosi, tanto che non portano la voce chiara fino ai denti, così avvenne a me, che con un suono incompleto cominciai: «Mia signora, voi conoscete il mio bisogno, e ciò che è adatto a soddisfarlo».
31
Ed ella a me: «Da tema e da vergognaKvoglio che tu omai ti disviluppe,Lsì che non parli più com'om che sogna.K
«Io voglio che ormai ti liberi dal timore e dalla vergogna, in modo che non parli più (in modo confuso) come uno che sta sognando.
E lei a me: «Voglio che tu ormai ti liberi dalla paura e dalla vergogna, così da non parlare più come uno che sogna.
34
Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppeLfu e non è; ma chi n'ha colpa, credaMche vendetta di Dio non teme suppe.L
Sappi che il carro colpito dal drago è stato (un tempo) come doveva essere, ma ora non è più tale; però coloro i quali sono colpevoli di questo stato di cose (il gigante e la meretrice), siano certi che la vendetta di Dio non teme prescrizioni.
Sappi che il vaso (il carro) che il serpente spezzò fu e non è più; ma chi ne ha la colpa sappia che la vendetta di Dio non teme ostacoli.
37
Non sarà tutto tempo sanza redaMl'aguglia che lasciò le penne al carro,Nper che divenne mostro e poscia preda;M
L'aquila che lasciò le sue penne nel carro, per cui quello si trasformò in mostro e poi (divenne) preda del gigante, non rimarrà per sempre senza erede;
Non sarà per sempre senza erede l'aquila che lasciò le penne sul carro, per cui esso divenne un mostro e poi una preda;
40
ch'io veggio certamente, e però il narro,Na darne tempo già stelle propinque,Osecure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,N
43
nel quale un cinquecento diece e cinque,Omesso di Dio, anciderà la fuiaPcon quel gigante che con lei delinque.O
poiché vedo con certezza, e perciò lo rivelo, che sono già prossime a sorgere quelle stelle le quali, libere da ogni contrasto e impedimento, ci recheranno (con i loro influssi) un tempo, nel quale un inviato da Dio, il cui nome sarà formato dai numeri cinquecento dieci e cinque, ucciderà la meretrice ladra insieme al gigante che pecca con lei.
perché io vedo con certezza, e perciò lo racconto, stelle già vicine, libere da ogni intralcio e da ogni ostacolo, pronte a portarci un tempo in cui un cinquecento dieci e cinque, mandato da Dio, ucciderà la ladra insieme a quel gigante che pecca con lei.
46
E forse che la mia narrazion buia,Pqual Temi e Sfinge, men ti persuade,Qperch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;P
E forse la mia predizione oscura, come gli oracoli di Temi e gli enigmi della Sfinge, ha poca forza di persuasione, perché alla loro maniera chiude il tuo intelletto (non lasciandovi trapelare il significato di ciò che dico);
E forse il mio racconto oscuro, come quelli di Temi e della Sfinge, ti convince meno, perché, come i loro, offusca l'intelletto;
49
ma tosto fier li fatti le Naiade,Qche solveranno questo enigma forteRsanza danno di pecore o di biade.Q
ma presto i fatti saranno le Naiadi che scioglieranno questo difficile enigma senza arrecare danno al bestiame e alle coltivazioni.
ma presto i fatti saranno le Naiadi che scioglieranno questo enigma difficile senza danno per le pecore o per il grano.
52
Tu nota; e sì come da me son porte,Rcosì queste parole segna a' viviSdel viver ch'è un correre a la morte.R
Prendi nota (di questo nella tua memoria); e nel modo in cui sono state dette da me, scrivi queste parole per gli uomini, la cui vita è una corsa verso la morte.
Tu prendi nota; e come io le pronuncio, così riferisci queste parole ai vivi, della vita che è una corsa verso la morte.
55
E aggi a mente, quando tu le scrivi,Sdi non celar qual hai vista la piantaTch'è or due volte dirubata quivi.S
E ricordati, quando le scriverai, di non nascondere in quali condizioni hai visto questa pianta che qui ora è derubata per la seconda volta.
E ricordati, quando le scrivi, di non nascondere come hai visto la pianta, che qui è stata ormai derubata due volte.
58
Qualunque ruba quella o quella schianta,Tcon bestemmia di fatto offende a Dio,Uche solo a l'uso suo la creò santa.T
Chiunque deruba questa pianta o la schianta, con un sacrilegio offende Dio, che la creò inviolabile perché servisse solo ai suoi fini.
Chiunque la deruba o la spezza offende Dio con una bestemmia di fatto, perché Dio l'ha creata santa solo per il suo uso.
61
Per morder quella, in pena e in disioUcinquemilia anni e più l'anima primaVbramò colui che 'l morso in sé punio.U
Per aver morso il frutto di quella pianta, l'anima del primo uomo, penando in vita e rimanendo esule nel limbo, per cinquemila e più anni bramò Cristo, colui che punì in se stesso (con il suo sacrificio) la colpa di quel morso.
Per averla morsa, la prima anima (Adamo) desiderò, nella pena e nel desiderio, per cinquemila anni e più, colui che punì quel morso su se stesso (Cristo).
64
Dorme lo 'ngegno tuo, se non estimaVper singular cagione esser eccelsaWlei tanto e sì travolta ne la cima.V
II tuo ingegno dimostrerebbe poca acutezza, se non capisse che questa pianta è stata creata tanto alta e con la chioma così capovolta (travolta, perché si dilata verso l'alto, invece di restringersi) per una ragione eccezionale.
Il tuo ingegno dorme, se non capisce che per una ragione particolare essa è così alta e così rovesciata in cima.
67
E se stati non fossero acqua d'ElsaWli pensier vani intorno a la tua mente,Xe 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,W
70
per tante circostanze solamenteXla giustizia di Dio, ne l'interdetto,Yconosceresti a l'arbor moralmente.X
E se i pensieri mondani non avessero circondato la tua mente di incrostazioni come fa l'acqua del fiume Elsa, e se il diletto offerto da questi pensieri non avesse macchiato (il tuo intelletto) come il sangue di Piramo macchiò i frutti del gelso, anche solo per queste singolari circostanze (per l'altezza e la forma della pianta) riconosceresti dall'albero, considerandolo nel suo significato morale, la giustizia di Dio, che si esprime nel divieto (di toccarlo).
E se i pensieri vani non fossero stati come acqua dell'Elsa intorno alla tua mente, e il piacere che ne ricavavi come Piramo per il gelso, anche solo per tante circostanze riconosceresti, nel significato morale dell'albero, la giustizia di Dio nel divieto.
73
Ma perch'io veggio te ne lo 'ntellettoYfatto di pietra e, impetrato, tinto,Zsì che t'abbaglia il lume del mio detto,Y
76
voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,Zche 'l te ne porti dentro a te per quelloAAche si reca il bordon di palma cinto».Z
Ma poiché vedo che la tua mente si è pietrificata, e, oltre che pietrificata, anche ottenebrata, a tal punto che la luce di verità delle mie parole ti abbaglia, voglio, ciò nonostante, che porti dentro di te il mio discorso, se non scolpito nitidamente, almeno adombrato nelle immagini, per lo stesso motivo per il quale chi ritorna (dalla Terrasanta) porta (come ricordo) il bastone da pellegrino cinto di foglie di palma». Ed io a lei:
Ma poiché vedo che nell'intelletto sei diventato di pietra e, impietrito, così scuro che la luce delle mie parole ti abbaglia, voglio anche che tu le porti dentro di te, se non scritte, almeno dipinte, per la stessa ragione per cui il pellegrino riporta il bastone cinto di palma».
79
E io: «Sì come cera da suggello,AAche la figura impressa non trasmuta,ABsegnato è or da voi lo mio cervello.AA
«Ora il mio intelletto è segnato dalle vostre parole, come è segnata dal sigillo la cera, la quale non altera la figura impressa.
E io: «Come la cera sotto il sigillo, che non cambia la figura impressa, così ora il mio cervello è segnato da voi.
82
Ma perché tanto sovra mia vedutaABvostra parola disiata vola,ACche più la perde quanto più s'aiuta?».AB
Ma perché la vostra desiderata parola si innalza tanto al di sopra delle mie capacità intellettive, che quanto più queste si sforzano di comprenderla tanto più essa sfugge loro?» Rispose:
Ma perché la vostra parola, tanto desiderata, vola così in alto sopra la mia comprensione che più si sforza, più la perde?».
85
«Perché conoschi», disse, «quella scuolaACc'hai seguitata, e veggi sua dottrinaADcome può seguitar la mia parola;AC
88
e veggi vostra via da la divinaADdistar cotanto, quanto si discordaAEda terra il ciel che più alto festina».AD
«(Questo avviene) perché tu conosca bene la dottrina da te finora seguita, e possa costatare come i suoi insegnamenti male riescano a penetrare la mia parola, e veda come la vostra via (la scienza umana) dista tanto da quella di Dio, quanto è distante dalla terra il cielo che più è veloce nel suo giro».
«Perché tu conosca», disse, «quella scuola che hai seguito, e veda come la sua dottrina possa seguire la mia parola; e veda che la vostra via dista da quella divina tanto quanto dalla terra si allontana il cielo che gira più in alto».
91
Ond'io rispuosi lei: «Non mi ricordaAEch'i' straniasse me già mai da voi,AFné honne coscienza che rimorda».AE
94
«E se tu ricordar non te ne puoi»,AFsorridendo rispuose, «or ti rammentaAGcome bevesti di Letè ancoi;AF
97
e se dal fummo foco s'argomenta,AGcotesta oblivion chiaro conchiudeAHcolpa ne la tua voglia altrove attenta.AG
100
Veramente oramai saranno nudeAHle mie parole, quanto converrassiAIquelle scovrire a la tua vista rude».AH
E se dalla presenza del fumo si deduce la presenza del fuoco, questo tuo oblio dimostra chiaramente l'esistenza della colpa nella tua volontà che (nel passato) si è rivolta altrove (anziché a me). Ma d'ora in poi le mie parole saranno semplici, nella misura in cui sarà necessario renderle accessibili alla tua intelligenza ancora inesperta (nel penetrare il significato di ciò che dico)».
Per cui io le risposi: «Non mi ricordo di essermi mai allontanato da voi, né ho una coscienza che me ne rimorda». «E se tu non te ne puoi ricordare», rispose sorridendo, «ricordati ora che oggi hai bevuto l'acqua del Letè; e se dal fumo si deduce il fuoco, questa dimenticanza dimostra chiaramente che c'era una colpa nella tua volontà rivolta altrove. In verità d'ora in poi le mie parole saranno semplici, quanto sarà necessario per renderle chiare alla tua vista inesperta».
103
E più corusco e con più lenti passiAIteneva il sole il cerchio di merigge,AJche qua e là, come li aspetti, fassiAI
106
quando s'affisser, sì come s'affiggeAJchi va dinanzi a gente per iscortaAKse trova novitate o sue vestigge,AJ
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le sette donne al fin d'un'ombra smorta,AKqual sotto foglie verdi e rami nigriALsovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.AK
E il sole diventato più fulgido e più lento percorreva il meridiano del mezzogiorno, che si sposta qua e là, a seconda della posizione di chi osserva, quando si fermarono così come si ferma chi precede come guida un gruppo di persone se scorge qualche novità o qualche traccia di novità, le sette donne ai margini di una zona d'ombra attenuata (smorta, rispetto a quella cupa della selva), simile a quella che l'alta montagna stende sotto il verde fogliame e gli scuri rami sui freddi ruscelli.
E il sole, più splendente e con passi più lenti, occupava il cerchio del mezzogiorno, che si sposta qua e là secondo i punti di vista, quando si fermarono, come si ferma chi va davanti a un gruppo come guida, se trova qualcosa di nuovo o le sue tracce, le sette donne al limite di un'ombra pallida, come quella che le Alpi portano sotto foglie verdi e rami scuri sopra i loro freddi ruscelli.
112
Dinanzi ad esse Eufratès e TigriALveder mi parve uscir d'una fontana,AMe, quasi amici, dipartirsi pigri.AL
Davanti ad esse mi parve di vedere l'Eufrate e il Tigri uscire da un'unica sorgente, e, quasi amici (dolenti di separarsi), scorrere lentamente in direzioni opposte.
Davanti a esse mi sembrò di vedere l'Eufrate e il Tigri uscire da una sola fonte, e separarsi lentamente, come amici.
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«O luce, o gloria de la gente umana,AMche acqua è questa che qui si dispiegaANda un principio e sé da sé lontana?».AM
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Per cotal priego detto mi fu: «PriegaANMatelda che 'l ti dica». E qui rispuose,AOcome fa chi da colpa si dislega,AN
«O luce, o gloria del genere umano, quale acqua è questa che qui sgorga da un'unica fonte e si allontana da se stessa (dividendosi in due corsi)?» Per questa preghiera mi fu risposto da Beatrice: «Prega Matelda che te lo dica».
«O luce, o gloria del genere umano, che acqua è questa che qui sgorga da una sola sorgente e si allontana da se stessa?». A questa preghiera mi fu detto: «Prega Matelda che te lo dica». E qui rispose, come fa chi si libera da una colpa,
121
la bella donna: «Questo e altre coseAOdette li son per me; e son sicuraAPche l'acqua di Letè non gliel nascose».AO
E allora (prontamente), come fa chi si discolpa, rispose la bella donna: «Queste e altre cose gli sono già state dette da me; e sono certa che l'acqua del Letè non gliene cancellò il ricordo». E Beatrice:
la bella donna: «Questo e altre cose gli sono state dette da me; e sono sicura che l'acqua del Letè non gliele ha nascoste».
124
E Beatrice: «Forse maggior cura,APche spesse volte la memoria priva,AQfatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.AP
«Forse un pensiero più urgente, che spesso priva la memoria della facoltà di ricordare, ha oscurato la vista della sua mente.
E Beatrice: «Forse una preoccupazione maggiore, che spesso priva della memoria, ha reso la sua mente oscura negli occhi.
127
Ma vedi Eunoè che là diriva:AQmenalo ad esso, e come tu se' usa,ARla tramortita sua virtù ravviva».AQ
Ma vedi l'Eunoè che si allontana là dalla sorgente: conducilo ad esso, e come sei solita fare, ravviva l'indebolita forza della sua memoria».
Ma vedi l'Eunoè che sgorga là: conducilo a esso e, come sei solita fare, ravviva la sua virtù tramortita».
130
Come anima gentil, che non fa scusa,ARma fa sua voglia de la voglia altruiAStosto che è per segno fuor dischiusa;AR
133
così, poi che da essa preso fui,ASla bella donna mossesi, e a StazioATdonnescamente disse: «Vien con lui».AS
Come l'anima nobile, che non adduce scuse, ma fa propria la volontà altrui non appena quest'ultima si è manifestata esteriormente con qualche segno, così, dopo avermi preso per mano, la bella donna si mosse, e a Stazio con grazia tutta femminile disse: «Vieni con lui».
Come un'anima nobile, che non cerca scuse, ma fa sua la volontà dell'altro non appena questa si è manifestata con un segno; così, dopo che fui preso da lei, la bella donna si mosse, e a Stazio disse con grazia signorile: «Vieni con lui».
136
S'io avessi, lettor, più lungo spazioATda scrivere, i' pur cantere' in parteAUlo dolce ber che mai non m'avrìa sazio;AT
Se avessi, o lettore, maggiore spazio per scrivere, io continuerei a cantare, per quel tanto che è possibile, la dolcezza di quell'acqua che non mi avrebbe mai saziato;
Se avessi, lettore, più spazio per scrivere, canterei almeno in parte il dolce bere che non mi avrebbe mai saziato;
139
ma perché piene son tutte le carteAUordite a questa cantica seconda,AVnon mi lascia più ir lo fren de l'arte.AU
ma poiché le carte destinate a questa seconda cantica sono tutte complete, la disciplina dell'arte non mi permette di procedere oltre.
ma poiché sono piene tutte le pagine destinate a questa seconda cantica, il freno dell'arte non mi lascia andare oltre.
142
Io ritornai da la santissima ondaAVrifatto sì come piante novelleAWrinnovellate di novella fronda,AV
145
puro e disposto a salire alle stelle.AW
Dalle santissime acque dell'Eunoè ritornai rinnovato come (in primavera) le piante giovani rinverdite di fronde recenti, purificato e pronto a salire al cielo.
Io tornai dall'onda santissima rinnovato come le piante giovani rinnovate di fronde nuove, puro e pronto a salire alle stelle.
Riassunto del canto XXXIII
Le quattro virtù cardinali e le tre teologali iniziano, di fronte alle tristi vicende del carro della Chiesa, il canto del Salmo LXXIX: «Deus, venerunt gentes », al quale Beatrice risponde con le stesse parole rivolte da Gesù ai discepoli per annunziare loro la sua morte e la sua risurrezione: « Modicum, et non videbitis me... ». In un secondo momento Beatrice invita Dante a camminare al suo fianco, affinché possa meglio udire le sue parole. Ella ora intende spiegare i misteriosi prodigi avvenuti intorno e sul carro della Chiesa e contemporaneamente preannunziare la punizione di coloro che si sono resi colpevoli della corruzione morale della Chiesa. Al Poeta - continua Beatrice - toccherà il compito di riferire agli uomini ciò che ha udito. E poiché Dante osserva che il linguaggio da lei usato è troppo oscuro ed esige uno sforzo non comune per poterlo comprendere. Beatrice rivela che ciò avviene per dimostrare all'uomo che ogni dottrina terrena è insufficiente a penetrare la scienza divina. È mezzogiorno allorché le figure delle sette virtù si fermano nella zona in cui termina l'ombra della foresta, di fronte alla sorgente dei due fiumi del paradiso terrestre, il Letè, nelle cui acque il Poeta è già stato immerso per dimenticare il male passato, e l'Eunoè. Matelda - in seguito a un comando di Beatrice - invita Dante e Stazio a seguirla per bere l'acqua di questo fiume, che ravviva la memoria del bene compiuto. Con questo ultimo rito la purificazione del Poeta è completa: egli è ormai puro e disposto a salire alle stelle.
In breve
Dove e chi
Paradiso terrestre: Matelda, la processione, Beatrice. Letè ed Eunoè: oblio della colpa e memoria del bene.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
La struttura dell'ultimo canto del Purgatorio si presenta, sotto alcuni aspetti, simile a quella del canto precedente: essa sviluppa ulteriormente, concludendola, la ricca tematica storico-politica del XXXII e appare vigorosamente percorsa - nell'ultimo, impegnato discorso di Beatrice nel Purgatorio - dallo stesso impeto profetico che sorreggeva le fosche visioni del carro della Chiesa. Inoltre contrappone anch'essa alle scene apocalittiche, avvolte in una luce epica e sacrale, la suggestione di alcune immagini distese in una natura limpida e sognante, che richiama le prime, luminose terzine descrittive del paradiso terrestre. Tuttavia, fin dall'inizio, si avverte che l'atmosfera è mutata, perché freme dovunque un'ansia di liberazione e di purezza, che allontana le crude immagini conclusive del canto XXXII per introdurre alla vastità misteriosa delle stelle ormai propinque, del ciel che più alto festina, del sole corusco, fino allo slancio anelante a Dio, che chiude tutta la seconda cantica. Questa mutata dimensione interiore appare evidente nel solenne esordio, dove la dolce salmodia delle virtù ricorda il salmo dolcemente intonato al momento del primo atto della purificazione di Dante (canto XXXI, versi 97-99), e l'angelica nota che temprava i passi nella selva prima delle allucinanti visioni accanto all'arbore robusto. Anche Beatrice abbandona il grave e corrucciato atteggiamento del Cristo-giudice, atteggiamento che aveva reso particolarmente solenne e dura la sua rampogna a Dante nel canto XXXI, e si trasforma nella dolente immagine di Maria ai piedi della croce, per pronunciare poi, levatasi in piedi e colorata come foco le parole della promessa e del riscatto (versi 10-12). Qui soprattutto si dissolve la torbida atmosfera di vizio che aveva chiuso il canto XXXII e si scioglie l'incubo del trionfo del male. Beatrice, raccogliendo intorno a sé "in un solo moto di carità" (Montano) le virtù, Dante, Matelda e Stazio, che rappresentano qui l'umanità credente, con tranquillo aspetto e con fraterni incoraggiamenti (versi 19-21 e 23-24) svela il futuro Avvento, la redenzione morale-politica del mondo. Come il pellegrino è ormai lontano dai fieri sdegni fiorentini, dalle accanite lotte fra Bianchi e Neri, dall'interesse polarizzato solo sulla sua città! È tutto il dramma storico del suo tempo che gli scorre davanti agli occhi: gli sdegni, le illusioni, le aspettative non sono più per i cittadin della città partita o per il giardin dello 'mperio, ma per tutti i vivi del viver ch'è un correre alla morte. Il dinamismo figurativo che informa le apparizioni del canto XXXII cede ora il posto a cadenze gravi e solenni, la cui lentezza riecheggia la ieraticità di certe celebrazioni liturgiche (sappi ch 'l vaso... fu e non è; ch'io veggio certamente, e però il narro; nel quale un cinquecento diece e cinque...): il Poeta vede prossimo il tempo della liberazione (tosto fier li fatti...) con il ritorno della Chiesa e dell'Impero - nel rispettivo campo d'azione - a quella divina origine che la verità rivelata ha stabilito. La fermezza dell'accento con cui Beatrice fa questa predizione traduce la fermezza dello spirito di Dante che, ormai illuminato da Dio, crede senza ombra di incertezza a quanto vede con la sua fantasia, per cui in questo momento trova il suo culmine ideale l'ispirazione apocalittica e profetica della Commedia. Giustamente l'ultimo canto del Purgatorio può essere definito come il nodo vitale del triplice pensiero religioso-morale-politico che circola in tutto il poema e la sua profezia come "la profezia centrale e... più appariscente e sonora" (Cian). Tuttavia una lettura che limiti l'interesse del canto a questa parte, non solo risulterebbe parziale, ma, altresì, sarebbe incapace di cogliere la nota caratteristica di esso: una varietà di toni ed accenti in relazione alla varietà dei momenti e degli stati d'animo, un oscillare continuo di movenze e di affetti fra l'umano e il divino. Nell'esordio, durante la rappresentazione dei fatti storici, la vicenda personale di Dante non viene dimenticati e, anche se è brevemente accennata, le parole (frate, perché... Madonna, mia bisogna...) si caricano di profonde risonanze. Poi essa prende decisamente il sopravvento (dorme lo 'ngegno tuo...) e "la parola di Beatrice diventa una lezione mista di rimproveri blandi e di punture, di osservazioni insistenti e minuziose, assumendo un tono... pedagogico" (Cian). Allorché Dante le chiede perché mai le parole che ella gli rivolge si innalzino troppo al di sopra della sua intelligenza, la risposta di lei è una dura lezione sull'insufficienza di ogni tentativo compiuto dalle sole forze umane per avvicinarsi a Dio. Subito dopo, però, Beatrice torna a sorridere con indulgenza cortese, e infine lo giustifica affettuosamente di fronte a Matelda, prima di preparare per lui l'ultimo rito purificatorio (versi 127-129). Cosi il Poeta, osserva il Cian, attraverso la efficacia "di toni discorsivi, dapprima austeramente didattici... poi sempre più pacati ed umani... ci ha ricondotti, senza che ce ne accorgessimo, in un clima fortemente suggestivo che ci richiama non solo quello del suo primo incontro con la bella donna (canto XXVIII), ma anche quello d'un'altra sua felicità terrestre della giovinezza, felicità sognata, descritta, cantata nelle ultime pagine" della Vita Nova. Non solo l'amoroso atteggiamento di Beatrice, ma anche il richiamo rinnovato e forte alla dolcezza e alla bellezza della natura edenica concorre a ricreare quel clima. Se è totalmente errata la posizione di chi intende identificare la "mirabile visione" finale della Vita Nova con questa del Purgatorio (tra l'una e l'altra c'è di mezzo tutta la maturità del pensiero politico e religioso dell'Alighieri), è però innegabile una certa consonanza interiore, "o poetica e musicale", fra i due momenti spirituali "in cui le due visioni hanno origine e si muovono" (Cian).
vv. 142-145Io ritornai da la santissima ondarifatto sì come piante novellerinnovellate di novella fronda,puro e disposto a salire alle stelle.Leggi nel testo
L'ultimo canto del Purgatorio si chiude con l'immersione di Dante nell'Eunoè, il fiume che ravviva il ricordo del bene compiuto. Dante ne esce rinnovato come una pianta che rimette le foglie in primavera, «puro e disposto a salire a le stelle».
Umberto Bosco ha letto gli ultimi sei canti del Purgatorio come un dramma sacro in tre atti. Il prologo è l'incontro con Matelda nella foresta; il primo atto è la processione e l'apparizione di Beatrice; il secondo è il pentimento di Dante e la sua immersione nel Letè; il terzo è lo spettacolo delle vicende del carro, cioè della Chiesa.
Il canto XXXIII è l'epilogo: Beatrice profetizza un salvatore misterioso, il «cinquecento diece e cinque», che punirà la corruzione. Poi Dante beve l'acqua dell'Eunoè. L'ultima parola, «stelle», chiude il Purgatorio come aveva chiuso l'Inferno e chiuderà il Paradiso.